pro dialog

Alexander Langer

Giulio Laforenza, Pisa: In mano nostra il testimone

Esattamente vent’anni fa ci lasciava Alexander Langer, figura politica sconosciuta ai più, in particolare a quelli della mia generazione e di quelle successive, che nel migliore dei casi vent’anni fa erano all’inizio dell’adolescenza.

Andando a scoprire il profilo di Langer, a rileggere i suoi tanti scritti, entrando in punta di piedi nel suo mondo, si rimane colpiti dall’attualità degli stessi, dallo spessore dell’analisi, e dalla lucidità di una visione chiara e lungimirante della realtà, della politica e del suo impatto sociale. Tutta la vita di Alexander fu vissuta in coerenza con questa visione.

Europeo, Italiano (di madrelingua tedesca), Sudtirolese di Vipiteno. Ecologista, pacifista, tra i fondatori di Lotta Continua e dei Verdi (che rappresenterà per 2 volte al Parlamento Europeo).

Cresce in una famiglia aperta, tollerante e laica (suo padre era ebreo di origine viennese rifugiatosi a Firenze durante le persecuzioni razziali, sua madre cattolica entrambi non particolarmente religiosi), durante gli studi scopre la dirompenza rivoluzionaria del Vangelo. Ha una formazione francescana che incide profondamente nella sua maturazione adolescenziale e giovanile. Negli anni ’60 scrive per molte riviste di impostazione cattolica. Scrive di come sia importante vivere le questioni piuttosto che parlarne soltanto. Di quanto sia importante dare l’esempio per essere davvero credibili (Cristo non chiede buone maniere o bigotteria, ma azione e decisione).

Uomo di confine, uomo senza patria e con molte patrie. Viaggiatore instancabile, al servizio del suo Paese, dell’Europa, del mondo. Si spende per conoscere persone, nuove realtà. Tutta la sua vita la dedica a “costruire ponti”, unire popoli, creare la pace e sviluppare il confronto. Nel ruolo di “portatore di speranza”.

Langer fa –di fatto- della politica tutta la sua vita.

Si impegna per la convivenza interetnica tra le popolazioni del Sudtirolo, terra divisa anche dal punto di vista linguistico. Scrive sia in italiano (rivolgendosi ai suoi amici di lingua italiana) che in tedesco (rivolgendosi a quelli di lingua tedesca) sull’importanza di capirsi, di superare le diffidenze e i pregiudizi, e comprendersi reciprocamente. Comprendere le posizioni dell’altro come base della convivenza. In quelli anni diventa obbligatorio specificare la propria appartenenza ad uno specifico gruppo etnico (o italiani o tedeschi o ladini). Per Langer questa norma è una vera e propria schedatura etnica, un qualcosa che divide anziché unire. Per questo si rifiuta di dichiarare la propria appartenenza ad un gruppo piuttosto che ad un altro, definendosi piuttosto ‘obiettore etnico’ (sulla base di questo cavillo tecnico la sua candidatura a Sindaco di Bolzano verrà in seguito rifiutata).

Nel ’68 si laurea in Giurisprudenza a pieni voti a Firenze (nel ‘72 conseguirà la laurea in sociologia a Trento), seguendo tra l’altro, le lezioni di diritto romano di Giorgio La Pira, che poi diventerà suo amico oltre che punto di riferimento. Conosce personalmente e apprezza Don Milani e la sua scuola di Barbiana, ma si rifiuta di abbandonare gli studi universitari per dedicarsi ai ragazzi come richiesto dal prete. Frequenta don Mazzi e la Comunità dell’Isolotto, la comunità cattolica, e contemporaneamente quella laica e “azionista”.

