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Anna Bravo: compagne e compagni di strada. Il filo rosso che unisce le destinatarie e i destinatari del premio Alexander Langer dal 1997 al 2017

Se si guarda alle premiate e ai premiati dalla Fondazione Langer, ci vengono incontro persone che, con il loro  impegno per la pace, la libertà, la giustizia, la salvaguardia dei diritti umani, dell’ambiente, delle specie, avrebbero potuto essere compagne di strada di Alex, e in qualche caso lo sono state. Persone che hanno il talento di agire i conflitti con lo spirito della nonviolenza, di guardare con amore al mondo del senziente non umano, di costruire ponti fra realtà contrapposte - senza dimenticare mai la più ovvia, la più lungimirante e spesso trascurata delle considerazioni: un ponte si regge su due sponde, e identificarsi solamente con una perché ci sembra la più debole è uno sbilanciamento esiziale, che rende arduo ogni dialogo con l'altra, all'apparenza meno sofferente.

I nostri premiati sono donne e uomini molto diversi fra loro per inclinazioni politiche e religiose, estrazione sociale, età, professione, ruoli familiari: una scrittrice e politica algerina, una pediatra kosovara, una sociologa belgradese, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera, due donne ruandesi, quattro docenti universitari (due cinesi, un israeliano, un palestinese), una biologa ecuadoregna, una fondazione culturale polacca e una che ricorda la catastrofe di Stava, una psichiatra bosniaca, una ostetrica di Bali, un giovane sudafricano, una donna somala figlia dell’ultimo sultano di Merca, un'avvocata iraniana, u’associazione di contadini haitiani, una storica Unione  di donne tunisine, una rete di medici, operatori sanitari e musicisti italiani, una Ong operante in Sicilia, un’altra Ong attiva nell’isola greca di Lesbo, un’organizzazione di giuristi che si impegna per offrire un quadro sempre aggiornato delle leggi in materia di emigrazione, un gruppo di cittadini di Srebrenica composto da serbi e da bosgnacchi - uno dei rarissimi casi di lavoro condiviso sulla memoria, promossso da giovani persone i cui genitori e parenti hanno vissuto le guerre dei Balcani su fronti contrapposti. Nelle motivazioni dei premi, potrete leggere della loro vita e delle loro lotte.

 

E' una bella e interessante eterogeneità, e una conferma che non esiste una ipotetica "personalità altruista", un "tipo umano" predisposto al bene, né gruppi sociali, professionali, politici, caratterizzati da una maggiore presenza dell’uno o dell’altro “tipo umano”. Esistono, piuttosto, persone che scelgono il bene e continuano a sceglierlo di fronte a determinate situazioni, in primo luogo nell’incontro empatico con la vulnerabilità di chi soffre per l’ottusa banalità del male, per gli effetti della devastazione e dello sfruttamento, per l'avarizia del mondo di fronte all'enormità della tragedia delle migrazioni, per le guerre, per il terrorismo. Mi sembra questo il punto di contatto più spiccato, che si intreccia al registro della cura, la virtù quotidiana cara a Todorov, la virtù di chi guarda agli esseri umani prima che alle ideologie e ai programmi cosiddetti complessivi.

Non è la sola cifra comune. Un'altra è il fatto che fra le nostre amiche e amici si contano, oltre che soggetti collettivi, singoli e singole oppure “coppie”. E sono spesso persone che non avevano ruoli istituzionali nelle Ong, in organizzazioni assistenziali e di pace (se mai ne diventano fondatrici), né cariche politiche, amministrative, religiose, o un passato di attivismo. Persone che hanno agito e si sono trasformate partendo da sé e da vicino, e che per questo hanno dato un nuovo corso alla propria esistenza - anche a rischio di perderla.

Un'affinità che ci aveva fatto notare la nostra Anna Segre è l’importanza speciale che la memoria ha nella loro opera. Una memoria, beninteso, non come feticcio cui inchinarsi, ma come patrimonio di saperi e consuetudini di cui tener conto senza rinunciare a innovarle - o a contrastarle. Le tradizioni culturali e religiose non sono "innocenti", sappiamo quanti pregiudizi possano includere, quante violenze, quali rigide gerarchie fra uomini e donne, vecchi e giovani, armati e inermi, "noi" e "loro". Lo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, e la storia è costellata di massacri compiuti in nome della tradizione.

