pro dialog
Alexander Langer: Non apriamo il versante italiano della ferita Jugoslava

Tira una bruttissima aria intorno a tutti i confini della ex-Jugoslavia. Sembra che, una volta che tutto si disintegra, ciascuno possa prendersi o almeno reclamare il pezzo che più gli aggrada.

Dal sud al nord, dall'est all'ovest si fanno avanti appettiti e pretese, spesso speculando su attriti e conflitti etnici manifesti o latenti già esistenti nelle diverse regioni ex-jugoslave. Anche nei rapporti tra l'Italia e l'ex-Jugoslavia ormai si profila una forte spinta revanscista: si alza una voce "tricolorata" che aggiunge tensione a tensione, e che soffia sulle ceneri sino a suscitare un fuoco. Non è solo Mirko Tremaglia (MSI-Alleanza nazionale) che dice e non dice: rivedere i confini, rivedere Osimo, no, forse non i confini, ma l'italianità della Dalmazia e dell'Istria... Il segretario missino Gianfranco Fini da tempo aveva ritenuto di esibirsi in una ripetizione caricaturale dell'impresa dannunziana verso Fiume, veleggiando in barca verso Capodistria (Koper). Dallo stesso governo, sin dai tempi di Amato e del sottosegretario Camber, vengono accenni sulla "revisione del trattato di Osimo" e dei confini marittimi: revisione che si sa dove comincia, ma non dove finisce. Quel trattato, concluso nel 1976 tra Italia e Jugoslavia per regolare le ultime pendenze derivanti dalla seconda guerra mondiale, non era davvero un capolavoro di limpidezza e di consenso popolare: chiuse le questioni delle vicendevoli rivendicazioni territoriali ed accettando il confine tracciato alla fine della seconda guerra, si prospettavano facilitazioni negli scambi, un "confine lieve", una migliore cooperazione, attività comuni per lo sviluppo economico, l'istituzione di una zona franca industriale sul Carso (con grave danno all'ambiente) ed alcune garanzie reciproche, anche sul trattamento delle minoranze (slave in Italia, italiane in Jugoslavia). Ora in Italia si sostiene che la Jugoslavia, co-firmataria del trattato, non esiste più, e quindi esso va rinegoziato con gli Stati successori che ne sono toccati (Croazia, Slovenia), e che ovviamente rappresentano degli interlocutori assai indeboliti rispetto a quel che poteva essere la Jugoslavia. Lo si è visto sin da quando nel negoziato dell'accordo di cooperazione tra la Comunità Europea e la Slovenia - nel 1993 - l'Italia ha fatto pesare una serie di riserve e di ritardi.

Ma la questione non è di esaltare Osimo e di considerare quel trattato il non-plus-ultra. Non lo era nel 1976, e non lo è nella mutata situazione di oggi, e non c'è dubbio che oggi occorrano anche nuovi patti di coperazione tra Italia e Slovenia, e tra Italia e Croazia. Ma ciò che potrebbe, in fondo, costituire un atto di aggiustamento bilaterale non particolarmente problematico, rischia invece di riaprire un vero e proprio vaso di pandora. L'Italia, infatti, non ha mai veramente digerito l'espulsione di alcune centinaia di migliaia di italiani dalla Dalmazia e dall'Istria, alla fine della seconda guerra mondiale: al pari dei tedeschi di tanti paesi dell'Europa orientale, che hanno dovuto pagare i debiti del nazismo, sottoponendosi ad una larga epurazione etnica, è successo anche agli italiani istriani e dalmati di dover pagare per il fascismo, lasciando le terre nelle quali erano radicati da secoli, in buona convivenza con popolazioni slave. Un'ingiustizia storica, ratificata come molte altre dalla logica della guerra che non prevede giustizia per gli sconfitti.