Dopo la fine del servizio militare, nel 1973, l’attivismo politico di Langer lo porta lontano dal Sudtirolo per circa cinque anni. In questo periodo Alexander realizza a pieno il proprio ruolo di ponte e traduttore. Ponte è chi congiunge le rive di un fiume immaginario che divide culture diverse, permettendo che gli abitanti delle due sponde si incontrino. Traduttore è quella persona che si mette a metà strada tra le due rive e si adopera affinché gli appartenenti ai due gruppi culturali possano capirsi e scambiarsi informazioni, cultura, esperienza e conoscenze. In definitiva: due facce della stessa medaglia. In quelli anni diventa sempre più ricco, più fitto e più variegato il reticolo di rapporti, di scambi, di ponti. Langer afferma:

Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”.

La sua carriera politica è fatta di coerenza e trasparenza (già al tempo, pubblicava su un Internet agli albori, il resoconto minuzioso del suo stipendio di Parlamentare e i rimborsi spese delle diarie). Di una continua ricerca di giustizia e libertà. Di amore.

Nella sua esperienza in Lotta continua, alla fine degli anni ’70, cerca sempre di far prevalere la logica della non violenza, in un movimento lacerato dalle sue due anime, nel quale l’anima creativa e pacifista si scontrava con quella che teorizzava (e praticava) la violenza politica.

E’ tra i fondatori dei Verdi italiani. Si impegna per la tutela dell’ambiente, per il contrasto ai cambiamenti climatici e la conversione ecologica/ambientale dell’economia. Sostiene che solo un cambio radicale del nostro paradigma economico può salvare il Pianeta. Langer fa notare che l’equilibrio tra l’uomo e la natura oggi è violato per ragioni di mercato e che “la scelta che si pone è quella del tipo di modello di sviluppo, uno di lunga durata in cui tutti si accontentano di un po’ di meno, e di uno sviluppo drogato in cui aumentano le distanze sociali”. Tra le battaglie di Langer in campo ambientalista si ricordano quella contro il Nucleare, contro il disboscamento dell’Amazionia brasiliana.

Entra nel Parlamento Europeo nel 1989, proprio nel mezzo di un cambiamento epocale. Il Muro di Berlino sta cadendo e con lui il paradigma dei due mondi (quello dell’Est, e quello dell’Ovest). Finisce la guerra fredda. Langer crede fermamente nel progetto Europeo e ha un’idea dell’Europa adeguata ai cambiamenti epocali che in quel momento si stanno producendo. E’ uno dei pochi che intuiscono subito che la caduta del muro potrebbe avere delle ripercussioni sugli equilibri generali, che sia concreta la possibilità che si arrivi di lì a breve a situazioni conflittuali per l’affermarsi dei Nazionalismi. Questo atteggiamento era in contrasto con l’opinione comune che vedeva nella caduta del muro solo pace, benessere, democrazia e prosperità per tutti. Langer intuisce la necessità di nuove forme di Governo per garantire la pace al dissolvimento dei vecchi regimi.

Si distingue anche nelle sue battaglie all’interno del Movimento Pacifista. Sostiene che costruire la pace non vuol dire starsene in pace. E’ contro l’uso indistinto delle armi nella risoluzione dei conflitti e ritiene che le guerre non si risolvano schierandosi da una parte o dall’altra, ma cercando di capire i motivi di fondo che la originano, stimolando il confronto e il dialogo. Promuove ostinatamente un modello di mondo fatto di pace e collaborazione tra i popoli. Il suo non è mai però un approccio astratto/ideologico, ma pratico, concreto, calato nella realtà.

Da europeista convinto, Langer solleva (più di vent’anni fa!) delle questioni ancora oggi irrisolte sul progetto europeo, la necessità di un ordinamento giuridico (ma anche fiscale e sociale) comune e la struttura che lo stesso progetto sta assumendo:

«stiamo costruendo un’Europa di spostati e velocizzati, dove si smistano sempre più merci, persone, pacchetti azionari, ma si vuotano di vivibilità le città e le regioni».

L’Europa deve essere una potenza politica oltre che economica.

