pro dialog

Alexander Langer

Il Sudtirolo dopo le paure
Il terrorismo è ormai un brutto convitato di pietra delle vicende sudtirolesi. E potrebbe ripresentarsi in ogni momento, purtroppo. Gli attentati della "nuova serie" che si può far risalire al 1986 e che con particolare virulenza si sono manifestati nei giorni caldi della campagna elettorale per le elezioni politiche del 1987 ed in quella per il rinnovo del Consiglio regionale (ottobre-novembre 1988), dopo aver fatto la loro comparsa a intervalli irregolari anche nei mesi trascorsi.

In genere si tratta di bombe che colpiscono obiettivi "italiani" (case popolari, impianti idro-elettrici, grandi magazzini, istituzioni pubbliche, ecc.), seminano paura ma non strage (sinora - fine ottobre 1988 - nessun attentato ha fatto morti o feriti di qualche rilievo), sono accompagnati da messaggi firmati con nomi di "eroi tirolesi" (Andreas Hofer, Peter Mayr, ecc.) o con la sigla "Ein Tirol" (un unico Tirolo) che viene accreditata dalla stampa (che recepisce le tesi della polizia) come sigla patriottarda tirolese con interconnessioni neonaziste e forse austriache o germaniche. I messaggi che spesso accompagnano gli attentati sono in genere sgrammaticati, con errori di tedesco e con un linguaggio da "SS-Sturmtruppen" e riferimenti che oscillano tra la mitologia tirolese e quella nazista, e si rivolgono contro i traditori e rinunciatari tirolesi, invocando qualche volta l'autodecisione e lanciando frasi contro gli italiani dall'Alto Adige, di cui si invoca la partenza. Sono attentati intorno ai quali non vi è alcun alone di consenso, da nessuna parte, a differenza di precedenti attentati "anti-italiani" o "anti-tirolesi" che avevano di volta in volta suscitato simpatie aperte o celate nei rispettivi campi. Gli stessi fogli portavoce dell'estremismo tirolese e pangermanista (come "Der Tiroler" di Norimberga) pubblicano accorati appelli di ex-protagonisti del terrorismo sudtirolese per dire che tali attentati danneggiano la causa e che - qualora fossero opera di sinceri tirolesi - sarebbero un vero e proprio autogoal.

La grande novità degli ultimi due mesi è che dopo un vertice tra i ministri degli interni italiano ed austriaco, improvvisamente ed in tempi studiatamente pre-elettorali, sono avvenuti diversi arresti, soprattutto nel Tirolo austriaco, di personaggi che in genere provengono effettivamente dall'ambito dei simpatizzanti o attivisti del "vecchio" terrorismo dinamitardo tirolese, con plateali interconnessioni neonaziste. Ancora è troppo presto per dire se tali presunti attentatori siano effettivamente i destabilizzatori di "Ein Tirol", ma molti indizi - forniti dalla stampa - lo lascerebbero pensare. Difficile scorgere dei cervelli politici dietro gli attuali arrestati, ed ancor più difficile pensare che qualcuno metta bombe, con una regia così accurata, senza avere un cervello politico alle spalle. Quel che è certo, comunque, è che - allo stato attuale delle informazioni disponibili pubblicamente - sembra assai grave la responsabilità austriaca se solo dopo i recenti accordi politici con l'Italia (ed un presumibile intervento del Ministero degli interni di Vienna nei confronti di Innsbruck) si fosse stabilito di intervenire a controllare e bonificare un sottobosco nostalgico e fanatico noto da tempo.

Fatto sta che la teatrale scoperta dei presunti attentatori austro-tirolesi immediatamente prima delle elezioni regionali del 1988 ha ulteriormente rafforzato l'effetto politico delle bombe e la fin troppo facile evidenza del loro impatto: nella comunità italiana si è ingenerata paura, rabbia e risentimento anti-tirolese, rafforzati dall'impressione che poi le piste destabilizzanti siano sempre quelle dell'"irredentismo tirolese". Tra la popolazione di lingua tedesca invece questi attentati ed i loro presunti autori, ritenuti fanatici parolai isolati da tutti, non vengono presi sufficientemente sul serio (si sottovaluta la reale carica di intimidazione che essi esercitano sulla popolazione italiana). Così la distanza tra le due comunità tende a crescere. Una forte spinta verso il voto missino ne è nata nella comunità italiana, nel 1987 (un terzo degli elettori di lingua italiana), e si è ripetuta nelle elezioni regionali 1988.

