pro dialog

Alexander Langer

Zoderer e Vassalli, due libri sul Sudtirolo
Presentare dei libri che coinvolgono, di fronte ai quali non si può essere spassionati perchè si è parte in causa, è difficile. In quest'estate che volge al termine, due libri mi hanno un po' rubato uno dei miei mestieri: quello di spiegare il Sudtirolo, di presentare e rendere comprensibile la mia terra a chi ci viene per passare le vacanze, o comunque se ne interessa.

Il turista (italiano) estivo in Alto Adige, nel 1985 si è trovato accolto da ben due libri freschi di stampa e assai pubblicizzati. E chi arriva in una situazione in cui scopre che macchine con targa italiana sono oggetto di atti vandalici (Val Badia), che dai cartelli stradali viene cancellata la dizione italiana (Val Venosta), che non è per niente scontato che "qui siamo in Italia e si parla italiano", sarà grato per ogni aiuto che permetta di facilitare la comprensione di questa terra che fa parte dello stato italiano, ma con una popolazione tirolese che non se ne mostra contenta affatto.
Andando in libreria, accanto alle molte guide turistiche e a qualche titolo obsoleto della storia del Tirolo e dell'"Alto Adige", il lettore curioso troverà dunque L'italiana di Joseph Zoderer (Mondadori, seconda edizione nel giro di pochi mesi) e "Sangue e suolo" di Sebastiano Vassalli (Einaudi).
Due libri assai diversi. "Per forza: uno è scritto da un tedesco, l'altro da un italiano", potrebbe essere la prima risposta, consona la clima "etnico" che caratterizza il Sudtirolo.
Ma la differenza non sta principalmente in questo. Il primo è un romanzo, il secondo una specie di "reportage". Uno é scritto da un tirolese critico (e poi tradotto in italiano), l'altro da un italiano assai sensibile all'italianità minacciata. Da un indigeno e da un forestiero. Da uno che ci vive dentro (dopo essere scappato per lunghi anni altrove, anche in America) e da uno che è venuto qui a guadagnarsi uno scoop.
In una situazione così carica di tensioni, risentimenti, contrapposizioni, anche i libri possono diventare armi. Armi per "alzare il livello dello scontro" e per diluire e rendere meno compatti e meno ostili i blocchi nemici.
Qui la differenza tra i due libri si fa abissale.

"L'italiana" di Joseph Zoderer
Qualche anno fa a Bolzano ci fu un pubblico dibattito sull'informazione spaccata dal muro etnico. I tirolesi conoscono la realtà dei loro concittadini di lingua italiana (e dell'Italia in genere) solo attraverso lo stereotipo che viene offerto dall'informazione "tedesca" (il quotidiano Dolomiten e le varie pubblicazioni della stessa casa editrice, come buona parte delle altre fonti di informazione, sono pesantemente ipotecate dal partito dominante e quasi unico SVP). A loro volta gli altoatesini di lingua italiana e il resto dei cittadini della penisola sanno dei sudtirolesi quel poco e distorto che l'informazione "italiana" fornisce loro. E così i reciproci pregiudizi crescono allegramente, e ogni fatterello, anche di cronaca, contribuisce a cementarli. Un bambino (italiano) muore in ospedale: grandissimo rilievo (prima pagina) sul quotidiano (italiano) "Alto Adige", tre colonne in quinta pagina sul Dolomiten... "Ecco come i tedeschi sono sensibili quando muore un bambino italiano" (ma nessuno spiega agli italiani che sul "Dolomiten" i fatti di cronaca finiscono comunque in quinta pagina, o ai tedeschi che la stampa italiana usa ospitare in prima pagina le emozioni).
In occasione di quel dibattito un acuto e attento osservatore delle cose sudtirolesi, e ottimo conoscitore della realtà locale in cui vive, si rammaricava che il Sudtirolo o Alto Adige non avesse scrittori capaci di parlarne, di far capire, di scavare.