Quando esplode il conflitto nei Balcani, Langer è tra i primi a capire che l’Europa non può stare a guardare, e a chiedere che proprio l’Europa svolga un ruolo politico per la risoluzione del conflitto. Il 6 aprile 1992 scoppia la mattanza jugoslava con l’assedio da parte delle truppe serbo bosniache alla città di Sarajevo, fino ad allora simbolo della convivenza etnica e religiosa. Langer afferma “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”. E’ tra i primi a rendersi conto dei rischi concreti di una degenerazione del conflitto e dell’inefficacia della sola presenza caschi blu del ONU, osservatori neutrali del conflitto. Secondo Langer, realista, vero costruttore di Pace piuttosto che pacifista idealista, occorre un intervento armato mirato per fermare l’aggressione, proteggere le vittime e punire i colpevoli. Nel 1995, a seguito del massacro di Tuzla e dell’appello scrittogli dal sindaco della città amico suo, si reca a Cannes per convincere i governanti europei sulla necessità di questa azione, e lo stesso Chirac che qualche giorno prima aveva completato un test nucleare su un atollo della Polinesia, gli dà del guerrafondaio. Il suo appello alla comunità internazionale sarà inascoltato (o meglio l’intervento militare avverrà solo dopo la morte di Alexander, e a seguito del genocidio di Srebrenica).

Sono tante le amarezze e le sconfitte che questo eroe dei nostri tempi si trova ad affrontare nella sua attività politica. Le sue parole, la sua visione così umilmente profetica, vengono troppo spesso ignorate durante la sua vita, per diventare un faro nella notte per tutti noi al momento della sua prematura scomparsa.

Alexander Langer è un uomo sensibile, uno di quelli che sanno ascoltare gli altri, che sanno analizzare le situazioni in profondità, uno che dice le cose come le pensa, con quel modo gentile, pacato e mai urlato, ma allo stesso tempo con fermezza, senza paura di risultare impopolare o di scontentare anche la sua stessa parte. E’ un osservatore analitico ed indipendente della realtà nella sua complessità. Un uomo che lotta per tutto ciò che ritiene essere giusto, e che ha come parola d’ordine quella di superare gli steccati ideologici, le classificazioni, l’identitarismo sterile.

Per questa sua natura indipendente, questo non voler rientrare negli schemi e anzi volerli rompere, Langer è spesso criticato da molti dei suoi, e spesso vittima di “fuoco amico”. Come quando Il 1 dicembre 1984, introducendo a Firenze l’assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, afferma che gli ecologisti “non sono né di destra né di sinistra”. (link)

Oggi la crisi, anzi la mancanza di ogni grande progetto a sinistra e la perdita pressochè completa di legittimazione dell’utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del “capitalismo realizzato” può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali della sinistra.

[…]

All’interno della sinistra assai spesso si ragiona, in fondo, con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, infondo intende fare il gioco di qualcuno (“dell’altro blocco”, a seconda del punto di vista). Ma il voler pensare tutta la realtà in termini di blocchi finisce per bloccare la stessa possibilità di pensare. Ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive.”

In un contesto, quello della Sinistra italiana, nel quale l’identitarismo e l’attaccamento alle formule e ai “colori”, il ricordo nostalgico di un passato che non si è neanche in molti casi mai vissuto, è quasi maniacale, un personaggio del genere può risultare per molti aspetti scomodo.

Alcuni suoi compagni meno lungimiranti o illuminati (sia nel movimento sudtirolese per la sua battaglia per un gruppo politico multietnico, sia tra le file di Lotta Continua o dei Verdi) lo definiscono traditore, per il rifiuto del sottostare a questo identitarismo spinto. Langer rivendica il suo ruolo dei “traditori” (piuttosto che dei transfughi, o disertori) (link) e crede nella necessità/priorità di costruire ponti con l’altro, con chi ha idee diverse dalla propria, tradendo – senza mai abbandonarla, dimenticarla o negarla – la propria appartenenza, per condividerne una più grande e più universale.  “La logica dei blocchi blocca la logica”, dice Langer. Tradendo si costruisce un futuro diverso rispetto ad un presente caratterizzato da idee ed entità monolitiche e contrapposte. Il “tradimento” in politica è pericoloso, ti fa perdere consensi e mette in crisi la propria appartenenza identitaria ed ideologica. Ma Langer mette davanti a tutto lo spirito critico, l’indipendenza, la libertà di scelta, l’apertura mentale e la curiosità al cambiamento.

