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gabriel auer: “Leggere la guerra per imparare la pace" Esemio guerra nei balcani

Jul 1, 2010, progetto fondazione Alexander Langer Stiftung

 

  

La nostra cultura è completamente permeata dai media, non solo trasmessa attraverso di essi. I media contribuiscono a formare la realtà, non si limitano a raccontarla. Allora bisogna discutere e guardare i meccanismi con cui i media influenzano la nostra vità quotidiana e la nostra visione del mondo.Questo vale a maggior ragione per la guerra, avvenimento lontano dalla nostra quotidianità, nella quale si inserisce principalmente attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Qui sono la principale o addirittura l’unica fonte di informazione.

 

1.1 I media

 

I diversi tipi

 

La televisione- la stampa- la radio- l'Internet- il cinema- il telefono- nuovi media

 

La funzione dei massmedia

In una democrazia è diffusa l'idea che devono essere presenti i mezzi di informazione indipendenti che possono informare i cittadini. In particolare al giorno d'oggi sono le televisioni la principale fonte informativa, perché solo pochissime persone leggono libri e giornali o si informano tramite internet. I media hanno il compito di:

 

Altri compiti sono l'intrattenimento e l'educazione.

 

1.2 Cosa significa la parola “guerra”?

 

La guerra è un evento di vaste dimensioni che consiste nel confronto armato fra due o più soggetti collettivi significativi. Si arriva alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata, o quando almeno una delle parti percepisce l'inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi. La guerra è preceduta da:

 

In passato le guerre erano soprattutto guerre tra stati, oggi invece sono anche le conseguenze della disentigrazione di uno stato (come l'ex- Jugoslavia). Poi la guerra non è più solo una guerra tra eserciti, in mezzo c'è sempre di più la popolazione civile- come obiettivo e vittima.

Possiamo distinguere tra 5 tipi di guerra:

 

1.3 Media e guerra

 

Le democrazie occidentali non sono in grado di fare una guerra senza il consenso dell'opinione pubblica. Tutte le guerre moderne sono state fatte con il supporto del consenso popolare. Quindi l'opinione pubblica deve essere a favore dell’intervento armato. Sappiamo che la maggior parte della gente comune è contraria alla guerra. Come possono i popoli essere contrari alla guerra, e poi decidere democraticamente di farla lo stesso?

Per creare consenso intorno all’idea della guerra ci vuole un lavoro di preparazione lungo, progettato e pianificato con largo anticipo. Speciamente la TV gioca un ruolo molto importante nel influenzare la pubblica opinione a favore o contro una guerra. Nello stesso momento anche l' Internet diventa un mezzo di informazione significativo. I media possono influenzare fortemente l'andamento di una guerra, guerre vengono perse e vinte anche nei media. In generale la politica ha bisogno dei media e i media sono dipendenti dalla politica per ricevere informazioni che diventano notizie. Alla fine ci può essere un mix tra reportage seri di guerra, propaganda e la messa in scena di eventi mirati. Lo spettattore non é più in grado di distinguere tra questi punti. Così cerca di farsi un immagine che nasce da tutti le immagini e notizie, intrecciati con visioni e immagini della guerra già presenti nella sua testa. Queste immagini sono anche il risultato di film di guerra, film contro la guerra e videogiochi di guerra.

1.4 Cinema e videogiochi

 

Cinema

 

Nei film di guerra spesso vengono mostrati guerre e conflitti del Ventesimo secolo. Nei film il protagonista spesso è un eroe, che si deve far valere in una guerra o in esercito come soldato, o un gruppo che si deve compattare come unità durante il film. Per aumentare la suspense vengono usati effetti speciali di audio e video. I film vogliono suscitare un fascino nei atti di violenza. Il nemico viene presentato in modo negativo, esiste un chiaro confine tra „il bene“ e „il male“. La morte e la sofferenza sembrano inevitabili e necessari.

 

I film anti- guerra rappresentano gli aspetti e le conseguenze negative della guerra. Le cause vengono analizzate in modo critico, raccontano le sorti umani. I protagonisti sono responsabili per i loro atti e la vita viene apprezzata come il valore più alto.

 

Wargames

 

I wargames tentano di simulare ogni aspetto delle vere battaglie:

 

 

Anche nei wargames viene fatta la differenza tra bene e male. Secondo il sociologo Hartmut Gieselmann le simulazioni militari non promuovono l'aggressività del giocatore, ma disegnano un immagine innocua della guerra. I wargames sono critici quando l'uccisione viene trasmessa come atto semplicemente tecnico e la realtá viene imitata. I wargames attuali hanno come contenuto conflitti reali (guerra in Iraq), alcuni sono simili ai programmi di simulazione che vengono utilizzati per la formazione dei soldati. In più questi wargames vengono utilizzati nel recrutamento di giovani (su un sito Internet dell'esercito americano (http://www.americasarmy.com) si possono scaricare gratis)

 

I punti in comune dei film di guerra e dei wargames

 

 

2. La rappresentazione della guerra

 

Nella Prima Guerra Mondiale troviamo già grandi apparati di propoganda mediale che viene perfezionata nella Seconda Guerra Mondiale con l'auito della radio e del film. La prima guerra che poteva essere seguita dal vivo era la guerra in Vietnam 1964-75. È tuttora l'unica guerra del Ventesimo secolo fino ai tempi nostri senza una censura ufficiale- anche perchè gli Stati Uniti pensavano di finire la guerra velocemente. Prima la maggior parte dei media era a favore della guerra, però più a lungo durava, più cambiava anche l'opinione pubblica. I media facevano vedere le crudeltà di guerra, come il lancio delle bombe di napalm. Questo portava ad un'atmosfera contro la guerra. Oggi, grazie alle nuove tecnologie satellitari vediamo le immagini delle guerre in tempo reale. In più é nato anche “Embedded Journalism”, nel quale i giornalisti civili vengono destinati ad una unità militare.

