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Mauro Rostagno: una biografia che merita essere raccontata

1.1.1989, Kommune 1/1989 traduzione Clemente Manenti

Cinque mesi fa Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, tutti ex appartenenti all’organizzazione della sinistra spontaneista “lotta continua”, furono arrestati. Non ostante le loro proteste di innocenza, l’accusa per l'omicidio del commissario di polizia Calabresi non è caduta, e per due mesi è infuriata la polemica sulla fatale eredità del ’68: Può la sinistra sbarazzarsi furtivamente delle proprie responsabilità? Fa differenza se uno ha premuto di persona il grilletto (o ha affidato ad altri il lavoro sporco) o se si è limitato a invocare la giustizia proletaria contro gli aguzzini dell’imperialismo negli slogan dei cortei o in un articolo di giornale? E chi oggi è magari un membro stimato della società intellettuale, quale rapporto intratteneva allora con la violenza, nei pensieri, negli scritti e nelle azioni?
Nel frattempo Sofri e i suoi coimputati sono di nuovo a piede (quasi) libero in attesa del processo, che sembra ancora lontano. Gli organi giudiziari, che nelle prime settimane si mostravano zelanti e sicuri, sono tornati al silenzio, e nei mezzi d’informazione il caso sembra dimenticato. La demolizione di una generazione politica però è ancora in corso, e perciò questa lettera è dedicata ad un altro esponente di quella stessa esperienza e cultura politica.
Mauro Rostagno è stato ammazzato il 26 settembre del 1988 da ignoti, con il classico fucile a canne mozze della mafia siciliana: a Trapani, mentre rientrava nella sua comunità di Saman, che accoglie giovani tossicodipendenti e alcolisti che cercano di liberarsi dalla dipendenza. Rostagno stava tornando a casa, come ogni sera, dopo una trasmissione in diretta di una televisione privata locale per la quale curava un programma di attualità, spesso con toni forti contro la mafia e i trafficanti di droga, contro i potentati locali e l’inerzia degli organi dello stato.
Mauro Rostagno era un rappresentante tipico e al tempo stesso unico della generazione del ’68. È raro incontrare una personalità così straripante, autentica e spontanea. La sua biografia merita di essere raccontata brevemente. E benché i media abbiano dapprima tentato di far rientrare anche l’uccisione di Mauro Rostagno nello stereotipo della campagna contro i “sessantottini” (anche lui era stato accusato in un primo tempo di correità nell’omicidio Calabresi), la impressionante partecipazione popolare al suo funerale aveva dissipato ogni dubbio, tanto che oggi due città ai punti estremi della Penisola, Trapani e la cattolica Trento, sono entrambe orgogliose di considerarlo come un loro (transitorio) cittadino.
Rostagno non aveva aspettato il 1968 per aprire gli occhi. Veniva da una famiglia di operai comunisti del Nord Italia, e giovanissimo era entrato nel partito della sinistra socialista (PSIUP). Dal socialista Panzieri aveva imparato a fare dei lavoratori in carne ed ossa e della loro risorgente autonomia di classe il riferimento costante della sua vita. Così era diventato molto presto operaio nella fabbrica di automobili Autobianchi a Milano, ma anche studente, affascinato dal movimento di quegli anni. Poi si trasferì a Trento, alla facoltà di sociologia appena fondata e subito divenuta uno dei centri del movimento degli studenti, con la sua “Università negativa” e i suoi contatti con Berlino Ovest. Per uno come lui, per il quale l’unità di studenti e lavoratori (di giorno e di notte) e la spontaneità del movimento e delle sue “avanguardie” naturali erano cose scontate, fu altrettanto ovvia la scelta di “lotta continua” come sua patria politica. La fantasia, il linguaggio, l’esuberanza, la ribellione rivissuta ogni giorno lo rendevano identico con “lotta continua”: soprattutto i giovani lavoratori, gli studenti delle scuole medie, le donne vedevano in Mauro ciò che distingueva quel movimento: non una missione per la liberazione del proletariato, ma l'esperienza vissuta della propria liberazione, e la scoperta che la comunanza con i proletari è molto più bella e più fertile che con la maggior parte degli intellettuali “civilizzati”.
Anche Rostagno percorse la strada del consolidamento organizzativo e della politicizzazione, e si trasferì in Sicilia, dove gli sembrava impossibile non trovare una base del movimento sociale rivoluzionario, che sarebbe bastato risvegliare dal suo sonno di bella addormentata. Cosa che sembrò riuscire: da quando i giovani di Palermo tennero per due giorni in scacco la città per impedire il rincaro dei biglietti dell’autobus, per qualche anno in nessuna città del Sud e del Centro Italia, Roma compresa, le autorità comunali osarono aumentare il costo del biglietto oltre le 50 lire. Quando gli abitanti dei quartieri miserabili occuparono la cattedrale di Palermo con Mauro Rostagno e i suoi amici, l’amministrazione notoriamente corrotta dovette esercitare un minimo di equità nella distribuzione degli alloggi agli sfrattati e ai senza tetto.
In un tempo in cui la “sinistra rivoluzionaria” cercava la strada per la organizzazione delle “classi rivoluzionarie” e il perseguimento di “obbiettivi rivoluzionari”, Rostagno spiegò ai suoi compagni che il “comitato centrale” della rivoluzione si spostava come un fuoco fatuo ora tra gli operai del cantiere navale di Palermo, ora tra le raccoglitrici di gelsomino della piana di Cosimo, e non può essere imprigionato in un partito o in una organizzazione.
Nel 1976 anche Mauro Rostagno visse come un cattivo risveglio la sconfitta elettorale della lista rivoluzionaria (che non superò il due per cento) e il successivo autoscioglimento di “lotta continua”: in qualche modo si era passati davanti alle masse senza davvero coinvolgerle. Rostagno tornò a Milano e aprì un locale, “Macondo”: per una vita diversa, non più per una politica diversa. E dopo l'uscita da Macondo andò in India, dal Bhagwan, dove Mauro diventò “Sanatan” – suscitando la compassionevole derisione di ciò che restava della nuova sinistra (rassegnata o ostinata nel proseguire la lotta, ma in ogni caso “ragionevole”). Poi, dopo il suo ritorno, fondò la comune e il progetto terapeutico di Saman, vicino a Trapani: non disintossicazione forzata, ma una possibilità di ridare un senso alla vita. “Non per salvare qualcuno, ma perché mi piace”. Con lui, sua moglie Chicca e altri compagni di strada. Ma per quanto drastica fosse la sua rottura con la politica, fu di nuovo raggiunto da essa: la mafia imperante (che nel traffico della droga ha la sua attività più lucrativa) e le autorità inquirenti del caso Calabresi lo misero sotto tiro, e il Rostagno sempre vestito di bianco e dai tratti di vero indiano si trovò improvvisamente sotto il fascio di luce di una pubblicità da anni schivata: così accecante, che anche i suoi assassini ebbero tutto l'agio di prendere la mira.
“Io sono stato sempre coerente – non con le mie idee, per fortuna, ma con la mia vita. Per questo amo la vita”: queste le sue parole nello scorso febbraio alla festa di Trento per il ventennale del 1968. Il suo assassinio, paradossalmente, ha riabilitato quel movimento, e anche le sue idee di allora.

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