pro dialog

Alexander Langer

Adriano Sofri: sulla convergenza fra il Papa e noi...

Il Foglio ospitò un mese le cose che avevo detto al Parlamento europeo, dove si commemorava Alexander Langer, a vent’anni dalla morte. Ora, curata da Edi Rabini e da me, è uscita una nuova edizione della più ricca raccolta di scritti di Langer (Sellerio), “Il viaggiatore leggero”. Avreste molte sorprese se leggeste sinotticamente la “Laudato si’ ” con quegli scritti. L’enciclica è musica anche per le mie orecchie. A partire, nel mio caso, dall’autocritica, e meglio dal pentimento, dell’ “uomo cacciatore”, di altri animali e di donne, che sta anche al suo inizio: “Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi /della terra/ proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”. E, citando il patriarca Bartolomeo, “ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta”. In questo passo indietro rispetto all’oltranza antropocentrica il testo loda le riserve integrali, quelle che, per ripararle, o per preservarle, sono interdette agli umani: come un ripassare dal paradiso terrestre prima dell’avvento dei progenitori.
Suggerisco anche la lettura dell’articolo che Guido Viale ha dedicato all’enciclica sul Manifesto del 26 giugno: “Colpisce l’ampiezza dei temi affrontati e la competenza con cui vengono trattati, che fanno di papa Francesco un gigante del pensiero…”. Quando, nella seconda metà degli anni ’70, passammo ciascuno a suo modo attraverso una vera e propria “conversione ecologica” (il nome di conversione voleva opporsi a quello di “riconversione”) Viale non si contentò di un mutamento di orizzonte filosofico, per così dire, e di un più o meno riuscito mutamento del modo di vita, ma si impegnò in una ricerca competente, illustrando, e spesso anticipando, questioni essenziali come il trattamento dei rifiuti e la cultura dello scarto, o la vita e la morte delle automobili private, o le “virtù che cambiano la vita”. Leggendo l’enciclica ho riconosciuto innumerevoli rimandi alle cose che Viale ha predicato e praticato (e molti altri con lui, certo) ormai da tanti anni. Voglio dire che per strade diverse, lunghe e non di rado tortuose, molte persone di buona volontà hanno finito per accostarsi a un appuntamento comune, e che la Laudato si’ segna un provvisorio punto d’arrivo. Non mi interessa sottolineare le divergenze fra il papa e i suoi coredattori e persone che, come me, non sono credenti –sono ovvie, e soprattutto non sono, a differenza di quanto i responsabili delle chiese credono di dover dire, più incidenti di quelle fra credenti. Il modo in cui l’enciclica fa appello alla fede in Dio per rafforzare la sua perorazione in favore delle creature non può offendere se non chi ceda al fanatismo e al pregiudizio. Per chi non crede, è la scelta di un linguaggio, una questione poetica e civile, quando non pretenda di escludere.
Langer, quanto a lui, era un credente. Aveva capovolto il motto olimpico “Citius, altius, fortius” –più veloce, più alto, più forte, in “Lentius, profundius, suavius” –più lento, più profondo, più dolce. Non aveva esitato ad additare la necessità di “un vero ‘regresso’, rispetto al ‘più veloce, più alto, più forte’. Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi”. Non era la formula, di là da venire, della decrescita felice. Di quei suoi avverbi capovolti, voglio ritenerne qui uno, perché mi sembra decisivo per la lettura della Laudato si’: lentius, rallentando. Mi piacerebbe naturalmente fermarmi sull’onnipresenza dei poveri nell’enciclica: dei poveri, non della povertà. Osservo solo che la parola “poveri” è la più evangelica: lo pseudocomunismo latino-americano di Francesco è un ritorno ai ricchi e ai poveri, sul quale divario il vangelo è più brutale di qualunque tassa sul patrimonio , che i fedeli tiepidi e gli economisti indignati chiamano bestemmia.