Quello stesso osservatore, che è il giornalista Umberto Gandini, dopo la pubblicazione del romanzo "Die Walsche" del sudtirolese Joseph Zoderer, decise che anche i lettori di lingua italiana dovevano poter guardare dentro la realtà tirolese, con gli occhi di un autore locale "tedesco" che in Germania ed in Austria ormai è affermato, ma che, a causa della barriera linguistica, in Italia e tra gli altoatesini di lingua italiana era sconosciuto. E così Gandini ha fornito ad un pubblico che si è scoperto più vasto del previsto una traduzione sensibile del primo romanzo che parla della nuova realtà sudtirolese, quella degli intrecci e dei conflitti tra etnie, tra sensi di appartenenza e di estraneità, tra città e campagna.
Risulta un po' buffo che la casa editrice in copertina parli di Zoderer che "è italiano ma scrive in tedesco". Chissà se le prime edizioni dei "Promessi Sposi" venivano annunciate come opera di "Manzoni che è austriaco, ma scrive in italiano..."
Ma parliamo del libro. Olga, una ragazza tirolese di montagna segue sua madre che va a lavorare in città (a Bolzano), abbandonando il marito che fa il maestro di paese ed è alcolizzato. Al momento della morte del padre, Olga torna in paese e dentro di sé ripassa la sua vita, quella di suo padre e di sua madre, quella del paese e della cittá, quella dei tirolesi come lei e degli italiani come Silvano, il suo uomo. Per i suoi compaesani è ormai diventata una "Walsche", un'estranea e quasi italiana. Non ha niente da dirsi con loro, né con il fratellastro. Ma anche con Silvano ed i suoi amici rumorosi ed espansivi arriva sempre ad un momento in cui l'estraneità si alza e diventa come un muro. Ma era forse integrato ed accettato suo padre, il maestro, l'ex soldato della Wermacht che in coro con gli altri paesani ripeteva i ritornelli sulla necessaria compattezza dei tirolesi, sul rimanere tedeschi e non lasciarsi attirare e cambiare dagli italiani, il compagno di carte e di vino degli altri frequentanti l'osteria? "I difensori della Heimat, della piccola patria tirolese, e quella stessa Heimat erano diventati un pericolo per lui - il maestro - e per molti altri che non volevano alzare lo sguardo oltre la prossima vallata, e lui non era stato il solo a seppellire le sue speranze in un costume tirolese, decorato con un garofano rosso oppure - ultima novità - con un pennello di peli di camoscio. Non la loro terra era in pericolo, bensì suo padre, a causa di una Heimat che per lui non era potuto essere tale, come era del resto dimostrato dalla sua morte" (pp.24-25).
Il funerale del padre, al quale Olga non aveva voluto Silvano, diventa il concentrato di questo groviglio di sensi di appartenenza e di estraneità, di ostentato attaccamento alle tradizioni e alla propria "identità" collettiva e di misero svuotamento e travisamento di una identità particolare tanto più sbandierata quanto più trasformata in esteriorità e ideologia.
Joseph Zoderer, scrittore sudtirolese cinquantenne, ha pubblicato già diversi libri: poesie ("S'Maul auf der Erd", "Die elfte Häutung"), e tre romanzi ("Das Glück beim Händewaschen", "Die Walsche", "Lontano"), di cui ora il primo è stato tradotto in italiano. Apprezzato esponente della vasta letteratura "regionale" in lingua tedesca, vive oggi a Terenten, piccolo paese della Val Pusteria. Tutti i suoi romanzi contengono forti elementi autobiografici.

