pro dialog
Monika Weissensteiner e Sara Ballardini: Corpi Civili di Pace in Italia nell'ambito migrazione e asilo

Oggi in Italia si parla di Corpi Civili di Pace come “giovani volontari che svolgono azioni di pace non governative nelle aree di conflitto e a rischio di conflitto e nelle aree di emergenza ambientale”1. Disciplinato dal decreto GU n.115 del 20-5-2015, è possibile svolgere il Servizio Civile sia in area di (rischio di / post-) conflitto, così come in contesti di emergenze ambientali all'estero e in Italia.

 

Dunque, quale può essere il contributo di Corpi Civili di Pace oggi, in Italia?

Nel nostro Paese viviamo ogni giorno tensioni e conflitti che sfociano in violenza; episodi frequenti e dinamiche di emarginazione strutturali rendendo evidente che: “I movimenti per la pace devono (...) sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze, ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti…”, come diceva anni fa Alexander Langer auspicando la costituzione di Corpi Civili di Pace.2

 

Principi e approccio dei Corpi Civili di Pace

 

L’obiettivo è costruire una “pace positiva” (Johan Galtung) - ovvero, una pace che non sia intesa solo come assenza di guerre e violenze, ma implichi anche il superamento della violenza strutturale e culturale con condizioni di giustizia sociale, promuovendo diritti umani e benessere sociale. Per questo i Corpi Civili di Pace richiedono una formazione continua e un’analisi complessa, che sappia per esempio leggere gli episodi di violenza razzista all’interno di un ambiente culturale e istituzionale che li tollera e alimenta.

I Corpi Civili di Pace possono ricorrere a diverse modalità di azione: accompagnamento, monitoraggio e denuncia pubblica sono possibili strategie, adottate per restaurare o promuovere il rispetto dei diritti; la scelta delle azioni dipende dal contesto specifico e dalla situazione particolare e richiede quindi consapevolezza della complessità.

 

Alla base di ogni azione nonviolenta sta il rispetto dei diritti umani e della dignità di tutte le parti coinvolte, e la trasparenza verso tutti gli interlocutori. Inoltre, in coerenza con la scelta nonviolenta e con la consapevolezza della complessità, le azioni vengono decise e portate avanti in gruppo, utilizzando il metodo del consenso per prendere decisioni.

 

Nel corso degli ultimi due anni abbiamo sperimentato al Brennero una delle possibili messe in pratica di principi e azioni dei Corpi Civili di Pace. È uno dei tanti esempi in Italia, anche in ambito migrazioni e accoglienza profughi, certamente non l'unico. L’incontro con altre persone impegnate in interventi civili di questo genere in altre regioni del nostro Paese e in Europa ha permesso un ricco scambio di esperienze. Nell’ottica di un lavoro in rete e di sinergia fra azioni simili - e diverse, operando in contesti variegati - speriamo che in futuro lo scambio possa includere anche una riflessione sulle strategie.

 

Un esperimento al Brennero

 

A fine settembre 2014 siamo andate al Brennero, dopo aver letto che ilnumero di “riammissioni” dall’Austria in Italia al Brennero era in aumento: volevamo capire cosa significasse tale notizia. Tradotto nella situazione concreta del Brennero - un paese abitato da ca. 230 abitanti, che si trova sul passo più basso delle Alpi a 1.370 metri, e quindi ha una storia lunga come luogo di passaggio, e controllo, di merci e persone - significava: 60-80 persone al giorno, a maggioranza di nazionalità Eritrea o Siriana, riconsegnate dalle autorità austriache alle autorità italiane, poiché avevano varcato la frontiera senza permesso di entrata osoggiorno, nel tentativo di presentare la loro domanda di protezioneinternazionale in un Paese del centro o nord-Europa, spesso perricongiungersi con famigliari o amici.

Ad ottobre, la prima neve el'arrivo del freddo invernale. Al tempo, nessuna ONG del settoreumanitario e legale era presente in frontiera. Spinti inizialmentedalla motivazione di voler comprendere la situazione, siamo prestopassate all'azione, in solidarietà con i profughi così come insolidarietà con le persone che al Brennero abitano e lavorano. Si è così sviluppata su iniziativa cittadina, poi appoggiata dalla Fondazione Alexander Langer Stiftung3

un’attività di monitoraggio attivo, orientato all'approccio dei Corpi Civili di Pace e alla mediazione dei conflitti, lavorando attraverso il dialogo con tutti gli attori coinvolti. Gli enti del pubblico e privato, governativo e non-governativo del settore venivano ufficialmente informati dalla nostra presenza. Dal Brennero ci siamo poi spostate anche a Bolzano e ultimamente si è monitorato anche la situazione di richiedenti protezione internazionale esclusi tuttora dalle misure di accoglienza previste dal D. Lgs 142/2015 in provincia di Bolzano poiché considerati arrivi autonomi “fuori quota”.

