pro dialog

Alexander Langer

Il pendolo sudtirolese
Nella difficile storia del rapporto fra lo Stato italiano e le diverse etnie e minoranze etno-nazionali che vi abitano, il caso sud-tirolese occupa sicuramente un posto a sé. Tanto a sé che, in genere, i rappresentanti sudtirolesi ufficiali (della SVP, del "partito del popolo sudtirolese") non amano iniziative comuni tra le varie comunità etno-linguistiche minoritarie.

E' una storia di rapporti di forza, in cui lo Stato ha dovuto scendere a patti, e lo ha fatto solo quando vi è stato costretto all'esplodere della violenza; e in cui dimostra contemporaneamente come lo Stato sia debole con i forti e forte con i deboli, e come sia risultato (costituzionalmente?) incapace di immaginare ed attuare soluzioni basate su elementi meno influenzati dai rapporti di forza e più aperte alla dialettica democratica: salvo attendere, a sua volta, occasioni di "revanche". E così è stato costruito un pericoloso e destabilizzante "pendolo" delle reciproche rivalse.
Cominciamo da due degli esempi più recenti. A Bolzano, poche settimane dopo il travolgente successo missino nelle elezioni comunali del 12-5-85 (col MSI che diventa partito di maggioranza relativa), si è registrata per la prima volta da oltre 15 anni, una condanna per "vilipendio alla bandiera", a carico di due giovani tirolesi che una notte, probabilmente in stato di euforia alcolica, avevano ammainato un tricolore issato davanti al municipio di Bolzano. Il processo è stato un chiaro esempio di connivenza tra una guardia notturna, la polizia e la magistratura, al fine di trasformare in procedimento di vilipendio (reato tipico del codice Rocco) un episodio che inizialmente aveva le dimensioni di una ragazzata, rubricata come "tentato furto" (di bandiera).
Due settimane dopo, il governo italiano ha respinto per la seconda volta una legge della Provincia autonoma di Bolzano, riapprovata all'unanimità in Consiglio, che prevedeva di incentivare cooperative autogestite di giovani disoccupati o di operai licenziati che assumessero in gestione aziende in crisi. Uno dei rari esempi di legislazione socialmente avanzata che la Provincia offre, ma che agli occhi del censore statale pecca di "eccesso di competenza"; e mentre altre e talvolta mostruose leggi (piene di discriminazione etnica e politica) sono state regolarmente vidimate, ora - dopo il successo missino del dodici maggio - si è pensato bene di ricordare ai sudtirolesi i limiti della loro autonomia e del loro potere. Scopo ottenuto, perchè a Bolzano si è prontamente (e, questa volta, con maggiore fondamento) accesa la lamentele sull'autonomia fasulla; autonomia che avrebbe semplicemente allentato, ma non abolito, il guinzaglio che lega la comunità sudtirolese al centralismo governativo romano.
Dicevamo dei rapporti di forza. Non si deve dimenticare, infatti, che tutta la storia delle relazioni tra i sudtirolesi e l'Italia è la storia di rapporti di forza. Dall'annessione forzata, in seguito alla prima guerra mondiale, alla snazionalizzazione tentata ed in parte realizzata dal regime fascista, agli accordi tra Mussolini e Hitler per spartirsi il territorio (che doveva rimanere in Italia) e la gente (che doveva diventare carne da cannone per le conquiste hitleriane), fino alla nuova fase apertasi col secondo dopoguerra. E va detto che, anche dopo la caduta delle dittature fasciste, il codice dei rapporti rimase segnato dalla forza: l'Italia in un primo momento si dimostrò assai disponibile, pur di vedersi riconfermata la propria sovranità sul Sudtirolo, e firmò patti favorevoli alla comunità tirolese (l'accordo De Gasperi - Gruber); patti che - appena chiusa la fase dell'internazionale della controversia - cominciò a svuotare sistematicamente.
