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Report dell'incontro del 18.06.16 - Il Sud-Tirolo: territorio di accoglienza, di transito e di confine Sguardi sulla situazione attuale da molteplici punti di vista Südtirol & Menschen auf der Flucht: Aufnahme-, Transit- und Grenz-Land

Il Sud-Tirolo: territorio di accoglienza, di transito e di confine

Sguardi sulla situazione attuale da molteplici punti di vista

Südtirol & Menschen auf der Flucht: Aufnahme-, Transit- und Grenz-Land

Questo il tema dell'iniziativa svoltasi il 18 giugno a Bolzano, che aveva l’obiettivo di offrire uno sguardo su questo fenomeno da diversi punti di vista - da quello delle Istituzioni a quello degli attori del terzo settore e del volontariato – e di facilitare lo scambio tra attori e realtà territoriali diverse per rinforzare la risposta locale a questa sfida e promuovere il lavoro di rete. Si ringraziano gli ospiti-relatori venuti da fuori, così come i relatori e partecipanti locali (AIBI, binario1, Caritas, Volontarius; Ripartizione Sociale, Comune di Tesimo, ed altri) che hanno reso possibile un vivace scambio duranti i tavoli tematici.

PARTE I

Nella relazione d'apertura il Prof. Paolo Morozzo della Rocca, Comunità di Sant'Egidio, ha riferito dell’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste dell’apertura di corridoi umanitari verso l’Italia per garantire arrivi sicuri per evitare il rischio di morire nel Mediterraneo. Per la realizzazione di questo “progetto pilota” si è fatto ricorso all’art. 25 del Regolamento visti (CE) che prevede per uno Stato membro la possibilità di emettere dei visti per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali. In collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, i consolati italiani nei paesi interessati rilasciano Visti con Validità Territoriale Limitata. L'ospitalità delle persone arrivate non avviene all'interno dei programmi e finanziamenti nazionali, ma tramite le reti della Chiesa. I corridoi umanitari prevedono l’arrivo nel nostro Paese, nell’arco di due anni, di mille profughi dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra), dal Marocco (dove approda gran parte di chi proviene dai Paesi subsahariani interessati da guerre civili e violenza diffusa) e dall’Etiopia (eritrei, somali e sudanesi).

Successivamente Luca Critelli, direttore della Ripartizione Sociale, e Thomas Knoll, vicesindaco di Tesimo per l’esperienza a livello comunale, hanno inquadrato la situazione attuale dell’accoglienza sul territorio della Provincia di Bolzano. Il territorio oggi sta dando una duplice risposta: l'accoglienza di richiedenti protezione internazionale, per i quali il modello provinciale prevede centri medi con capienza di 25-75 posti, e l'assistenza umanitaria nelle stazioni. Dal 2014 si è iniziato a distribuire i richiedenti (quota del 0.9%) in centri in più comuni del territorio provinciale, ca. 16 strutture. Il vicesindaco ha sottolineato il ruolo positivo di una tale pratica poiché il tessuto comunale permette più facilmente l'inserimento (linguistico, sociale, lavorativo) delle persone, anche se ovviamente in un comune piccolo come Tesimo, l'arrivo di richiedenti asilo ha causato soprattutto all'inizio una risposta molto forte – e scettica – da parte della popolazione. Forte però è stata anche la risposta da parte di cittadini che come volontari hanno dato il benvenuto a queste persone, e con il passare del tempo, quasi un anno, si è creato un buon clima e non ci sono stati problemi. Siamo lontani dal poter parlare di “integrazione”, in quanto quello è un processo lungo. Sul tema all'accoglienza e per far fronte – anche preventivamente – a vari aspetti problematici, si è creato un tavolo di coordinamento che include rappresentanti del Comune, dell'associazione che gestisce il centro accoglienza e dei cittadini volontari.

PARTE II – Tre tavoli di discussione

Le stazioni ferroviarie come luoghi di transito per profughi e luoghi di controllo di polizia: possibilità di assistenza umanitaria e legale, scambio tra la realtà milanese e Bolzano/Brennero

Dal 2014 le stazioni ferroviarie di Brennero e Bolzano sono diventate luoghi di passaggio per molti profughi diretti verso nord, ma anche luoghi di controllo e di blocco. Secondo il regolamento di Dublino queste persone sono costrette a presentare la richiesta di protezione internazionale nel primo paese di arrivo. Anche la stazione di Milano - in dimensione molto più elevata - affronta da anni questo fenomeno. Quali sono state le risposte dei rispettivi territori? Quali sono i punti critici, quali le best-practice, quali le prospettive future? In entrambi i territori le risposte sono arrivate dalla società civile, in primis, poi dai settori pubblico e privato-sociale. Ne abbiamo discusso con una volontaria di Cambio Passo, associazione di Milano, soprattutto attiva in Porto Venezia, binario1 (rete di cittadini, Bolzano), ed un'operatrice di Volontarius (incaricata della gestione umanitaria nelle stazioni di Bolzano e al Brennero).

