pro dialog

Alexander Langer

Italiani sul binario morto
I motivi della crisi dell'autonomia sono molteplici. Innazitutto ognuna delle parti, nel sottoscrivere l'accordo, aveva qualche riserva mentale. Lo Stato italiano è stato estremamente lento nel passaggio delle competenze , e ha sempre dato dello statuto un'interpretazione riduttiva.

D'altro canto l'SVP ha sottolineato moltissimo l'aspetto riparatorio dell'autonomia: Ora siamo finalmente nella stanza dei bottoni, schiacciamoli cercando di rifarci dei torti subiti". Che il gruppo tedesco sia stato svantaggiato è fuori dubbio, basta pensare all'edilizia popolare . Ma è stata innegabile anche la tendenza ad esagerare in senso opposto.
Esisteva una volontà di restituire al territorio le proprie caratteristiche tirolesi, il che portava a considerare la presenza degli italiani come uno spiacevole incidente della storia, che doveva essere circoscritto piuttosto che elaborato positivamente. Di qui la tendenza a isolare i gruppi, a vedere le garanzie della propria identità soltanto nella separazione dagli altri.
Inoltre lo Stato italiano, e forse, di riflesso, anche la comunità italiana di qui, stentava a fare concessioni, se queste non venivano letteralmente strappate. Il bilinguismo della pubblica amministrazione è un lampante esempio: l'uso pubblico della lingua tedesca sarebbe riconosciuto e garantito da moltissimo tempo, eppure ancora oggi è molto difficile rivolgersi in tedesco a certi sportelli. Talvolta chi lo fa viene considerato un provocatore e trattato di conseguenza, ma altre volte ci si trova di fronte ad un funzionario che ignora la lingua, che per anni ha lavorato in un ufficio nel quale tutto, dalle iscrizioni ai prontuari, era in italiano. È difficile in queste condizioni che si crei una mentalità favorevole al bilinguismo.

Non è stata solo la politica tra Roma e Bolzano, con le sue reciproche furberie, a non funzionare. Se il pacchetto doveva diventare uno strumento di pacificazione tra i gruppi, e non solo una soluzione burocratica e giuridica di un conflitto era importante che fosse sentito come un patto tra la popolazione, non come un patto tra dirigenti SVP e governo italiano.
La gente doveva venire maggiormente coinvolta, bisognava lavorare perchè questa nuova situazione fosse accettata dalla societá. Si sarebbero dovute valorizzare, e non esorcizzare, quelle componenti minoritarie della popolzione che erano disposte a scommettere sulla convivenza. Soprattutto nei primi anni 70 sarebbe stato meglio assecondare quelle esperienze d'incontro, di cooperazione, di intreccio reciproco.
Nel Medioevo, quando due signori firmavano un trattato di pace, mandavano i loro figli alla corte dell'altro, perchè vi fossero educati. Era una garanzia per la pace.
Bisognava incrementare quelle "zone grigie", che servono tener collegati i due campi contrapposti. Invece si è fatta terra bruciata intorno a esperienze del genere, e si è irrigidita la societá in due blocchi etnici divisi e contrapposti.
Le colpe non sono da cercare dalla parte delle autoritá; anche la base ha le sue colpe. C'è stata una certa mancanza di disponibilitá, non si credeva alla possibilitá di una reciproca accettazione.

