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Euromediterranea

Isabella Tomassi - Emergenza abitativa: l’esperienza alternativa di un Eco Villaggio Autocostruito a Pescomaggiore

 

Il progetto E.V.A. realizzato nel piccolo borgo a 15 km dall’Aquila non rappresenta soltanto un modello opposto di gestione della ricostruzione rispetto all’intervento governativo (la new town di C.A.S.E.), ma cerca di attivare una logica ‘altra’ in ordine al problema di riqualificare il territorio, di conservare la sua agrobiodiversità, di interrogarsi su forme di eco-architettura e di impatto urbanistico che diano nuovo senso al concetto dell’Abitare e ai modi di organizzazione e di crescita della comunità locale.

 

La diversità del territorio aquilano è subito impressionante. Chiunque prenda il tempo di viaggiare attraverso le numerosissime stradine tortuose che costeggiano i pendii, che s’inerpicano sugli altipiani e che poi scendono a picco lungo le vallate si accorge della complessità dei climi e delle terre che gli uomini hanno imparato ad abitare nei secoli e delle altrettanto complessa rete di relazioni che, a causa e di conseguenza, si è intrecciata con il susseguirsi delle generazioni che si sono passate il testimone, attraverso la memoria, delle regole necessarie per sopravvivere su queste terre. Anche un viaggio breve può facilmente rendere conto di quanto il mosaico dei paesi e delle montagne sia complicato e non corrisponda a quella massa monocolore punteggiata di caseggiati senza nesso che i grafici e gli schemi d’intervento pretendono descrivere.

Arrivando a Pescomaggiore dall’Aquila, vengono spontaneamente alla mente le parole di Fontamara di Ignazio Silone: “A chi guarda Fontamara da lontano, dal feudo del Fucino l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore” e le amare conseguenze che esse portano. La necessaria distanza dell’osservatore e scrittore per intravedere quell’immagine tanto bucolica del gregge quanto critica nei confronti di una società dominata da secoli da relazioni subordinate alla morale cristiana e al signore/padre/pastore, scompare quando ci s’impegni su quel territorio con la medesima consapevolezza ma senza uscite di sicurezza.

 

una premessa

L’abitato di Pescomaggiore, frazione del Comune di L’Aquila, sorge ai confini del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga a 15 km dal centro di L’Aquila. È un tipico borgo agricolo della montagna abruzzese, di cui ha seguito le sorti negli ultimi decenni, nonostante la prossimità fisica del capoluogo di regione e l’istituzione del confinante Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga. Il progetto dell’ecovillaggio autocostruito (E.V.A.) è promosso dal Comitato per la Rinascita di Pescomaggiore nella prospettiva del recupero dell’intero borgo storico e della cura attiva dei commons; la dimensione dell’Ecovillaggio è perciò la Terra di Pescomaggiore, come storicamente posseduta dalle mura e per esse dalla comunità (giuridicamente: popolo, universitas) che le ha abitate e le abiterà. Il Comitato nasce nel settembre 2007 e da allora è in cammino per Ri-abitare Pescomaggiore e la sua Terra, manutenendo il paesaggio, conservando l’agrobiodiversità, ospitando il prossimo e riducendo l’impronta ambientale: un’alternativa vitale rispetto alla “polverizzazione” proposta dalle relazioni economiche dominanti.

