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Salvatore Saltarelli – Nuovi sviluppi nel sistema di accoglienza in provincia di Bolzano

Progressivo aumento di persone che vagano per le stazioni alla ricerca di un posto caldo per dormire; richiedenti protezione internazionale che non ricevono i più elementari servizi di accoglienza (per esempio un pasto caldo); assistenza sanitaria, psicologica, consulenza legale, mediazione interculturale fornite in modo estemporaneo ed inadeguato; minori stranieri non accompagnati che continuano a sparire dai centri di accoglienza; ricongiungimenti familiari Dublino pari a zero, in totale linea con le statistiche nazionali; donne con bambini piccoli che mendicano una sistemazione e vengono accolte da privati cittadini. Nonostante le rigide temperature di questo inverno sono aumentati i giacigli improvvisati nelle piazze e nei parchi. E' sufficiente fare una passeggiata per Bolzano per rendersi conto di quali siano i risultati del modello di accoglienza adottato. Un modello che privilegia, nei fatti, un'accoglienza basata sul principio della precarietà e della dissuasione: l' elemento cardine dichiarato è quello di non radicare in alcun modo, sul territorio provinciale, i richiedenti protezione internazionale, vulnerabili e minori non accompagnati compresi. Così le modalità, attraverso le quali gli interventi e le procedure vengono realizzate, sembrano piuttosto indirizzate ad evitare l'emersione dei bisogni al fine di rendere profughi e richiedenti asilo soggetti invisibili e non, viceversa, soggetti portatori di cultura e di diritti inviolabili.

I dati ufficiali dicono che, sulla rotta del Brennero, il numero dei richiedenti asilo in transito sia progressivamente diminuito; è invece progressivamente aumentata la presenza di vulnerabili e minori stranieri non accompagnati/MISNA. Sono di pari passo aumentate le misure di controllo che, come da più parti rilevato, hanno prodotto lo spostamento progressivo del confine, “confine mobile” dal nord al sud, ed il conseguente spostamento delle procedure di controllo ad esse correlate dal Brennero alle stazioni di Bolzano, Trento fino ad arrivare a Verona. I migranti in transito vengono spesso fermati e fatti scendere dai treni di lunga e breve percorrenza. E girano lungo i binari trovandovi a volte la morte. 4 sono morti nel giro di un mese lungo la rotta del Brennero: Rawda Abdu, donna etiope di 29 anni, trovata morta lungo la ferrovia a Borghetto; Abeil Temesgen giovane minorenne eritreo morto sui binari della stazione di Bolzano e, recentemente, un uomo e una donna africani, non ancora identificati, trovati morti in Tirolo/Austria, schiacciati da un TIR in fase di scarico da un vagone merci.

 

E' interessante verificare cosa sia cambiato, sul fronte dell'accoglienza in Alto Adige, rispetto ad un anno fa, rispetto a quando la rivista Cristallo dedicò al tema profughi e richiedenti asilo un numero monografico.

Tanti sono i mutamenti che si sono verificati nel corso di questo periodo, sia a livello locale sia a livello nazionale; due date, in particolare, hanno segnano il cambiamento: il 20 settembre 2016, per quel che riguarda la situazione locale, e l'11 ottobre 2016 per quel che riguarda quella nazionale.

 

Il 20 settembre 2016 l'assessora alle Politiche sociali della Provincia autonoma di Bolzano, Martha Stocker, ha sgombrato il campo in merito ai dubbi relativi alla possibilità di adesione dei Comuni della provincia di Bolzano alla rete dello SPRAR. Rispondendo ad un'interrogazione sui temi di attualità del Gruppo consiliare dei Verdi, la numero 62 del settembre 2016, ha dichiarato: “...Non vi è nessun “veto” da parte della Provincia alla partecipazione volontaria di un ente locale al bando SPRAR, qualora l'ente si attivi direttamente. Una tale struttura contribuisce al raggiungimento della quota di richiedenti asilo prevista come vi contribuisce un'altra struttura”.

 

Vale la pena di aprire una piccola parentesi sul sistema SPRAR. Lo SPRAR - “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati” istituito dalla L. 30.07.2002 n. 189 nota come “Bossi-Fini”- è di fatto diventato il sistema nazionale di accoglienza dei richiedenti asilo e protezione internazionale dopo l'emanazione del Decreto del Ministero dell'Interno del 10 agosto 2016. Il sistema è costituito, concretamente, dalla rete degli Enti locali che accedono, per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata e nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le Politiche ed i Servizi dell'Asilo. A livello territoriale gli Enti locali, con il fondamentale supporto delle realtà del terzo settore e del volontariato, dovrebbero garantire interventi di accoglienza integrata con un duplice scopo: superare, da un lato, la riduzione dell'accoglienza al semplice ruolo di custodia e distribuzione di vitto ed alloggio e realizzare, dall'altro, misure di accompagnamento, orientamento e costruzione di percorsi individuali di inserimento socio economico, peraltro previsto dalla legge.