"Sangue e suolo" di Sebastiano Vassalli
E' un libro reportage, sorto da un'inchiesta commissionata da Panorama Mese a Sebastiano Vassalli, nato a Genova nel 1941, "autore di romanzi che trattano delle convulsioni ideologiche dell'Italia degli anni '70 e dei primi anni '80" (dalla presentazione in copertina). Dichiara di volersi occupare dei "rapporti italo-tedeschi", in particolare in Alto Adige: i materiali sono stati raccolti nel corso di tre viaggi "fra gli italiani trasparenti" (sottotitolo del libro) in Alto Adige (dal 2 al 22 febbraio e dal 10 al 23 novembre 1983) e in Germania (dal 6 al 29 agosto). E' scritto con qualche pretesa letteraria, come si evince soprattutto dai titoli dei capitoli ("Le scarpe di Rimbaud", "L antiveggenza di Esopo"). Racconta, divise in brani di due pagine ciascuna, le impressioni ricavate da colloqui con esponenti altoatesini (di ogni lingua, persone pubbliche e private) e da episodi osservati nel corso di tre viaggi. Si legge abbastanza piacevolmente, molte osservazioni sono secche e spiritose.
Alcune cose sudtirolesi Vassalli le ha viste sicuramente bene: i suoi ritratti dei politici (italiani, ma "tedeschi" in particolare) sono nitidi ed efficaci. Coglie nel segno quando dice che "i tedeschi" (li chiama sempre così) preferiscono scrivere su carta bollata invece che sui muri. Ha colto con finezza quella vena pangermanica, appena velata, che fa dire persino a qualche autorevole esponente sudtirolese che bisogna esaltare più l'elemento per così dire "nazionale" (tedesco) che non regionale (tirolese). Descrive bene la doppiezza dei politici italiani di calibro nazionale che ai loro elettori fanno l'occhiolino in nome della potenza di Roma, poi parlano d'altro e infine preferiscono il concordato con il potente partito sudtirolese di Magnago (SVP) e passano sopra ai loro elettori italiani locali e ai diritti democratici di tutti.
Provo a immaginare però gli effetti della lettura complessiva del libro. Alberto Stenico (sindacalista) e Italo Mauro (professore), due altoatesini di lingua italiana che da decenni lavorano per la convivenza nel Sudtirolo, me ne parlano come di un disastro. Dopo aver letto "Sangue e suolo" con attenzione, condivido il loro parere.
E' un libro che dipinge un mondo nettamente diviso tra "noi" (gli italiani) e "loro" (i tedeschi): speculare e simmetrico alla visione del mondo che domina tra i sudtirolesi di lingua tedesca e nel partito maggioritario che per buona parte gli rappresenta. Ogni stereotipo ne esce rafforzato e confermato, magari con un tantino di aura giornalistico-letteraria e con l'accreditamento di un osservatore esterno che alla fine ha dovuto convenire che è proprio così. Un tirolese di lingua tedesca, a leggere Vassalli, finirà, quasi per forza, per dare ragione a Magnago: "Ecco, gli italiani non ci capiscono ed invocano contro di noi la forza dello Stato." Un italiano che legga il medesimo libro, finirà - se lo condivide - per dar ragione al MSI, che non a caso nelle recenti elezioni comunali è diventato il primo partito di Bolzano, col 23%. E tutti si convinceranno che è davvero questione di razze incompatibili e che gli unici interpreti coerenti di questa situazione di ostilità e di scontro profondo sono i nazionalisti dell'una e dell'altra parte, con in testa la SVP e l'MSI, uno per blocco etnico.
Ma Vassalli vede uno scontro impari: gli italiani sono quelli che buscano, tendenzialmente proletari, straccioni, bonari, approssimativi, che neanche col fascismo riuscirono a comandare sul serio in Alto Adige; i tedeschi quelli che suonano, tendenzialmente nazisti ("sangue e suolo", lo slogan nazista che - insieme ad un tirolese del museo delle cere - campeggia sulla copertina del libro), pignoli, vendicativi, superbi, ricchi e comunque ostili agli italiani. I tedeschi con un partito-ministato efficiente, gli italiani abbandonati da Roma; con la democrazia chiaramente inservibile ed anzi ridotta a calabraghe, a debolezza italica (i tedeschi, più furbi, ne fanno a meno). Il soggiorno germanico dell'autore (beneficiario di una borsa di studio per giovani scrittori) conferma, prevedibilmente, l'immagine complessiva dei tedeschi. E degli italiani. Lupi i primi, pecore i secondi.
