pro dialog

Alexander Langer

Egregio professor Acquaviva: Non giochiamo col fuoco
Tremenda, la sua proposta. Proprio tremenda. Per la sconfitta che ne e alla base; per le prospettive che avanza; per tutta la logica che la ispira e pervade. E per le reazioni che potrebbe suscitare.

Si continua, dunque, ad affrontare le questioni altoatesine o da un punto di vista italiano" o "da un punto di vista tedesco". Lei sceglie di vedere le cose "da parte italiana". Io cercherò di uscire da questa assurda logica, di cui la sua proposta rappresenta un'estrema e forse coerente conseguenza. Sconfitta, dicevo: si deve dunque prendere atto che popolazioni di diversa lingua non possono convivere, ma solo spartirsi? "Je klarer wir trennen, desto besser verstehen wir uns", meglio ci separeremo e meglio ci comprenderemo, come ribadisce sempre l'assessore Zelger, solo che questa volta si fa un passo ancora più in la, separandosi anche territorialmente? Sconfitta della fiducia nella possibilità di affrontare la vita qui, le sue prospettive, i suoi conflitti, anche da un punto di vista unitario, pur tra gente di lingua e cultura differente, dividendoci su altre cose, magari, ma senza per questo arrivare ad una spaccatura territoriale. Ci sono tre cose, in particolare, che giudico gravissime e del tutto inaccettabili, nel suo discorso.

1) "L 'indice di italianità" .

Lei parte nel suo ragionamento, dicendo che "le cose vanno male per la comunità italiana in Alto Adige". A parte l'aspirata unificazione della comunità di lingua italiana in quanto tale, non c'è dubbio che la sua affermazione richiede come lei stesso fa la misurazione dell'"indice di italianità". Non diversamente da come qualcuno nella SVP usa "indici di tedeschità". Ragionare cosi, incentrare ogni proprio pensiero in- torno alla questione della forza numerica dell'uno o dell'altro gruppo, non può che perpetuare una logica revanscista. In cui gli uni vorrebbero "ritedeschizzare" al completa il Sudtirolo e gli altri difendere i baluardi di "italianità". Ma si rende conto dove porta tutto questo? Come minimo alle opposte campagne demografiche: "fare tanti figli tedeschi", fare tanti figli italiani". Ed alla lotta centimetro per centimetro per difendere o conquistare terra, case, persone; ad un tiro alla fune per rafforzare rispettivamente elementi di "italianità" o di "tedeschità". Per cui lei viene a dire che "Salorno migliora" e "Fortezza peggiora", come altri diranno che "Merano migliora e Laives peggiora"! Sono già in troppi a ragionare cosi, qui da noi; mancava una cosi autorevole voce "esterna"!



2) La separazione etnica fino alla spartizione territoriale.

Come lei saprà, la politica predominante della nostra Provincia, contro la quale pero tante persone di diversa lingua si battono con forza e coerenza, prevede un modello di separazione per gruppi linguistici, che in parte e purtroppo contenuto nello stesso Statuto di autonomia, laddove istituzionalizza i tre gruppi linguistici ufficialmente riconosciuti nella nostra provincia, e di conseguenza l'appartenenza di ogni cittadino ad uno dei tre. Dalla separazione alla contrapposizione, al contenzioso continuo, alla spirale di ritorsione e magari di rappresaglia, il passo e breve: un intrinseco antagonismo etnico e immanente non solo alla pratica politica predominante, ma allo stesso assetto delle nostre strutture autonomistiche. A volte mi sono permesso di parlare di tendenze "libanesi o "cipriote" di cui la stessa attuale Giunta provinciale (composta, si dice, "a titolo etnico") e specchio e moltiplicatore. Si tratta di vedere come se ne esce. Lei propone di trarne le estreme conseguenze, proprio come in Libano o a Cipro c'è chi propone di spartire il territorio. Qualcun altro proponeva nelle file più etnocentriche ed anche un po' naziste della SVP di prevedere cantoni etnici, quartieri-ghetto per tedeschi e per italiani. La logica e la stessa. Sottrar- si al fastidio ed alle complicazioni che la compresenza degli "altri" comporta, procedendo alla netta divisione. Magari con scambi di popolazione, come lei suggerisce, per togliere l'incomodo delle minoranze. E quella, per altro, una conclusione cui per forza si giunge a furia di separazione ed anche di quel gran parlare di autodecisione: in fondo la sua proposta, prof. Acquaviva, rappresenta la continuazione di certi discorsi che si sentono fare nei paraggi SVP. Uno dei motivi, per cui in parecchi parliamo del pericolo di subire, in occasione del censimento del 1981, una "nuova opzione", etnica, questa volta; con l'obbligo di dichiararsi appartenenti per forza ad uno esclusivamente! dei tre gruppi linguistici ammessi, lo si capisce dalla sua proposta; non vorremmo mai che qualcuno possa dati del censimento alla mano procedere ad una qualche spartizione del territorio, oltre che della gente, della società, di tutta la vita.