 

Dove troviamo le informazioni su una guerra?

 

Nella maggior parte dei casi riceviamo le informazione dalla TV (notiziarii, reportage, discussioni) e dai giornali. Poi ci sono i settimanali e mensili di politica (articoli più lunghi con i retroscena, informazioni più approfondite), radio e libri. I media spesso hanno anche un sito online. L'internet è diventata una grande fonte d'informazione. Lì per esempio troviamo i “warblogs”, diari personali e soggetivi online sulla guerra di persone civili, ma anche di giornalisti e militari. Un invenzione molto famosa nell'ultimo periodo si chiama “Twitter”, un servizio di sociale network e microblogging che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite messaggi di testo. Gli aggiornamenti possono essere effettuati fra anche via SMS e e-mail. Gli aggiornamenti sono mostrati istantaneamente nella pagina di profilo dell'utente e comunicati agli utenti che si sono registrati per riceverli. Twitter è considerato uno strumento di giornalismo partecpativo.

 

Quali aspetti sono importanti per pubblicare una notizia?

 

La notizia deve essere:

- chiara: un evento deve essere chiaro e di facile orientamento

- significativa: se riesce a suscitare coinvolgimento personale

- sorprendente: un evento di sorpresa

- riferirsi ad una nazione importante (economicamente e militarmente) o a personaggi importanti

- negativa: un evento riferito a conflitto, aggressione, morte o distruzione

 

In generale per i media guerre e crisi spesso vogliono dire più attenzione da parte dei lettori e spettatori. Questo significa più ascolti e più edizioni collegati con più incassi dalla pubblicità.

 

Il ruolo delle agenzie di stampa

 

Le agenzie di stampa sono trafficanti di notizie che sono scritte da redattori e giornalisti freelance. Infatti le agenzie di stampa decidono quali notizie sono relevanti o se é necessario inviare corrispondenti e reporter sul posto. Le redazioni dei rispettivi media decidono a quali servizi abbonarsi e elaborano gli articoli delle agenzie o li utilizzano testualmente. Alla fine della notizia troviamo il codice di identificazione. I giornali tendono ad avere solo un'agenzia di stampa. Per i prossimi anni viene pronosticato una riduzione delle agenzie. (In Germania la “dpa” é l'agenzia più grande, solo 6 quotidiani non sono tra i suoi clienti. Le più famose agenzie di stampa in Italia sono l'ANSA e l'ASCA).

 

2.1 Manipolazione e leggitimazione

 

La rappresentazione della guerra può essere usata anche per la manipolazione e la legittimazione di guerre. Come sappiamo la politica ha bisogno del consenso dell'opinione pubblica per fare la guerra e lì serve un lavoro di preparazione. La politica ha un grande interesse a promuovere seguenti informazioni prima e durante la guerra:

 

Legittimazione della guerra:

 

 

Manipolazione:

 

 

Sopratutto le immagini lasciano tanto spazio per interpretazioni e associazioni. Ogni immagine rapppresenta una selezione voluta dal contesto. In più si possono mettere insieme testi e immagini che non hanno niente a che fare con il contesto.

 

Esempio: “La storia delle incubatrici” (1990)

Uno degli esempi per un evento mediale é il caso di una ragazza che - davanti al congresso americano- piangendo raccontava di presunti crimini da parte di soldati iraqeni ai danni di bebè kuwaitiani: "Ho visto i soldati iracheni arrivare nell'ospedale. Prendevano i bebè dalIe incubatrici, prendevano con sé le culle e lasciavano morire i bebé per il freddo pavimento.”

Il racconto di questa storia era una messsa in scena pianificata da un'agenzia di pubbliche relazioni americana. Più avanti anche con questa storia è stata legittimata l'invasione delle forze alleate in Kuwait. Due anni dopo un giornalista scopre che non la ragazza non era un'infermiera, ma la figlia dell'ambasciatore del Kuwait a Washington. Intanto la guerra in Iraq era già finita.

 

Le agenzie di pubbliche relazioni sono responsabili per la comunicazione esterna, gestiscono il lavoro riguardante le relazioni pubbliche per personaggi, dittè, istituzioni e partiti politici ecc.

 

2.2 Censura e propaganda

 

Un esempio importante per la censura e la propaganda era la Prima Guerra nel Golfo del 91 (guerra delle forze alleate contro l'Iraq che aveva invaso il Kuwait). La maggior parte dei giornalisti americani poteva partecipare solo dopo aver preso accordi con i militari. Dopo la guerra é stato reso pubblico che i militari avevano diffuso in modo mirato informazioni sbagliate (come per altro anche la parte irachena). I giornalisti sono stati accusati di aver riportato le notizie in modo troppo acritico e di aver contribuito a mettere in scena la guerra come uno spettacolo mediale.

 

La spirale del silenzio

Certe informazioni semplicemente non vengono pubblicate.

 

La costruzione dell’agenda (agenda setting)

Consiste nel selezionare le cose a cui dare importanza, metterle in rilievo all’interno dei media e, di conseguenza, nel dibattito pubblico. In genere l’agenda è frutto di negoziazioni fra i media stessi e le fonti stesse delle notizie. In tempo di guerra la principale fonte di notizie è il governo ed è facile che trovano dei accordi con i media.

 

La tematizzazione

Nella tematizzazione si tratta di legare fra loro argomenti diversi. Per esempio, si parla di terrorismo, e nello stesso momento si parla di Islam. In questo modo si finisce per collegare le due cose nella memoria degli spettatori. Ad esempio, nel 2002 si è parlato spesso del problema di Saddam Hussein ed Osama Bin Laden. I due personaggi venivano spesso affiancati in una immagine composta dalle loro foto, i due venivano uniti anche nei servizi. Era evidente la mancanza di connessione, ma ha comunque contribuito ad unire nell’immaginario collettivo due figure che erano distanti fra di loro.