I perché dell'estranietà
La mancanza di disponibilitá era dovuta alla oggettiva distanza in cui i due gruppi erano vissuti durante il fascismo e fino al secondo dopoguerra.
Il gruppo tedesco era completamente ripiegato su sé stesso. Aveva rischiato di essere spazzato via del tutto, e doveva superare un vuoto culturale, scolastico di trent'anni. Doveva perfino reimparare la propria lingua: soprattutto i ceti meno abbienti avevano potuto frequentare solo la scuola italiana(e male, perchè non capivano l'italiano) e non sapevano scrivere nè in tedesco nè in italiano. Cosí in generale il livello culturale del gruppo tedesco era molto basso. Gli italiani, al contrario, che vivevano quasi solo nelle cittá, avevano un livello culturale molto piú alto. Quando ero ragazzo, e frequentavo la scuola superiore gli italiani erano un 60%, ed un 30% i tedeschi: una proporzione opposta a quella relativa alla consistenza numerica dei gruppi etnici.
Oltre che dal problema culturale, il gruppo tedesco era tutto preso dalla lotta per l'autonomia, con la conflittualitá che ne derivava.
Il gruppo italiano, nel secondo dopoguerra, era invece impegnato a mettere qualche piccola radice. Ció significava farsi la casa, mettere su famiglia, talvolta in senso letterale, perchè la piú parte degli italiani in quegli anni non aveva parenti qui, ma a Rovigo, Udine, Foggia ...
Inoltre gli italiani stavano iniziando a rendersi conto di dove si trovavano: era una lenta presa di coscienza. Per tornare alla mia esperienza mi meravigliava moltissimo che, negli anni degli attentati, i miei coetanei italiani non solo non sapessero il tedesco (questo era ovvio") ma che non fossero mai stati in Val Sarentino, che non sapessero nemmeno dov'era.
Allora il gruppo italiano non aveva un rapporto con il territorio, non conosceva la storia , non conosceva le leggende. Senza parlare dell'assoluta impreparazione ad imparare il tedesco.
Inoltre la struttura economica stessa della comunitá italiana creava difficoltá per il suo radicamento.
Essa era sostanzialmente un sedimento della presenza dell Stato italiano. Il che significa che era
essenzialmente grazie allo Stato italiano che gli italiani quassú avevano casa e lavoro. Questo vale per fenomeni macroscopici (l'esercito, le ferrovie, ecc.), fino a tanti microfenomeni: la concessione per la vendita di sali e tabacchi, la gestione del lotto. Gli italiani rendevano apparente l'appartenenza della provincia all'Italia, essi stessi erano fortemente intrisi di Stato, e nello Stato essi stessi si identificavano.
La comunitá di lingua tedesca, al contrario, fino alla fine degli anni '60 era stata una comunitá in gran parte abbarbicata ad un'economia premoderna, fuori dai grandi traffici, caratterizzata dalle piccole attivitá tradizionali, artigianato, piccolissima industria, agricoltura, turismo, che allora era ancora in buona parte un turismo piú povero, da osteria.