Un’idea sperimentale di ri-scoperta dell’anima rurale che si vuole aperta alla contaminazione globale ed è riassumibile nell’acronimo A.L.M.A., che sta per: Abitare – Lavoro – Memoria – Ambiente. Il progetto dell’Eco-Villaggio-Autocostruito (EVA) nasce per dare risposta a questo imminente pericolo di svuotamento e abbandono del paese, accentuato a partire dal 6 aprile, proponendo la autocostruzione di un insediamento ecosostenibile in balle di paglia, che, al termine dell'emergenza, potrà avere un’ utilizzazione sociale e turistica coinvolgendo nella gestione gli abitanti di Pescomaggiore. La proposta è stata resa pubblica e socializzata  a tutti i pescolani, e tramite percorsi di progettazione partecipata il passaggio delle conoscenze necessarie all’autocostruzione, continua grazie all’aiuto dei tecnici di Beyond architecture group, che ha progettato e seguito i lavori di cantiere e vivendo con i partecipanti, beneficiari e volontari, le difficoltà burocratiche e logistiche dei primi mesi dopo sisma. I compaesani hanno messo a disposizione in comodato d’uso un terreno adiacente al centro storico del paese per poter costruire le case. Nel corso della realizzazione alcuni beneficiari hanno rinunziato per aver perduto i requisiti di partecipazione, altri hanno rinviato la propria partecipazione a dopo l’inverno. L’associazione Misa a.p.s. che, costituitasi a settembre 2009, gestisce e coordina il lavoro di cantiere, l’andirivieni di centinai di volontari giunti da ogni parte d’Italia e d’Europa ha portato avanti attività agricole e sociali, soprattutto come custodi del seme e della biodiversità, come guardiani del paesaggio agricolo e naturale.

 