La figura di Langer, oggi più che mai, manca ad una Sinistra che non riesce a trovare una sintesi alle sue tante anime. Scrive Langer (link) :

[…] per coagulare sul serio percorsi ed ispirazioni diverse in uno sforzo comune (non necessariamente in un partito comune!), bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano. “Solve et coagula“, sciogliere e coagulare, dicevano gli alchimisti rinascimentali.

[…] Non servirebbe, certo, un puro cambio di nome della seconda forza politica italiana, per poi magari ricadere nella ricerca di alleati-satelliti, come troppe volte le esperienze di sinistra unitaria, indipendente o simili denominazioni sono state. Molto utile, viceversa, mi sembrerebbe quel contributo alla laicizzazione della politica italiana che oggi nel PCI coraggiosamente si dibatte: fare, cioè, della competizione politica ed elettorale non principalmente un momento di affermazione di identità, quasi di professione di fede, ma piuttosto vedervi un’impresa politica, con obiettivi precisi in tempi definiti. E con la consapevolezza che fa molto bene avere davanti a sè anche un orizzonte ideale ed una prospettiva di più ampio respiro, ma che l’auto-proiezione di una chiesa o setta ideologica serve a ben poco nella costruzione della politica possibile.

Dissolvere le rigidità e gli spiriti di bandiera quindi. E quindi costruire ponti.

Langer, trascorre tutta la sua vita a “costruire ponti” tra le culture diverse, a parlare con tutti, ad analizzare, confrontarsi, approfondire. Non vuole fare il “militante di professione”, ma cerca di fare di tutto per mantenere un rapporto diretto con le persone, con il lavoro (quello di insegnante nelle scuole superiori, di giornalista, del traduttore e dell’interprete), con la realtà concreta. E’ un viaggiatore leggero, e invita a rinunciare alle zavorre della materialità dell’eccesso, del troppo. L’importanza di superare ogni ideologia, di ricostruire la politica intorno ai temi ambientali, rivedere le categorie politiche è centrale in tutta la sua azione politica.

Langer è convinto che non ci può essere un cambiamento sociale senza un vero cambiamento interiore, del nostro stile di vita. Sostiene che la nostra civiltà si basa sulle tre parole del motto olimpico di De Cubertin (Citius!, Altius!, Fortius!) e che in realtà occorrerebbe capovolgere il paradigma in “Lentius, profondius, suavius” (link), (più lenti, più in profondità e più dolcemente).

Alexander Langer è un uomo libero e a cui non piacciono gli schemi definitivi. Gli piace sapere di aver sempre un “piano B”, la consapevolezza di essere liberi di cambiare, come quando scrive:

Ho avuto la fortuna di svolgere, nel corso del tempo, attività e mestieri abbastanza diversi, e di non identificarmi con nessuno di essi al punto di assumere il ruolo e di dover pensare di continuarlo per sempre. E sono contento di possedere una carta di riserva che già varie volte mi è tornata utile anche per campare.”

Ha però anche un grande rispetto per il proprio lavoro e un grande senso di responsabilità, che lo portano a rimandare sempre il desiderio più volte espresso ai suoi collaboratori di ritirarsi dalla scena politica.

Non riuscirà a trovare un “piano B” il 3 luglio 1995, poco dopo l’esclusione dalla corsa a Sindaco a Bolzano, poco prima del genocidio di Srebrenica, il giorno in cui decide di andarsene impiccandosi ad un albicocco a Pian de’Giullari, nelle colline di Firenze. Il suo ultimo messaggio recita “non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

20 anni son passati. In mano nostra il testimone. Grazie Alex.