Insomma, non c'era stata grande evoluzione dal 1918. L'industrializzazione era passata completamente attraverso il gruppo italiano, ed era stata vista da parte del gruppo tedesco come una minaccia. Moderno" e italiano" erano quasi sinonimi. Torno ai miei ricordi: allora rivolgersi ad un ingegnere significava rivolgersi ad un italiano. I liberi professionisti, specialmente avvocati, commercialisti, ingegneri, medici, erano in maggioranza italiani, perchè chi prendeva parte all'economia moderna era il comparto italiano della societá. Gli italiani come gruppo gestivano lo sviluppo, fino ad esserne materialmente i concessionari: italiane erano le banche, gestiti da italiani i servizi.
Negli anni '60 e '70, anche grazie alla seconda autonomia, si è avviato un processo di riassestamento che in certi settori ha portato ad un rovesciamento di questa situazione. Questo è avvenuto per un intrecciarsi di fattori, politici ed economici, molti dei quali del tutto indipendenti tra di loro e dalla vicenda altoatesina.
Partiamo da quelli piú propriamente politici: la creazione di un imponente e ramificata amministrazione locale, reclutata con il criterio della proporzionale ha ricreato un corpo di funzionari di lingua tedesca, cosa ritenuta fino al pacchetto quasi innaturale. La burocrazia sembrava quasi biologicamente italiana, cosí come puó sembrare che l'agricoltura sia un settore biologicamente" tedesco. E questa creazione di un ceto impiegatizio tedesco è stato un grosso cambiamento.
Poi, con l'autonomia si è avuto un flusso di finanziamento verso settori prima non considerati, il risanamento dei masi, il turismo, il che ha permesso un recupero di benessere e di potere, economico e sociale, da parte delle categorie interessate, ossia i contadini, prevalentemente appartenenti al gruppo tedesco.
Ma altri fattori che hanno causato il ridimensionamento del ruolo economico degli italiani non hanno nulla a che vedere con l'autonomia. Il boom del turismo non è stato ordinato da Magnago, è un fenomeno europeo. Ma ha fatto sí che qui dal turismo artigianale si passasse ad una vera e propria industria turistica che è la spina dorsale dell'economia locale. Senza contare gli effetti sull'indotto, che hanno incoraggiato le piccole industrie e gli artigiani.
In questo modo il settore portante dell'economia (che prima era l'industria, con assoluta prevalenza italiana) è diventato il turismo, nel quale il gruppo piú impegnato è il tedesco.
Negli anni '50 e '60 il Bauer invidiava l'operaio della Lancia, perchè non doveva alzarsi alle 4 a mungere, vedeva dei soldi, stava in cittá, i suoi figli avevano concrete possibilitá di avanzamento sociale. Ora accade piú facilmente il contrario: il Bauer, assieme al maso, da dove nessuno mai lo sfratterá, ha anche il garní, non teme l'inflazione, non deve vivere a Bolzano, poniamo in via Resia , dove abitare non è precisamente uno spasso.
Un altro elemento è stato il forte ridimensionamento dell'occupazione nell'industria: i licenziamenti nella zona industriale di Bolzano, non dovuti assolutamente a una volontá di emarginazione del gruppo italiano, ma a motivi di convenienza economica. Questo ribaltamento di ruoli nell'economia è una delle cause del malessere del gruppo italiano.