post umanisti felici

Il terremoto ha costretto ad un’intima riflessione sull’abitare, sull’essere sulla terra, per questo, al contempo della drammatica situazione, il terremoto ha offerto con il suo simbolico radere tabulam, un’opportunità di trasformazione, di rinascita della comunità pescolana. Anche nel XV° e nel XVIII° secolo, pur soffrendo i danni del terremoto, il popolo di Pescomaggiore non andò disperso ed infine ricostruì anche le proprie chiese: oggi nella piccola comunità quasi tutti gli abitanti sono dei discendenti dei sopravvissuti di allora. L’odierna situazione demografica – in un contesto incommensurabilmente più aperto – mette in serio dubbio che ciò possa ripetersi. È sembrato da subito evidente che non ci sarà nessuna rinascita per Pescomaggiore se la piccola comunità di residenti non avrà oggi la possibilità di rimanere a vivere in prossimità del paese. Grazie alla tendopoli, già molti anziani sono stati ricoverati lontani dal paese presso figli e parenti mentre altri con abitazioni inagibili e sempre a causa dell’età sono hanno dovuto accettare soluzioni abitative “temporanee” fuori dal paese in alberghi o C.A.S.E., altri ancora stanno vivendo un fenomeno ormai frequente: l’incastellamento, il ritorno alla seconda casa abbandonata in seguito all’emigrazione, anche di breve raggio, verso la città, sola rimasta agibile. L’insediamento dell’ecovillaggio, l’autocostruzione ed il rischio finanziario sono scelte legate ad una volontà di investire in una soluzione emergenziale di basso impatto, per restare vicini al centro d’interesse e nel frattempo e per avere domani un luogo dove accogliere persone di passaggio ed amici, ma è chiaro ed è la principale sfida che il Comitato per la Rinascita di Pescomaggiore e l’associazione Misa si pongono è quello sguardo d’insieme per cui nell’Abitare vi è un intero borgo storico da recuperare, dove oggi vivono appena una dozzina di persone e dove speriamo di rientrare al più presto. La soluzione temporanea in corso di realizzazione non si pone come una “new town” rispetto all’abitato storico e non intende diventarlo. All’attualità ciò vuol dire che il recupero degli edifici che hanno ricevuto danni strutturali non sarà ammesso a finanziamento statale fino a che il Comune di L’Aquila non provvederà alla redazione, adozione ed approvazione di un piano di recupero per il centro storico della frazione. Inoltre poiché per le seconde case e gli edifici non abitativi alla data del terremoto (case abbandonate, stalle, fienili, cantine) non è prevista alcuna forma di contribuzione pubblica, si prevederà di includerli in master plan per la creazione di servizi e attività economiche di basso impatto e legate al territorio, che possano fungere da attrattori per l’insediamento di una comunità elettiva di soggetti con una forte volontà di abitare un centro rurale e che siano portatori di idee e progetti compatibili con il territorio. Quindi questo percorso è subordinato alla creazione di opportunità di lavoro “verdi” in loco, assumendo altrimenti l’abitato storico una funzione di solo dormitorio della grande new-town,  scisso dalla propria Terra storica e dimentico della propria “identità”. D’altra parte la bassissima densità demografica di questi territori, unita alla persistenza di fondazioni naturali giuridicamente tutelate e coniugata con la libertà di circolazione costituzionalmente garantita, consente di immaginare processi di ripopolamento selettivo delle aree montane e percorsi di riappropriazione in chiave di sostenibilità, solidarietà ed autonomia di patrimoni fondiari collettivi da parte di “tecno-rurali” capaci di costruire reti economiche di prossimità e decrescere l’impronta ecologica, come di sostenere l’integrazione degli immigranti in una prospettiva cosmopolita. La determinazione con la quale alcuni abitanti  aquilani e paesani, oriundi oppure stabili residenti, colpiti dal terremoto, pur nel contesto di una situazione per molti versi drammatica, hanno manifestato e si battono per ricostruire e ridare vita alla loro città ed al proprio territorio in contrasto con le scelte del governo, rappresenta un esempio di come le comunità locali possano mettere in discussione la  “sovranità” e lo strapotere dei privati e della rendita. Del resto, con gradazioni diverse, ovunque il cemento e la rendita aggrediscono i territori e le vite, trasformando il mercato della casa in una vera e propria giungla di affitti impossibili, di mutui che rappresentano ipoteche sulle vite, di dismissioni, svendite e vere e proprie emergenze ed è per questo che buona parte dei protagonisti della storia dell’ecovillaggio Eva sono giovani precari, laureati che la situazione post-sisma ha reso ancora più fragili a livello economico e sociale. L’alternativa espressa nell’esperienza di Eva (eco villaggio autocostruito) è quella di lavorare su una logica di investimento conforme ad una visione di lungo termine che anticipi i nuovi scenari invece di replicare stancamente quelli più familiari e superati, evidentemente fallimentari a livello globale. Si tratta di una strada difficile, che richiede appunto una governance sofisticata, consapevole degli esempi più evoluti di sviluppo locale che vengono oggi sperimentati in Europa e determinata a creare le condizioni perché essi possano trovare una loro efficace declinazione nell’Abruzzo del post-terremoto. In un simile contesto sta in primo luogo agli abitanti trovare la forza, il coraggio e la lucidità per capire che in questo momento ci si trova davanti ad un bivio, ad una scelta le cui conseguenze peseranno sensibilmente sulle future generazioni.

Le nuove soggettività agenti delle quali si vuole qui parlare posseggono istantaneamente e contemporaneamente entrambe le caratteristiche funzionali all’azione concreta e ragionata sull’ambiente circostante. Spesso, sotto varie forme, come maggiore punto critico rispetto alle scelte governative post-sima si è portato quello della distanza che non tiene conto delle sfumature, che anzi appiattisce su un modello, di nuovo, ripetibile e impersonale. La naturale conformazione fisica del “pesco”, della rupe, alla base della scelta di costruire una fortezza difensiva della quale rimangono i ruderi della cinta esterna e della torre, con la sua vista sulla voragine di una vecchia cava di inerti che ha ulteriormente devastato la montagna nell’ultimo anno di scavi per l’emergenza, fanno di Pescomaggiore un luogo unico e strategico per osservare la valle dell’Aterno e comprenderne i repentini mutamenti.