Ogni ipotesi di convivenza e di democrazia esce snobbata, schernita e stracciata dall'ispezione di Vassalli. In compenso avrà trovato il "suo" libro l'elettore MSI di Bolzano (che poi si individua bene in tanti anonimi interlocutori di Vassalli - e questo è un pregio, perchè fa capire meglio la situazione; ma il guaio è che gli si dà totale credito!), l'italiano "offeso" in Alto Adige (indigeno, come il giornalista Ruggera dell'"Adige", pluricitata fonte, o turista che sia), il funzionario del Commissariato del Governo che vorrebbe usare le maniere dure ma non può (pp. 185-186, il personaggio innominato è trasparente), il sudtirolese che da sempre sa che per farsi giustizia nei confronti degli italiani e dell'Italia occorre la forza.
Un libro che pagina per pagina andrebbe criticato, contrastato, corretto, con l'inserimento in un contesto meno angusto che mostri dietro le verità apparentemente semplici e lampanti le verità più complesse e più contraddittorie.
Ma la forza del libro-pamphlet di Vassalli è proprio l'improbabilità che qualcuno possa compiere e qualcun altro leggere o ascoltare quest'opera di verifica e rettifica. Il metodo, con cui il libro è costruito, lo mette, anzi, al riparo da ogni verifica critica e ragionata, perchè è fatto con le paure, i pregiudizi, gli stereotipi, i luoghi comuni, le ovvietà alla cui luce ogni cosa vista o sentita o immaginata sembra confermare quanto si sapeva già prima, E' illuminante un episodio che l'autore mette in bocca al suo fotografo Battistessa (p. 439): "Venendo a Bolzano ha visualizzato la situazione altoatesina in un'immagine che purtroppo non realizzerà, non avendola verificata in natura. (Ne so qualcosa, essendo stato a lungo interlocutore dell'autore, che più che rivolgere vere e proprie domande, chiedeva conferme a cose che pensava di sapere già, senza preoccuparsi troppo delle risposte).
Cosí nel libro di Vassalli è assai spesso l'anonimo italiano (talvolta anche con nome e cognome) a fornire le informazioni, che dà per sentito dire, senza preoccuparsi molto della realtà. Gli basterà la verosimiglianza: i tedeschi sono pieni di soldi e ne prendono anche a piene mani della Germania; i crediti ai tedeschi vengono concessi a tassi agevolati, agli italiani no; "ci sono delle cose che sono lì, sotto gli occhi di tutti, e se cerchi di dimostrarle, non ci riesci..." (p. 85; cfr. anche p. 37); ed ecco confermata, per insufficienza di prove, la diabolicità dei sudtirolesi. E mentre gli argomenti "di parte italiana" vengono, dove possibile, anche suffragati, quelli "di parte tedesca" quando non è possibile altrimenti, vengono semplicemente dichiarati impossibili e incredibili (p. 85, "non ci credo nemmeno se lo vedo", o p. 36: "così a naso e senza essere in grado di portare argomenti storici, mi permetta di esprimere seri dubbi sull'attendibilità delle opinioni correnti della zona").
Ci sono poi alcune grandi bugie, magari non del tutto consapevoli, che Vassalli spaccia ai suoi lettori: come per esempio la rapida assimilazione degli italiani da parte dei tirolesi e addirittura la volontà altoatesina italiana di farsi assorbire, tanto che tra dieci anni il gruppo italiano non ci sarà più e che comunque i figli verranno chiamati Franz o Hans o Josef (p. 42 e 105) e mandati nelle scuole tedesche, o che la rappresentanza politica inter-etnica (della nuova sinistra, allora, e della "lista per l'altro Sudtirolo" oggi) fa perdere agli italiani "più posti di lavoro e più alloggi che tutto il censimento etnico" (p.58), o che nelle librerie tedesche non si trovano libri italiani (p. 99, semmai è vero il viceversa) o che... ma si entrerebbe forse troppo nel dettaglio.