 

L’inondazione e lo svuotamento della notizia

Quando c'è la guerra è impossibile non parlarne, specie nei primi giorni, allora si dedicano programmi ed edizioni speciali, ma senza dare notizie. Vengono mostrati interviste coi familiari rimasti a casa, servizi sulle modalità di trasporto dei soldati, sulle loro divise, su cosa mangiano ecc. Questo da l’illusione alla gente di essere informati sulla guerra in atto.

 

• “Eventi mediali”

Molti fatti assumono importanza solo se vengono trasmessi in diretta televisiva. I fatti stessi, spesso, vengono “adattati” alle esigenze televisive nel corso del loro svolgimento.

 

2.3 Linguaggio

 

Il linguaggio è uno strumento molto potente quando si tratta di promuovere la disponibiltà alla guerra o la sua accettazione. Le parole condizionano il nostro modo di pensare. Gli eserciti hanno degli uffici che lavorano solamente sulla terminologia. Anche i comunicati stampa dell'esercito, del ministero degli affari esteri vengono tutti curati da specialisti. L'inoltro di questi informazioni non succede sempre in modo consapevole- sia da giornalisti che di coloro che leggono le notizie. I giornalisti stessi dicono che qualche volta anche il poco tempo a disposizione no li consente di controllare le notizie. Forse i media possono essere sia vittime sia esecutori di queste falsità.

 

- Polarizzazione “bene” e “male”

Il contraente politico viene svalutato con un linguaggio mirato, con termini negativi come “bestia”, “banda”, “dittatore”, “fascista”, “aggressore” e “terrorista”. Si creano immagini negative che alimentano paura. Gli interessi propri (potere, controllo di territorio, di risorse..) vengono definiti altruisti e importanti per gli obiettivi del bene comune (libertà, pace, benessere ecc.). La popolazione dello stato nemico viene definita o come massa disumana o bisognosa di aiuto e di prottezione dall'esterno.

 

- Codici per operazioni militari

Operazioni militari spesso vengono nominati con termini che suscitano certe associazioni di idee e pensieri. La guerra degli USA contro il terrorismo viene nominata "Operation Enduring Freedom" (Operazione pace stabile). Parole come operazione, missione, conflitto e soluzione hanno significati anche non militari. Con queste terminologie la guerra viene inserita nel linguaggio quotidiano e così anche la guerra stessa può diventare banale.

 

- Termini per armi

Per le armi spesso vengono usati nomi di animali. Tutti i carri armati sono nominati con nomi di animali di preda. Gli aeri di bombardamento hanno nomi di fenomeni naturali (“Thunder”- “Tempesta”) che rappresentano la guerra come qualcosa di inevetabile, del quale nessuno è responsabile. Le armi vengono anche minimizzati: La bomba atomica che gli USA hanno buttato su Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale si chiamava “Little boy".

 

L'eufemismo

L'eufemismo è una parola che abbelisce qualcosa: Il termine "danno collaterale" significa realmente le conseguenze non volute dopo un attacco su un target militare con distruzione, feriti e morti nel recinto. “Neutralizzare” o “silenziare” un avversario significa ucciderlo.

 

Il linguaggio nella Prima Guerra nel Golfo 1991

Gli alleati

Gli iracheni

Esercito

Macchina da guerra

Regole di base per giornalisti

Censura

Conferenze stampa

Propaganda

Eliminavano

Uccidevano

Neutralizzavano

Uccidevano

Aspettavano

Si ritiravano nei buchi

Adoperavano attacci precisi

Sparavano a caso su tutto

Erano professionali

Avevano subito un lavaggio del cervello

Cauti

Vigliacchi

Valorosi

Erano carne da macello

Leali e coraggiosi

Sottomessi e fanatici


3. La guerra nei Balcani:

Il ruolo dei media prima e durante il conflitto

 

Le guerre jugoslave sono state una serie di conflitti nella Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia tra il 1991 e il 1995 che ne hanno causato la dissoluzione. Le cause erano varie, come la nascita del nazionalismo nelle diverse repubbliche, la bancarotta dello stato Jugoslavo e gli interessi personali dei leader politici. Le Nazioni Unite tentarono più volte di far cessare le ostilità con piani di pace che si rivelarono fallimentari.Stragi, stupri e deportazioni proseguirono per tutta la durata della guerra in uno scenario di pulizia etnica che provocò circa 102.000 morti e 1.326.000 profughi.

Nella guerra dei Balcani la politica, con l'aiuto dei media, ha utilizzato soprattutto la questione etnica nella sua propaganda. I giornali, le radio e le TV non sono stati gli unici colpevoli della guerra ma nel gioco iniziale hanno contribuito a far accrescere un sentimento di odio. Molti organi di informazione hanno anche subito restrizioni e imposizioni tanto da rendere loro difficile il compito di fornire un'informazione libera e indipendente, mentre altri sono stati semplicemente manipolati dal potere del momento.

 

3.1 La Bosnia Erzegovina

 

Abitanti 3.981.239

Superficie 51.197 km²
Governo: Repubblica Federale Democratica

Divisione amministrativa:

Federazione di Bosnia ed Erzegovina,

Repubblica Srpska e Distretto di Brčko

(a loro volta divisi in 10 cantoni)

Capitale: Sarajevo

Lingua: bosniaco, serbo, croato

Gruppi etnici: bosniaci, serbi, croati

Religione: Musulmana 40%, Ortodossa 31%,

Cattolica 15%, Protestante 4%

La Bosnia Erzegovina confina per gran parte con la Croazia, la Serbia e il Montenegro. La geografia è dominata dalle Alpi Dinariche nella parte occidentale e centrale del Paese, da pianure e colline verso il settore orientale e nord-orientale. Folte foreste e pianure sono situate presso le vallate dei fiumi principali. Il clima della regione si presenta con estati calde e inverni rigidi.