Di fronte alle rimostranze dei sudtirolesi, avanzate regolarmente anche in parlamento (proposte magari, in parte, inaccettabili e non sempre genuinamente democratiche, ma comunque meritevoli di risposta), il governo e l'opinione democratica italiana rimasero sostanzialmente sordi, sino a quando gli attentati degli anni '60 imposero la questione sudtirolese all'attenzione di tutti; e lo fecero, disponendo di una carta tutt'altro che trascurabile a proprio favore: infatti, nel 1960 e nel 1961 l'Assemblea generale dell'ONU si occupò della vertenza e invitò l'Italia e l'Austria a negoziare per trovare una soluzione soddisfacente. Da allora, l'aspetto internazionale della vertenza (non ancora formalmente conclusa, in attesa che l'Italia emani gli ultimi provvedimenti cui si era impegnata) si è rivelato un elemento di grande forza per gli interessi sudtirolesi; e così si è venuto prospettando, lungo gli anni Sessanta, quella soluzione della vertenza che è nota col nome di "pacchetto per l'Alto Adige".
Più propriamente si dovrebbe parlare, forse, di un vero e proprio "concordato" tra potenze: sia per il modo in cui è stato elaborato e contrattato (tra l'Italia e l'Austria, e tra governo e SVP, sempre con l'esclusione di momenti pubblici, fatta salva la conclusione formale in parlamento), sia per la sostanza del "pacchetto"; questo prevede, infatti una ferrea lottizzazione delle sfere di influenza tra Provincia autonoma e Stato, e tra le corporazioni etniche (in particolare tra gruppo tedesco e gruppo italiano), con la formalizzazione di un sistema di rapporti, di poteri e di garanzie tutto incentrato sulla compattezza dei rispettivi interlocutori (Stato, Provincia, gruppi linguistici riconosciuti) e sulla preminenza della dialettica fra gruppi etnici sopra ogni altra dinamica sociale, culturale e politica.
Il risultato ha comportato un consistente spostamento di poteri da Roma (e da Trento, capoluogo di una regione inventata per mettere in minoranza i tirolesi) a Bolzano, e dal gruppo italiano a quello tedesco e ladino - se, infatti, gli italiani hanno beneficiato dell'esito della prima e della seconda guerra mondiale, i sudtirolesi di quello della "guerra dei tralicci" e il nuovo compromesso ha dovuto tener conto dei mutati rapporti di forza - ma, ancora una volta, si è conclusa una pace tra potenze, non tra la gente. E affinché quest'ultima venisse integrata meglio nel nuovo sistema "concordatario", sono stati accentuati ed istituzionalizzati i criteri di appartenenza alle diverse corporazioni etniche riconosciute.
E così si è lentamente profilata, con caratteristiche sempre più nette, un dinamica "a pendolo" (come l'ha definita un volta il ministro degli esteri austriaco): benefici e svantaggi toccano ora a me, domani a te - con l'inevitabile e ulteriore compattamente di blocchi contrapposti.
Chi non rientra o non vuole rientrare in uno dei blocchi precostituiti - e si rifiuta di stare "con i tedeschi, contro gli italiani" o viceversa, e "con lo Stato contro l'autonomia" o viceversa - in questo sistema non è previsto e ne viene conseguentemente e radicalmente escluso: come la sorte dei "non-dichiarati" nel censimento etnico del 1981 dimostra in maniera inequivocabile. L'area politica e culturale dell'"altro Sudtirolo", che negli anni passati non ha certo lesinato proposte ragionevoli, si è sentita rispondere, da parte dei rappresentanti dello Stato centrale, che l'unico interlocutore valido resta la "Südtiroler Volkspartei", in virtù della forza che rappresenta. Gli stessi "statalisti" sembrano rallegrarsi, più o meno segretamente, del successo neo-fascista, che consente a tanti e tanti burocrati e governanti romani di mettere in campo un nuovo elemento di forza - "italiano" questa volta - con cui motivare il tentativo di invertire il corso del "pendolo".
Ma le soluzioni affidate solo ai rappresentanti di forza sono assai meno stabili di quanto non possono sembrare. E sicuramente meno democratiche. Per chi alla democrazia ci tiene, non è un difetto marginale.

Il pendolo sudtirolese
Antigone, febbraio 1985