Un rospo da ingoiare
Cosí l'autonomia é sempre piú diventata, per gli italiani, un rospo da ingoiare: in parte per i motivi appena accennati, in parte per una gestione dell'autonomia puntigliosa e micragnosa, che ha sempre valorizzato la lettera della legge rispetto allo spirito.
Questa autonomia dunque si presenta agli italiani come un rospo da molti punti di vista: adesso bisogna imparare il tedesco, altrimenti niente lavoro; la proporzionale; e a comandare sono sempre piú i tedeschi. L'autonomia fa bene solo ai tedeschi - si dice - e danneggia gli italiani.
In parte questo è anche vero: non solo toglie agli italiani i vantaggi che derivavano loro dalla precedente situazione di squilibrio (quelli che Magnago chiama i privilegi), ma costringe gli italiani a competere in condizioni a cui in effetti non erano preparati.
Per fare un esempio: finchè il mercato era dominato da imprenditori italiani, finchè la lingua in cui le transazioni si svolgevano era l'italiano, la Fiat o la Volkswagen mettevano un italiano a capo della filiale locale. Ma una volta che il circuito economico locale è molto piú integrato con l'economia centro europea, che gli acquirenti potenziali sono in maggioranza tedeschi (perchè il potere d'acquisto del gruppo tedesco è aumentato ecc. ecc.) è chiaro che anche imprese italiane che aprono qui una filiale si devono adeguare a questa realtá e si sforzano di assumere personale bilingue; chi assume rappresentanti cerca persone che in questa realtá si sappiano muovere come pesci nell'acqua, cosí via, fino al commesso o al cameriere, che se vogliono un posto quel minimo di tedesco per la loro attivitá lo devono sapere.
Il gruppo italiano si è ritrovato come buttato in una competizione piuttosto selettiva, in cui esso parte con un handicap, mentre prima aveva agito, per cosí dire, in regime protetto. E questo passaggio è avvenuto piuttosto bruscamente, nel giro di pochi anni.
in piú il gruppo italiano si scopriva addosso quella sindrome da binario morto" in cui giá si era trovato il gruppo tedesco. In cosa consiste questa sindrome? Nella sensazione che la circolazione di gente, di potere, possa avvenire solo all'interno dei confini dell'Alto Adige. Che per la rigenerazione della propria comunitá si puó contare solo su chi giá è qui, senza apporti dall'esterno.
Questa sindrome era angosciante per i tedeschi, e lo è ancor di piú per gli italiani, dato che il loro numero è ancora piú limitato. Un conto è poter contare, per la sopravvivenza del proprio gruppo, su trecentomila persone, un altro su centomila. La nuova dimensione è ritenuta piccola, asfissinate. Un altro motivo che fa apparire questa situazione ancora piú grave agli italiani è che mentre i trecentomila sudtirolesi anche nei tempi peggiori del fascismo avevano attorno a sé luoghi e tradizioni in cui si riconoscevano, e da cui traevano conforto, per gli italiani non si puó fare assolutamente lo stesso discorso.
Questo senso di precarietá, unito alla sensazione di essere poco accettati, e al passaggio da una posizione di forza ad una relativa debolezza ha fatto sí che l'insicurezza degli italiani superasse il livello di guardia e producesse i fenomeni di risentimento e avversione per l'autonomia che hanno portato ai successi elettorali dell'MSI.
Insomma, questo disagio degli italiani è il risultato di una crisi contemporanea su piú fronti.
Guardiamo ad esempio l'amministrazione statale. Era considerata dal gruppo italiano come il proprio sbocco naturale.
Poi è arrivata la proporzionale e l'avvento della struttura amministrativa della Provincia ai danni di quella dello Stato, dovuto al trasferimento di competenze previsto dallo Statuto. Cosí questo sbocco si è progressivamente ristretto; ora per ogni posto „italiano" nell'amministrazione concorrono mediamente 15 persone, e bisognerebbe considerare questa cifra ancora piú elevata per via della selezione preventiva operata dall'esame di bilinguismo. Sono sempre rose e fiori in confronto al resto d'Italia, dove per un posto la concorrenza è di centinaia, a volte di migliaia di persone, ma è poco per un gruppo che aveva sempre considerato il pubblico impiego come il suo sbocco naturale. I figli di un impiegato non hanno la certezza di poter diventare a loro volta impiegati.
Anche nel settore del turismo e del commercio è per ora molto difficile, per un italiano, trovare una collocazione, anche se ció puó essere dovuto a motivi sociali e a determinati atteggiamenti (assenza di mobilitá e di fantasia sociale). E ancor piú nell'agricoltura.
Al problema del lavoro si aggiunge il problema della casa. In un gruppo di recente immigrazione il fabbisogno di alloggi è piú alto che in un gruppo residente da gran tempo su un territorio.
Se a Torino si facesse una statistica, risulterebbe che gli alloggi popolari sono occupati nella stragrande maggioranza da immigrati meridionali.
L'introduzione della proporzionale nella assegnazione degli alloggi ha causato degli squilibri - peraltro in entrambe le direzioni. Cosí nelle cittá dove c'è un eccesso di domande di italiani, ne rimangono di insoddisfatte. Viceversa puó capitare che in centri di minori l'eccesso di domanda sia tedesco, e nemmeno questa venga soddisfatta, perchè bisogna tenere un paio di alloggi liberi per gli italiani (che non ci sono).
Se si togliesse il criterio della proporzionale nell'assegnazione degli alloggi, questi squilibri e queste situazioni paradossali cesserebbero. E questo sarebbe certamente possibile, se solo esistesse la volontá politica, qui in Provincia, di compiere un passo del genere.
Altra fonte di malessere è il diminuito peso politico, che viene accettato a fatica dagli italiani. Questo si esprime in mille maniere: dalla questione su quale lingua debba essere la prima sui cartelli stradali, alla lite per le bandiere.
Il nocciolo del problema è che, fino a quando questo assetto etnocentrico durerá, un italiano potrá al massimo aspirare a diventare un vice di qualcuno. Questo avveniva anche per i sudtirolesi tedeschi nei tempi pre-statuto, ma oggi c'è in più il fatto che questo si nota ovunque, negli uffici comunali, nelle USL. Si è creata una specie di gerarchia che rende ancora più umiliante la retrocessione sociale.