Strettamente legata a questo rapporto con la memoria, è una concezione dell’identità che si colloca al polo opposto delle immagini pietrificate, totalizzanti e totalitarie, proposte dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione. Una identità plurale, mobile e fluida, aperta al cambiamento. Non è una concezione nuova, ce l’hanno insegnato le scienze umane e sociali, lo verifichiamo nell'esperienza: siamo molte cose, che reclamano ciascuna il proprio spazio - un puzzle, si potrebbe dire, se non fosse che il puzzle ha un modello cui attenersi, mentre il gioco delle identità è a volte una sorpresa, a volte un azzardo.

E' complicato mantenersi fedeli a questa vocazione, a un'idea di patria “non etnica”, che consenta un dialogo con se stessi e con gli altri capace di calibrarsi sulle diverse realtà, idee, sentimenti- senza per questo rinnegarsi. Quando ci si trova dentro (o di fronte) a situazioni di guerra civile, etno-nazionale, religiosa, di semplificazioni a mano armata, di dominio della logica amico/nemico, quell'idea di patria può essere il terreno di tensioni dolorosissime con la propria parte, anche con persone cui si è legati profondamente. Diceva Alex che a volte bisogna mettere in conto di essere definiti "traditori" dai compagni più vicini. E' un prezzo incomparabilmente più alto di quello che si paga staccandosi dalle opinioni mainstream, di cui non è detto che ci importi molto, delle cui ragioni possiamo diffidare.

Forse poter scegliere un modello di condotta e attenercisi, sarebbe un sollievo per le nostre amiche e amici, una protezione dalla fatica del dubbio - ma un sollievo che non è nella loro corde ricercare. Perché sanno per esperienza diretta che neppure le persone destinatarie della loro cura sono riconducibili a un'unica identità: custodiscono in sé, come noi, molte anime diverse, e rinchiuderli nell'immagine esclusiva della vittima oscurerebbe il loro sforzo per agire come soggetti. Soggetti a altissimo rischio, certo, ma che in condizioni di spossessamento estremo mettono faticosamente alla prova strategie pr sopravvivere e vivere. E che certo amano avere rapporti da persona a persona, anziché da bisognosi a soccorritori.

Una ultima osservazione. Delle persone premiate, la maggioranza sono donne. Il che non vuole ovviamente dire che il genere femminile in quanto tale goda di una moralità superiore; suggerisce piuttosto che molte donne sono più esperte degli uomini nell’arte di negoziare con l’avversario, di non generalizzare impropriamente, di pesare il rapporto costi/benefici di un'iniziativa, di muoversi con duttilità di fronte all’imprevisto. Sono forme di azione e di pensiero così presenti nell’esperienza delle donne che se le pratica un uomo c'è chi lo rimprovera di comportarsi in modo femminile. Che sempre più si stia superando questo appiattimento della soggettività maschile, è un passo sulla strada della libertà dagli stereotipi di genere, e non solo di genere.

Nelle storie delle nostre premiate si scopre anche l’importanza delle relazioni fra donne – Maana Sultan e le sue collaboratrici, Ibu Robin e le sue infermiere, l’amicizia fra Natasa Kandic e Vjosa Dobruna, fra Jacqueline Mukansonera e Yolande Mukagasana, fra Irfanka Pasagic e le donne di “Spazio Pubblico” di Bologna, da sempre sostenitrici dell’associazione “Tuzlanska Amica”. E fra le attiviste tunisine di Femmes démocratiques, le premiate del 2012.

Rispetto alla stragrande maggioranza delle istituzioni culturali italiane, un merito che possiamo riconoscere alla Fondazione Langer è la capacità di guardare più acutamente a idee e pratiche di donne. In uno scenario come quello di oggi, in cui la discussione intorno alla presenza femminile nella sfera pubblica spesso si ripete uguale a se stessa, questa attenzione è un contributo (circoscritto, vivace, sperimentato) per evitare che la questione resti il perenne punto cieco della nostra democrazia.

 

I testi cui si fa riferimento sono

-T.Adorno, E.Frenkel-Brunswick,  D.Levinson, R.N. Sanford, La personalità autoritaria, Ed. di Comunità 1973, ed. or.1950

-H.Arendt, Le origini del totalitarismo, Ed. di Comunità 1996, ed.or. 1951

-H.Arendt, Appendice  a La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1993 ed.or.1963.

-A.Zamperini, Psicologia dell’inerzia e della solidarietà. Lo spettatore di fronte alle atrocità collettive, Einaudi 2001

-T.Todorov, Di fronte all'estremo, Milano, Garzanti, 1992.

 

 

(Anna Bravo, storica, vive a Torino. Fa parte del Comitato scientifico e di garanzia della Fondazione Alexander Langer Stiftung)