pro dialog

Alexander Langer

Marijana Grandits: conro la guerra, dentro la guerra

Sono contenta di trovarmi qui con voi. Molte cose ci uniscono oltre al comune riferimento ad Alexander Langer. Ho trovato ricchi e interessanti gli interventi di chi ha con lui condiviso visioni e impegni, ma c'erano forse troppi riferimenti al passato. Penso sia più necessario capire che possono voler dire per l'oggi e il domani. Ci sono poi stati molti riferimenti alla splendida persona di Alexander Langer, al quale abbiamo tutti voluto bene. Dovremmo invece concentrarci di più a capire le sue idee e le azioni che ha tenacemente perseguito.

Avevo diverse cose che mi univano a Langer. Per il primo il Sudtirolo, visto che faccio parte anch'io di una minoranza croata in Austria, immigrata 400 anni fa in quel paese, con ciò che vuol dire l'esperienza di una doppia lingua e una appartenenza plurima che ho sempre vissuto come fonte di grande arricchimento. Dal Parlamento austriaco ho seguito con posizione critiche, le vicende di attuazione dello Statuto d'autonomia sudtirolese, dove tornavano continuamente i temi, che mi hanno accompagnato per tutta la vita, dell'identità e del rapporto tra minoranze e maggioranze. Temi che pur in un contesto ora diverso sono rimasti di grande attualità. Come la domanda del perché in Alto Adige non sono ancora oggi state istituite delle scuole bilingui, che porterebbe un arricchimento per l'intera comunità..Perché nella maggioranza di lingua tedesca, ormai resa forte dall'autonomia conquistata, rimangano sempre le stesse paure di perdere in identità.

 

Il secondo filo rosso che ci ha unito riguarda l'ex-Jugoslavia, dove si riproponevano sia le questioni dell'identità e del rapporto tra maggioranza e minoranze di cui ho accennato a proposito del Sudtirolo, e quelle – pure molto attuali – di come portare avanti delle politiche concrete di pace in territori ormai lacerati dalla guerra, di come riuscire almeno ad evitare il peggio e a superare il senso d'impotenza che in quelle situazione ti può paralizzare.

Non serve fermarsi ancora sul dilemma intervento attivo o non intervento militare. Naturalmente ci sono ancora persone favorevoli ad un pacifismo assoluto, di principio. Personalmente mi colloco tra chi pensa che in determinate situazioni (anche per non essere accusati di collaborazionismo) sia irresponsabile e immorale star a guardare quando una parte della popolazione rimane vittima di un'aggressione violenta senza la possibilità di difendersi.

Non è stato naturalmente un percorso facile arrivare a queste posizioni. Per me sono stati decisivi i giorni in cui in Slovenia, nel maggio 1992, abbiamo incontrato i primi profughi dalla Bosnia che erano riusciti ad evadere da veri e propri campi di concentramento. E ci hanno raccontato delle violenze subite nei campi e nei villaggi conquistati dalle milizie serbe, delle uccisioni, delle torture, degli stupri, avvio di quella che sarà chiamato un tentativo di “pulizia etnica”. Conoscendo la loro lingua, mi sono in un primo momento limitata a raccogliere, tradurre e diffondere le loro testimonianze. Ricordo che ero lì con Alexander Langer e altri due collaboratrici. Non riuscivamo a credere che fosse possibile quel che ci veniva raccontato. Siamo crollati e ci siamo messi a piangere. Come poteva succedere, dove avevamo sbagliato, perché non ci eravamo accorti prima di ciò che stava avvenendo, dopo decenni che ripetevamo il “nicht wieder”, il “mai più Auschwitz”.

Certo c'era già stata l'aggressione a Vukovar e il bombardamento di Dubrovnik, ma eravamo rimasti sorpresi e colpiti da un livello così alto di violenza e crudeltà.

