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Francesco Gasparetto II: Sulle tracce di un genocidio. La testimonianza di Hasan Nuhanovic

1995 a Srebrenica, piccola città della Bosnia Erzegovina, viene commesso il più grande genocidio in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale. E l’Europa, o se preferite la comunità internazionale, perde la propria innocenza. Ma il caso di Srebrenica non è così semplice come potrebbe apparire. Quando si parla di guerra si tende ad immaginare due parti distinte, contrapposte, dove in genere una sopraffà l’altra. A Srebrenica le cose non sono andate così, o meglio, non sono così semplici. Ce lo spiega molto bene Hasan Nuhanovic che all’epoca dei fatti aveva 27 anni e lavorava come interprete del battaglione di caschi blu olandesi di stanza a Srebrenica. Lo spiega molto bene nel suo libro “Sotto la bandiera della Nazioni Unite”, in cui, con prove documentali schiaccianti e inconfutabili, mette sotto accusa proprio gli olandesi e il loro operato a dir poco vigliacco. Nel luglio 2011 Hasan Nuhanovic vince una causa penale contro l’Olanda, che viene condannata da un tribunale ordinario olandese per responsabilità diretta nella morte del padre e del fratello di Nuhanovic.

 

Intervista realizzata da Francesco Gasparetto in collaborazione con Beatrice Barzaghi, Federico Zappini e la traduzione di Andrea Rizza

La storia è piuttosto lunga, ma vale la pena approfondirla almeno un po’.
Nel 1993 Srebrenica, assediata dall’esercito serbo-bosniaco, viene dichiarata enclave protetta dalle Nazioni Unite. Questo comporta la consegna delle armi da parte della popolazione, Srebrenica viene dunque considerata città demilitarizzata. Il 18 aprile 1993 arrivano in città i caschi blu canadesi. Un anno dopo (1994) i canadesi lasciano il posto ai caschi blu olandesi (Dutchbat) al comando del tenente colonnello Thom Karremans e si installano nel quartier generale di Potocari, a 8 Km circa da Srebrenica. Da quel momento Karremans non lascerà più il quartier generale, se non il 10 luglio 1995, adducendo problemi di stomaco.
Gli olandesi organizzano una decina di check-point intorno alla città per controllare il movimento delle truppe serbo-bosniache. Le loro regole d’ingaggio sono inadeguate alla situazione e in tutta la permanenza in Bosnia non spareranno praticamente un colpo, pur avendo la missione di proteggere la popolazione civile.
Al momento dell’arrivo degli olandesi a Srebrenica si concentrano circa (ma in questa storia i numeri sono piuttosto approssimativi) 45000 bosniacchi (bosniaci mussulmani) gli unici rimasti in città dopo la controffensiva dell’esercito bosniacco che libera la città occupata dai serbi, prima che sia dichiarata area protetta. Nel periodo di permanenza degli olandesi a Srebrenica, diversamente da quanto fatto dai canadesi, prendono piede traffici di droga, carburante, e prostituzione (famigerato il sexy bar allestito con la complicità dei serbi all’interno della base di Potocari, già documentato da inchieste giornalistiche), proprio tra caschi blu e serbi.

Ma torniamo ai fatti che ci racconta Nuhanovic.

Gli eventi cominciano a precipitare a giugno 1995, quando l’esercito serbo-bosniaco, agli ordini di Ratko Mladic, attacca il check-point “Echo”. I soldati olandesi, come da ordini del comando, possono scegliere individualmente se ritirarsi (e quindi continuare a fronteggiare l’avanzata serbo-bosniaca) oppure consegnarsi. Molti di loro si consegneranno. Tanto che il 9 luglio se ne conteranno 32 che si sono consegnati volontariamente alle truppe di Mladic, il quale li userà come merce di scambio per evitare un’intervento aereo della NATO sulle linee avanzate serbe.

Il 10 luglio, vedendo l’avanzata delle truppe serbo-bosniache, i resistenti bosniacchi tentano un’improba difesa della città con le pochissime armi nascoste. Ma riescono solo a respingere per qualche ora le truppe di Mladic oltre la prima periferia della città. La notte tra il 10 e l’11 luglio, per la prima volta dal suo arrivo, il tenente colonnello Thom Karremans si fa vedere in città dove tiene un breve discorso in cui promette protezione alla popolazione civile.

