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Perché vado al Brennero e cosa andrò a dire
15.9.1991, In: "IL MANIFESTO"
Alexander Langer, invitato dagli organizzatori della manifestazione al Brennero intitolata "Riflettere sul Tirolo" a prendere parte ad una delle tavole rotonde della manifestazione, ha deciso di accettare, motivando così la sua partecipazione:

La manifestazione "pan-tirolese" convocata per domenica 15 settembre 1991 al Brennero da un comitato ad-hoc (a far parte del quale ho declinato l'invito) non va nè sottovalutata, nè demonizzata a priori. Costituisce, mi pare, un tentativo - perlomeno da parte dei promotori - di utilizzare a proprio favore il nuovo clima internazionale, intriso di diritti umani, di autodeterminazione democratica, di revisione dei vecchi ordini derivanti dalle guerre mondiali (di Yalta, e magari anche di Versailles, di St.Germain, di Trianon..). Forse si potrebbe dire che gli organizzatori, comprendendo che i revanscismi ed i vecchi nazionalismi (soprattutto di marca tedesca) sono sempre meno presentabili, si sforzano di vestire "i panni (degli accordi) di Helsinki", cercando di non ripetere la disgustosa parata con la corona di spine (Innsbruck 1984), alla quale assistettero allora impassibili tutte le massime autorità austriache e sudtirolesi, Rolando Boesso compreso... Che poi, al tempo stesso, alcuni vogliano farne una sorta di nuova Castelfirmiano, questa volta col "los von Rom", al posto del "los von Trient", non deve meravigliare. Basta esserne consapevoli e metterlo in conto. Personalmente ritengo di poter fornire un contributo critico di riflessione, e di avere alle spalle esperienze e posizioni solidamente inter-etniche, tali da non rischiare di essere confuso con i promotori. Che, a loro volta, dovranno fornire domenica la prova per dimostrare se i loro "panni di Helsinki" sono veri o sono solo una mascheratura di comodo. Ogni ostentazione nazionalista o militaresca farebbe ben presto fallire questa prova.

E io cosa andrò a dire? Innanzitutto che il Sudtirolo è di tutti quelli che oggi lo abitano, e che quindi ogni discorso sul suo futuro deve essere fatto in primo luogo da tutti gli abitanti di questa terra, insieme, senza distinzione tra gruppi linguistici o "anzianità di residenza", e senza delegare i propri destini nè a Roma, nè a Vienna, nè a Trento, nè a Innsbruck; pur con tutta la volontà di tessere e mantenere buoni rapporti con tutti i nostri vicini e con chi ha responsabilità statuali o inter-statuali verso l'Alto Adige. Poi dirò che mi sembra che oggi molta più gente che in passato accetti e condivida convintamente l'idea che il Sudtirolo sia terra pluri-lingue e pluri-culturale, e che su questa strada bisogna andare avanti. Tali caratteristiche devono impregnare tutta la vita pubblica e sociale della provincia, che deve godere di un suo particolarissimo autogoverno autonomistico, che può ancora essere sviluppato molto. Ovviamente la coesione tra abitanti di diversa lingua ed il riconoscersi in un "noi" comune ed inter-etnico di tutti gli altoatesini/sudtirolesi (accanto ai "noi" dei singoli gruppi linguistici) sono fondamentali, e lavorare a consolidare questo "noi" continua ad essere il primo compito di chi vive qui. Solo una comunità locale unita e solidale, oltre le differenze etno-linguistiche, e garante della piena partecipazione di tutti i suoi componenti, senza discriminazioni, può davvero autogestirsi, autogovernarsi, autodeterminarsi. Altrimenti ci si incamminerebbe su una strada che nel suo esito più catastrofico possiamo vedere nell'esperienza cipriota o in quella croata: ciò che per una delle comunità etniche conviventi è visto come liberazione, per l'altra è oppressione, e quindi farà di tutto per opporvisi, anche violentemente, e chiamando in causa i suoi "protettori" esterni.

