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Alexander Langer

Giorgio Mezzalira: riflessioni post sul Convegno di Cenci - Amelia

Amelia. Un teatro di fine Settecento, tutto di legno, il grande lenzuolo bianco disegnato dai bambini come quinta e poi il sole, che ride, sullo sfondo naturale del bosco e del prato della Casa-laboratorio Cenci, nel cuore delle colline umbre. E le parole, i ricordi, le esperienze, le analisi, il convivio. I cuori e le teste. Le voci: quelle rotte dalla commozione, quelle vivaci, quelle posate. Difficile riuscire a dare nome all’alternarsi delle situazioni, della partecipazione emotiva e a mettere in ordine i molti stimoli, il flusso dei pensieri, delle idee, che sono venuti dai due giorni dedicati ad Alex Langer. Franco Lorenzoni, fondatore ed animatore di Casa Cenci, e Goffredo Fofi con la sua rivista “Lo straniero” hanno saputo costruire un’occasione di incontro e di confronto sicuramente importante e ricca, per partecipazione e qualità.

15 anni dalla scomparsa possono essere un buon tempo per tornare a leggere e a ragionare intorno alla eredità politica e culturale che Langer ci ha lasciato. Lui che - così recitava l’invito all’incontro “Alex Langer tra ieri e domani” - è stato un protagonista di importanti lotte per la difesa dell’ambiente, la convivenza pacifica tra i popoli, l’equilibrio tra nord e sud del mondo e il rispetto delle minoranze etniche e linguistiche. Lui che ha ispirato la sua vita e la sua opera a principi, che oggi fanno fatica ad imporsi come bussola, prima culturale e poi politica. Ma 15 anni possono essere anche troppo pochi per chi guarda oggi a quella figura, a quella esperienza, con gli occhi di chi cerca, qui ed ora, una risposta magari politico-organizzativa al disorientamento che vive, e che condivide sicuramente con molti altri.

Alex profeta? L’ultimo protagonista di una speranza di cambiamento, colui che segna la fine di un’epoca? Alex come precursore, come colui che anticipa l’impegno per i grandi temi che caratterizzano il nuovo secolo? Alex maestro? Padre? Fratello maggiore? A mettere in fila sotto forma di domande aperte tutte le declinazioni con cui gli intervenuti lo hanno ricordato, letto ed interpretato, a partire dall’esperienza comune dell’aver percorso insieme a lui un tratto di strada, si giunge a capire quante persone, quante lingue, quante latitudini di pensiero, quante buone pratiche di convivenza, di volontariato sociale, di solidarietà e di impegno per la salvaguardia dell’ambiente, riuscisse a tenere insieme e contribuisse a far nascere. Lui traduttore, e non solo nel senso di interprete linguistico, ma anche e soprattutto di “portatore”, colui che aveva imparato a condurre le persone da una parte all’altra, da una sponda all’altra, nell’emblematica sintesi tra l’immagine di San Cristoforo, a lui cara, e quella del ponte.

I due giorni di Amelia sono serviti per capire che l’orizzonte a cui Alex guardava, anche come direzione da seguire, era fatto di quelle utopie concrete, di cui aveva provato a fare esperienza insieme ad altri, con la fiera di Città di Castello. L’ossimoro usato, contiene un significato che senza forzare possiamo provare a spingere anche al di là dell’occasione puntuale a cui si lega, fino a coglierne quasi una valenza programmatica, un’indicazione di percorso. La distanza tra la radicalità dell’utopia, aspirazione ad un modello di mondo “altro” che non è negoziabile, e la realtà delle cose di questo mondo con le diseguaglianze e gli squilibri che la contraddistinguono, non è il vuoto che si genera, se a quel mondo ideale si guarda fondamentalmente o fondamentalisticamente come promessa messianica e spazio incolmabile che separa i duri e i puri da tutti gli altri. Quello scarto sembra indicare piuttosto lo spazio che abbiamo a disposizione per progettare e costruire percorsi coerenti e compatibili con il disegno che coltiviamo della nostra utopia. Se fosse una città ideale a cui tendere, significherebbe che fin d’ora dentro al nostro caos e degrado urbanistico, tra centro e periferie, tra ghetti e gated communities (centri residenziali con accessi privati e sorvegliati), si dovrebbero/potrebbero aprire tutti quei cantieri – piccoli e grandi – che con modi e tempi diversi operano per l’affermazione e l’edificazione, magari lenta ma costante, di una stessa idea di città.

Un’idea capace di contenere le “zone liberate”, di cui ha parlato Goffredo Fofi nella conclusione del convegno, ovvero spazi di libertà e di espressione per le “minoranze etiche” che si confrontano a viso aperto con il sistema e ne denunciano le contraddizioni, così come i portatori di una visione di cambiamento che non rifiuti per principio le soluzioni offerte dalla tecnologica, di cui ha parlato Wolfgang Sachs.

La conclusione del convegno che, rispetto al modo con cui è possibile continuare su un piano più organizzativo, non poteva che essere provvisoria, non lo è stata invece relativamente all’unanime convergenza sulle mille buone ragioni per far conoscere il pensiero e l’opera di Alex Langer a chi non ha ancora avuto occasione di incontrarlo. E’ l’aspetto che, tornando spesso negli interventi che si sono succeduti, si è imposto come una delle questioni centrali. Il suo impegno costante e profondo per affermare il bisogno di vivere in un mondo più giusto, più solidale, più pulito, il suo rifuggire dall’esercizio del potere, uniti ad uno spirito anticonformista e non dogmatico, ad una capacità di comunicare in modo semplice, diretto e poco cattedratico, ne fanno una figura molto vicina ai giovani e alle loro domande.

 

Per inciso, si tratta di un’indicazione che la Fondazione Alexander Langer Stiftung ha fatto propria da tempo, sia con l’avvio di progetti pensati per le scuole, sia con il lavoro di valorizzazione e diffusione dei suoi scritti, conservati nell’archivio. L’esperienza di contatto con gli studenti, ma anche con gli insegnanti, attraverso la presentazione e la discussione su alcuni suoi testi chiave - Caro S. Cristoforo (1990), Dieci punti per la convivenza (1995), Quattro consigli per un futuro amico (1994), per citarne solo alcuni - è stata tanto incoraggiante da suggerire un sempre maggiore impegno in questa direzione, con l’elaborazione di moduli didattici, la pubblicazione di quaderni che per singoli temi presentino alcuni testi significativi di Alex, il lavoro di ricerca e laboratorio che può partire dal deposito del suo pensiero.
L’eredità di Alex Langer resta altrettanto feconda per una riflessione, ancora aperta, sul pacifismo, sulla non violenza e sugli strumenti che possono essere usati per prevenire e fermare i conflitti. La rilettura dell’impegno di Langer per trovare soluzioni concrete di pace nel conflitto in BiH - guerra che ha imposto l’urgenza di un ripensamento a tutto il movimento pacifista – costituisce oggi, come hanno sottolineato ad Amelia Edi Rabini e Giulio Marcon (già portavoce dell’Associazione per la pace), una traccia per interpretare il proprio impegno come facitori di pace. Su questo versante, va ricordato, la fondazione Langer opera fin dall’atto della sua istituzione (1999) con iniziative di promozione e formazione di operatori di pace-mediatori di conflitti, attraverso il premio Alexander Langer sostenendo esperienze di solidarietà e di gemellaggio nei paesi coinvolti dalla guerra, con la rete Adopt Srebrenica.