Qui sta la contraddizione più evidente della politica messa in atto dall'inizio del 2015 nel nostro territorio: una doppia incondizionata delega da parte del Commissariato del Governo alla Provincia di Bolzano e da quest'ultima, in esclusiva e senza procedura ad evidenza pubblica, a quelle che sono diventate, per questo settore, le due uniche imprese sociali operanti: Caritas e Volontarius con la sua consociata cooperativa sociale River Equipe.

 

A fine gennaio 2017 erano funzionanti, in Alto Adige, 23 strutture di accoglienza per profughi e richiedenti asilo: 9 dislocate a Bolzano, 2 a Merano ed il rimanente ad Appiano, Ortisei, Castelrotto, Voiandes, Prati di Vizze, Bressanone, Tesimo, Malles, Vadena, Rifiano e Funes. Volontarius e River Equipe gestiscono 12 di queste strutture per circa 850 persone, Caritas ne gestisce 11 per circa 500 persone mentre l'ex-Alimarket di Bolzano è cogestita dalla Croce Bianca, Croce Rossa e Volontarius.

A queste due imprese sociali, e non direttamente ai Comuni, sono stati affidati i contributi, pro persona e pro diem, che il Ministero degli Interni mette a disposizione di chi si prende a carico i servizi di accoglienza al di fuori delle modalità Sprar.

Va dato conto alla Provincia di non aver mancato di sollecitare i Comuni ad accogliere in strutture medie e piccole, messe a disposizione gratuita, delle quote di profughi e richiedenti asilo. E di aver autorizzato e sollecitato il contributo dei servizi centrali e territoriali che si occupano di welfare per le persone svantaggiate nei campi della scuola, salute, assistenza, casa, lavoro, formazione linguistica e professionale.

 

Questo singolare approccio, unico in tutto il contesto nazionale, ha sicuramente avuto, come risvolto positivo, l'aver preservato il territorio della provincia di Bolzano dall'attività di enti gestori dell'accoglienza estranei alla tematica, come invece è accaduto in altre parti d'Italia, in cui ditte delle pulizie, albergatori in crisi, ristoratori e case di riposo, fiutando il business, si sono improvvisamente riciclati in strutture di accoglienza ora finalmente entrate nel mirino dell'Autorità Nazionale Anticorruzione che ha dettato, inoltre, nuove regole.

 

Ma il modello di accoglienza in piccole e medie strutture, che si è dimostrato sostenibile in alcuni Comuni sparsi sul territorio, non è stato previsto, programmato o voluto nella Città di Bolzano dove è invece prevalsa l'emergenza da prima accoglienza, con gravi problemi non ancora risolti e con conseguenze non valutate, per esempio in riferimento ai dinieghi espressi dalle Commissioni territoriali preposte all'analisi delle domande di richiesta di asilo.

 

Non è quindi un caso che un particolare interesse per lo Sprar sia maturato a Bolzano dove è stato aperto, all'interno dell'Assessorato alle politiche sociali e su input della referente comunale per l'immigrazione, un Tavolo di Coordinamento tra associazioni e volontari sul tema.

E che a Merano, su impulso del sindaco e vice-sindaco, abbia preso corpo una piattaforma Pro Asyl di collaborazione tra il Comune ed una rete di volontari per ridiscutere le modalità e le pratiche di accoglienza da inserire sia sul territorio del Passirio sia presso la più vasta comunità del Burgraviato.

Altri fattori positivi potranno ben contribuire anche nella nostra città di Bolzano.

Si è manifestato, in misura sempre più rilevante, un progressivo attivismo della cosiddetta “società civile” altoatesina, soprattutto giovanile, ed una circolazione di informazioni su divulgazione di modelli di accoglienza alternativi rispetto a quelli attuati sia da altre regioni italiane che austriache. Basti citare, ad esempio, il ruolo svolto da “Binario1 Gleis 1”, rete di volontari operativa sin dal 2014, attraverso il quotidiano “fare” nella totale gratuità che ha costituito e costituisce monito ed “occhio vigile” nella distribuzione dell'aiuto umanitario alla stazione di Bolzano, e nel parco ad esso adiacente, mostrando e raccontando l'inadeguatezza delle misure adottate nella prima e seconda accoglienza.