Le vicende storiche legate alla guerra hanno prodotto una divisione politico-amministrativa della nazione (Repubblica di tipo federale). La Bosnia-Herzegovina è infatti divisa in tre parti: due entità federali, la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Repubblica Srpska, e il distretto autonomo di Brcko. La Repubblica Srpska (Serba) è quasi esclusivamente cristiana mentre la Federazione bosniaca quasi esclusivamente musulmana. Il governo centrale della nazione prevede la figura dell’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, nominato da un organo di carattere internazionale, che al momento è la più alta autorità civile della nazione. L'Alto Rappresentante è accompagnato, a rotazione, da uno dei tre presidenti (croato, musulmano o serbo) che rimane in carica per otto mesi.


3.2 La storia dell' ex- Jugoslavia dopo la Prima Guerra Mondiale

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale fu costituito il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (dal 1929 “Regno di Jugoslavia”). Poco dopo la costituzione del regno, sotto Pietro I di Serbia, i Croati e gli Sloveni mostrarono una sempre più forte insofferenza verso il centralismo serbo, tanto che per mantenere l'unità del paese Alessandro I (succeduto a Pietro) impose nel 1929 la dittatura regia. Alessandro fu assassinato da un indipendentista croato (un “ustascia”) nel 1934, e il principe Paolo assunse la reggenza. Nel 1941 il reggente aderì all'Asse, atto che provocò violente reazioni popolari. Di questo pretesto si avvalsero le potenze dell'Asse per invadere il paese. Contro gli occupanti italo-tedeschi si organizzarono subito movimenti di resistenza, anch'essi tuttavia divisi in senso etnico e ideologico. L'Italia creò lo stato indipendente di Croazia. Fra i vari movimenti di resistenza, prevalsero i partigiani comunisti di Tito, che liberarono da soli il paese. Nel 1945 Tito assunse il potere e abolì la monarchia. L'unione sovietica riteneva scontato che la Jugoslavia, retta da un regime comunista, divenisse un satellite dell'URSS. Invece Tito si rivelò un custode della piena sovranità della Jugoslavia. Nel 1974 Tito fu eletto presidente a vita (morì nel 1980). Fino al 1991 la Jugoslavia era uno stato federale di cui facevano parte, da nord a sud:

 

Slovenia – Croazia – Serbia – Bosnia Erzegovina – Macedonia

(Kosovo e Montenegro erano organi amministrativi autonomi all'interno della Repubblica di Serbia)

Le religioni della popolazione:

ORTODOSSA (serbi)- CATTOLICA (croati)- MUSULMANA (Bosgnacchi- presenza minoritaria)

 

3.3 La cronaca del conflitto (vedi in fondo)

3.4 I media nei Balcani: Disinformazione, propaganda e censura

 

Prima del conflitto i media in ex- Jugoslavia erano liberi, solamente perché supportavano il sistema politico. Esisteva anche la censura delle informazioni che non erano coerenti con la politica del paese. E' negli anni Ottanta che la menzogna prese il potere rispetto all’informazione vera e propria. Nello stesso momento però vi erano anche giornalisti onesti che nonostante tutto continuavano a svolgere il loro lavoro. La disinformazione dei media è stata spesso mirata al raggiungimento di scopi precisi. I media in Serbia e in Croazia erano esecutori e partner delle politiche nazionaliste. Non facevano solo propaganda ma mobilitavano le masse per la guerra: era necessario convincere la gente a considerare il proprio vicino di casa come un nemico da combattere.

 

Alcuni eventi e punti chiave

 

Gli anni Ottanta

Tutto inizia in Kosovo, la regione più depressa e analfabeta d'Europa, dove convivono una maggioranza albanese e una minoranza serba. Entrambi i gruppi sono schiacciati dalla stessa povertà e corruzione ma alcuni intellettuali a Belgrado in un Memorandum del 1986 rappresentano la situazione in Kosovo come un “genocidio fisico, politico, legale e culturale del popolo serbo”. Molti giornali cominciano a raccontare che i serbi sono continuamente danneggiati, che il maresciallo Tito aveva pianificato da sempre piani sporchi contro la repubblica. Poi vengono evocati stereotipi etnici: in una rassegna orchestrata di lettere sul quotidiano “Politika” il popolo serbo diventa “popolo celeste” benedetto da Dio ma privato dalla leadership che gli spetta, umiliato dagli altri popoli, in primo luogo dai musulmani, definiti “parassiti”, colpevoli della bancarotta dello stato jugoslavo. Questo è il segnale che dà il via alla fase 2: L'evocazione del sospetto.

 

Nel 1988 troupes televisive belgradesi, d'accordo con la polizia, organizzano sul più noto “magazine” nazionale lunghi reportages in Kosovo e in Bosnia sui presunti privilegi dei musulmani rispetto ai serbi: strade , scuole e rete telefonica migliore. La TV di Sarajevo pochi giorni dopo dimostra che è tutto falso.

Slobodan Milošević come presidente del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti andò in Kosovo per partecipare ad eventi nei quali serbi e montenegrini si lamentavano della massiccia pressione economica, politica e psichica da parte degli albanesi. Dopo un discorso a Kosovo Polje, nazionalisti serbi provocano la polizia composta da kosovo-albanesi lanciando sassi. La polizia usa i manganelli contro gli aggressori. Quando Milošević esce dall'edificio la gente gli grida: „Ci bastonano!“. Egli risponde: „Nessuno ha il diritto di bastonarvi!“. Questa scena, visibile sui canali TV della Serbia, è un momento cruciale, anche nell'ascesa dell'uomo politico Milošević.