Una mancata integrazione
Un quarto fattore ha inciso profondamente. Molte persone avrebbero accettato di buon grado il ridimensionamento del ruolo del proprio gruppo linguistico, riconoscendo che in qualche modo questo ruolo era distorto, gonfiato da circostanze particolari, se però in cambio avessero intravisto la prospettiva di una buona convivenza.
Il fatto che questa volontá di convivenza e di integrazione sia stata fortemente frustrata ha prodotto poi un atteggiamento di rifiuto e di rivalsa. Oggi se un Procuratore della Repubblica arresta, anche senza prove, degli estremisti sudtirolesi, oppure condanna qualcuno per vilipendio alla bandiera o alla nazione, molti italiani sono contenti, perchè questo dimostra che in fondo la magistratura è ancora nostra, in fondo qualche cosa ancora contiamo". Questa sensazione di essere stati respinti, defraudati di una prospettiva di integrazione e convivenza, è stata una grandissima delusione. Si è buttata via un'occasione che non si riproporrá tanto presto.
Il periodo in cui questa disponibilitá era maggiore (e maggiori erano le chanches di una reale convivenza) è stato quello che va dalla metá degli anni 70 all'inizio degli anni 80: il potenziale periodo d'oro dell'autonomia.
Allora da parte tirolese si cominciava ad assaporare gli aspetti positivi dell'autonomia. C'era ancora molta soddisfazione, che ancora non si era mutata in arroganza, come purtroppo sarebbe avvenuto, per certi aspetti, negli anni successivi.
Da parte italiana esisteva quella disponibilitá cui abbiamo accennato. Era in parte una disponibilitá piuttosto velleitaria: si arrivava magari a dire di sí all'autodecisione, ma non si faceva uno sforzo per imparare il tedesco. Ricordo che tra i giovani italiani di certi istituti superiori prevaleva una posizione quasi esasperatamente filotirolese. Qualcuno si cospargeva il capo di cenere: "È vero, mio padre è maresciallo dei carabinieri, siamo venuti quassú per colonizzarvi." ecc.
Ma in complesso, a parte gli atteggiamenti piú marcatamente velleitari, c'era una grande volontá d'incontrarsi. Questa voglia d'incontro è sfociata talvolta in veri e propri movimenti di massa: pensate al movimento per il bilinguismo precoce. Si segnalava in tanti modi la propria volontá d'integrazione: dal modo di vestire alla scoperta della montagna, il luogo dei tedeschi per antonomasia. Si voleva significare: Vogliamo stare qui non come rappresentanti dello Stato, ma perchè vogliamo mettere radici nostre. Vogliamo farci accettare, non imporci per via dello Stato che ci sostiene".
E purtroppo questo atteggiamento non è stato minimamente capito ed accettato da parte della dirigenza dell'SVP. Erano gli anni del divieto dello Schüleraustausch a Merano, dell'affossamento del bilinguismo precoce, gli anni in cui si apportava il censimento ed il cataste etnico".
Il censimento cosí com'era pensato era appunto questo: un voler tracciare e formalizzare una frontiera tra la gente. Quando noi alternativi lo rifiutavamo di farci dividere e catalogare.
Il censimento dell'81 è stato il culmine di una politica tesa a fustrare i tentativi di parte italiana di inserirsi nella comunitá locale, magari anche in posizione di minoranza, ma rinunciando comunque alla propria posizione di rappresentanti dello Stato, in cambio di un'accettazione, di una legittimazione come abitanti di questa terra.
Questa legittimazione da parte SVP non è avvenuta.