Così abbiamo incominciato a chiederci cosa potevamo fare, con quella rete di persone da tutte le regioni dell'ex-Jugoslavia che avevano incominciato ad incontrarsi nel Verona Forum, e riuscivano a parlarsi tra di loro attraverso il ponte telefonico organizzato da Bruxelles. Persone che anche dopo la guerra hanno continuato a portare nei rispettivi paesi il loro contributo alla ricostruzione delle condizioni per la ripresa del dialogo e della convivenza..

Cos'è rimasto di tutto questo dopo 15 anni? Siamo riusciti a far attivare dei campanelli d'allarme preventivi, capaci di riconoscere il mancato rispetto dei diritti umani, ma non ne sono derivati strumenti conseguenti per impedire .la degenerazione violenta dei conflitti più gravi. Ci sono molte iniziative in proposito portate avanti da piccoli gruppi, ma noi abbiamo imparato che sono inefficaci se non riescono a mettere in moto un meccanismo politico-istituzionale.

Ho provato a definirlo una “NATO civile”, una rete di forze incaricata di agire a vari livelli, di sorvegliare il rispetto di regole condivise, di dare consigli, ma anche dotate di mezzi per interventi concreti, di imporre sanzioni. Una presenza non affidata alla discrezionalità dei politici di turno che, preoccupati dalla più vicina campagna elettorale, non vedono perché mettere denaro in crisi fermate sul nascere, così poco appariscenti.

Una politica di pace non può essere condizionata dall'”effetto CNN”, dalla spettacolarità del passaggio da emergenza ad emergenza, ma deve basarsi prima di tutta sulla prevenzione, che ha bisogno di pazienza, respiro lungo, sostenibilità.. Ho vissuto direttamente un'esperienza negativa in Bosnia: si va ad offrire aiuto alle vedove di Srebrenica e dopo un anno si saluta lasciando le cose come prima. L'ambasciatrice americana in Austria mette in moto un evento importante a Srebrenica, viene coinvolta l'allora commissaria Emma Bonino, si mettono a disposizione dei fondi, ma dopo 1-2 anni sono di nuovo tutti via perché si spegnono i riflettori della TV e l'opinione pubblica è indirizzata su nuove priorità. Si crea anzi un effetto boomerang, com'è successo proprio in Bosnia, con una ripresa dei sentimenti nazionalistici dopo Dayton. Anche le vittime, lasciate sole, sono state spinte ad appoggiarsi alle rispettive comunità etniche per avere qualche sicurezza. Questo rende difficile ancora oggi l'impegno di pace dei piccoli gruppi, fortemente condizionati dal nazionalismo dominante che ostacola un ripensamento dall'interno dell'impianto costituzionale deciso a Dayton, basato proprio sulla divisione etnica. Dayton è riuscita a interrompere la violenza, ma si è dimostrata inadatta a promuovere la convivenza. Si definiscono “pinguini” tutti coloro che rifiutandosi di definirsi croati, serbi o bosgnacchi, non hanno pieno titolo a ricoprire cariche pubbliche.

 

Anche la domanda su cosa vuol dire essere europei, che ha coinvolto molto l'Austria all'epoca del suo ingresso, ha a che fare con la domanda d'identità, con il rischio che vengano negate le possibilità d'identità plurime com'è successo anche a me personalmente: austriaca, croata, del Burgenland, donna, madre. Identità da riconoscere come arricchimento, da includere o da escludere.

Qui vedo una delle sfide per l'oggi e per il domani. In che direzione va l'unione europea. Quale tipo d'Europa desideriamo. Dopo quindici anni non vedo risposte convincenti.
Si è persa già durante la guerra l'occasione – prospettata da Alexander Langer al Parlamento europeo in occasione del vertice di Cannes nel giugno 1995- di dare forza al bisogno di pace, offrendo alla Bosnia Erzegovina una protezione europea, la possibilità di farne rapidamente parte.

Come è andata a finire. La Slovenia fa parte dell'Unione Europea, la Croazia ha posto analoghe premesse. Ma temo che la BiH sarà tra dieci anni allo stesso punto. Meglio sono posizionate Serbia, Montenegro, Albania.

