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Eugenio e Luca Cirese: Alexander Langer politico-impolitico
15.7.2015, Sito Università Antonio Gramsci

Sono vent’anni che Alex Langer è morto. Ha scelto di andarsene dopo aver vissuto tante vite e sono quelle che vogliamo ricordare. Don Milani, Lotta continua, la capacità di disobbedire alle gabbie etniche a Bolzano, la conversione ecologica, la guerra in Jugolavia con “L’Europa che muore a Sarajevo”.

E poi giornalista, parlamentare verde piuttosto controvoglia, ma soprattutto  un maestro che insegnava incarnando le sue idee come ci ricorda il caro Franco Lorenzoni che di Alex fu amico e compagno. Qui  potete trovate gli interventi del convegno promosso dalla Casa laboratorio di Cenci e dalla rivista Lo Straniero e anche  l’articolo di Franco pubblicato nel suo  spazio su Internazionale e che abbiamo già diffuso su Fb.

Ma la cosa più bella – e anche Franco è d’accordo con noi –  è l’intervento di Luca Cirese, uno dei fondatori di UniGramsci. Un ventenne che scopre Langer, grazie a Cenci, e che si mette a studiare cosa ha scritto, si munisce dell’odiata giacca per seguire l’incontro in Parlamento per il ventennale della morte e anche di questo ci dà conto. Luca ci ha mandato un microsaggio con il suo punto di vista, con gli occhi puntati sulla lezione di Langer sul rapporto con la politica. L’abbiamo spezzato in due per cercare di evitare articoli troppo lunghi ma è pensato come un testo unico e come tale va considerato.
Sì, è la vita di Alex Langer che vogliamo ricordare e lo facciamo con dei contributi che ci parlano dell’oggi


Eugenio Cirese

***

C’è stato in Italia un uomo politico-impolitico che ha avuto il coraggio di guardare alla presenza umana sulla terra e alla convivenza fra persone e genti diverse con una intelligenza profonda e una generosità di sentimenti che i tempi stretti e la selezione al ribasso della politica di norma escludono.E’ stato Alexander Langer, che ha fatto tesoro di una formazione famigliare e regionale incline all’uso di più lingue, al confronto di più popolazioni e tradizioni, all’ingombro e all’invito dei confini. Quando ha deciso di uccidersi – a Firenze, in un giorno d’estate del 1995 – Langer era parlamentare europeo, e in quel ruolo si era prodigato nei luoghi in cui la vecchia storia del mondo tornava a mettere in scena l’odio, l’insofferenza, la brutalità delle superbie nazionaliste, delle guerre di sopraffazione e delle pulizie etniche; come nei luoghi in cui la storia umana arriva sull’orlo della distruzione del mondo stesso, delle sue risorse naturali e della sua bellezza La Bosnia e il Kossovo, l’Amazzonia o il Messico: l’intero mondo minacciato è stato la patria di questo campione delle piccole patrie, a partire da quel suo Sudtirolo in cui riconosceva la ricchezza della convivenza e la meschinità della misconoscenza reciproca”.

Dalla copertina de Il viaggiatore leggero, Sellerio, che raccoglie scritti di Alex Langer dal 1961 al 1995.





COME HO SCOPERTO ALEX LANGER POLITICO-IMPOLITICO

di Luca Cirese, di UniGramsci

Io e Langer

Ai primi di luglio di venti anni fa è morto Alexander Langer, un leader politico e intellettuale.

Io, Alexander Langer non l’ho potuto conoscere di persona. Quando si è tolto la vita, il 3 luglio 1995 a Pian dei Giullari, vicino Firenze, io non avevo ancora compiuto sette anni. L’ho scoperto però in un posto che, come sensibilità e pratiche, gli deve molto: la Casa-Laboratorio di Cenci.

Un paio di anni fa sono stato al Villaggio educativo, una delle esperienze più significative della mia vita, un luogo dove si può andare dai 7 ai 70 anni, da cui prende anche il nome 7-70. Mi colpì molto la storia di quest’uomo, nato in luoghi difficili come l’AltoAdige/Südtirol, dove si arrivò nel conflitto etnico a attentati di matrice neonazista negli anni ’60, che si sforzò fin da subito di essere mediatore, di unire ciò che gli altri dividevano o volevano diviso. Le volte che sono tornato a Bolzano – a Capodanno, un caro amico ha una casa e ci ospita lì –  non ho potuto non notare la durezza di quei luoghi, dove minoranze tedesche sono state assimilitate all’Italia con la Grande guerra: ed è importante ricordarlo quest’anno, a cento anni da quel terribile massacro.

Langer al plurale

Alexander Langer è stato molte cose ed è davvero complesso rendere tutte le sue sfaccettature: si è occupato della convivenza interetnica in AltoAdige/Südtirol e per la pace in Jugoslavia, è stato parlamentare europeo per i Verdi, ha fatto il professore in un liceo di periferia di Roma, si è occupato di Terzo mondo, solo per citare alcune delle sue tante attività. Mi sembra che l’immagine del cristallo, usata da Grazia Francescato alla commemorazione alla Camera dei deputati a vent’anni dalla morte, renda molto bene la poliedricità di Langer.