Dopo l'81, dopo il censimento, gli italiani si sono detti: beh, non ci vogliono. E cosí è incominciato quell'irrigidamento che ha prodotto quasi una specie di disdetta di massa dell'autonomia.
Se negli anni 70-80 il pacchetto era stato visto come qualcosa di positivo, anche se comportava qualche sacrificio, esso si è trasformato via via in bidone", poi in rospo da ingoiare", fino a venir considerato essenzialmente come una misura punitiva nei confronti degli italiani. E i partiti che di questo rospo erano considerati i maggiori responsabili, cioè la DC e il PCI, hanno avuto cosí i loro crolli elettorali.
Purtroppo c'è stata una sfasatura dei tempi: all'apertura italiana non corrispondeva quella tirolese; solo adesso, nel periodo di massimo irrigidamento italiano si registra qualche disponibilitá.
In fondo bisogna dire che è stato il voto all'MSI a produrre il Parliamoci" (il bollettino SVP in lingua italiana). Finalmente la SVP ha capito che la politica del muso duro con gli italiani puó produrre piú danni che vantaggi. Magnago negli anni scorsi amava dire: Noi non ci facciamo quando non vogliamo noi". Oggi purtroppo non c'è piu´nessuno che voglia abbracciare.

Al voto missino poi ha contribuito il fatto che il modello qui esistente accredita come fisiologico il partito etnico. Per funzionare qui un partito dovrebbe piú o meno seguire il modello che l'SVP è riuscita ad attuare e a mantenere fino ad oggi. Da parte italiana non ha mai funzionato, almeno fino a quando gli italiani erano una propaggine" dello Stato. Il dover diventare gruppo etnico ha fatto sí che negli ultimi 7/8 anni sia cominciata una corsa tra i partiti italiani a chi riusciva a diventare la Sammelpartei degli italiani.
Alla fine degli anni '70 erano in testa la DC e, un po' distanziato, il PCI, nonostante una sua certa aspirazione interetnica; nelle elezioni europee del 1979 era diventato a Bolzano il partito di maggioranza relativa. Il PCI infatti si proponeva come il punto di raccolta democratico e progressista degli italiani. come dire: noi italiani ci distinguiamo anche perchè siamo piú aperti, piú progressisti. E forse allora, il PCI avevaancor piú numeri della DC per vincere la gara.
Oggi peró il PCI è tagliato fuori, la DC è rimasta indietro, e chi si candida a diventare IVP (Volkspartei degli italiani) è il MSI.
E ció causerá molti problemi, perchè come lo Stato italiano era difficile trattare con una forza (l'SVP) che sostanzialmente rifiutava lo Stato italiano, cosí per l'SVP diventerá difficile trattare con una forza che rifiuta l'autonomia.

Bisogna trovare delle soluzioni per uscire da questi vicoli ciechi. Penso che sia necessario riproporre un nuovo fatto sociale, e recuperare il terreno perduto. Peró è tutto diventato molto piú difficile: una volta che sono scattati i meccanismi della frustrazione e della diffidenza è molto faticoso venirne a capo.
Ma l'orizzonte non è del tutto oscuro, esistono anche lati positivi: oggi esiste una quantitá di persone relativamente grande che ha un'esperienza diretta e personale di convivenza. Pensate a quanti hanno amici o parenti dell'altra lingua. Sono tanti. Pensate a quanta gente lavora con gente dell'altra lingua, alla quantitá di occasioni sociali, alla gita domenicale al pendolarismo sul treno, in cui c'è, specie tra i giovani, una larga e reciproca compenetrazione.
Nonostante la filosofia della separazione, le istituzioni della separazione, esiste una realtá d'intreccio che talvolta riesce persino ad arrivare dentro i templi della separazione: pensiamo alle compagnie interetniche di Schützen nella Bassa Atesina.
Cambiare le leggi (proporzionale, censimento) non produce automaticamente grandissimi cambiamenti. Ma è vero che oggi lo strumentario giuridico ci obbliga alla divisione e rende l'incontro difficoltoso, e quindi questo strumentario andrá cambiato. Ma anche senza obbligare all'incontro chi non lo vuole, si potrebbe cominciare a non impedirlo a chi lo vuole.
Sarebbe bene anche un'evoluzione nel costume: per esempio, che cessasse l'aberrante abitudine di separare anche fiscalmente le scuole italiane e tedesche, abitudine che del resto, fino a qualche anno fa non c'era, forse perchè tutto era piú piccolo e piú modesto.
Anche la proporzionale andrebbe ridimensionata, togliendola senz'altro dal settore dell'edilizia popolare, dove peraltro un intervento del genere non provocherebbe terremoti nell'assegnazione degli alloggi, e sarebbe veramente un accettazione radicale delle istanze interetniche e del gruppo italiano, togliendo di mezzo a una vera propria discriminazione istituzionalizzata.

Altre probabilitá ci sarebbero nell'ambito della scuola istituendo sezioni sperimentali miste nei comuni maggiori, oppure asili con sezioni di lingua differente in cui accanto ad attivitá prevalentemente separate, si facessero anche attivitá in comune.

I tempi sono maturi per molte di queste cose. Pahl, che non è propriamente un fanatico della convivenza, ha affidato ad un gruppo di giovani a lui vicino un sondaggio con un campione formato da un migliaio di giovani tra i 15 e i 18 anni, prevalentemente di strazione rurale.

Ebbene, alla domanda: Volete una scuola monolingue o bilingue (in alternativa, aut aut)?", è risultato che ben 1/3 preferisce la scuola bilingue, e considerando le sole ragazze, la percentuale saliva a oltre il 40%.