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Scambio di esperienze e idee: soluzioni/azioni in caso di catastrofi ambientali
23.6.2011

Nel pomeriggio del 2.7.2011 tutti gli esponenti delle associazioni attive nelle zone colpite dalle diverse catstrofi ambientali presenti anche alla conferenza mattutina, si sono riuniti per discutere delle concrete azioni di intervento effettuate in passato e possibili in futuro.

 

Osservare e conoscere i progetti attuati

nei diversi luoghi e contesti

ci permette non solo di imparare dalle esperienze altrui,

ma anche di fare della ricostruzione

un momento di rafforzamento del tessuto sociale

e della condivisione del lutto.

 

 

L'Aquila

Le vie della protesta, ma anche quella più propositiva di un testo di legge che consentisse di superare il regime dei commissari che decidevano al posto degli Aquilani quello che serviva loro sono risultane non efficaci e la rincorsa a politici e istituzioni ha fatto perdere solo le energie.

Strada diversa: l’idea che è nata in questi mesi è quella che ognuno deve adottare un pezzo di territorio. L'obiettivo è di creare una rete di persone e gruppi in contatto fra loro e che si prendano la responsabilità ognuno di un pezzo di territorio per ricostruire il capitale sociale disperso, disilluso e ormai privo di energie.

La rete avrà anche un mezzo di comunicazione e visibilità su Internet.

Ricorrere ad esperti, ma in qualità di consulenti e non di “comandanti”. Gli Aquilani formulano il problema, l’esperto ha le competenze tecniche per poter indicare il modo migliore per una soluzione fattibile. Il tecnico è il mezzo per raggiungere gli obiettivi stabiliti da e nell’interesse della popolazione locale.

La ricostruzione fisica degli edifici è solo una parte del problema. Si tratta di ricostruire il tessuto sociale, per ridare normalità e assistere psicologicamente le persone maggiormente colpite per superare il trauma.

 

Problemi: niente soldi, niente sedi.

Mezzi a disposizione: buona volontà, amici, figli a cui lasciare una prospettiva migliore.

Il pensiero alla base: non deve succedere mai più!

Logica prevaricante: business che lega a doppio nodo politica, imprese e cooperative. Logica da perseguire: il disastro provocato da un terremoto non è una torta da spartire, ma una torta da costruire in cui ognuno può partecipare, contribuendo con le proprie competenze. Per fare ciò è indispensabile una rete.

 

Indonesia

Necessità di un Centro specializzato in disastri ambientali per essere preparati nel caso si ripresentasse. Preparazione di materiale tecnico da distribuire in caso di disastro. In Indonesia il problema principale è però quello di convincere a pensare all’eventualità di un ulteriore disastro. La paura e la superstizione non aiutano a pianificare razionalmente una macchina per i soccorsi.

Per egire in senso preventivo è indispensabile essere preparati al peggio, essere equipaggiati tecnicamente e pensare a un tipo di ricostruzione sostenibile che tenga in considerazione l’eventualità di un disastro ambientale.

 

Il post-disastro ambientale si può suddividere in tre fasi:

  1. Fase di emergenza: salvare i sopravvissuti, curare i feriti, procurare cibo e case provvisorie, in breve: ridare dignità. Tenere in considerazione il tempo meteorologico (temperature, piogge, vento...). L’aiuto e l’assistenza sanitaria sono molto importanti, ma altrettanto importante è la loro organizzazione logistica. Indispensabile è l’ascolto delle necessità dei colpiti: non tutto il cibo è adatto, l’acqua è assolutamente necessaria, non solo per sopravvivere, ma anche per ingerire le medicine, per una situazione igienica accettabile. Ritrovare i familiari per dare supporto ai feriti.

  1. Fase di supporto alla comunità: trovare quali sono i bisogni della popolazione sopravvissuta. Iniziare a ritornare a una situazione di vita più o meno normale. Riaprire i luoghi di incontro, scuole, ospedali, chiese, luoghi di preghiera, in modo da riavviare la vita “normale” della comunità. Per i negoziati e per discutere insieme alla popolazione colpita dei bisogni le Nazioni Unite e le Istituzioni che vengono da fuori devono trovare un luogo d’incontro neutrale, in cui i rappresentanti della società civile locali si trovino a proprio agio, difesi e non in soggezione o addirittura minacciati. La concorrenza tra ONG va gestita con una distribuzione logica delle responsabilità fra di loro. Per assicurare poi una situazione di normalità le ONG possono agire solo fino a un certo punto.

  2. Fase di ricostruzione e restaurazione della vita normale: Questa fase va affrontata sapendo che comunque la “normalità” della vita prima della catastrofe non esiste più. Le comunità vanno preservate. Bisogna evitare la dispersione per evitare anche l'espropriazione della terra. Continuare nell’opera di educazione e di formazione professionale.

 

Le donne possono e devono essere protagoniste nella ricostruzione della comunità.

Ricostruire nel senso della sostenibilità utilizzando bene i fondi investiti in tal senso.

Un impiego dei soldi corretto e controllato.

Direct relief international (distribuzione di medicamenti gratuiti, invio di infermiere che possono formare le donne locali per l'aiuto nel travaglio).

 

Giappone

Il Giappone è una nazione che ha imparato dai disastri. Ci sono le conoscenze e l’equipaggiamento tecnico per agire nelle emergenze dovute ai terremoti.

 

Haiti

In Haiti ci sono numerose organizzazioni popolari che dopo il terremoto si sono autogestite nell'emergenza e hanno fatto anche proposte per il dopo, che però non hanno ricevuto ascolto da parte delle istituzioni locali e delle organizzazioni straniere.

Gli occhi erano e sono puntati maggiormente sulla capitale, ma è necessario dare attenzione anche alle regioni remote. Attenzione a rendere attraenti posti di lavoro anche in zone poco accessibili.

La tragedia è stata vissuta in un secondo momento anche come speranza, come opportunità che le cose si potessero sviluppare in maniera diversa, con una decentralizzazione e quindi in un investimento nelle zone lontane dalla capitale. Molti sfollati sono ritornati nelle zone di origine dopo il terremoto, ma hanno fatto ben presto ritorno a Port-au-Prince, perché la provincia non era attrezzata per riceverli e nessuno sforzo è stato fatto in questo senso. Le persone sono quindi state costrette a ritornare nella capitale e nelle sue bidonville. La decentralizzazione iniziata spontaneamente si è rivelata un’opportunità mancata. Il processo si è invertito e oggi a Port au Prince la popolazione è aumentata.

Indispensabile è investire nella formazione necessaria anche per una mentalità di autogestione efficace. (la popolazione più anziana sembra essere meglio formata e con un più alto tasso di scolarità).

La tragedia è stata vissuta in Haiti anche come opportunità per ottenere delle soluzioni diverse e come speranza per un futuro migliore. Speranze disilluse dall’incapacità del governo e delle istituzioni che sono solo in grado di ricorrere alla violenza e all’autoritarismo per sfollare le persone che si autocreano degli spazi di vita.

 

La sfida è trovare fondi di finanziamento duraturo, a lungo termine, una volta passata l'emergenza. A questo fine sono più efficaci durature relazioni personali tra associazioni locali ed estere.

 

Inadeguatezza del governo: assistenza psicologica a ragazzi affidata agli insegnanti, traumatizzati essi stessi.