“Il tessuto sociale produce la risposta sul territorio” - un'affermazione derivata dall'esperienza Milanese, ma anche applicabile al contesto bolzanino. In entrambi luoghi sono stati i cittadini a dare le prime risposte al fenomeno dei transitanti accampati nelle stazioni. A Milano, poi, il Comune in collaborazione col privato sociale ha garantito accoglienza per queste persone in alcuni centri. Stando ai dati della pubblicazione “Milano come Lampedusa” (2014) già tra ottobre 2013 e luglio 2014 sono stati accolti 11.244 transitanti, tutti cittadini siriani (pg.12). Inizialmente sono stati accolti solo persone di cittadinanza siriana, dopo i posti sono stati resi accessibili anche alle altre persone, principalmente dal Corno d'Africa, e che in precedenza potevano accedere solo ai servizi previsti per le persone “senza fissa dimora”. I fondi per una gestione dell'accoglienza “emergenziale” sono stati messi insieme da fondi prefettizi, dalle risorse degli enti gestori di SPRAR, CARA e CAS e dal Comune, creando così non centri appositi, ma centri “misti”.

Cambia Passo evidenzia come sia difficile fare informazione e sensibilizzazione della cittadinanza milanese, quando nel discorso politico il fenomeno viene inquadrato in discorsi sul “degrado” della stazione, e l'immigrazione indicata come causa. Si sono mossi su più piani: informazione e sensibilizzazione per gli abitanti di Porta Venezia, informazione e consulenza alle persone in transito, informazione e formazione per i volontari, valorizzazione e formazione per titolari di protezione e cittadini provenienti dal corno d'Africa già presenti da anni a Milano, che ha visto una tale presenza dagli anni 60 in poi. Lavorano in rete con altre associazioni del territorio per la parte legale e medica. Il tool-kit di Cambia Passo include volantini per i volontari che spiegano cosa e come raccogliere, mappe per i migranti che indicano la strada tra stazione -Porta Venezia- e i vari centri di accoglienza, i prezzi per i tragitti coi mezzi pubblici per evitare che persone speculino sui loro bisogni, i servizi che questi centri poi sono tenuti ad offrire. Sono volantini indirizzati bene al lettore: con una grafica che permette la facile comprensione, oltre all'uso della lingua araba, tigrina e dell'inglese. Inoltre, Cambia Passo offre formazione per mediatori linguistici e culturali, per valorizzare le competenze delle persone già residenti a Milano, i primi dei quali hanno ora iniziato a lavorare anche per le cooperative che gestiscono i centri d'accoglienza. C'è stata però anche una “delega al volontariato” e il volontariato “quando c'è, c'è; e c'è chi c'è”. Sottolineando l'importanza della professionalizzazione dell'assistenza, la difficoltà di coordinare un gruppo variegato di volontari, l'importanza del dialogo con le istituzioni e la rete associativa, si evidenzia il ruolo centrale che i cittadini possono avere nel fare pressione e fare emergere risposte – si spera anche lungimiranti e non solo emergenziali – da parte degli enti grazie all'attivismo civico.

Da Bolzano si evidenzia che grazie alla collaborazione tra il pubblico (Provincia), il privato-sociale (Volontarius) e cittadini volontari (binario1) si riesce a garantire una presenza fissa nella stazione di Bolzano, ma che rispetto a Milano c'è un forte limite rispetto all'assistenza offerta, poiché si limita all'assistenza umanitaria e l'accoglienza notturna è possibile solo per le categorie più vulnerabili. Problematica anche la situazione dei MISNA.

