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Alessandro Zangrando: Safet Zec, gli abbracci di Srebrenica

5.7.2020, La Lettura-Corriere della Sera

L’11 luglio 1995 l’armata serbobosniaca sterminò più di ottomila musulmani. Safet Zec — nato in Bosnia-Erzegovina, studio a Venezia — è vittima, testimone e interprete di quella guerra. Le sue tele tornano a casa.

Safet Zec è un uomo di poche parole. Le sillabe sono cadenzate con molta cura, lentamente, ma senza esitazioni. Formano racconti che attraversano inesorabili le notti della storia. Nato nel 1943 a Rogatica, in Bosnia-Erzegovina, terra di dolori incrociati, Safet ha vissuto sulla propria pelle due esodi. «Il primo proprio nel 1943. Durante la Seconda guerra mondiale la mia famiglia è stata costretta a lasciare il proprio paese e siamo andati a Sarajevo. I miei genitori — racconta — hanno percorso a piedi 80 chilometri. La seconda volta è stata nel 1992, quando ho dovuto lasciare Sarajevo con mia moglie per scappare in Italia». Per questo il suo ciclo Exodus, composto da 13 grandi teleri, racconta strappi, sofferenze, legami spezzati. Una folla di figure, vittime della guerra e del destino, avvolte in bianchi sudari, simboli di speranza e di resurrezione, che illuminano un’oscurità di sofferenza, dove non trovano posto paesaggi, oggetti della quotidianità, segni del tempo. Tutto lo spazio è riempito da corpi, seminudi, che si cercano, si toccano, si sorreggono reciprocamente. Mani che cercano altre mani e si moltiplicano nel mutuo soccorso. Composte in poche settimane nel 2017, le opere sono state subito presentate a Venezia, alla Chiesa della Pietà, la «casa» di Vivaldi, per poi trovare ospitalità l’anno successivo all’abbazia di Rosazzo, in provincia di Udine, nel 2019 all’oratorio di San Francesco Saverio del Caravita a Roma e ancora alla basilica di Maria Ausiliatrice a Torino.

Dal 7 luglio Exodus sarà esposto a Srebrenica per ricordare le vittime del genocidio di 25 anni fa, quando, l’11 luglio 1995, le truppe dell’armata serbo-bosniaca comandata dal generale Ratko Mladic entrarono nella città e sterminarono oltre 8.300 musulmani bosniaci. «Abbiamo visto uccidere il vicino o il compagno di scuola — ricorda oggi l’artista —. Nonostante il progresso, la tecnologia, tutte le conquiste importanti... per me resta un fatto inspiegabile. Questa è una terra bellissima, fertile, dove possono convivere tre popoli: per quale ragione uccidere?».

La mostra sarà allestita al Memoriale di Potocari per tre mesi, all’interno dei capannoni della vecchia fabbrica di batterie, utilizzata come campo di concentramento e prigione durante la guerra. Oltre a Exodus saranno esposti i dipinti del ciclo delle Lacrime (2007) e gli Abbracci, dedicati alla tragica fine di una giovane coppia di innamorati, Admira e Boško, 20 anni: appartenenti a gruppi etnici diversi, furono assassinati dai cecchini all’inizio del 1993 sul ponte Vrbanja mentre cercavano di fuggire dall’assedio di Sarajevo. Colpirono prima Boško, poi Admira mentre tentava di soccorrerlo. Morirono abbracciati, poi lasciati lì, per sette giorni, come monito.

«Exodus copre gran parte dei temi della nostra civiltà — sottolinea Zec —, pensi ai gommoni sui quali la gente muore. Non è legato solo a quel preciso momento storico. Parla dell’umanità». Nelle opere di Zec non si trova indulgenza, non ci sono filtri, piani di lettura nascosti. Non ci sono neppure riferimenti troppo espliciti alla cronaca: tutto diventa epica del dolore e della pietà, posata sulla tela per parlare al futuro. «Per anni mi sono portato dentro le immagini indelebili e atroci di tanta crudeltà. Sofferenza e dolore, emozioni senza respiro, visioni strazianti che sono riuscito a liberare e fissare sulle tele». Protagonisti soprattutto i bambini, a sottolineare queste storie dove non ci sono colpevoli, ma solo vittime. Una invocazione laica e muta alla pietà, che parte da un’umanità spogliata, alla quale rimane solo la sua dignità. Exodus è un potente poema che parte dall’attualità, ma si sgancia dalla storia per allestire una grande tragedia pittorica e porre domande eterne sull’ingiustizia degli orrori.

«I miei lavori fino agli anni Novanta appartengono al “tempo dei sogni” — spiega — quando, insieme ad ambienti, figure, atmosfere familiari, esplose la mia passione per la bellezza degli alberi, soprattutto la scultorea possanza di ippocastani secolari dalle stupefacenti chiome che ho rappresentato con tutte le tecniche — olio, tempera, inchiostro, punta secca. Quei sogni sono stati spazzati via con gran parte delle mie opere, distrutte anch’esse in una guerra fratricida».

Lasciata la ex Jugoslavia nel 1992 Safet Zec ripara a Udine, per poi approdare nel 1998 a Venezia, da cui fu folgorato fin da ragazzo: «Dopo avere attraversato campielli, calli e callette, all’improvviso, mi si aprì davanti agli occhi lo scenario più stupefacente del mondo. L’impatto fu così profondo che, quando si trattò di preparare la tesi, d’impulso, ignorando il tema richiesto, cercai di descrivere quello che provai a Venezia. Una città-mondo “mitica” dove la bellezza ti sommerge».

Nello studio a San Francesco della Vigna lavora fino a 12 ore al giorno, tormentato dal disegno, dall’affinamento continuo della tecnica pittorica. Compagno di studi a Belgrado di Marina Abramovic («distanza siderale ma stima reciproca»), incurante delle mode, al riparo dalle tendenze del mercato, impasta con le emozioni uno stile figurativo che non conosce compromessi, dove si riconosce il dolce colorismo veneto, forme manieristiche e la lezione degli olandesi. «Ho studiato i grandi del passato, Greci, Romani, il Medioevo, il Rinascimento fino a Velázquez e Rembrandt, ma la mia pittura è moderna, contemporanea. Però molta arte contemporanea non parla più di niente, non possiede il linguaggio per affrontare queste grandi tragedie». Come quella di Srebrenica, mai dimenticata, sulle tele di Exodus.

 

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