L’11 luglio sotto la pressione delle truppe di Mladic, ormai alle porte della città, la popolazione (45000 persone circa) si dirige verso la base dei caschi blu a Potocari. Una parte della popolazione (15-20mila persone circa, ma ripeto i numeri in questa storia non possono essere precisi) tutti uomini, le prede più ambite dai serbi, decidono di fuggire attraverso i boschi in direzione Tuzla. Il resto della popolazione (20-30mila persone circa) si ammassa davanti al cancello della base del Dutchbat, che nega l’accesso all’interno del perimetro della base. Anzi, gli olandesi fanno di più: organizzano un cordone per respingere la popolazione che preme sulla recinzione. Gli olandesi decidono, dopo aver operato una prima “selezione” di far entrare attraverso un buco fatto nella recinzione un certo numero di civili, circa 5000 che vengono stipati in quella che è la rimessa dei mezzi. Tra questi anche la famiglia di Hasan Nuhanovic (padre, madre e fratello), molte donne e bambini e qualche maschio. Poi, inspiegabilmente, chiudono la falla nella recinzione e si rifiutano di far entrare altre persone. Mladic parte dal centro città, ormai deserta, per recarsi a Potocari in una sorta di caccia grossa.

Le truppe di Mladic arrivano a Potocari e cominciano ad organizzare lo sterminio. Davanti alla base giungono autobus che vengono caricati di persone dopo la macabra divisione in uomini da una parte e donne e bambini dall’altra. Ci vuole un po’ di tempo, ma tutti i 20-25mila di Potocari vengono portati via: chi a Bratunac, chi a Kravica e nelle altre località sotto il controllo serbo della zona. Tutti gli uomini rastrellati a Potocari moriranno nei modi più crudeli e sepolti in fosse primarie, secondarie e terziare per cercare di confondere il più possibile le tracce del genocidio. 4-500 persone circa vengono uccise a poche centinaia di metri dai cancelli della base del Dutchbat, sotto gli occhi dei militari olandesi.

Il 13 luglio con un fax alle Nazioni Unite vengono a sapere che a Bratunac ci sono 4000 persone ancora in vita. Ma anche questa informazione cade nel vuoto. Nel silenzio colpevole di cui si macchia la comunità internazionale.

Intanto la colonna di fuggiaschi attraverso i boschi in direzione di Tuzla, sono riusciti ad avere un giorno di vantaggio sugli inseguitori, che decidono così di bombardare la zona spezzando in due la colonna. Il primo troncone riuscirà dopo giorni di marcia estenuante, senz’acqua né cibo a raggiungere Tuzla, in territorio controllato dall’esercito bosniacco. Circa 10mila persone riescono così a salvarsi.

Il secondo troncone viene invece raggiunto dagli inseguitori e vengono uccisi nei boschi in cui hanno cercato riparo.

Il 14 luglio i soldati olandesi fanno uscire dalla base i 5000 civili che vi hanno trovato rifugio e con un cordone di sicurezza, dopo averli separati in maschi da una parte e donne e bambini dall’altra, vengono fatti salire, dagli stessi soldati olandesi, sui camion dell’esercito serbo-bosniaco di Mladic. Tutti gli uomini verranno passati per le armi. Tra questi anche il padre e il fratello del traduttore Hasan Nuhanovic, che nonostante abbia implorato gli olandesi di trattenere all’interno della base almeno il fratello non viene accontentato. Lui invece gode di ospitalità all’interno della base in quanto ancora utile nella sua opera di traduzione.

In totale nei giorni che vanno tra l’11 e il 19 luglio A Srebrenica vengono uccise circa 10mila persone, in maggioranza uomini. Il 19 luglio 1995 il battaglione olandese di stanza a Potocari lascia Srebrenica. La soldataglia di Mladic ha ormai finito il “lavoro”.

Molte anche le donne che trovano la morte in questa settimana di sangue, quelle stuprate, torturate. Il resto rinchiuse in lager.

Il 6 luglio Hasan Nuhanovic vince la causa presso il tribunale ordinario dell’Aja contro lo stato olandese per concorso nella responsabilità della morte di suo padre e suo fratello ad opera dell’esercito serbo-bosniaco. Solo i due maschi di famiglia perché era chiaro che i maschi consegnati ai serbi sarebbero stati immediatamente passati per le armi.

Questa è la storia di Srebrenica. Una storia che fa vergognare e che ancora oggi divide. Una storia scomoda, non condivisa. Una storia che vorremmo non dovesse ripetersi più.