 

Nel 1989 ricorre l'anniversario della battaglia a Gazimestan in Kosovo dove 600 anni fa, sulla Piana dei merli, è stata combattuta una battaglia cruciale nella storia, soprattutto per il popolo serbo: da una parte era schierato un esercito dei popoli balcanici sotto la guida del re serbo Lazar, dall'altra parte l'esercito del sultano ottomano Murad. Gli alleati balcanici perdono, ma i serbi continuano fino ad oggi a celebrare questo avvenimento storico come un giorno di gloria. Ogni anno per ricordare questa battaglia si tiene una grande manifestazione a Gazimestan; già settimane prima i media serbi sono inondati di storia medievale e di canti patriotici. Le ossa del principe Lazar vengono portate in giro per il paese, diventando oggetto di pellegrinaggio.

Il giorno della manifestazione Slobodan Milošević, davanti a centinaia di migliaia di serbi (alcuni media serbi parleranno di 3 milioni), pretende più diritti e più potere per i serbi sullo stato jugoslavo. La cerimonia viene accompagnata da metropoliti della Chiesa ortodossa in tuniche nere, da cantori nei tradizionali costumi popolari serbi e da membri della polizia di sicurezza nella loro tradizionale divisa scura. Nel suo intervento Milošević annuncia: “Dopo sei secoli siamo di nuovo impegnati in battaglie e dispute. Non sono battaglie con le armi ma non si può mai dire”.

 

Nel 1990 vengono riaperti i luoghi in cui durante la Seconda Guerra Mondiale i croati avevano gettato migliaia di serbi. Le riesumazioni vengono filmate nei più macabri particolari, accompagnate da interviste di testimoni e da canti religiosi. Nello stesso momento i telegiornali lanciano segnali d'allarme dalla Croazia “nuovamente fascista” per la vittoria di Franjo Tudman. Le vecchie generazioni ammoniscono il popolo serbo che la storia può ripetersi. I media in Serbia vengono uniformati ed i giornalisti critici licenziati. I membri dell'opposizione soffrono di campagne persecutorie. I nazionalisti serbi prendono il sopravvento su tutti i ruoli più importanti all’interno dei media serbi, cioè il gruppo “Politika” e “RTV Belgrade”. Si crea un linguaggio nuovo, fatto da simboli, irrazionalità, demagogia e destino: la parola “terra” é sostituita dalla parola “patria”. Il “popolo lavoratore” diventa il “popolo serbo”. La questione sociale diventa una questione etnica.

L'utilizzo della storia

 

Durante il periodo comunista, ai tempi di Tito, si è deciso di non affrontare pubblicamente una serie di questioni legate alla Seconda Guerra Mondiale, questioni che sono rimaste una sorta di segreto di Stato. Significativo è il mistero calato sulla sofferenza di un grande numero di persone. Ancora oggi alcune famiglie non sanno dove si trovano le tombe dei propri parenti. La lotta tra comunisti e cetnici (nazisti e fascisti serbi) ad esempio era un tema proibito, del quale nessuno parlava. In tutto questo silenzio sul passato però si sono creati degli stereotipi, che sono cresciuti fino ad avere un'enorme forza, e che sono stati utilizzati per portare la gente allo scontro. Nel 1991 ad esempio i serbi parlavano di come avevano dovuto abbandonare la Croazia descrivendo eventi della Seconda Guerra Mondiale. Natasa Kandić, oggi direttrice del Centro per i diritti umani a Belgrado, riporta un incontro con profughi serbi della Croazia proprio nel 1991: “Ho chiesto ad un vecchio di spiegarmi perché aveva dovuto lasciare il suo paese […] Lui mi ha descritto dettagliatamente un avvenimento, l'uccisione di circa trecento persone in una chiesa, un fatto che non mi era noto nel contesto della guerra del 1991. Quando gli ho chiesto: Ma quando è successo il fatto di cui sta parlando?, mi ha detto che era accaduto nel 1941. Questo mi ha convinta dell'efficacia di quella propaganda che ha preparato i serbi al conflitto, e di quanto il fatto che dopo la Seconda Guerra Mondiale nessuno parlasse liberamente di ciò che era successo sia stato fra le cause di quella forte rinascita del nazionalismo...”

La storia non era affatto semplice ed ideologica. I partigiani erano i buoni mentre tutti gli altri combattenti erano traditori e collaboratori dei fascisti. Il fatto stesso che durante la Seconda Guerra Mondiale ci fosse anche una guerra civile all'interno della Jugoslavia é stato negato. Questa strategia è stata utilizzata nuovamente per la guerra degli anni Novanta, nella quale ogni parte creava una propria "verità storica". I giornali nelle diverse repubbliche erano pieni di cronaca sulla Seconda Guerra Mondiale, di descrizioni dei massacri che erano stati commessi sui membri della propria etnia (i serbi ricordavano i serbi, i croati i croati, ecc.). In tal modo è stata incrementata la visione che la Seconda Guerra Mondiale dovesse essere continuata per avere giustizia.

 

La creazione del “popolo”

 

Nelle repubbliche inizia anche il lavoro della politica e dei media per creare “il popolo”. Un chiaro esempio è il maggior quotidiano belgradese “Politika” con la sua rubrica “Eco e reazioni” che inizia a manipolare l'opinione pubblica, indottrina la gente facendole credere che il popolo stesso poteva dialogare in modo spontaneo con i vertici politici, illudendolo del fatto che finalmente avrebbe potuto prendere in mano il proprio destino. Però dietro l'anonimato degli scrittori c'erano gruppi di intellettuali e istituzioni come la chiesa ortodossa, che orientavano il pensiero collettivo. Seguendo attentamente la situazione politica venivano organizzati i temi di discussione che, nella maggioranza dei casi, coincidevano con i temi cari al nazionalismo ovvero una preparazione sistematica per la guerra.