Ora si sta rimestando in quella tragedia: rinfocolando sentimenti (comprensibili, anche se attenuati dal tempo) di nostalgia e di rivalsa tra gli espulsi ed i loro discendenti, si comincia ad alzare il tono della discussione, puntando - mi pare - su due elementi: 1) tra le minoranze di lingua italiana in Istria ed in Dalmazia (oggi divise tra l'appartenenza statale croata e slovena, visto che una parte della penisola istriana appartiene alla Slovenia) potrebbe essere possibile suscitare qualche idea di revisione dei confini, soprattutto se l'implosione balcanica e la catastrofe della ex-Jugoslavia facesse scoprire a qualcuno l'opportunità di considerarsi italiano e di reclamare ulteriori secessioni; 2) in Italia vi può essere una fascia d'opinione disponibile a puntare su qualche avventura, soprattutto se nell'opinione pubblica (e con certe campagne di certi giornali, che hanno cominciato a raccogliere firme) si levassero voci in favore di revisioni non solo del contenuto delle relazioni bilaterali italo-slovene e italo-croate, ma anche delle reciproche delimitazioni territoriali.

Naturalmente ci andrebbero di mezzo anche la minoranza slovena di Trieste e del Friuli Venezia Giulia, che verrebbe nuovamente vista come una sorta di quinta colonna del nemico, e la stabilità e la democrazia in tutta l'area dell'alto Adriatico. Così le minoranze italiane in Croazia ed in Slovenia, e quella slovena in Italia, si troverebbero ostaggi della tensione tra l'Italia ed i suoi vicini nord-orientali.

Conviene dunque attivarsi fin da ora secondo alcune linee di prospettiva, che potrebbero essere le seguenti:

1) i confini vanno diluiti e tendenzialmente superati nell'integrazione europea, non moltiplicati o addirittura spostati: puntare sull'intensificazione delle relazioni reciproche, su stretti contatti tra istituzioni e soggetti locali nella Regione (nel Friuli Venezia Giulia, in Istria, ecc.), su riferimenti comuni (Alpe Adria, p.es.), non su revisioni di frontiere;

2) elementi di comune eredità culturale (adriatica, mittel-europea, ecc.) possono essere utilmente valorizzati, senza far derivare da questi alcuna politica di rivendicazione territoriale;

3) la reciproca conoscenza e la diffusione della conoscenza delle lingue (più diffuso bilinguismo o tri-linguismo) può essere assai più fruttuosa che non la rivendicazione sullo status o sulla precedenza tra le lingue, o addirittura la pretesa di eliminare l'uso di questa o di quella lingue nelle aree storicamente pluri-lingui;

4) ordinamenti a forte autonomia locale possono aiutare l'autogestione delle comunità locali pluri-lingui e la valorizzazione dei rapporti tra di esse; la "dieta democratica istriana", le forze più aperte del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia e della Dieta della Carinzia potrebbero essere disponibili;

5) agli espulsi di mezzo secolo fa va riconosciuta la loro dignità e la loro sofferenza, ma proprio per non aprire nuove e profonde ferite nessuno può pensare di girare semplicemente all'incontrario la ruota della storia: ogni "ritorno" dovrà avvenire "da cittadini", non "da potenza" con uno Stato alle spalle; le questioni eventualmente aperte su indennizzi e riconoscimenti di danni deve essere affrontata come questione dello Stato di diritto nei diversi ordinamenti, non a titolo etnico;

6) quanto più tutelate e sicure si sentiranno le minoranze, in ognuno degli Stati confinanti, tanto meno da esse potrà partire alcuna azione destabilizzante;

7) un forte impegno per un giusto sviluppo economico-sociale ed il consolidamento di strutture democratiche nelle aree di buon vicinato potrà aiutare grandemente la pacifica convivenza.

Sarà una questione di cui dovremo occuparci con attenzione: la "ferita jugoslava" rischia di sanguinare anche sul versante italiano, se non si provvede in tempo alle necessarie cure.

da "Mosaico di Pace", aprile 93