Forse un giorno si capirà quale regista o quali registi operano dietro le bombe della nuova fase terroristica in Alto Adige, e forse un giorno risulterà più chiara la trama di una composita strategia della tensione, nella quale due apparati di polizia e due magistrature (quella italiana e quella austriaca) si trovano a dover "far politica" al di là del loro ruolo istituzionale, per disinnescare le ripercussioni di questi attentati. Che sembrano contenere un allarme lanciato agli italiani, attraverso l'intimidazione proveniente "dai tedeschi", ai quali si riadatta il vestito dei "tritolesi", ed un indiretto richiamo allo Stato italiano a non spingersi troppo oltre nelle "concessioni autonomistiche". L'invito alla compattazione etnica degli italiani ne deriva quasi spontaneamente, e nella logica della prova di forza tra i gruppi etnici il Movimento Sociale Italiano ai più ne è parso l'interprete "naturale". Ma ha tentato di raccoglierlo anche una "lista civica degli italiani" piuttosto variopinta, in cui si sono uniti recentemente altoatesini di lingua italiana provenienti dalle file della DC, del PRI, del PLI, del PCI ed altri ancora: una "Volkspartei" degli italiani senza la scomoda etichetta neo-fascista, se avesse avuto successo (ma poi è rimasta sotto il 2% e quindi priva di rappresentanza e di peso).

Ora c'è solo da sperare che il convitato di pietra degli attentati non ricompaia più. Forse ha portato a termine il suo compito. Paradossalmente le bombe potrebbero - a seconda di come reagisce lo Stato e la SVP ("Südtiroler Volkspartei", partito popolare sudtirolese) - contribuire ad affrettare la conclusione del "pacchetto", prima che sia troppo tardi, lasciando intendere che l'alternativa sarebbe la sua destabilizzazione (in chiave pro-italiana) ancor prima di chiuderlo.

Brutta politica, quella che burattinai ignoti fanno attraverso le bombe!

Il pendolo sudtirolese

La vicenda sudtirolese ed il rapporto tra le comunità tirolese ed italiana nel corso degli ultimi cent'anni sono stati sempre sottoposti ad un'evoluzione "a pendolo": quando sta meglio una parte e peggio l'altra, e quando viceversa. C'è solo da sperare che l'ampiezza delle oscillazioni via via si smorzi.

Oggi è il gruppo linguistico italiano in provincia di Bolzano a sentirsi, ed in certa misura ad essere effettivamente, svantaggiato. La nuova autonomia esige da tutti gli abitanti dell'Alto Adige di sapersi inserire nel suo particolare contesto: occorre essere, o almeno diventare, bilingui; bisogna riuscire a competere con una popolazione che nella regione ha radici più profonde e più solide degli italiani; da una posizione di preminenza, assicurata in passato agli italiani dell'Alto Adige dal loro stretto intreccio con lo Stato, essi in pochi anni sono diventati "soci di minoranza" della realtà locale - la qual cosa si ripercuote su numerosi e diversi aspetti della vita, dalle prospettive di carriera all'assegnazione degli appalti e delle forniture, dal prestigio sociale alle leve del potere politico ed economico. In poche parole: si tratta, per gli altoatesini di lingua italiana, di abituarsi alla condizione di una minoranza (numerica) che convive - sul piano locale - con una maggioranza di lingua tedesca e ne subisce, ovviamente e secondo le stesse regole democratiche, anche senza le ulteriori forzature, il condizionamento. Il passaggio dallo "status" di pioniere o colonizzatore (assegnato dal fascismo e rimasto attuale anche dopo) a quello di immigrato (assegnato dalla SVP) - seppur temperato dalla perdurante sovranità statuale italiana e dalle numerose leve di potere che rimangono in mani italiane - non è dei più agevoli.