3) "L 'Alto Adige e quasi perduto per l'Italia".

Ma lo capisce che con questi ragionamenti non si può che arrivare alla guerra civile, alla guerra etnica riferita rispettivamente all'Italia ed a... non si sa bene se l'Austria, la Germania (Bavaria?) o chi altro? Il problema non e se l'Alto Adige sia "perduto per l'Italia" (o, come altri piangono, per l'Austria): il problema e che non vada perduto per la gente che abita qui, che vuole vivere qui! L'idea di spartirsi (tra chi?) il territorio, di trasferire le popolazioni (ecco che non era poi tanto peregrino evocare l'idea delle opzioni del 1939!), di annessioni o distacchi territoriali e pazzesca, se si ha davanti agli occhi una comunità plurilingue, complicata spesso piena di tensioni, ma radicata seppur da di- verso tempo e con diverse storie, culture, lingue ed affetti in questa terra. Ogni fibra mi si ribella all'idea di arrivare a pensare davvero una estrema soluzione "di potenza", cui il suo ragionamento porta. Non ai nazionalisti, egregio professore, il suo discorso dispiacerà, anzi: l'hanno già fatto, l'hanno pensato cento volte ed anticipato mille volte nella loro pratica di governo, di istigazione, di "orientamento" politico e culturale probabilmente oggi più tra sudtirolesi di lingua tedesca, ma ora in misura crescente anche tra quelli di lingua italiana. Noi invece dobbiamo dire che nessuno da qui deve doversene andare. E' folle proporlo, rivendicarlo. Vogliamo che emerga e cresca un'area non asservita alle rispettive logiche di blocco; una prospettiva se vuole di "non allineamento" in questa guerra cinica che avanza, e che rischia di richiamare allo scoperto, ogni giorno ed in tanti ambiti di vita con manifestazioni quando folli e quando apparentemente giustificate, un "partito tedesco" ed un "partito italiano". Dispiace, dunque, profondamente, a chi lotta per un Sudtirolo unitario plurilingue, certo, e complicato rispetto alle società più "pulite" dal punto di vista etnico e per una prospettiva di convivenza e cooperazione tra gente di diversa lingua, una proposta come la sua. Che certo è irrealizzabile (se l'immagina che la NATO proprio ora, con i missili che magari ci ritroveremo in casa, si lasci sfuggire la base di Bressanone, tanto per fare un esempio?). E che forse voleva cssere una provocazione: mostrava dove certi guasti della politica e dello stesso ordinamento statuario in Alto Adige possono, al limite, portare. Al limite, dicevo. Ma non giochiamo col fuoco. Accendendo magari, dall'esterno ulteriori micce, come ha fatto lei, professore, e come talvolta sul "Dolomiten" fanno quegli "amici" tedeschi del popolo sudtirolese, che pretendono di insegnarci cosa fare perché ... il Sudtirolo non vada perso per l'area germanica?