Tuttavia la stessa logica della strumentalizzazione dei media è valsa, in molti casi, anche nelle altre repubbliche. In Croazia ad esempio col quotidiano indipendente “Slobodna Dalmacija”. Nei primi anni di guerra il quotidiano spalatino rappresenta l'unica fonte indipendente e una tra le rare voci critiche dell'opinione pubblica in Croazia e diventa il più importante giornale nazionale. Il presidente croato Tudjman lo neutralizza cambiandone la gestione e così il quotidiano - accanto al giornale “Zagabria Vecernji list”- diventa il portavoce più radicale. Anche in Bosnia-Erzegovina molte radio e televisioni nascono basandosi sull'odio nazionale o per sottolineare le differenze etniche.

 

Nel 1990 - dopo le elezioni multipartitiche in Bosnia-Erzegovina - si verificano i primi tentativi di dividere secondo criteri etnici gli organi di stampa più influenti. Tra questi si distinguono i membri del Partito Democratico Serbo, dell’Unione Democratica Croata e del Partito di Azione Democratica di Izetbegović. I due media più influenti sullo scenario dell’informazione erano RTV Sarajevo e il quotidiano Oslobodjenje che non accettavano la lottizzazione etnica poiché negli anni Ottanta erano riusciti a non lasciarsi avvolgere dall’egemonia del partito comunista. Erano in pochi che cercavano di informare e questi erano trattati dalla maggioranza come traditori, come mercenari pagati dall'estero. In questo periodo quasi tutti i professionisti si licenziavano o venivano licenziati (RTS, la TV statale della Serbia, licenzia 1.000 collaboratori!) lasciando il posto a gente priva di conoscenze e di dignità professionale che non sapeva fare il proprio mestiere e pertanto più facilmente manipolabile. I capi redattori e i direttori nella maggior parte dei casi erano membri del regime.

 

Nel 1991 inizia la “guerra dei ripetitori”: forze serbo-bosniache prendono possesso di 12 ripetitori e li modificano con l’assistenza tecnica di RTV Belgrado. Anche i croati in Bosnia adottano questi metodi nelle parti controllate dalle loro unità e trasmettono programmi “Made in Croazia” con disinformazione - contro i serbo-bosniaci prima e poi soprattutto contro i musulmani. Quando scoppia la guerra in Bosnia Erzegovina (1992), a Pale, città sotto il controllo delle forze serbo-bosniache, viene fondata l’agenzia di stampa SRNA e l’emittente televisiva KANAL S- organi ufficiali di propaganda dei serbo-bosniaci in Bosnia che utilizza un linguaggio razzista e offensivo.

 

I media durante la guerra: alcuni esempi

 

Durante la guerra nei Balcani la TV ha costruito dei miti e ha negato la realtà, tramutando le sconfitte in vittorie. Nella capitale della Bosnia, a Sarajevo, per esempio, c'erano media croati, serbi e bosniaci. Pertanto non c'erano serbi che ascoltavano media bosniaci o viceversa, neppure per sentire che cosa dicevano gli altri della stessa situazione. Regnava anche la psicologia del terrore: comandanti paramilitari serbi demonizzavano la propria immagine, per spaventare e far fuggire i musulmani dalle loro abitazioni ma anche per persuadere i serbi locali a difendersi dai loro vicini musulmani. La TV e la radio mettevano in guardia i serbi dai nazionalisti croati e musulmani.

Ore 20, radio UNO, parla un professore da Belgrado: “Serbo, ti sto guardando e vedo che sei un uomo coraggioso, pieno d'orgoglio. Hai tutte le ragioni di essere così. Con questa Armata, con questa classe dirigente, con questo capo supremo non potremo che vincere qualsiasi aggressore.” E un altro: “Siamo determinati a difendere la nostra patria, come i nostri padri e i padri dei nostri padri. Viva la Serbia, viva la Jugoslavia, viva il nostro capo supremo!” I mezzi di informazione vengono utilizzati anche contro il nemico interno: il giornale serbo “Politika Express” fa l'elenco dei giornalisti traditori. Anche il settimanale zagabrese "Slobodni tjednik" pubblica intere liste di "traditori della nazione" e di "nemici della Croazia", indicando dove lavoravano e vivevano.

 

 

In generale il successo della manipolazione mediale e della propaganda forse era anche basato sulla cultura politica della ex-Jugoslavia. Il paese era una società praticamente senza tradizione democratica. Per questo mancavano i presupposti per una società autonoma e per lo sviluppo di un'opinione pubblica critica. Anche il generale livello di educazione era abbastanza basso. Ricerche tra gli anni 60 e gli anni 90 davano come risultato anche un'alta presenza di valori autoritari, di conformismo, tradizionalismo e conservatorismo nella popolazione.

 

Media indipendenti

 

Esistono però anche esempi di un giornalismo indipendente, libero e coraggioso che non si lasciava utilizzare per scopi nazionalisti. Il problema dei maggiori media alternativi era la scarsa diffusione: venivano letti ed ascoltati dai manifestanti ma non dalla maggior parte della gente poiché venivano ignorati dalla TV dello stato.

 

B92

B92 è una radio nata nel 1989 a Belgrado. Divenne molto importante per coloro che erano contro la guerra e volevano sentire una voce alternativa. Il ruolo dell'emittente era molto importante poiché rappresentava l'unica voce nel buio. Nell'ambito della rete „ZaMir“ ("Per la pace") collabora con altre radio che avevano una linea simile (per esempio con „Radio Zid“ e „Studio 99“ di Sarajevo).

 

L’Oslobodjenje

In Bosnia Erzegovina solo un quotidiano ha resistito a tutti gli attacchi, alla pulizia etnica e alla distruzione: l'"Oslobodjenje" di Sarajevo, l'unico giornale che ha continuato ad uscire sotto le bombe della Sarajevo assediata dai serbi. Prima della guerra "Oslobodjenje" era un quotidiano diffuso in tutta la Jugoslavia, usciva con i due caratteri utilizzati in tutto il Paese, il latino e il cirillico. Nel 1992 il giornale fu dichiarato il migliore quotidiano del mondo per l'eroismo e la professionalità dei giornalisti. Durante la guerra il giornale veniva stampato in un rifugio anti-atomico con una tiratura di 3/4.000 copie che venivano distribuite dai giornalisti stessi.