La Rete per i diritti dei senza voce, che ha promosso e organizzato, in collaborazione con altre associazioni locali – Emergency, Porte Aperte e Scioglilingua - importanti iniziative di protesta e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica attraverso la presenza in piazza ed il coinvolgimento e la partecipazione della cittadinanza. La Fondazione Alexander Langer Stiftung, a partire dall'assegnazione del Premio Internazionale del 2014 all'associazione Borderline Sicilia, ha dedicato una buona parte della propria attività al tema delle migrazioni e dello sviluppo di una cultura dell'accoglienza promuovendo incontri pubblici, reti nazionali, tavoli di dialogo tra istituzioni e società civile e sostenendo il lavoro di Antenne Migranti, una rete di monitoraggio sul tratto ferroviario del Brennero con volontari di Verona, Trento, Bolzano e Innsbruck.

Ed infine, sempre nel 2016, è nata “Bozen accoglie”, un po' rete di associazioni e un po' piattaforma di azione per volontari indipendenti impegnati nell'ambito della difesa dei diritti civili dei migranti. Nel mese di marzo 2016 la rete di Bozen accoglie ha inviato una lettera alle istituzioni nazionali e locali a favore di 240 persone che, pur avendo presentato domanda presso la Questura di Bolzano, non riuscivano ad accedere ad alcuna misura di accoglienza.
Nel novembre 2016 nuova protesta contro le decisioni provinciali, rese pubbliche con una contestata circolare che, di fatto , miravano ad escludere dai servizi di pronta accoglienza i cosiddetti “vulnerabili” (minori, persone traumatizzate, vittime di tratta, donne incinte e anziani disabili).

Di fronte a questa situazione la stessa Caritas ha preso le distanze con la sospensione dello storico Servizio profughi e l'interruzione della disponibilità a gestire nuove strutture. Critiche esplicite sono giunte anche dal Vescovo diocesano.

 

In mezzo a tutto, permane lo scottante problema dei richiedenti asilo non ancora inseriti nei centri di accoglienza, dei nuovi arrivi e dei respinti dalla frontiera del Brennero. Questi, infatti, continuano a mendicare un posto/pasto caldo mentre i presunti minori stranieri non accompagnati, individuati nei dintorni della stazione di Bolzano con il supporto della rete dei volontari, vagano da un centro ad un altro. Dalle 20 alle 50 persone sono quotidianamente presenti, nonostante il freddo invernale, intorno alle panchine di fronte alla ex Camera di Commercio di Bolzano in attesa di un pasto caldo e poi c'è la notte..... che richiede in molti casi la necessità di trovare una sistemazione. Una situazione cronicizzata dal blocco del Brennero, destinata ad ampliarsi, che fa di Bolzano il luogo dei tentativi di transito e di respingimento.

Non sfugge alla stampa locale la drammaticità della situazione, affrontata dal Comune di Bolzano e dalla Provincia nell'impropria cornice dell'emergenza freddo, alleviata solo un po' grazie all'intervento di gruppi di volontari e singoli cittadini ed alla disponibilità della chiesa evangelica ed, in febbraio, di alcune parrocchie.

 

E' interessante notare che le parole “carità” e “volontario” non hanno più le stesse trame di significato che sinora contenevano. Si è infatti progressivamente imposta la presenza di volontari che amano definirsi “liberi”, “autonomi”, “indipendenti”, che così intendono distinguersi da quelli della Caritas e di Volontarius e che, per scelta o costrizione, si mettono fuori dai processi di partecipazione e di formazione di un'opinione pubblica che va coinvolta e convinta, di fronte al pericolo sempre presente di atteggiamenti xenofobi ben rappresentati anche nelle istituzioni elettive. Ci troviamo di fronte ad un nuovo protagonismo del volontariato, per alcuni aspetti inedito, dai tratti intergenerazionali, trasversale anche rispetto all'associazionismo organizzato, caratterizzato da una forte valenza etica e politica.

 

La seconda data, importante per il cambiamento di rotta rispetto alla gestione dell'accoglienza, è quella del 11 ottobre 2016. Al fine di permettere ai comuni di gestire in prima persona l'accoglienza, e non di subirla, il Ministro degli Interni ha firmato la già citata direttiva “Regole per l'avvio di una ripartizione graduale e sostenibile dei richiedenti asilo e dei rifugiati sul territorio nazionale attraverso lo SPRAR”. A fronte della scarsa adesione dei comuni italiani al sistema di accoglienza nazionale -2.600 comuni su 8.000- questa direttiva ha introdotto, per quei comuni che aderiscono alla rete nazionale dello SPRAR, tre importanti passaggi:

- il progressivo smantellamento dei CAS - Centri di Accoglienza Straordinari imposti dalle Prefetture e gestiti da enti privati assegnatari;

- la cosiddetta “clausola di salvaguardia”, che prevede l'assegnazione in accoglienza di una quota del 2,5 per mille per abitante e di 1,5 per mille per le grandi città attraversate già da altre forme di immigrazione;

-l'assegnazione per il 2017 di 500 euro per ogni persona accolta, a beneficio dei Comuni

 