Fatto sta, che per Vassalli ogni "sentito dire che conferma la marginalizzazione del gruppo italiano e la tracotanza sudtirolese fa brodo, e viene riferita, tanto che l'autore stesso si stupisce del suo stupore quando una volta, casualmente, gli capita di entrare in un'osteria di campagna e di essere tranquillamente invitato a entrare nella "Stube" privata (pp. 66-67). Ma l'immagine prevalente è quella in cui persino il paesaggio appare "uniforme e monotono" (p.62), nell'albergo si ha l'impressione che le stanze in cui hanno dormito gli italiani vengano disinfestate con particolare accanimento (p. 269 ed i volti dei giovani tirolesi in cartolina "assomigliano ai giovani interpreti dei film nazisti sulla razza" (p. 101).
In compenso ci sono altrettanto clamorose assenze, nell'inchiesta di Vassalli: soprattutto mancano del tutto le ragioni degli "altri", per quanto si riportino interviste con numerosi esponenti della SVP. Quelle ragioni, e la storia (visto che la questione sudtirolese non nasce negli anni '80), appaiono solo sotto forma caricaturale, per cui i sudtirolesi nella loro ostinazione devono apparire davvero molto tarati: i loro modi di pensare e di vivere, la loro quotidianità, le loro sofferenze e paure, la loro umanità si compendianano, per Vassalli, nei comizietti dei capi e capetti del partito pigliatutto (che, a sua volta, pretende davvero di rappresentare la somma e la quintessenza della sud-tirolesità). Altrettanto radicalmente assente, da "Sangue e suolo", la pur vasta area di comunicazione e convivenza bilingue, che non è fatta solo di quelle persone di buona volontà e del dialogo che, ha capito Vassalli, "non contano niente" (p. 30), ma soprattutto di tantissimi episodi di vita quotidiana, negli ospedali, sui posti di lavoro, a tavola, sui treni, nelle strade... un po'dovunque, a dispetto della politica ufficiale di segregazione ed ostilità.
Cosí come manca ogni serio riferimento al dissenso sudtirolese, e - perché no? - ogni riferimento realistico tra la situazione degli italiani di Bolzano e, per esempio, di Cuneo, di Benevento o di Imperia.
E mentre Vassalli legge il nazismo nel pensiero recondito del sudtirolese qualunque, non nota i fasci littori che a tutt'oggi decorano il tronfio "monumento alla Vittoria" a Bolzano...
Come venir fuori dalla situazione lamentata da Vassalli e dai suoi interlocutori cui dà credito?
Il libro non fornisce ricette, ma dà suggerimenti assai trasparenti: resistere nella competizione demografica con i tedeschi; impegnare l'autorità dello stato perché all'autonomia sudtirolese vengano tagliate le ali e negati i soldi; manforte italica per la difesa dei colori, dei bastioni, delle posizioni italiane. Contro i "tedeschi lurchi" forse servirebbe inviare i parà, come ai tempi di Scelba?
Temo che il libro di Vassalli possa diventare una specie di piccola bibbia dell'italiano incazzato per l'Alto Adige. Posso capire che ci sia chi scrive un libro cosí. Capisco assai meno l'editore Einaudi che dopo il rifiuto di diversi altri editori ha deciso di pubblicare questo pamphlet nella prestigiosa collana de "Gli struzzi". Peccato.

Due libri sul Sudtirolo
"L'italiana" di Joseph Zoderer e "Sangue e suolo" di Sebastiano Vasalli