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Il debito di lotta continua

19.8.1988, Il manifesto
La verità è che Adriano Sofri (che ritengo fermamente innocente rispetto all'accusa che gli viene mossa) da molto tempo e con molta discrezione e sobrietà, stà pagando, a differenza di altri, come meglio può la sua parte di debiti insoluti lasciati da lui personalmente, da Lotta Continua, dal '68 e dai movimenti della sinistra estremista, aspirante rivoluzionaria...

Esistono vari modi di fare i conti con quella parte del proprio passato che si ritiene gravato da errori e colpe, se non si vuole semplicemente far finta di nulla e fidare nei benefici dell'oblio, come troppo spesso (e non certo in primo luogo a proposito del '68) si usa fare con disinvoltura, o, se non ci si accontenta di dichiarare in toto "formidabili quegli anni".

Penso che di questi modi di fare i conti con il passato, Adriano Sofri finora ne abbia sviluppato fra i più creativi. Come noto, nella sua qualità di leader - quando lo era - di fronte a qualche tentazione avanguardista e violenta, aveva impresso a Lotta Continua un deciso orientamento favorevole alla lotta di massa, aperta, perfino istituzionale.

Poi, nel 1976, ha dato impulso decisivo allo scioglimento di un'organizzazione costruita a misura ed in ragione di un atteso processo rivoluzionario che non si inverava, e la cui pretesa avanguardia non era riuscita a ribaltare al proprio interno i rapporti di separazione e di potere tra donne e uomini, proletari e borghesi, ignoranti ed istruiti, masse ed élites.

Del patrimonio di ideali, conoscenze ed esperienze, maturato con Lotta Continua, Sofri ed altri hanno saputo far tesoro anche dopo il 1976, quando gli epigoni di LC (tra i quali per un certo tempo anche il sottoscritto) erano ormai votati a pilotare un processo di dissoluzione organizzativa ad un atterraggio morbido "post estremista", attraverso lo strumento di un giornale che continuava a portare il nome di un gruppo politico gradualmente evaporato e che cercava di orientare verso possibili sbocchi "socialmente utili".

La disponibilità ad imparare da insolite e nient'affatto canoniche "avanguardie dello scontro", il gusto dell'immedesimazione generosa e senza rete, una forte simpatia per ogni manifestazione di umanità ribelle e solidale (dall'Iran alla Polonia, dal meridione italiano alle Filippine) e poi via via anche l'apprezzamento di percorsi individuali contro corrente, più nascosti, più spirituali (da Pasolini a Elsa Morante), la solidarietà con destini marginali e rivelatori (come la ragazza brutalizzata a Fasano o il somalo bruciato a Roma): queste e molte altre sensibilità si sono formate alla scuola di Lotta Continua e poi gradualmente emancipate dalla ricerca dello scontro frontale e generale, fino a generare molteplici vie verso culture della conciliazione.

Anche la stessa fertilità di un processo di scioglimento che favorisce nuove coagulazioni di volta in volta diverse, senza mai rinnegare o misconoscere esperienze precedenti, ha contribuito a fare dell'eredità di LC un enzima fruttuoso in parecchie redazioni, in qualche maggiore o minore sodalizio politico, in esperienze sociali, culturali, sindacali, spirituali e professionali di vario genere.

La solidarietà umana e l'amicizia tra gran parte degli "ex" di LC ha favorito una circolazione abbastanza trasversale di idee e spunti, in aree finitime o più distanti: soprattutto radicale, verde, socialista, comunista, libertaria e - perchè no - cattolica.

Tra le condizioni di questa - riconosciuta - fertilità, vi era sicuramente il processo di chiarificazione e presa di distanza - anche sofferta - rispetto alla tentazione violenta e la conseguente opera di orientamento in tal senso, svolta dall'area di LC, sfidando resistenze e minacce.

E qui torniamo a Sofri, che negli ultimi anni ha spesso ripetuto che oggi non gli diceva più niente definirsi di sinistra, ma gli serviva moltissimo esserlo stato. Superare gli abbagli pan-ideologici dell'estremismo di sinistra e "pentirsi" (realmente, non a scopo giudiziario) dei processi distruttivi ai quali - accanto e dentro molte esperienze preziose - si è partecipato, mettere a disposizione quel tanto di perspicacia in più che è degli "ex", è stato il modo concreto in cui Sofri ed altri hanno cercato di operare.

La dissoluzione dell'immagine del nemico, il rifiuto di stare per sempre nel "loculo" del proprio ruolo e della propria immagine, soprattutto se costruito da altri, l'ironico e disincantato smascheramento dei veli ideologici che fanno tornare i conti con troppa geometrica precisione e non aiutano a capire la multiforme realtà ed i suoi cambiamenti, lo scavare nel dettaglio apparentemente marginale, ma rivelatore di dimensioni profonde: ecco alcune delle "opere penitenziali" che Sofri si era autoassegnato per rimediare al proprio ruolo di "ganzo", di "seduttore ideologico" e di costruttore di visioni troppo complete e capace di mettere ognuno al suo posto. Lo aveva svolto da oltre una decina di anni con scrupolo intellettuale e passione morale.

Penso che la sua preoccupazione principale - ribadito peraltro nelle espressioni riportate da Manuela Cartosio sul Manifesto del 12 agosto scorso - fosse ormai cosa dire e come vivere di fronte ai figli, ai giovani, per non lasciarli disarmati, ma anche per non "armarli" tanto da renderli schiavi della propria armatura, come magari lo eravamo stati noi.

Certamente la storia di Lotta Continua e dell'estrema sinistra, era intrecciata anche di momenti di illegalità: di fronte ad uno Stato e ad un insieme di forze dominanti (e vincitrici) che dell'illegalità hanno fatto ben più ampio e più spregiudicato uso, e che non hanno mai pagato i loro conti aperti, forse Sofri avrebbe potuto sentirsi in diritto di dimenticare, di sorvolare: una tranquilla iscrizione al PSI, o un'elezione al Parlamento, non solo non gliela avrebbe negata nessuno, ma sarebbe stata accolta con favore da molti. Sofri invece ha scelto di farsi intestare personalmente una gran parte dell'"antico ed inestinguibile debito di Lotta Continua" (come scrisse a proposito dell'insoluto finanziario), senza nulla chiedere e senza far valere la propria porzione di crediti.

Il trasferimento di questa complessa, dolorosa, ma anche fruttuosa elaborazione nella sede giudiziaria è ormai - sciaguratamente - avvenuto.

Avremo almeno il diritto di chiedere ai magistrati - che troppo spesso ci ricordano i loro coleghi del caso Tortora - che anche loro si spoglino di pericolosi occhiali ideologici e di meschine prevenzioni, che esaminino da tutti i punti di vista e con spirito critico le prove e le testimonianze, ed arrivino presto ad un pubblico processo, che ormai appare l'unica sede perchè accusa e difesa possano finalmente confrontarsi ad armi meno scandalosamente impari.

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