Incarnare le proprie idee

L’Alex Langer che voglio ricordare per questo ventennale è un Langer “politico-impolitico” – bella espressione sulla copertina de Il viaggiatore leggero del 1996, riedito in questi giorni – i cui ragionamenti e pratiche si pongono oltre le categorie usuali dell’agire politico, tra innovazione teorica e pratica e superamento della politica tradizionalmente intesa.

Credo che di questo oggi ci sia molto bisogno. Mi spiego meglio. In una fase di forte crisi della rappresentanza e della politica, oltre che di crisi della militanza, come determinato modo di fare politica nei movimenti, è importante saper riprendere alcuni insegnamenti di Langer a proposito. Insegnamenti che hanno molto a che fare con l’ecologia, ovviamente, ma anche, e non era banale, con il pensiero femminista della differenza (molto interessante a proposito l’intervento di Luana Zanella, sempre alla Camera, che elenca molte affinità).

Leggendo Il viaggiatore leggero si osserva che in tutto il suo percorso di attivismo politico, che va dal cattolicesimo sociale fino alla guerra in Jugoslavia, passando per la militanza in Lotta Continua negli anni ’70 e per i verdi negli anni ’80, di cui è tra i fondatori, lo sguardo di Langer sulle questioni politiche è sempre “oltre la politica”: sin dai primi scritti a sfondo religioso, e non è un caso, si insiste sull’importanza dell’esempio e dell’incarnare le proprie idee, anche per l’importante insegnamento della madre, che a domanda sul perché il padre non andasse in chiesa, gli risponde che «non conta tanto in che cosa si crede ma come si vive» (Note autobiografiche del 1986, in Il viaggiatore leggero, Sellerio 1996, p. 15).

La conversione ecologica, su cui ha ragionato spesso e profondamente nella sua parte di vita “verde” è esemplare da questo punto di vista: la conversione nel suo aspetto fondamentale è una pratica di vita individuale, è un mutamento del proprio agire quotidiano, uno stile di vita concreto che ha a che fare anche con il corpo e che necessita motivazioni e non idee. Una conversione che dovrà essere “socialmente desiderabile”, cioè dovrà portare benessere alle persone e alle società che la scelgono. Un mutamento dunque che, come nel pensiero femminista della differenza, “parte da sé” e che si pone dunque al di fuori dell’agire politico in senso stretto, rendendo poi sensate e utili le leggi ambientali che possono essere varate: Langer scrive infatti che «una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate – come è ovvio – in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè nella storia e nell’identità dei popoli)» (“La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”: ivi, p. 146).

Langer e la politica: un rapporto difficile

Il rapporto di Langer con la politica è stato infatti sempre complesso: dal difficile rapporto con la sua candidatura nelle liste verdi, alla sua proposta minoritaria di scioglierle dopo il voto, alla diffidenza nei confronti del potere per la paura di perdere i rapporti autentici con le persone (Note autobiografiche del 1986: ivi, p. 52), alla sua messa in questione della forma partito (“PCI, solve et coagula”: ivi, p. 205), alla sua tendenza, espresso negli ultimi mesi della sua vita, all’abbandono dello spazio politico «intossicato» per occuparsi di altro (“A proposito di Giona”: ivi, p. 321).



L’importanza dell’esperienza

In “A proposito di Giona” Langer scrive: «non si riesce a dar credito a ricostruzioni, teoremi, ideologie, che tutto spiegano, tutto inquadrano, tutto giustificano, in tutto fanno tornare i conti: c’è sete di messaggi semplici e veri: verificati, cioè, dall’esperienza vissuta […]» (ivi, p. 322). In tutto il pensiero e l’azione langeriana scopro un forte rifiuto dei discorsi astratti, cioè non riferiti a singole situazioni, insieme a un forte richiamo all’esperienza, anche come luogo di prova delle proprie idee, che può averlo allontanato dalla politica come lotta ideologica.

Insieme a questo aspetto può aver contato, nella sua distanza dalla politica come identità, anche il suo radicale rifiuto di ogni  «integralismo» come «voler ricondurre tutta l’esistenza a una dimensione» (“L’europa e il conflitto nell’ex Jugoslavia”: ivi, p. 314): nel bel dialogo con Adriano Sofri (“Le liste verdi prima del calcio di rigore”) usa la bella espressione di cercare di «essere anche “altrove”» in riferimento non solo alla divisione etnica dell’AltoAdige/Südtirol ma anche in riferimento alla sua esperienza come direttore di Lotta continua nei tardi anni settanta, unita alla sua professione di insegnante al Liceo XXIII di Roma (ivi, pp. 106-7).

Costruttore di ponti

Tocchiamo così un altro aspetto fondamentale della vita e della pratica politica di Langer: il suo essere stato “costruttore di ponti” tramite la pratica della relazione e l’ascolto fra persone, idee, culture, nella consapevolezza dell’irriducibilità delle differenze. Già nel 1967, in un articolo, “Segni dei tempi” che esce sulla rivista “Die Brücke”, da lui fondata, parla del tema delle comunità liberamente scelte (ivi, p. 40), mentre negli stessi anni fonda un gruppo misto (italiano, tedesco, ladino) per l’intercultura in AltoAdige/Südtirol.