E'avvenuto così che negli anni passati, anche per la forte esasperazione con cui il gruppo dirigente della SVP portava avanti il suo disegno di separazione etnica della società locale e di compressione "risarcitoria" del gruppo italiano, nella comunità di lingua italiana si siano diffuse impostazioni di frustrazione, di "vittimismo" e di estraniazione dalla nuova autonomia. Ma mentre il disagio italiano dalla seconda metà degli anni '70 ai primi anni '80 portava un segno prevalentemente democratico e di critica agli eccessi etnocentrici del sistema sudtirolese (contro le "gabbie etniche" e per i diritti civili), da qualche anno se ne è accentuata la connotazione anti-autonomistica ed a sua volta "etnica" (italiana): si invoca una maggiore e più vigile presenza dello Stato centrale, e si spera che così si riescano a tagliare le unghie "ai tedeschi". Si guarda con sospetto ad ogni rafforzamento dei poteri autonomistici.

Ma ancora non è terminata l'oscillazione del pendolo sudtirolese in favore della parte tedesca che già se ne preannuncia una analoga, ma contraria. Dopo i successi elettorali del MSI (1978: 3%; 1983: 6%; 1987: 10%; 1988: 10,3%), certe autorità statali - tra cui in primo luogo il Commissariato del Governo, la Magistratura locale, la Corte costituzionale, il Consiglio di Stato, la Presidenza del Consiglio ed il Ministero per le Regioni, le autorità militari - hanno cominciato ad assumere alcuni atteggiamenti abbastanza nettamente orientati a forme di "riconquista italiana" o comunque di aperto condizionamento dei poteri autonomistici. Che si tratti di provvedimenti polizieschi o giudiziari contro espressioni politiche ed associative (non violente!) del mondo sudtirolese più intransigente, con ampio ricorso alle norme del codice Rocco, o di una caterva di "veti" governativi su provvedimenti legislativi autonomi del Consiglio provinciale, o che questi atteggiamenti si manifestino attraverso scelte di ostentazione nazionale (del tricolore italiano, financo sulle montagne, p.es.) o nel mancato rispetto del bilinguismo o attraverso una giurisprudenza ed una legislazione talvolta poco rispettosa delle prerogative del potere autonomo - in ogni caso si nota un irrigidimento dello Stato nei confronti della comunità tirolese. Nessun ripensamento invece si è notato rispetto all'emanazione di ulteriori norme che perfezionano il disegno di società etnicamente separate (come è avvenuto con il varo di norme che impongono un filtro etnico per l'iscrizione nelle scuole o attraverso una giurisprudenza della Corte costituzionale poco rispettosa delle competenze autonome, ma molto prona sulla questione della "proporzionale etnica"). Quando si tratta di dividere le due comunità, assegnando l'una all'egemonia della SVP e l'altra alla "tutela" dello Stato, torna a funzionare il sistema pattizio e spartitorio tra SVP e Stato italiano.

Se si potesse far valere un desiderio sarebbe questo: smorzare rapidamente le oscillazioni del pendolo e correggere le storture con interventi correttivi improntati ad un senso di equità e di giustizia, non ai pesi e contrappesi di ritorsioni di volta in volta "pro-tedesche" e "pro-italiane".

Comincerà mai il "dopo-pacchetto"?

Nel 1969, alla fine di una lunga trattativa trilaterale (Italia - Austria - SVP), una risicata maggioranza del partito-guida sudtirolese disse di sì al "pacchetto" delle proposte italiane di riforma dell'autonomia provinciale altoatesina e delle misure di tutela della minoranza tirolese. Immediatamente dopo il Parlamento italiano e quello austriaco diedero la loro approvazione a quell'ipotesi di riforma, ed i due Governi concordarono un calendario di operazioni che doveva portare - entro due anni, si sperava - all'adempimento ed al completamento di quanto era stato convenuto, prevedendo una sorta di "quietanza liberatoria" finale da parte dell'Austria per dichiarare chiusa, una volta attuate le misure concordate, la vertenza internazionale tra Italia e Austria aperta dinnanzi all'ONU. Nel 1972 entrò in vigore il nuovo statuto di autonomia, e da allora si susseguono, in una vicenda che pare interminabile, a spizzichi e bocconi le c.d. "norme di attuazione", elaborate da una Commissione paritetica ("dei 6") e varate via via dal Governo, sostanzialmente senza coinvolgimento del Parlamento. Le norme sono di regola il frutto del compromesso tra Governo ed SVP, ed hanno - come noto - perfezionato il disegno di una società separata per linee etniche, che nello statuto di autonomia era, sì, contenuto come una possibilità di sviluppo/inviluppo, ma non necessariamente ne doveva costituire il cardine onnipervadente.