L'attività del Brenner/o Border Monitoring comprende

  • presenza, osservazione, intervento in situazioni critiche

  • orientamento e consulenza legale di base

  • supporto occasionale a iniziative della società civile rivolte ad consegnare aiuti umanitari dal basso (prima che il pubblico-privato aprisse una presenza di supporto umanitario)

  • documentazione e analisi

  • report interni inviati agli enti coinvolti o del settore; articoli di sensibilizzazione e di analisi; incontri di (in)formazione e sensibilizzazione rivolti alla cittadinanza, advocacy pubblica

  • lavoro di rete

Due elementi in particolare hanno contraddistinto questa esperienza. Da un lato, il collegamento tra analisi ed azione che cercava di situare i fenomeni locali – in continuo cambiamento e tendenzialmente segnati dal graduale aumento di controlli e presenze di unità di polizia ed esercito – dentro il contesto delle politiche “europee” di asilo e gli aspetti problematici, p.e. del Regolamento Dublino III, che determina una relazione sbilanciata tra gli interessi degli Stati e quelli dei richiedenti protezione internazionale. Dall'altro lato, il tentativo di cercare il dialogo e confronto con tutti gli attori coinvolti, nel rispetto dei diritti umani e della dignità di tutte le parti coinvolte. Certamente non è stato un esperimento facile o senza errori o situazioni difficili. E non sono mancate diffidenze e accuse di “collaborare” con l'uno o l'altro attore ritenuto “l'altro” categorico o nemico nella percezione di qualcuno: col “migrante”, “poliziotto”, “umanitario”, “militante” ecc, spesso affiancati da varietà di aggettivi. Agire in confine è un po come camminare su una cresta di montagna o in mezzo a un campo potenzialmente minato, dove ogni giorno potresti saltar in aria dopo una mossa “sbagliata”.

In questi due anni e in questo contesto, nonostante tutto è stata una presenza che nei limiti del possibile ha potuto promuovere, grazie all’approccio adottato, il rispetto dei diritti e sensibilizzare la cittadinanza, ricevendo anche un premio per il coraggio civico per il ruolo svolto a livello locale. È stato un esperimento, basato su impegno volontario e professionale, che auspichiamo possa essere un buon esempio su cosa significano e che ruolo potrebbero avere i Corpi Civili di Pace impegnati in Italia in ambito migrazione, accoglienza, diritti, convivenza.


Uno sguardo verso il futuro

 

Il triennio 2014-2016 ha visto l’avvio della sperimentazione per l'istituzione dei Corpi Civili di Pace, nell’ambito del Servizio Civile Nazionale. Fra i possibili campi d'azione figurano: sostegno alle capacità operative e tecniche della società civile locale, anche tramite l’attivazione di reti tra persone, organizzazioni e istituzioni, per la risoluzione dei conflitti; monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario; attività umanitarie, inclusi il sostegno a profughi, sfollati e migranti, la facilitazione dei rapporti tra le comunità residenti e i profughi, sfollati e migranti giunti nel medesimo territorio.4 Nel contesto attuale è evidente come tali campi di azione siano di necessaria applicazione anche in Italia: dal monitoraggio del rispetto dei diritti umani alle attività umanitarie, inclusi il sostegno a profughi, sfollati e migranti e la facilitazione dei rapporti tra le comunità residenti e migranti, richiedenti protezione, titolari di protezione; educazione alla pace; , nella prevenzione e gestione di violenze e conflitti generati in un contesto in cui troppo spesso la migrazione viene gestita e rappresentata come emergenza e problema che causa conflitti, e non come processo da accompagnare, necessario per una maggior giustizia sociale.

 

Pubblicato su AzioneNonviolenta nr.617 – settembre/ottobre 2016

 

 

Monika Weissensteiner, antropologa specializzata in materia asilo e migrazioni, formazione professionale "Operatori di Pace - Mediatori di Conflitti” con tirocinio formativo presso il Comalp e tesi di ricerca sull'interazione civile-militare italiana in Afghanistan, collaboratrice della Fondazione Alexander Langer Stiftung (2014-7/2016)

Sara Ballardini: insegnante, Master “Operatori di Pace”, con esperienza di oltre 3 anni in Colombia con Peace Brigades International (PBI) e con la Comisión Intereclesial de Justicia y Paz, collaborazione con un progetto di accompagnamento a Lesbos (2014), membro del direttivo del Centro Studi Difesa Civile e di PBI Italia

1http://www.serviziocivile.gov.it/main/corpi-civili-pace/

2Pace e nuovo ordine mondiale - sintesi dell'intervento all'assemblea della Citizens Assembly - Roma 6-7-aprile 1991 - http://www.alexanderlanger.org/it/34/2780

3Area “Migrazioni - Per una cultura dell'accoglienza” http://www.alexanderlanger.org/it/891

 

4Vedi Art 2 - GU n.115 del 20-5-2015