La convivenza etnica per Langer è possibile infatti solo laddove sia praticata attraverso l’incontro e il dialogo e la conoscenza reciproca, senza «prediche contro razzismo, intolleranza xenofobia ma [con] esperienze e progetti positivi» (Tentativo di decalogo per la convivenza etnica: ivi, p. 296): «Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: più abbiamo a che fare gli uni con gli altri e meglio ci comprenderemo», è il titolo del terzo punto del “Decalogo” (ivi, p. 297).

Elogio del tradimento e rifiuto dei blocchi

Di grande potenza poi l’uso positivo del termine “traditore”, in questo, credo, del tutto solitario nelle più diverse culture, anche politiche: l’idea cioè che il tradimento come «autocritica verso la propria comunità» non sia condannabile ma addirittura auspicabile, se non si diventa “transfughi”, cioè se, «per rimanere credibili», si rimane in qualche modo radicati, cioè si lasciano radici, nella parte da cui ci si allontana  (“Tentativo di Decalogo”, pp. 301-2). Lo sforzo, che per lui è una scelta continua, di stare, come dice altrove (“Le speranze dei tanti soldati Švejk”: ivi p. 247-8), negli «spazi meno intensamente colorati».

C’era un bello slogan del movimento pacifista che ho imparato leggendo Langer: “La logica dei blocchi blocca la logica”. Langer si è opposto per tutta la vita ai blocchi etnici, politici, culturali, nella consapevolezza che una «“storia” unica e condivisa da tutti non esista» (Franco Lorenzoni, “La fatica della lungimiranza”) e che «un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori» (Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka in Croazia: ivi, p. 300). L’elogio del “tradimento” e il rifiuto dei blocchi nascono infatti nell’esperienza della vita che più lo ha segnato, come lui stesso scrive, quella della convivenza etnica in AltoAdige/Südtirol ma che valgono in ogni ambito, compreso quello delle comunità politiche.

Non è un caso che lo slogan pacifista sui blocchi e la sua parafrasi appaiono in due scritti molto interessanti di Langer (“PCI, solve et coagula” e “Perché tanto scandalo a sinistra? È vero, il verde non passa per la cruna dell’ago rosso”) in cui si ragiona di spazi di riunificazione ampia di diverse culture politiche e sensibilità.

Contro la logica di guerra

Ma anche questo è un discorso che difficilmente riesce ad essere efficace dentro la pratica politica in senso stretto, che è uno spazio fortemente conflittuale in cui prevale il contarsi rispetto all’ascoltarsi e l’irrigidire le opposizioni invece che il diluirle, discorso che invece deve molto alla pratica personale sulle relazioni, sperimentata da Langer fin da giovane, e che ricorda il pensiero femminista della differenza, che anch’esso si poneva oltre la politica in senso stretto.

Mi sembra significativo che Luana Zanella abbia messo anche la critica della democrazia come contarsi come affinità fra femminismo e pensiero di Langer: il contarsi è sempre premessa di scontro e di lotta, che a volte esce dall’ambito politico per entrare in quello militare: Langer si rifiutò di aderire al censimento etnico nominativo del 1991 anche perché ne vedeva una «spinta a contarsi, alla prova di forza» (“Tentativo di decalogo”: ivi p. 299). Fu una scelta coraggiosa che pagò però a caro prezzo, perdendo anche i diritti politici e non potendo candidarsi a sindaco di Bolzano nel 1995.

Probabilmente Alex Langer era presente nei giorni dell’occupazione della Città Universitaria nel 1977. Sui muri c’era, tra le molte altre, questa scritta murale: “Le donne sono la forza della lotta, senza di loro i compagni sono dei militari non dei rivoluzionari”, firmata da Claudia Medicina. Dubito che l’abbia letta. Ma credo che nel rifiuto del contarsi e dell’irrigidire i conflitti invece che ammorbidirli, Langer sia dentro questa ottica del pensiero femminista che cerca di evitare che lo scontro degeneri in guerra, anche simulata, cercando invece di praticare un’ alternativa di mutamento a partire da sé.

A conferma di questo mi viene in mente la sua bella frase  (ripresa dal discorso tenuto da Langer ad Assisi 31 dicembre 1994) incisa da Franco Lorenzoni su una roccia davanti alla scuola elementare di Amelia: «Propongo di capovolgere il motto olimpico/ più veloce più alto più forte/ che è un po’ l’essenza della nostra civiltà/ in/ PIU’ LENTI PIU’ IN PROFONDITA’ PIU’ DOLCEMENTE/ con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale ma forse si ha il fiato più lungo». Come si vede Langer propone un mutamento del modo di pensare e di agire che sia consapevole del limite ed equilibrato (due delle virtù verdi che propone in “Un catalogo di virtù verdi”: ivi, 132-3) e che non ragiona nell’ottica della «battaglia frontale». Tutte caratteristiche che, purtroppo, si iscrivono difficilmente dentro la politica tradizionalmente intesa.

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