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Fabrizio Ravelli e Andrea Rizza Goldstein: L'orrore di Srebrenica 25 anni dopo. I criminali di allora sono star nazionaliste

8.7.2020, La Repubblica

Venticinque anni fa cominciava il genocidio di Srebrenica, il massacro sistematico di 8.372 uomini e ragazzi musulmani bosniaci che sarebbe proseguito per diversi giorni. Oggi, per le limitazioni imposte dal Covid che anche in Bosnia colpisce duramente, le celebrazioni saranno meno affollate del solito. Ma migliaia di persone si ritroveranno comunque al Memoriale di Potocari, nove corpi identificati nel corso dell’anno avranno sepoltura aggiungendosi ai 6.600 che già stanno sotto la distesa di cippi bianchi. I venticinque anni, un quarto di secolo, avranno una celebrazione in forma limitata. Ciò che però annichilisce, nel clima politico e sociale di questo Paese, è che il riconoscimento di quello che accadde, il confronto fra sterminatori e vittime, e quel che si chiama oggi confronto con il passato, non stanno facendo passi avanti. Anzi, tutt’altro.

L’orrore di Srebrenica 25 anni dopo. I criminali di allora sono star nazionaliste

I due maggiori responsabili, il premier serbo-bosniaco Radovan Karadžic e il comandante militare Ratko Mladić, sono in galera. Ma il genocidio di Srebrenica, a lungo negato dai leader della Republika Srpska, la repubblica dei serbi di Bosnia, poi ammesso, poi di nuovo negato, ora da molti è rivendicato. Dragan Bursać, professore di filosofia e giornalista, venticinque anni fa era un soldato semplice nella VRS, l’esercito serbo-bosniaco, aveva 20 anni nel 1995. Oggi è uno dei più fieri oppositori del negazionismo nella Republika Srpska. «Senza poter generalizzare, diciamo che esiste un pensiero unitario secondo il quale il genocidio di Srebrenica non è avvenuto - dice -. Ma oggi c’è di peggio, questa matrice culturale vive in una narrativa terribile che sostanzialmente recita: ‘A Srebrenica il genocidio non c’è stato, e Dio voglia che si possa ripetere tre volte’. La negazione del genocidio ha raggiunto un nuovo livello, e cioè l’affermazione del genocidio come qualcosa di ‘buono’, come una ‘buona pulizia’, come ‘buon sangue’». Perché questo accade? «La colpa è dell’opinione pubblica dominante a Belgrado e anche a Banja Luka che non solo ha negato il genocidio, ma che degli esecutori, da quelli ai livelli più bassi fino a quelli che lo hanno organizzato, ha fatto degli eroi nazionali. Questi criminali sono il jolly che ti fa vincere le elezioni, locali e nazionali, in Republika Srpska e in Serbia. Questi criminali appaiono sui cartelloni pubblicitari, e vengono usati come testimonial con nomi e cognomi per vincere le elezioni».

«Mi aspettavo di commemorare il venticinquennale del genocidio in un altro modo - dice Nataša Kandić, avvocato dell’Humanitarian Law Center di Belgrado -. Che tutte le fosse comuni sarebbero state ritrovate, che non ci sarebbero state più madri che devono ancora seppellire i propri figli, che non ci sarebbe stato il negazionismo e che in tutta la regione, prima di tutto in Serbia ma anche in Republika Srpska, avremmo accettato di considerare quello che è successo a Srebrenica, che avremmo riconosciuto e accettato i fatti dimostrati dai tribunali. Oggi invece, quando parliamo di questo, ho paura che siamo distanti dalla giustizia di transizione, dall’empatizzazione e solidarietà con le vittime, lontani come non mai prima di oggi». Eppure, dice, ci sono stati momenti importanti sulla strada della riconciliazione: «Nel 2004 l’allora governo della Republika Srpska ha pubblicato un report con i nomi di oltre 8 mila uomini e giovani musulmani, della cui morte sono responsabili l’esercito e la polizia della Republika Srpska. In questa relazione c’erano anche i nomi di oltre 22 mila membri delle forze armate che si trovavano sul terreno. Tuttavia 11 anni dopo il governo ha deciso di annullare questo report, sostenendo che era il risultato di pressioni politiche, di un complotto internazionale».

Negare il genocidio è follia. A Tuzla funziona dal 1999 un centro di identificazione, diretto da una caparbia antropologa forense che si chiama Dragana Vućetić. «Con l’analisi del Dna abbiamo identificato l’80 per cento delle persone scomparse, circa 6.700. La maggior parte delle persone è stata inumata in fosse comuni primarie che qualche mese dopo sono state scoperchiate e i resti umani, con bulldozer e ruspe, sparsi in altre fosse comuni secondarie. È successo che parte di una persona restava in una fossa, e altre parti finivano altrove. Questo ha reso difficile il processo di identificazione. E ricordiamo che ancora circa mille persone sono considerate scomparse e i resti non sono stati trovati. Ma ci proveremo».

E poi ci sono quelli che tentano di ricostruire la memoria, a convivere con gli avversari, a superare i muri. Amra Nalić è un’attivista di Adopt Srebrenica, un’associazione di giovani (musulmani e serbi insieme) che da dieci anni ci prova. «Raccogliamo fotografie, l’unica prova e l’unico ricordo che queste persone erano vive, l’unico collegamento con le famiglie delle vittime, con i bambini che non ricordano i propri genitori uccisi, perché nel luglio 1995 erano troppo piccoli. Conserviamo il ricordo e lo preserviamo dall’oblio».

C’è chi, bambino sfollato allora, è tornato a vivere a Srebrenica. Il che significa vivere fianco a fianco con qualcuno che ha collaborato all’uccisione dei tuoi. Muhamed Avdić, anche lui militante di Adopt Srebrenica, non ha mai rivisto il padre. «Siamo solo venuti a sapere che quando Srebrenica è caduta era stato catturato. Poi il tribunale dell’Aia ha ricostruito che mio padre aveva cercato salvezza in Serbia, ma i serbi lo hanno riconsegnato ai criminali. Così, alla fine, ho incontrato l’ex militare serbo-bosniaco che ha preso in consegna mio padre. Non ero guidato dalla vendetta. Mi ha detto che gli era stato ordinato e che non si sente responsabile. Va bene, gli ho detto, ma l’hai preso in consegna e lui oggi non è vivo, questo ti è indifferente? Non ti sentiresti meglio se fosse vivo? Mi ha dato ragione, istituzionalmente non si sente responsabile, ma come uomo sì».



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