Ora da tempo si parla di una imminente chiusura della vicenda del "pacchetto". La Camera dei deputati italiana ha deciso nel febbraio del 1987 di voler arrivare in tempi brevi alla conclusione, imponendo - con due risoluzioni parallele votate praticamente da tutto l'arco politico democratico - al Governo di tener conto della necessità di correggere in senso aperturista alcune delle storture emerse. Il Governo ed il Parlamento austriaco - facilitati in ciò dall'attuale situazione di "grande coalizione" tra socialisti e popolari - desiderano fermamente arrivare presto alla chiusura della vertenza, anche perchè l'Austria sta cercando una sua modalità di associazione alla Comunità Europea ed è quindi fortemente interessata al buon rapporto con l'Italia. I Governi italiani, da Craxi a Goria a De Mita, avevano più volte espresso il proprio orientamento favorevole alla chiusura, salvo poi incontrare numerose resistenze quando si trattava di circoscrivere il contenuto delle norme ritenute necessarie (da tutte le parti) per poter considerare adempiuti gli obblighi assunti. Nell'aprile 1988, dopo un colloquio tra De Mita e Magnago (capo della SVP), l'accordo di massima sembrò raggiunto: l'Italia si impegnava a completare in breve tempo il disegno autonomistico, la SVP dava un suo acconto di fiducia, anticipando - sulla base delle assicurazioni del Governo - il proprio giudizio positivo. Nel dibattito alle Camere, seguito immediatamente a quell'incontro (tra la fine di aprile, alla Camera, e la prima metà di maggio, al Senato), si delineò sulla chiusura del "pacchetto" una maggioranza che esprimeva tuttavia delle palesi insoddisfazioni: votarono contro la politica del Governo e contro quella chiusura del "pacchetto" le forze tradizionalmente più autonomiste e più attente alle esigenze di tutela delle minoranze (verdi, radicali, demoproletari, sinistra indipendente, comunisti), facendo venir meno anche il tradizionale sostegno del PCI alla "politica del pacchetto", e si pronunciò contro la soluzione governativa anche il PLI; da parte della SVP venne un assenso assai sofferto e pieno di diffidenza e di riserve, ed altrettanto pieno di diffidenze e riserve (di segno uguale e contrario) sembrò il sì di alcune, anzi, di quasi tutte le forze di maggioranza (ed in particolare del PRI e della stessa DC).

Ma dopo quel voto parlamentare, ed analogo orientamento favorevole alla chiusura espresso dal Parlamento austriaco (col voto favorevole dei socialisti, dei popolari e dei verdi, contrari i nazional-liberali, ma anche in quel caso con numerose riserve e diffidenze espresse nel dibattito), le cose si sono nuovamente arenate.

Se si dovesse spiegare in che cosa consistono le norme ancora controverse intorno alle quali si è inceppata la chiusura della vertenza, si farebbe una certa difficoltà, visto che nella SVP non vi è unanimità in proposito. Tra le rivendicazioni esplicite ancora aperte troviamo la definitiva sistemazione del finanziamento dell'autonomia (ma esiste un accordo di massima tra Governo e Provincia autonoma, che ora deve armonizzarsi con l'esigenza dei tagli alla spesa pubblica) e soprattutto l'ampiezza del c.d. "potere di indirizzo e coordinamento" del Governo centrale nei confronti dell'autonomia altoatesina (e delle altre autonomie): anche in seguito ad alcune sentenze sfavorevoli della Corte costituzionale, si sono rafforzati i timori sudtirolesi di vedersi via via erodere l'autonomia statutaria dal prevalere dei c.d. "interessi nazionali" che imporrebbero l'omogeneizzazione forzata della legislazione statale e locale, vanificando gli spazi di autonomia, e dal potere governativo di imbrigliare i legislatori e gli amministratori locali riducendo notevolmente la qualità e la portata dell'autogoverno.