2) La micro-accoglienza in famiglia: buone pratiche e possibilità in Alto Adige di un progetto pilota

Nella sua introduzione Salvatore Saltarelli (Fondazione Langer) ha affrontato gli elementi caratterizzanti dell'accoglienza familiare per richiedenti asilo, particolare forma di micro-accoglienza diffusa che viene attualmente sperimentata a Torino, Bologna, Milano e in altre realtà comunali compresa quella trentina. L'esperienza ha iniziato a svilupparsi grazie all'impegno di enti di ispirazione cattolica e ha trovato rinnovato vigore grazie alle ripetute esortazioni di Papa Francesco ad accogliere i profughi in ogni parrocchia, monastero, santuario. L'accoglienza familiare evita il concentramento di tante persone nei centri di accoglienza, permette di sviluppare integrazione nelle comunità coinvolte e coesione sociale dei territori. Favorisce un modello di accompagnamento innovativo, capace di coinvolgere direttamente la comunità locale e realizza percorsi di accoglienza/integrazione personalizzati e individuali. I vantaggi del contesto famigliare trovano nell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale modo di esprimersi positivamente a favore della comunità: luogo protetto e sicuro, la famiglia è una risorsa che vale la pena di sperimentare sia per le sue capacità di dar vita a relazioni interpersonali sia per lo sviluppo delle competenze sociali, professionali e favorire autonomia economica. Nonostante queste positività, essa è di fatto ostacolata: S.E. il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, ha recentemente affermato: “a frenare l'accoglienza familiare dei migranti è lo Stato”. Le ragioni di questa ostilità sono da una parte la facilità di sviluppare contenimento e controllo con i grandi centri di accoglienza e, dall'altra le “regole” del business economico dell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale che nel territorio della provincia di Bolzano vede la presenza di solo due enti di gestione: Caritas, rappresentata al tavolo da Paolo Valente, direttore, e Volontarius. Contemporaneamente questa diarchia istituzionale ha permesso di allontanare dal territorio sudtirolese forme di gestione dell'accoglienza che in altre province hanno portato alla trasformazione di imprese di pulizie, alberghi e RSA private in enti di gestione.

Un eventuale programma sperimentale di accoglienza familiare dovrebbe essere costruito con l'obiettivo di creare reti territoriali di associazioni, parrocchie, enti sociali capaci di promuovere integrazione e coesione sociale. In particolare, il programma dovrebbe prevedere:

  • creazione di un elenco di famiglie disponibili a sperimentare nuovi modelli di accoglienza;

  • selezione delle famiglie disponibili attraverso un processo che preveda la partecipazione alla formazione di 2/3 giorni rivolta agli aspetti relativi alle condizioni dei beneficiari di protezione internazionale, sugli aspetti relazionali e culturali; colloqui individuali e di gruppo rivolti a sollevare motivazioni e aspettative e dunque l'idoneità dei vari componenti del nucleo familiare a divenire soggetti attivi nell'accoglienza; analisi delle caratteristiche strutturali e formali dell'alloggio (camere, bagni, ubicazione...);

  • definizione del contributo mensile spettante alle famiglie per l'attività che svolgono (dai 400 euro al mese del Comune di Milano ai 9 euro al giorno assegnati dal Cinformi/PAT di Trento);

  • definizione dell'Ente gestore del programma di accoglienza familiare: apparato amministrativo, referenti e personale operativo (educatori, mediatori interculturali, esperti in diritto di asilo, accompagnatori, tutor...).

Paola Cozza, responsabile della sede AIBI- Associazione Amici dei Bambini sede di Bolzano, ha affrontato la questione dell'accoglienza delle madri e dei minori non accompagnati – MISNA. La famiglia per queste persone è il luogo ideale per lo sviluppo della personalità. A fronte dell'accoglienza nei centri, l'AIBI ha attivato una campagna nazionale per individuare le famiglie disposte ad accogliere minori non accompagnati e madri con bambini. Hanno risposto a questo appello 2.300 famiglie, che sono state selezionate sulla base delle norme nazionali dell'affido. A seguito di questa positiva adesione è stato richiesto al Governo di istituire una cabina di regia nazionale (si veda il disegno di legge dell'on. Sandra Zampa) e sono state incontrate le Prefetture per verificare la loro disponibilità a sperimentare l'accoglienza familiare dei MISNA. Le uniche Prefetture che hanno sinora risposto positivamente sono Lampedusa, con 12 famiglie, e Messina, con 10 famiglie affidatarie. Il vero problema subentra quando si devono attivare gli aspetti finanziari di questa accoglienza: a Messina è direttamente il Comune che finanzia l'affidamento. Anita Cescatti di Mori riporta la sua esperienza di micro-accoglienza sviluppatasi tra Rovereto e Trento. Ha iniziato il proprio lavoro di accompagnamento e di insegnamento della lingua italiana al Campo della Protezione Civile di Marco/Rovereto. A fianco di questo grande centro si sono successivamente sviluppate forme ridotte di accoglienza. A Mori, per esempio, si è organizzato un gruppo di volontari che segue i richiedenti asilo inseriti in queste micro-strutture e la Canonica ha messo a disposizione i terreni di proprietà sui quali sono stati realizzati degli orti che coinvolgono anche la popolazione locale, soprattutto per quanto riguarda la gestione.