Faccio parte di un piccolo Centro di ricerca austriaco sui conflitti, che ha promosso un'iniziativa, sostenuta dal suo stesso ministro degli esteri, volta a riportare l'attenzione internazionale sulla situazione in Bosnia, che si sente abbandonata. Naturalmente si dirà che l'Europa ha già troppi problemi da risolvere per farsi carico anche dei paesi in lista d'attesa.

Anche la questione Kosovo è lontana dall'essere risolta. Ricordo la visita che abbiamo fatto in quella regione con Alexander Langer, quando c'era ancora un importante interlocutore come Rugova, e i kosovari organizzavano nella clandestinità scuole e strutture parallele. Oggi si sono liberati dall'oppressione di cui erano vittime, ma non del loro nazionalismo che non offre adeguate garanzie a quella che è divenuta la nuova minoranza serba.

 

Passo ad un nuovo tema che ho condiviso con Alexander Langer, quello del rapporto con il movimento verde. Ricordo alcuni suoi interventi che criticavano i verdi tedeschi per un loro eccesso di ideologia, di essere troppo distanti dai sentimenti popolari..

Se guardo all'oggi mi verrebbe da dire che semmai peccano di una mancanza di forti principi guida e di molto populismo.

Il movimento verde ha avuto anche grandi successi, ha posto con forza nuove questioni e le ha indirizzate nella giusta direzione. Ciò non riduce però il bisogno di continuare a porsi domande di fondo e sui principi che dovrebbero ispirare le loro azioni. Tra queste al primo posto anche Alex aveva messo il problema della xenofobia, del razzismo, comprese le implicazioni con il tema dell'immigrazione. E' una questione che mi tocca da vicino, essendo cresciuta in un piccolo paese e con una figlia metà senegalese. Ricordo lo scompiglio tra i miei parenti al vedermi arrivare con una bambina nera, poi ben accettata. Ma come porsi al livello istituzionale? Che tipo di società vogliamo? Come confrontarsi con la paura di chi possiede qualcosa e ha paura di perderla a causa dell'arrivo di persone sconosciute? Il grande problema insomma della distribuzione della ricchezza sia all'interno dei singoli paesi che a livello internazionale, nel rapporto tra Nord e Sud del mondo.

Mi auspico in proposito la presenza di molti spazi di riflessione, di creazione di piatteforme di discussioni e azioni, aperte in particolare ai giovani, per raccogliere idee e visioni nuove, all'altezza delle tumultuose trasformazioni del senso comune.

E non ce la faremo se non saremo capace di organizzarci nelle nostre regioni, ma collegandoci in rete con i movimenti che affrontano gli stessi temi in molti paesi del Sud del mondo,

 

Per concludere una considerazione personale. Con Alexander Langer ho condiviso pensieri, conoscenze, esperienze e iniziative. E' cresciuta nel tempo una profonda sintonia che poteva raggiungere – in certe situazioni pubbliche - ad una sorta d'intercambiabilità, che ci consentiva a volte di poter continuare il discorso iniziato dall'altro,.

Qualcuno mi ha chiesto del perché abbiamo così grande difficoltà a parlare della sua morte, a confrontarci con questo suo fallimento. Se si può parlare di fallimento, allora credo si sia trattato di un fatto legato alla sua persona, a ciò che viveva nel suo intimo. In un'intervista ho sentito dire che quando gli uomini non ce la fanno ad andare avanti portano in sé il seme della morte.

Ma essenziale è sapere che le sue idee non sono fallite, e nemmeno quello che ha fatto è fallito. Ed è una ragione per andare avanti, per continuare. Perché ci sono molte persone e giovani che desiderano capire, dare un loro contributo, andare avanti, per ottenere qualche piccolo miglioramento sia nel proprio ambiente che nel grande mondo.

In questo senso mi auguro molti nuovi incontri come questo.