Ma la principale ragione che ostacola la conclusione della vertenza al momento viene dall'interno della SVP. La prospettiva di chiudere, con un risultato che comunque rimarrà sempre inferiori alle aspirazioni (ed a certe illusioni coltivate negli anni 1976-1985, cioè negli anni di massima acquiescenza governativa al disegno SVP di organizzazione separata del potere etnico "tedesco" e "italiano"), comprensibilmente terrorizza un partito che della conduzione della vertenza autonomistica con lo Stato italiano ormai ha fatto la sua ragione di esistenza dalla sua nascita, cioè da oltre 40 anni. C'è chi, all'interno ed all'esterno del partito, teme che l'accettazione di un compromesso non sufficientemente garantito contro applicazioni riduttive e vere e proprie erosioni e la chiusura della vertenza anche sul piano internazionale tolga in futuro la possibilità di far valere le ragioni dei sudtirolesi ed apra la strada ad un (lento o veloce) processo di rivalsa italiana e di indebolimento sudtirolese. Portavoce di questa posizione contraria "a questa chiusura del pacchetto" è Alfons Benedikter, vicepresidente della Giunta provinciale ed infaticabile capo-delegazione della SVP in tutte le trattative con Roma; la sua posizione è minoritaria (15-20 %), ma certamente non isolata nel partito, ed appoggiata anche dall'esterno dall'"Heimatbund" (lega patriottica per l'autodecisione), e si fa forte di un sentimento diffuso nella popolazione: che, in cambio di benessere economico, la popolazione sudtirolese ed il suo partito si siano fatti addormentare e siano diventati arrendevoli sui punti-cardine della difesa dell'identità etnica e della perdurante espressione di disagio per l'annessione non voluta all'Italia.

Benedikter ed i suoi chiedevano dunque che fosse la massima assise del partito, e non solo i suoi organi direttivi, ad esprimersi sull'opportunità o meno di chiudere la vertenza: e su questo il congresso della SVP del 10 dicembre 1988 ha dato ragione a Benedikter, pur sconfiggendolo, respingendo la sua linea politica generale contraria alla chiusura della vertenza. Così ci vorrà un altro congresso - straordinario - della SVP (forse in primavera?) per prendere la storica decisione.

Per intanto sono state avanzate otto condizioni definite irrinunciabili per la chiusura del "pacchetto": 1) promulgazione ed entrata in vigore di una serie di norme già promesse e preparate in tema di uso delle lingue, organizzazione giudiziaria ed altri temi di minore rilevanza; 2) entrata in vigore della nuova legislazione sul finanziamento dell'autonomia provinciale; 3) istituzione di organi di consultazione e raccordo tra Provincia autonoma e Stato per la risoluzione di casi controversi; 4) abrogazione del "potere di indirizzo e coordinamento" dello Stato centrale rispetto alla Provincia, in particolare sui temi che concernono la tutela dei diritti linguistici e culturali; 5) nuova regolamentazione delle circoscrizioni elettorali al Senato, come previsto; 6) accordo con lo Stato su questioni patrimoniali ancora pendenti relative ai "rioptanti"; 7) garanzia del perdurare della "proporzionale etnica" nelle assunzioni nelle ferrovie o in altri enti che venissero privatizzati; 8) garanzia internazionale (Corte di giustizia internazionale) delle misure del "pacchetto" e solenne garanzia contro il pericolo di modifiche unilaterali da parte dell'Italia delle misure concordate.

Ora l'Austria teme - a ragione - che questa presa di posizione del congresso della SVP significhi l'ennesimo rinvio: cioé un assenso talmente condizionato alla chiusura, che l'indicazione di rilasciare la "quietanza liberatoria" da parte sudtirolese venga data al parlamento e al governo austriaco solo dopo l'adempimento di tutte le clausole convenute e, magari, una superperizia politico-giuridica sulla solidità presente e futura delle norme del "pacchetto".

Ecco perché appare difficile ipotizzare un punto finale della vertenza, nonostante una generale stanchezza per il trascinarsi della vicenda ed un senso diffuso - nella società sudtirolese, ma anche negli ambienti italiani ed austriaci coinvolti - di impazienza, in vista del passaggio ad un "dopo-pacchetto" che si immagina meno cavilloso e più europeo. Ma il cumulo di esasperazioni e di diffidenze che si sono sommate e potenziate nel corso di tutti questi anni pesa, e getta un'ombra sulla chiusura: invece che verso una pace da festeggiare, si rischia di andare verso complicate procedure di esecuzione di un trattato sottoscritto da tutti i contraenti con numerose riserve mentali.

Forse bisogna depotenziare, anche nell'immaginazione collettiva, il passaggio al "dopo-pacchetto", vedendovi un processo più che una netta chiusura di una fase ed apertura di un'altra.

