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Marino vocci: da Srebrenica all'Istria, a scuola di convivenza

Nel nostro precedente contributo ho sottolineato come la grande Istanbul può essere considerata oggi uno straordinario esempio di città/mondo, una megalopoli di grande bellezza, ma proprio per la sua complessità difficile da “governare”. Un luogo dove si coglie il senso profondo delle nuove e decisive sfide per questo nostro mondo sempre più interdipendente. In questo nostro mondo dove è necessario pensare localmente e agire globalmente, scegliendo di vivere un rapporto stretto con il territorio per poter dare risposte adeguate ai bisogni di identità e di integrazione e soprattutto garantire compiutamente a tutti i diritti di cittadinanza, evitando una strisciante e pericolosa omologazione culturale.

Ora, proprio nel paese…più turco d’Europa, la Germania (dove ci sono 16 milioni di cittadini di origine straniera di cui 4 milioni di mussulmani per la gran parte turchi), un paese che ha voluto e saputo sfidare se stesso attraverso un difficile processo di unificazione, la cancelliera tedesca ha dichiarato il fallimento dell’Europa multiculturale.

Su questo ho avuto modo di parlare e poi di confrontarmi in due luoghi altrettanto significativi e simbolici, uno a Trieste e uno in Istria. Il primo è il Narodni Dom oggi Sede della Scuola per Traduttori e Interpreti dell’Università di Trieste, ex Hotel Balkan, la casa simbolo della Comunità slovena, bruciato il 13 luglio 1920 dalle squadracce fasciste. In questo caso il confronto è stato seguito con grande interesse, infatti il pubblico ha partecipato numerosissimo, tanto che ho voluto sottolinearlo perché anche la partecipazione è un bel segnale in questi tempi. Relatori oltre al sottoscritto, sono stati il bravo e attento giornalista sloveno del quotidiano sloveno “Primorski Dnevnik” di Trieste, Sandor Tenze e il deputato al parlamento sloveno, e tante altre cose ancora, Franco Juri. Il titolo dell’incontro era di grande interesse per queste nostre terre dai confini mobili e cioè “Fughe, approdi e ritorni”.

Il secondo incontro come dicevo si è tenuto in Istria e vi hanno partecipato una ventina di studenti di Srebrenica e Tuzla assieme ad alcuni “protagonisti” di ieri e di oggi del mondo istriano (scrittori, amministratori pubblici, giornalisti italiani, sloveni e croati). Il seminario si è articolato su quattro giornate organizzate dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano e da Tuzlanka Amica nell’ambito del progetto “Adopt Srebrenica”ed aveva come obiettivo quello di far incontrare e toccare con mano, a giovani provenienti da uno dei luoghi che ha vissuto più tragicamente la guerra degli Anni Novanta nella ex Jugoslavia, il microcosmo multiculturale istriano, un luogo di concreta convivenza tra diverse lingue e culture. Nei quattro giorni istriani tra Baredine e Umago, tra Caldania e Grisignana, si è parlato di esodi e di memoria, ma anche e soprattutto di bellezza: della bellezza delle diversità e della bellezza dell’anima e della bellezza del paesaggio in parte ricostruito e in parte da ricostruire.

Nei due incontri comunque l’argomento centrale è stato proprio la crisi delle società multiculturali, sempre meno interculturali, vista proprio dal un mondo che è plurale e multiculturale.

Ritorniamo così al nostro difficile oggi, dove le crisi globali, dovute anche a un grave collasso economico-finanziario, hanno creato grandi insicurezze e paure. Nel momento della paura, le posizioni si radicalizzano e diventa forte il bisogno di ritrovare la sicurezza attraverso l’individuazione del nemico che minaccia la propria sicurezza, il più delle volte lo si trova nell’ultimo arrivato, nel soggetto più debole.

La crisi globale comunque, nonostante le recenti dichiarazione di Angela Merkel, non è un fatto di queste ultime settimane, ma è qualcosa che arriva da lontano e che attraversa perlomeno l’ultimo decennio e che ha colpito molti paesi europei. Infatti ì i cittadini, che temono la globalizzazione e le ondate migratorie ad essa legate, reclamano una linea intransigente verso gli ospiti e i diversi. A conferma che spesso si vogliono godere i benefici della globalizzazione (manodopera a basso costo ad esempio) senza però pagarne alcun prezzo!