La direttiva e l'approfondimento del sistema SPRAR, in buona parte sconosciuti agli amministratori locali, è stato diffuso sul territorio provinciale nel corso di due importanti incontri organizzati dalla Fondazione Alexander Langer: il 23 e 24 novembre, prima a Bressanone e successivamente a Nalles, nell'ambito del “Dialogo tra istituzioni e società civile per una buona accoglienza”

L'applicazione della direttiva nei comuni altoatesini, a forte concentrazione di richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, comporterebbe significative modifiche. Per il comune di Bolzano, che raccoglie attualmente il 55% dei 1.476 profughi assegnati alla Provincia Autonoma, ci sarebbero cambiamenti particolarmente significativi. L'applicazione dello SPRAR, nel caso il Comune di Bolzano decidesse di aderirvi, prevederebbe infatti un consistente ridimensionamento della presenza dei richiedenti protezione internazionale sul territorio comunale (dagli oltre 650 ora accolti si scenderebbe ad appena 220 persone). Vi sarebbe, inoltre, la graduale chiusura dei vari centri sinora aperti per l'accoglienza. Potrebbe altresì configurarsi l'auspicata fine della pratica dell'assegnazione automatica ad enti gestori privati nonché il passaggio da un sistema basato sulla precarietà e transitorietà ad un sistema di accoglienza integrata con standard, procedure e monitoraggi definiti e chiari. Una piccola rivoluzione che potrebbe avere conseguenze interessanti sulla gestione del territorio ed una ricaduta positiva anche in termini di sicurezza, affidata a pratiche concrete di inclusione sociale.

La progressiva attenzione sull'argomento ha messo in moto l'interesse nei confronti di modalità di accoglienza diverse rispetto a quelle in uso sul nostro territorio: si parla di microaccoglienza diffusa, di accoglienza familiare, di affido dei minori stranieri, di modelli di co haousing richiedenti asilo e studenti universitari, di imprenditoria sociale, di pratiche/progetti di orientamento lavorativo, di assistenza legale, sanitaria, psicologica. C'è bisogno di professionalità e dedizione: una visione più umana e, se vogliamo, anche più gentile dell'accoglienza che, sviluppata in alcuni territori aderenti allo SPRAR, non trova sfogo e spazio nel modello attuato e realizzato dalla provincia di Bolzano.

 

Un'ultima questione, molto rilevante, che sta per profilarsi nel nostro futuro è quella relativa ai dinieghi, ovvero alle risposte negative che giungono dalle Commissioni Territoriali e dai Tribunali di seconda istanza alle domande di asilo presentate. Attualmente stanno giungendo a termine gli esami delle domande di asilo presentate negli anni precedenti. Nel 2016, secondo i dati del Ministero degli Interni, sono state presentate 123.600 domande di asilo (+ 47% rispetto al 2015): 11.656 sono state presentate da minori e la grande maggioranza – 105.000 – da uomini. Lo status di rifugiato è stato concesso solo al 5% delle domande esaminate; al 14% è stato assegnata la protezione sussidiaria, al 21% quella umanitaria e nel 56% dei casi c'è stato il diniego.

I dati della nostra provincia non sono sostanzialmente diversi.

E' necessario pensare, sin d'ora, a come affrontare la questione “dinieghi”: trasferita la proporzione ai nostri 1470 richiedenti asilo assegnati, il diniego riguarderà dalle 800 alle 900 persone. Queste persone, dopo aver vissuto per 12/15 mesi in condizioni difficili nei centri di accoglienza approntati sul nostro territorio, con insufficienti e scarse iniziative di integrazione, si vedranno negare il mondo per il quale hanno intrapreso il loro viaggio. Dopo 12/15 mesi verranno messe sulla strada senza più titolo per rimanere nel nostro paese. La violenza e la conflittualità, in assenza di adeguate misure, saranno inevitabilmente destinate ad aumentare con pesanti ripercussioni sul tessuto socio-economico dell'intero territorio.

Laddove sono state approntate misure efficaci di accompagnamento e di sostegno ai colloqui con le Commissioni, laddove i colloqui sono stati effettuati tempestivamente, nelle settimane immediatamente seguenti all'arrivo, e sono stati rafforzati con certificazione e documentazione sui paesi di origine, si sono avuti risultati eccezionali. Una prassi ben poco compatibile con i grandi centri permanentemente emergenziali, affidati a volte a personale poco preparato.

 

La cultura dell'accoglienza, in tutte le sue forme sperimentabili, è l'unica che possa contribuire a costruire alternative valide, percorsi fattibili creando sinergie e soluzioni utili agli inevitabili problemi che la spinta migratoria sta causando ai territori italiani: far finta di non vedere è sicuramente più pericoloso.

 

Bolzano 1 marzo 2016

(Pubblicato su Il Cristallo, nr.1/17)