Il dopo-Magnago

Dopo oltre 30 anni di incontrastato dominio al vertice della SVP e quasi altrettanti al vertice dell'autonomia provinciale, Silvius Magnago comincia a ritirarsi: non si è ricandidato e cede quindi, nei primi mesi del 1989, la carica di presidente della Giunta provinciale. Fa capire, inoltre, che potrebbe tra qualche anno ritirarsi anche dalla guida del partito. Un cambiamento senz'altro rilevante, perchè chi per tanto tempo ha determinato con la sua impronta una vicenda, finisce per caratterizzarla in modo inconfondibile. - Per inciso sia detto che poco prima di Magnago altri due "capi" limitrofi ed in qualche modo paragonabili sono stati sostituiti: il presidente del Tirolo austriaco, Eduard Wallnöfer, ritiratosi per malattia, ed il presidente della Baviera, Franz Josef Strauss, morto improvvisamente. Si prospetta dunque una fase di modificazioni incisive nella geografia del potere nel settore centrale dell'arco alpino che potrebbe avere rilievo anche sotto un profilo europeo.

Magnago ha sicuramente ottenuto molti degli obiettivi che si era prefisso; forse pochi uomini politici in Europa possono vantare di aver conseguito una porzione così consistente delle loro aspirazioni. Dovendosi muovere in un complicato intreccio tra ragioni fortemente locali (e persino localistiche) ed un quadro statuale ed internazionale che doveva tener conto costantemente dei rapporti con Trento, con Roma, con Innsbruck, con Vienna, con Monaco, con Bonn e tra tutte queste sedi di potere e di interessi, e dovendo considerare le tensioni e ripercussioni del complesso mosaico etno-linguistico e politico altoatesino, Magnago ha dimostrato un'indubbia statura.

Ma è difficile sfuggire all'impressione che da oltre un decennio egli fosse ormai prigioniero del suo stesso sistema di pesi e contrappesi, mediazioni e veti, ed avesse fortemente immiserito il suo disegno originario in un progressivo degrado che trasformava le grandi ragioni dell'affermazione di diversità e di autonomia in un quadro sempre più meschino di norme e codicilli, contabilità e lottizzazioni.

Forse Magnago avrebbe fatto bene ad andarsene dieci anni fa, rimanendo a disposizione davvero come "grande vecchio" per compiti straordinari, invece che continuare ad amministrare la sua stessa eredità con puntiglio e ripetitività.

Non sono in vista successori che esprimano grande respiro, ma forse è un bene che ad un leader visto ormai come carismatico succedano personaggi di più ordinaria amministrazione, più scettici e forse persino cinici: ne potrà scaturire una certa laicizzazione della politica sudtirolese, che forse potrà indurre effetti di distensione etnica e restituire alla società civile maggiori possibilità di azione, dopo decenni di monopolio incontrastato della sfera politica.

Luis Durnwalder, il potente capo dell'organizzazione contadina, che nelle recenti elezioni ha battuto - di primo acchito - il record di Magnago con ben 77.000 voti di preferenza, si avvia a diventare l'incontrastato capo dell'esecutivo provinciale, ed appare ben determinato a segnalarsi per uno stile pragmatico, capace di trattare su tutto, più attento agli affari economici che all'amministrazione della nostalgia tirolese. Forse il bisogno di ideali d'ora in poi abiterà più decisamente nei ranghi minoritari (dai verdi all'Heimatbund), e nel Palazzo finirà l'epoca di una politica che sapeva coniugare come nessun altro in Italia un ruolo di lotta con uno di governo.

Chiamare il nuovo capo una "colomba" non è esatto, e risponde ad un bisogno distorcente di semplificazione giornalistica. Piuttosto è uno che vorrebbe ricordare ai "falchi" ed alle "colombe" dello scontro etnico che il vero osso intorno al quale eventualmente disputare sta altrove, e che rischia la rovina per un'eccessiva ed incontrollata conflittualità etnica.