Così nei paesi della nostra Europa quella dell’Ovest e dell’Est, quella mediterranea così come dei paesi del Nord, in questi ultimi anni, nella contrapposizione sempre più forte tra i “poveri autoctoni” e i “poveri immigrati”, abbiamo visto la crescita folgorante di partiti conservatori o nazionalisti, di formazioni con spinte xenofobe e fasciste.

L’Europa, la regione democratica più vasta del mondo, è diventata così il terreno di coltura della destra; che ha così aggiunto l’11,9 per cento in Francia con il Fronte Nazionale, l’8,3 per cento in Italia con la Lega Nord, il 15,5 per cento nei Paesi Bassi con il Pvv di Geert Wilders, il 28.9 per cento in Svizzera con il Partito popolare svizzero, il 16,7 per cento in Ungheria con Jobbik. Più a Nord, sulle sponde del Baltico, ritroviamo altre formazioni nazionaliste quali il Partito lituano Ordine e Giustizia, spesso accusato di ideologia neonazista (12.2%), la neonata Unione Civica lettone (24.3%) e il partito dei Veri Finlandesi (14%) infine ricordo il 22,9 per cento in Norvegia del cosiddetto Partito progressista. Significativi partiti di estrema destra esistono anche in Belgio, Lituania, Slovacchia e in Slovenia. .

Purtroppo però nemmeno le sinistre europee, tradizionalmente più attente e sensibili a questi temi, non hanno saputo dare risposte convincenti e adeguate; anzi a volte hanno dato risposte che non possono che preoccupare. Un esempio sono le recenti risposte evasive, distaccate, superficiali e ignoranti di una certa sinistra, non solo italiana alle domande in merito alla crisi in Europa della società multiculturale. Una conferma? Le risposte, ripeto distaccate e superficiali, di un leader della sinistra italiana Massimo Dalema alle domande che gli aveva posto Lilli Gruber nel corso di un intervista televisiva su La 7 (programma “Otto e mezzo”).

La cosa che mi ha colpito di più comunque è quanto ha scritto Thilo Sarazzin ex consigliere della Bundesbank nel suo libro dal titolo “La Germania si distrugge da sola” un libro che solo in Germania ha venduto oltre 600.000 copie in meno di un mese. Un libretto dai contenuti fortemente antiebraici e dove vengono lanciati attacchi pesantissimi nei confronti degli immigrati musulmani; piccolo particolare Sarazzin è un esponente della sinistra tedesca del SPD - Partito Socialdemocratico.

Non è quindi un problema di destra o di sinistra, è semplicemente una sfida alla quale sempre più spesso e a tutti i livelli, questo nostro mondo non è in grado di dare risposte adeguate e convincenti. Avremmo bisogno di leadership più autorevoli e più lungimiranti, libere da ogni forma di nazionalismo, populismo e localismo, che riescano da una parte a governare e non a rincorrere il consenso e dall’altra mettano da parte i risentimenti personali e guardino agli interessi generali. Avremmo bisogno di uno stato autenticamente laico, che garantisca pari opportunità e quindi diritti e doveri a tutti i cittadini, che combatta l’esclusivismo e la frammentazione, l’atomizzazione della società. Uno Stato laico dove i valori fondamentali – libertà, democrazia – siano valori condivisi; una Comunità civile che metta al centro la Famiglia come comunità educante e la scuola come il luogo fondamentale per cogliere la sfida della globalizzazione e del sapere.

Uno Stato dove le comunità minoritarie se non proprio amate, si sentano per lo meno accettate e rispettate, e nel momento in cui rischiano di essere assimilate e/o di scomparire devono godere di una discriminazione positiva.

Nel corso degli incontri sopraccitati molti hanno ricordato come anche le conquiste ottenute dalle nostre regioni, società multiculturali e interculturali per eccellenza, devono essere alimentate continuamente perché nessuna conquista rimane tale per sempre. Anzi a Trieste, in Istria e direi anche in Europa e nel mondo si sente ancora forte il bisogno dei costruttori di ponti e del lavoro delle “diplomazie del dialogo del confronto e dello scambio”.

Certo che quanto anche sta succedendo all’EDIT, la casa editrice della Comunità Italiana di Slovenia e Croazia, non è un bel segnale e non aiuta certamente a conservare e valorizzare questo nostro splendido mosaico istriano.