Va invece sviluppata molto la qualità e la quantità delle relazioni, degli scambi e delle iniziative comuni con le regioni vicini, innanzitutto con il Tirolo austriaco, con il Trentino, col Vorarlberg, con il cantone dei Grigioni. Sempre più si consolida un tessuto comune di problemi, di soluzioni, di ordinamenti, di valori, di economie, di società nell'arco alpino, ed il Tirolo storico da questo punto di vista può essere un utile riferimento, non solo "nostalgico". Perché non pensare, per esempio, in una futura Comunità europea allargata (perlomeno all'Austria), ad una circoscrizione elettorale "grande-tirolese" per il Parlamento europeo, eleggendo una comune rappresentanza tra Alto Adige, Tirolo austriaco, Trentino e Vorarlberg ed anticipando analoghi sviluppi in altre parti del nostro continente? Perché non moltiplicare e valorizzare le occasioni anche istituzionali di cooperazione transfrontaliera (sedute comuni dei consigli rappresentativi, ARGE ALP, accordino potenziato, nuovi organismi di cooperazione...)? Perchè non fornire tutti gli abitanti di quest'area di alcuni presupposti comuni (conoscenza delle due lingue maggiormente parlate nell'area, e di elementi della cultura ladina; conoscenza della reciproca storia, geografia, economia, ecc.; scambi frequenti tra giovani; comune impegno di tutela ambientale; comuni insegnamenti almeno universitari, ecc.)?

Il riferimento alla memoria del vecchio Tirolo storico non può, naturalmente, significare che l'orologio possa essere riportato al 1918: è evidente che, se tutti gli abitanti del Sudtirolo ormai possono sempre di più sentirsi "altoatesini" o "sudtirolesi" senza grandi difficoltà ed a pieno titolo, sarà assai più improbabile che tutti possano e vogliano sentirsi tirolesi, o italiani, o austriaci, o trentini... La storia non passa invano e lascia le sue tracce, e dell'identità sudtirolese o altoatesina di oggi fa parte proprio la composizione stabilmente pluri-lingue di questa regione. E solo se tutti i suoi abitanti se ne sentono "condomini a pari titolo", si potrà irrobustirne l'autonomia, estenderne i rapporti esterni, migliorarne l'autogoverno.

Ecco perchè, pur non volendo disconoscere il diritto democratico all'autodeterminazione e pur consapevole dell'ingiustizia dell'annessione del 1919 (senza plebiscito e palesemente contro la volontà della popolazione), non trovo utile e positiva oggi l'invocazione dell'autodecisione (peraltro non condivisa da larghe masse), che rischia di aumentare le tensioni, di ri-polarizzare le comunità etno-linguistiche in una insana contrapposizione e di suscitare fantasmi che nella realtà sociale, culturale, umana e politica della popolazione in realtà non hanno consistenza. I problemi ancora aperti e controversi (compresi quelli ad alto valore simbolico come quelli della toponomastica, dei monumenti, ecc.) non si risolvono meglio in tale clima, e le prove di forza possono solo nuocere. Ciò vale per ogni manifestazione di ostentazione e di intolleranza nazionalista, per le "solleticazioni autodecisioniste", per il censimento etnico, per le insabbiature giudiziarie dei torti che sembrano gravare su certi apparati dello stato italiano, per ogni esaltazione del ruolo della violenza e per ogni affermazione di ostilità o incompatibilità etnica. Comprese le roboanti riaffermazioni di "italianità" o la demonizzazione a mezzo stampa di chi sogna l'autodecisione.

Dirò infine ai tirolesi austriaci, così come l'abbiamo sempre detto ai trentini, agli italiani, agli austriaci, ai bavaresi ed a tutti quelli che si interessavano del Sudtirolo, che siamo contenti se vorranno prendere parte alle nostre vicende e rinsaldare vecchi legami e nuovi rapporti, ma che non possono nè fingere che il Sudtirolo sia abitato solo da persone di una lingua, ignorando ed a volte irritando i nostri conterranei e fratelli di altra lingua, nè ritenersi loro padroni di questa terra che - in senso morale e culturale - non "appartiene" nè all'Austria, nè all'Italia, nè al Trentino, nè al Tirolo austriaco, ma alla gente che ci vive. La quale - a grande maggioranza - non ha nessuna voglia, oggi, di farsi dividere da artificiose (ed inesistenti) alternative o invadenti presenze esterne che vorrebbero tirarci più a nord o più a sud o che propongono nuove spartizioni. Mentre ha gran voglia di sviluppare la propria vocazione alpina, pluri-culturale, autonomistica ed europea, lavorando a superare frontiere e divisioni piuttosto che spostarle o addirittura introdurne ex-novo.