Le paure ed i loro gestori

Mantenere il conflitto e la reciproca paura tra i gruppi linguistici dell'Alto Adige ad un livello "ben temperato" e quindi amministrabile a beneficio dei rispettivi partiti etnici moderati è stata l'ipotesi di fondo del "pacchetto" e dei suoi artefici, i quali, per l'appunto, erano ed intendevano rimanere i principali o unici gestori di quel conflitto e di quella paura (SVP e DC). Ma un conflitto etnico è così carico di implicazioni da rimanere difficilmente circoscrivibile al livello che si ritiene di poter amministrare senza eccessivi rischi. Come puntualmente anche la vicenda sudtirolese ha dimostrato, e come i recenti risultati elettorali hanno ulteriormente confermato.

Oggi la paura principale del gruppo di lingua italiana è la preoccupazione di una progressiva emarginazione (anche fisica, oltre che economica e politica) dell'elemento italiano in Alto Adige, a causa del progressivo passaggio di poteri all'autonomia che è a maggioranza tirolese, pur con una serie di meccanismi che garantiscono la partecipazione ("proporzionale", grosso modo) di tutti i gruppi linguistici. La paura principale del gruppo di lingua tedesca e lo svuotamento progressivo dell'autonomia locale, una volta che venga meno l'"ombrello internazionale" della vertenza tra Italia e Austria, ed il rischio di progressiva assimilazione ("Alsazia"), almeno nel medio periodo.

Paure sapientemente coltivate dai potenti, che da qualche anno rischiano di sfuggire al controllo e di eccedere, dunque, il previsto livello "ben temperato". Tanto che nuovi soggetti sono emersi e si sono candidati alla gestione di quella paura: dal MSI alla "lista civica degli italiani", dall'"Heimatbund" ai nazionalliberali sudtirolesi - oltre, naturalmente, alle forze più nazionaliste all'interno dei partiti tradizionali.

La risposta più interessante che l'elettorato altoatesino ha dato il 20 novembre 1988 è stato che - pur di fronte ad un impatto notevole che le paure hanno esercitato anche sul piano elettorale, e soprattutto tra i cittadini di lingua italiana - ormai si è disposti ad andare oltre. Tra i candidati della SVP, solo pochi hanno fatto la loro campagna elettorale insistendo sui temi tradizionali della minacciata identità etnica e della lotta contro l'assimilazione; nell'elettorato di lingua tedesca e italiana hanno fatto breccia le aspirazioni ad una nuova convivenza e solidarietà inter-etnica, con il voto verde-alternativo (intorno al 7 %, composto sostanzialmente in modo rappresentativo e proporzionale da persone di ogni gruppo linguistico, fenomeno assolutamente inedito nella storia sudtirolese).

Così si fa strada la convinzione, tra molti, che la migliore garanzia per un futuro reciprocamente sicuro per le diverse comunità etno-linguistiche sta nella crescita di una rete di solidarietà e di riferimenti comuni, e quindi nella reciproca accettazione e nella concreta esperienza che "insieme si può", più che nei vari "ombrelli" esterni, a Roma o a Vienna. E'interessante notare come da qualche anno quasi tutte le nuove associazioni o iniziative che nascono dalla società civile spontaneamente si organizzino su base inter-etnica, per potersi rivolgere a tutta la popolazione: la semina di minoranze impegnate in tal senso, osteggiata per oltre un decennio, comincia a dare frutti.

Desiderata

Elencherò, in chiusura, quattro modesti desideri: non rivendicazioni e proposte irrealizzabili o talmente alte sul firmamento politico da esigere chissà quale architettura istituzionale o diplomatica per potersi compiere, ma suggerimenti che nascono dalla concreta esperienza sudtirolese e che trovano agganci già oggi reali e possibili e che, ove attuati, contribuirebbero ad una notevole distensione e pacificazione.

1. Informazione inter-etnica

Sono sempre più evidenti gli effetti deleteri di un'informazione tutta "etnica", tutta interna all'una o all'altra delle parti contrapposte e spesso tutta orientata ad alimentare le ragioni del conflitto. Sono altrettanto evidenti i benefici che nascono da tutti quei tentativi (presenti, talvolta, anche nell'informazione ufficiale) che si sforzino di presentare onestamente anche i punti di vista e la vita quotidiana, le aspirazioni e le paure, la cultura e il dibattito "degli altri". Occorre che oggi venga decisamente incoraggiata e sostenuta l'informazione inter-etnica: che non sempre e non necessariamente deve essere anche bilingue (ma è importante che esistano strumenti di informazione bilingui), ma che deve comunque riuscire a saltare il muro etnico, raccontando con sensibilità ed onestà anche il mondo "degli altri".

