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Elezione come marketing

8.2.1994, Alto Adige - Scritti sul Sudtirolo
Devo una risposta a coloro che mi chiedono di candidarmi nelle imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano. Una risposta sincera, oltre che un ringraziamento per la stima che mi dimostrano attraverso la loro amichevole insistenza. Non basterà dire che mi sono già candidato in una situazione assai difficile, nel 1992, per tentare di assicurare ai democratici di tutti i gruppi linguistici del Trentino-Sudtirolo (ed ai Verdi) una voce nel Senato.
Il nuovo sistema elettorale - che non avevo voluto, ma contro il quale non mi sembrava neanche ci si dovesse schierare in un'accanita ed equivoca difesa dello "status quo ante", ragion per cui non ho né firmato i referendum elettorali né partecipato al voto - non permette più di cercare nella rappresentanza politica la proiezione dei propri ideali. Esige invece che si punti al governo e che si impari ad allearsi tra diversi ed ancora compatibili "mali minori". Forse alla lunga, e con le necessarie correzioni, questa medicina potrà persino fare bene. Per intanto però noto che la politica italiana attuale passa attraverso le forche caudine della demagogia, del populismo, di un ulteriore insano scatenamento di ambizioni soggettive, di un'inedita e tuttora crescente supremazia dell'immagine sulla sostanza, di una parossistica selezione dei "personaggi" piuttosto che di opzioni politiche, sociali e culturali. Inoltre il sistema elettorale obbliga - ed obbligherà sempre più in futuro, se ne venisse mantenuta e perfezionata la sua caratteristica maggioritaria - ad una compattazione semplicistica di blocchi alternativi, ma convergenti al centro. Per chi aveva faticato per affermare che non esiste solo il lineare sì e no, destra e sinistra, bianco e nero, buono e cattivo, e per criticare la trappola del "progresso", è un risultato abbastanza desolante.
Non credo nella retorica del "nuovo che avanza" e vedo con orrore la sua banalizzazione spettacolare e televisiva, non importa se politica, giudiziaria o giornalistica. Naturalmente spero che non vinca la più estrema riduzione della politica a imballaggio (per merci ed affari) che vedo rappresentata dal Cavaliere dell'immagine che vorrebbe riuscire a trasformarla interamente in azienda, pubblicità e marketing. Sostituendo l'impegno delle persone, le loro sofferenze e passioni, i loro bisogni e i loro limiti, le loro capacità di agire e di giudicare, con il trionfo di un mondo tutto artificiale, della cosiddetta "realtà virtuale". Ma finchè non avremo altri giornalisti e altri magistrati, non potremo neanche avere governanti e legislatori davvero nuovi - salvo forse a livello ristretto e locale, dove la mediazione dei grandi bugiardi della demagogia può essere, forse, elusa.
Nella politica italiana sento oggi una grande mancanza. Non quella di un premier eletto dal popolo (immaginate la nuova orgia di delega e di personalizzazione!) o di un sistem elettorale interamente anglosassone (ma quale buone politica ha poi prodotto in Gran Bretagna o negli Usa?), e neanche quella di una nuova Idea Salvifica che restituisca nobilità di motivazioni a chi ne sentisse la carenza. Ci manca, invece, quel bambino della favola di H. Chr. Andersen che ad un certo punto osa dire ad alta voce che l'imperatore è nudo. Che chiami, cioè, col loro nome tutto ciò che di ben altre apparenze si ammanta. Dal carrierismo alla ricerca di un semplice posto al sole, all'egoismo sociale o etnico al rilancio, appena camuffato, di una nuova ondata di aggressione ai poveri ed alla natura.
Lo spazio per far valere abiettivi profondi di pace, di giustizia, di reintegrazione della biosfera, e per promuovere quella conversione ecologica che nell'ultimo decennio avevamo proclamato come urgente obiettivo di civiltà e di sopravvivenza, sul palcoscenico della politica italiana sembra attualmente assai ridotto. Chi mi conosce, sa che ho sempre cercato di perseguire politiche realistiche, pur con tutto il carico di radicalità e di speranza di altro e di meglio che mi sentivo affidato. Ma tra politica realistica e "Realpolitik" c'è ancora un abisso.
Permettetemi dunque di insistere nel mio rifiuto di una candidatura in queste imminenti elezioni e di rimandare ogni valutazione sul ruolo dei Verdi nel Parlamento europeo a dopo il 28 marzo.
Personalmente penso comunque di aver compiuto un periodo di servizio sufficientemente lungo da poter desiderare un tempo sabbatico.

Le elezioni e il mio "no"
Alto Adige, 8 febbraio 1994
pro dialog