3) Il ruolo delle cooperative sociali e modelli di accoglienza: scambio di esperienze

L'Italia è caratterizzata da un sistema ibrido che si compone di accoglienza ordinaria e straordinaria e da modelli e luoghi dell'accoglienza molto divergenti tra loro. Oltre agli organi statali di competenza, un ruolo centrale è ricoperto dagli “enti gestori” dei centri d'accoglienza, per la maggior parte cooperative sociali, associazioni e altre organizzazioni del Terzo Settore. Anche in questo caso, a livello nazionale esiste un ampio spettro di situazioni e obiettivi perseguiti dagli enti gestori, che vanno dal mero “business” alla creazione di spazi e percorsi di accoglienza finalizzati all'inclusione sociale e integrazione. Quali sono i principali modelli adottati dagli enti gestori, sia nell'ambito della seconda accoglienza ordinaria della rete SPRAR, sia dell'accoglienza straordinaria dei CAS? Sulla base delle esperienze ad oggi maturate, quali modelli favoriscono l'inserimento dei richiedenti protezione nel tessuto sociale locale? Quali esperienze e prospettive di micro-accoglienza diffusa sono ipotizzabili sul territorio provinciale?

Impuls-Geber al tavolo è stata Giulia Galera, ricercatrice presso EURICSE (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises) di Trento. E' partita dall'analisi di due esperienze di micro-accoglienza in Cadore (Coop Cadore) e Val Camonica (Coop Capapax); interlocutori locali, che hanno permesso di mettere a confronto diversi aspetti emersi dalla ricerca. Oltre a lei Alessia Fellin della Caritas di Bolzano e Andrea Tremolada di Volontarius entrambi responsabili dell'area profughi.

La ricerca comparata ha potuto distinguere due approcci con impatti diversi, legati all'obiettivo del progetto di accoglienza in questione, ovvero se si tratta di emergenza/prima necessità, oppure di progetto di integrazione/inclusione sociale. Una questione cruciale emersa è il legame con il territorio che dovrebbe avere l'ente gestore del progetto. Indicatori del radicamento possono essere la disponibilità di volontari e la creazione di rete con altre realtà associative, unitamente a rapporti consolidati con le istituzioni locali. Piccole dimensioni e situazioni di micro-accoglienza diffusa sono ritenute ottime precondizioni per una buona riuscita del progetto, ma al tempo stesso non sufficienti a garantire il successo. Altro fattore individuato sono gli operatori, la loro formazione, supervisione, coerenza tra mission dell'ente gestore e operatore, così come il coinvolgimento degli operatori nel processo decisionale.

Per quanto riguarda il contesto locale non ci sono progetti SPRAR ma CAS, strutture pubbliche di competenza della Provincia di Bolzano, e la modalità di gestione deriva da un accordo tra il Commissariato di Governo e la Provincia Autonoma mentre la gestione viene affidata a due enti gestori. Per loro la suddivisione di approccio in emergenziale/inclusione non è sensato, poiché a prescindere dal progetto si tratta sempre di percorsi di sviluppo della persona e poiché la logica operativa di Caritas e Volontarius è quella del percorso di accompagnamento (quindi oltre all'emergenza riguardo ai bisogni primari, anche l'assistenza sanitaria, giuridica, socio-pedagogica, l'integrazione e il tempo libero) anche avvalendosi della rete di volontari locali. Secondo i relatori locali, il Sudtirolo ha una grande ricchezza di risorse e di volontari ma manca una visione comune, un coordinamento per valorizzare al meglio le positività presenti sul nostro territorio.

Altri temi sono stati sollevati da parte dei partecipanti alla discussione: cosa significa aver solo due enti gestori sul territorio locale / mancanza di progetti di formazione professionale / il “dopo-accoglienza”, ovvero anche potenzialità di inserimento lavorativo.

Unanimità sul tavolo sull'importanza di aprire progetti SPRAR sul territorio locale, anche se di per sé questo non significherebbe maggior qualità e responsabilizzazione degli attori coinvolti. Il sistema locale (appunto, andando nei servizi oltre all'accoglienza fisica e materiale, ma aggiungendo servizi all'integrazione tramite il volontariato) già prende spunto dai principi dello SPRAR e un adesione è ritenuta rilevante poiché l'accoglienza non è questione di emergenza, ma strutturale e quindi diventa sempre più rilevante il rapporto con il territorio e la promozione di una cultura dell'accoglienza.