 

 

 

I media internazionali e la “Ruder Finn”

 

Per quanto riguarda l'opinione pubblica nel mondo occidentale è importante ricordare il fatto che i grandi network internazionali si erano schierati sul fronte anti-serbo. I governi di Sarajevo e Zagabria e gli albanesi del Kosovo avevano affidato ad un'agenzia di pubbliche relazioni, la “Ruder Finn” americana, il compito di incentivare e orientare le opinioni pubbliche occidentali. La stessa compagnia si era presentata prima anche a Belgrado offrendo i suoi servizi. Solo dopo il "no" dei serbi la “Ruder Finn” ha accettato la proposta della parte avversa. Il compito della Ruder Finn era quello di creare un immagine positiva di croati, bosgnacchi e albanesi in Kosovo e di creare un'immagine negativa dei serbi. L'agenzia lavorava in modo intenso nell'indicare campi di sterminio serbi e utilizzava termini con associazioni storicamente molto forti come “pulizia etnica”, “campi di concentramento”. La “Ruder Finn” elaborava editoriali per giornali di grande prestigio come il “New York Times”, il “Washington Post” e il “Wall Street Journal”. In questo modo le parti in conflitto tramite i filtri di comunicazione delle agenzie di pubbliche relazioni potevano trasformare la loro propaganda in messaggi credibili. Il risultato era una forte omogenizzazione dell'opinione pubblica negli Stati Uniti e nel mondo occidentale. Uno dei motivi principali per cui molti giornalisti occidentali diventavano filo-bosniaci era dovuto al fatto che vivevano nella Sarajevo, assediata dove i giornalisti subivano la stessa sorte di qualsiasi altro cittadino. Anche a livello internazionale certe notizie venivano pubblicate senza domandarsi se le notizie ricevute erano vere e verificabili. Così, per esempio, il canale americano “CNN” trasmetteva un servizio sui massacri ai danni di musulmani, con addirittura immagini degli stessi cadaveri, che poi si rivelavano serbi. La rivista “Newsweek” nel 1993 pubblica una fotografia di persone uccise con la domanda: “Non c'è la possibilità di fermare le atrocità serbe in Bosnia?”. Anche quei cadaveri si rivelarono serbi. Altre redazioni pubblicavano la foto di un mudjahedin, guerriero musulmano, che teneva la testa decapitata di un guerrigliero serbo. Dopo si rivelava che era un fotomontaggio. In generale anche a livello internazionale troviamo gravi casi dove i media non hanno fatto un lavoro di giornalismo responsabile, in modo consapevole e inconsapevole.

 

 

Cronaca del conflitto

 

1980

Morte del presidente Josep Broz Tito

1981

Nella provincia del Kosovo ci sono dei tumulti. Gli albanesi vogliono che il Kosovo diventi una repubblica indipendente dalla Serbia all'interno della Jugoslavia. Le proteste vengono sedate.

1986

Viene pubblicato il Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze nel quale gli intellettuali serbi denunciano una generale campagna anti-serba. Rinasce il nazionalismo serbo basato sulla teoria della "Grande Serbia", già presente nella prima metà del Novecento.

1987

Il Kosovo ormai è a maggioranza albanese e chiede di nuovo maggiore autonomia politica.

Slobodan Milošević in Kosovo partecipa a un evento a Kosovo Polje in cui i nazionalisti serbi provocano la polizia albanese: viene eletto Presidente della Repubblica Socialista Serba. Milošević stabilisce legami stretti con la chiesa ortodossa e sfrutta i suoi contatti con i media per promuovere una campagna sempre più nazionalista.

1988

Milošević costringe alle dimissioni il governo provinciale della Vojvodina, a lui avverso. Elimina l'autonomia costituzionalmente garantita al Kosovo e guida enormi manifestazioni popolari.

1989

In Croazia si forma un partito anti-comunista di centro-destra.

Nel Montenegro la vecchia dirigenza titoista viene spazzata, alla presidenza della Repubblica viene eletto un politico filo-serbo.

28 giugno 1989

Slobodan Milošević per la ricorrenza del 600° anniversario della battaglia a Gazimestan, sulla Piana dei merli davanti a centinaia di migliaia di serbi chiede più diritti e più potere per i serbi sullo stato jugoslavo. I media in Serbia vengono uniformati, giornalisti critici licenziati. Membri dell'opposizione soffrono di campagne persecutorie.

1990

L'ultimo congresso della Lega dei Comunisti Jugoslavi finisce con uno scontro frontale tra delegati serbi e sloveni.

In Croazia il partito nazionalista (HDZ) di Franjo Tuđman vince le elezioni.

1991

Gli albanesi del Kosovo proclamano la repubblica indipendente del Kosovo che però non viene riconosciuto né dai serbi né dalla comunità internazionale (soltanto dall'Albania).

In Croazia si svolge un referendum per la secessione del Paese dalla Jugoslavia. La consultazione venne boicottata nelle Krajine, una zona in Croazia (in tutta la Croazia il 13% della popolazione era serba). Qui la maggioranza serba il 1 aprile auto proclama la Repubblica Serba di Krajina. Il 25 giugno la Croazia dichiara l'indipendenza. Avrà inizio l'intervento militare della JNA (Armata Popolare Jugoslava).

Il 25 giugno anche la Slovenia (con 3% di popolazione serba) dichiara la sua indipendenza. La JNA cerca di riprendere il controllo. Inizia la guerra in Slovenia che si conclude rapidamente.

La Macedonia dichiara la sua indipendenza.

L' ONU invia una forza di pace nell'ex-Jugoslavia.