Nello spazio che ho qui, preferisco additare il motivo conduttore della velocità, e dei suoi rimedi. “La velocità che le azioni umane impongono oggi /al cambiamento/ contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica… In molti luoghi del pianeta, gli anziani ricordano con nostalgia i paesaggi d’altri tempi”. Ecco un punto decisivo. Io sono un anziano. Gran parte dei cambiamenti più forti e spesso imprevisti del mondo –parlo ora di quelli che ci sembrano dei passi in avanti, perché la superstizione del progresso tramonta, ma i progressi restano- hanno avuto incubazioni di secoli e a volte di millenni, e hanno conosciuto avanzate e retrocessioni, e però si sono compiuti nell’arco della mia vita di anziano. Io c’ero quando le donne hanno votato per la prima volta, quando le disabilità hanno cessato di essere uno stigma, quando la differenza delle predilezioni sessuali è stata riconosciuta e rispettata, quando il delitto d’onore è stato abolito (ieri) e la tortura bandita (non ancora, eh?), e quando un tribunale internazionale permanente è stato insediato (ancora poco, e da pochi). L’elenco potrebbe continuare a lungo, ed è lui a spiegare la reazione furibonda, scandalizzata e offesa che una gran parte del mondo oppone a questi progressi, alla velocità che hanno preso e che dà le vertigini. Io c’ero anche quando sono avvenuti cambiamenti nei modi materiali e tecnici di vita che hanno eclissato l’intero passato del genere umano, e che promettono di farlo sempre più. Essi sono come una colossale macchina sfuggita al controllo degli umani, anche dei più dotti e intelligenti, che restano antichi: l’evoluzione biologica va piano, l’avanzata tecnologica (e biotecnologica) va all’impazzata. Noi sappiamo chi ha inventato il telefono: Meucci, e tutt’al più litighiamo sulla rivalità con Bell. Ma chi di noi sa chi ha inventato il telefonino? Io no, e tendo a pensare che il telefonino si sia inventato da solo. Eppure mai un attrezzo si è diffuso così vastamente e rapidamente come il telefonino. Tuttavia, penso anche che se noi ci siamo assuefatti, a volte per semplice gregarismo –per consumismo- altre volte per successive conquiste rivelatrici, a cambiamenti così sconvolgenti nell’arco di una sola generazione, la stessa cosa può succedere ad altri e anche a quelli che sono in prima fila e più accanitamente e disperatamente resistono a questi cambiamenti. E che la condizione perché avvenga è che non ci trinceriamo dietro un falso rispetto della loro diversità, fino a ritenere che ciò che per noi è decisivo –la libertà delle bambine e delle donne, per esempio- a loro non sia possibile.
La critica di una velocità delle cose che sorpassa il tempo degli umani (e del resto della natura) coivolge nell’enciclica la politica e l’economia: “le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato”. Anche la politica, tanto più quella “democratica”, è ostaggio del risultato immediato. Mi spingerei a dire che l’anticapitalismo dell’enciclica (se c’è, e se c’è fuori un capitalismo, e non il dissistema impazzito e ingovernato che guardiamo sbattere di qua e di là) è essenzialmente l’identificazione del capitalismo con la velocità che rinuncia alla lungimiranza –alle generazioni future. La velocità infatti brucia il futuro, e si brucia nel presente, paradossalmente. L’ecologia, la cura per il pianeta, si accorge che la terra è mortale, esattamente come gli esseri umani e gli altri animali e tutte le cose, e si affatica a riportarne la fine inevitabile al termine più o meno naturale –nel senso in cui si diceva, e non si dice più, “di morte naturale”. A farla morire di vecchiaia, e non per un’aggressione a un angolo di strada. L’ecologia è un pensiero responsabile e lungo. “La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione”. Aggiungo che anche dilazionare un debito greco, dopo averlo ridotto, è come piantare degli alberi a crescita lenta.
La velocità, e la vita interposta, stanno anche alla base della precauzione verso i media. “Le dinamiche dei media e del mondo digitale, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione”. Questo era già denunciato dai filosofi, il cui avvento, spiegava Giorgio Colli (gran mangiapreti) succede alla scomparsa dei sapienti. L’amore della sapienza viene dopo la sapienza, e la rimpiange e la chiosa. Ma anche qui la velocità! Rileggete la frase dell’enciclica, “vivere con sapienza, pensare in profondità, amare con generosità”, e dite se non è una parafrasi del “Lentius, profundius, suavius” di Alexander: e non una coincidenza, ma una citazione testuale, appena aggiustata. Bene, lo spazio che mi era assegnato è finito da un pezzo, e sono ancora all’inizio. Aggiungo questo: “L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati”. Il Regno dell’enciclica riletto da me non è né in cielo né il sole dell’avvenire, è affare delle generazioni future. Sono loro l’avvento. E voi, che del papa trovate stucchevole che conquisti le folle dicendo: Buonasera, datemi retta, ogni cosa vale per il suo tempo. Questo era il tempo in cui infilare nella più solenne delle encicliche sul mondo da salvare, la raccomandazione: “E quando uscite, ricordatevi di spegnere la luce”.