2. Occasioni di formazione inter-etnica

Un'altra necessità non più rimandabile è quella di costruire luoghi ed occasioni di formazione inter-etnica: asili e scuole, seminari e circoli, un'istituzione universitaria di respiro europeo. L'attuale formazione tutta interna al proprio gruppo etnico, e priva persino di quei momenti parziali e possibili di incontro che sarebbero costituiti da scambi temporanei di alunni, magari per 1-2 settimane, da biblioteche comuni, da attività integrate nel tempo libero, da gite comuni, ecc. non può preparare cittadini capaci di riconscersi protagonisti ed abitanti indivisi di una realtà pluri-lingue e pluri-culturale. Forse l'iniziativa civile ed associativa dovrà anticipare quanto oggi la sfera pubblica per i suoi troppi condizionamenti politici non riesce a fornire, ma sicuramente la costruzione di luoghi ed occasioni di formazione inter-etnica per chi la desideri (senza per questo abolire le scuole distinte e monolingui) sarebbe un contributo decisivo alla buona convivenza.

3. Un sodalizio di "amici dell'altro Sudtirolo"

Un'altra necessità oggi avvertita più che mai è quella di poter contare, intorno alla problematica altoatesina ed a quell'"altro Sudtirolo", interetnico e democratico, che si muove per superare la divisione etnica, su una cerchia di amici capaci e determinati di fornire un contributo di critica, di proposta, di appoggio, di informazione, di elaborazione. Basta guardare l'orrenda informazione che gran parte dei mass-media danno a proposito del Sudtirolo (dove solo le bombe fanno notizia e la realtà viene costantemente guardata con gli occhi di chi deve sostenere o le ragioni "degli italiani" o "dei tedeschi"), o pensare al vicolo cieco in cui spesso si trova il confronto tutto locale. Occorre, in breve, che si consolidi e si estenda - magari anche con qualche occasione di incontro periodico - quel raccordo tra persone disponibili e solidali che possono aiutare, al di fuori di ogni partigianeria etnica, le forze creative e pacificatrici del Sudtirolo a superare le attuali ristrettezze e ad assicurare un futuro che valorizzi, invece che comprimerle, le potenzialità europee e democratiche di quella regione.

4. Evitare una nuova schedatura etnica nel 1991

Infine bisogna agire in tempo utile per evitare che in occasione del censimento generale del 1991 si ripeta la schedatura etnica dei cittadini altoatesini imposta nel 1981. Troppi guasti evidenti sono stati prodotti da quella registrazione generalizzata delle persone, con iscrizione nominativa e vincolante nel gruppo linguistico tedesco, italiano o ladino, e dalle intollerabili discriminazioni di chi non voleva o non poteva rientrare in una delle tre "gabbie etniche" predisposte per poter immaginare che tale operazione possa essere consentita un'altra volta. Bisognerà dunque che le forze politiche e culturali si muovano in tempo utile per distinguere nettamente la rilevazione della consistenza numerica dei gruppi linguistici (quanti cittadini dell'uno o dell'altro gruppo linguistico vivono in provincia di Bolzano) - che deve essere effettuata in modo rigorosamente anonimo e senza implicazioni amministrative di alcun genere - dalla eventuale dichiarazione di appartenenza ad un gruppo linguistico, che non può più essere imposta come obbligo generalizzato e che comunque non deve portare a rifare un catasto etnico, come - nei fatti - è derivato dal censimento del 1981 e che deve essere distrutto una volta per sempre, per impedire anche "pro futuro" ogni forma di anagrafe etnica e di registrazione differenziata e discriminatoria delle persone. Proposte concretamente attuabili, che sono compatibili con lo statuto di autonomia, esistono già, basta mobilitare la volontà politica per eventualmente migliorarle e tradurle in pratica.

Concludendo queste note, non resta che esprimere la convinzione che sulla questione sudtirolese ormai da decenni il mondo politico ed istituzionale, diplomatico e burocratico ha spremuto dalle sue rape tutto il sangue possibile. Ora una svolta può e deve venire dalla società civile, locale e non. Basta che l'impalcatura normativa ed amministrativa e la lottizzazione etnica e politica non lo impediscano con la loro rigidità.