1992

Alija Izetbegović dopo un referendum dichiara l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, nonostante l'opposizione dei Serbo-bosniaci sotto la guida di Radovan Karadzic. Tutti i gruppi etnici -croati, serbi e bosgnacchi organizzano le loro formazioni militari. I deputati serbi del Parlamento bosniaco proclamano la secessione della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina, le cui truppe prendono il controllo del 70% del territorio nazionale. Da maggio la capitale della Bosnia, Sarajevo, viene presa sotto assedio dai serbi (un assedio destinato a durare 43 mesi).

Il portavoce della Croce Rossa denuncia che tutte e tre le parti di conflitto avrebbero creato dei campi di internamento.

1993

Scoppia la guerra fra Croati di Bosnia e Bosgnacchi (di religione musulmana), Tuđman vuole aggregare la regione di Mostar alla Croazia.

1994

Croati e Bosgnacchi terminano il conflitto. Nei colloqui di pace gli Stati Uniti impongono la creazione di una federazione Croato-Musulmana in Bosnia-Erzegovina. Gli Stati Uniti e la Croazia firmano un accordo militare (nel luglio del 95 viene ratificata un'alleanza ufficiale tra Croazia e Bosnia-Erzegovina)

1995

Le forze croate lanciano operazioni militari nella Slavonia e nella Krajina per riconquistare il territorio dai serbi. Le operazioni militari in Krajina provocano il massacro di 14.000 civili e costringono alla fuga migliaia di civili. Una delle pulizie etniche più rilevanti di tutto il periodo.

L'11 luglio truppe serbo-bosniache sotto la guida del generale Ratko Mladić dopo un lungo assedio conquistano Srebrenica, una città bosniaca - zona protetta dall'ONU- al confine con la Serbia. Inizia il massacro più grande d'Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale con più di 8000 morti. Il massacro é definito e riconosciuto come genocidio. Nell'agosto la NATO inizia una campagna di bombardamenti aerei sulle postazioni delle milizie serbe.

La fine della guerra

Il 21 novembre del 1995 a Dayton, negli Stati Uniti, Alija Izetbegović, Slobodan Milošević e Franjo Tuđman firmano ”l'accordo di pace”..

 

 

4. Conclusione

 

 

4.1 Il Giornalismo di pace

 

Il termine “Giornalismo di Pace” è stato introdotto da Johan Galtung, un ricercatore norvegese conosciuto per i suoi studi sulla pace e i conflitti. I conflitti possono subire una escalation con i reportage di guerra mentre il giornalismo di pace ha il compito di attenuare la tensione e di sotterrare l’accettazione della guerra.

 

Le 10 regole

 

1. Il giornalista dovrebbe impegnarsi a presentare la sua notizia da più prospettive dando una visione completa.

2. In guerra i media dovrebbero insistentemente cercare in tutti i modi di avere accesso a eventi, persone e temi.

3. Per garantire reportage e notizie più complete le fonti dei giornalisti non dovrebbero provenire esclusivamente dalle élite; Il giornalista dovrebbe cercare diversi „esperti“ e „persone autorevoli“.

4. I media dovrebbero evitare di elogiare nei loro reportage di guerra la tecnologia.

5. Per quanto disumano possa sembrare, i media non possono rinunciare, soltanto perché alcuni lo reputano ripugnante, ad utilizzare immagini anche forti e materiale cha analizza a fondo i singoli eventi.

6. I media dovrebbero redigere articoli scritti bene e con contenuto su „gente comune“, sui cittadini comuni, sulla popolazione perché in questo modo possono dare una visione completa e più personalizzata della guerra.

7. I media possono offrire una moltitudine di storie- compresi i retroscena.

8. I media devono essere consapevoli che coloro che “fanno le notizie” cercano di manipolarle.

9. Un pericolo che si corre è quando i media oppure i giornalisti stessi fanno notizia. In questo modo si cerca di distogliere l’attenzione pubblica dai veri problemi della guerra.

10. E’ molto importante che le agenzie dei media durante i notiziari dibattono anche su iniziative pacifiche e che le promuovano. La stampa può avere un ruolo fondamentale durante i processi di risoluzione dei conflitti e nella promozione di soluzioni pacifiche.

 

4.2 Verificare le informazioni

 

Come si può verificare se le informazioni a riguardo di un conflitto/di una guerra sono serie?

 

 

Alcuni consigli per la lettura di prodotti della stampa

 

In realtà ogni informazione dalla stampa è rilevante, se si riesce a leggerla in modo critico. Da considerare le seguenti domande:

 

 

4.3 Informazioni aggiunte sul tema

 

Film che trattano temi di guerra

 

Film Anti- guerra

 

Alternative a videogiochi a programma di violenza

 

4.4 Bibliografia

 

“Whywar” è un progetto del “Friedensbüro Salzburg“ in collaborazione con il gruppo di progetto „whywar“, composto da studenti dell'Università di Salisburgo. Il sito trasmette informazioni sui contenuti, le cause e i retroscena della guerre.

 

Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC) è un progetto della Fondazione Opera Campana dei Caduti all’incrocio tra un media elettronico, un centro studi e un centro servizi che esplor le trasformazioni sociali e politiche nel sud-est Europa, in Turchia e nel Caucaso. La sede operativa del gruppo di lavoro si trova a Rovereto; OBC ha una rete di oltre 40 corrispondenti e collaboratori locali che produce informazione e analisi che vengono pubblicate quotidianamente sul web. Il portale di Osservatorio intreccia informazione, ricerca e stimolo alla cooperazione internazionale. Accanto al lavoro di informazione della testata giornalistica on-line, OBC promuove attività di divulgazione e formazione (produzione di film e documentari, di materiale audio-video, di supporti didattici, di banche dati on-line, docenze a corsi universitari e la partecipazione ad eventi pubblici).

 

Una documentazione di 6 parti sulla dissoluzione dell'ex-Jugoslavia. Il film è composto da interviste a tutti i presidenti

 

 

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