Il feudo di cui parlava Silone è oramai l’informe distesa di zone industriali inquinanti e di C.A.S.E. d’emergenza torreggianti sulla piana dove medievali logiche fondiarie locali e nazionali hanno preso il sopravvento nel corso degli ultimi 30 anni, accelerate dall’evento del 6 aprile 2009, ma per nulla intaccate nella sostanza. La sfida di Eva attualmente è  quella di contrastare le dinamiche dello spopolamento, peraltro, attive da tempo nella zona interna anche prima del terremoto, che esprimono una sempre minore capacità del territorio di mantenere presso di sé le sue energie migliori, e a maggior ragione di attrarre efficacemente e permanentemente delle energie esterne. E questa mancata capacità attrattiva si deve essenzialmente all’incapacità del territorio di esprimere un progetto di futuro convincente e attrattivo. La semplice riduzione del danno, il ripristinare cioè la condizione fisica precedente al terremoto, non farebbe comunque che riaffermare uno stato di cose già caratterizzato da una crisi profonda e senza soluzioni evidenti. Oggi, all’interno di un contesto comunicativo dominato da un rumore informativo di fondo perlopiù noioso e ripetitivo, occorre che un territorio costruisca e rafforzi la sua identità attraverso canali, reti che piuttosto che promettere aprano contesti di esperienza ricchi, stimolanti e attrattivi. E questi nuovi canali non si presidiano con strumenti e metodi vecchi di decenni né con idee o slogan preconfezionati e calati a forza sul territorio, ma con la capacità di coinvolgere e mettere in gioco le energie locali in un ‘progetto di senso’ non concepito in modo strumentale per creare economie ma capace di esprimere in modo autentico e credibile un genius loci della qualità della vita, declinato su un ricco spettro di piani semantici complementari – culturale, sociorelazionale, paesistico – ambientale, e così via. Così come ricordato anche da Antonello Ciccozzi solo tramite la conoscenza della complessità messa in evidenza dal sisma si potrà rendere conto delle differenze si potrà mettere in atto una “ricostruzione sociale eticamente sostenibile[i]”. L’apertura al cambiamento – praticata con intelligenza e sulla base di una reale conoscenza della propria storia, abbinata alla curiosità per le idee e le esperienze disponibili sull’arena sempre più globale dell’evoluzione culturale – è la strada più sicura per dare un futuro ad un territorio senza dimenticarne le radici profonde. Ma questo è soltanto il primo passo per dare vita, nel contesto attuale, ad un progetto di sviluppo locale socialmente ed economicamente sostenibile. Il secondo passo, molto più difficile e selettivo ha a che fare con la capacità, da parte del territorio, di generare con efficacia e continuità tre grandi classi di risorse intangibili: le conoscenze, la socialità e l’identità – ovvero, i tre pilastri delle economie post-industriali. Ad esempio, sperimentare nuove pratiche, nuovi materiali, nuovi concetti di design per riattualizzare una tradizione produttiva locale di eccellenza vuol dire in primo luogo generare conoscenza, far ripartire la capacità di creare valore economico attraverso l’innovazione. Ma se queste pratiche e i rispettivi profili professionali ed esse connessi non vengono ritenute accettabili e attraenti dai giovani del luogo (o da altri che potrebbero scegliere quel luogo come loro residenza elettiva), anche opportunità produttive economicamente sensate potrebbero finire per essere socialmente non sostenibili. Se un territorio non sviluppa oggi una capacità di pensare la qualità, di saperla leggere confrontandosi continuamente con gli altri luoghi capaci di produrla, di saperla far evolvere attirando continuamente dall’esterno energie e idee fresche, esso semplicemente smette di vivere, finisce per ripetere stancamente per un po’ dei rituali economici e sociali ormai consunti e poi gradualmente si trasforma in un deserto fisico e sociale prima ancora che economico. Ciò che realmente occorre è la capacità di produrre idee culturali che si sappiano tradurre in valore innovativo: idee che, certo, devono alimentarsi di un ambiente culturale locale vivace e aperto e devono potersi rispecchiare in una comunità che creda che il domani non è semplicemente il prolungamento dell’oggi ma il frutto di ricerche e sperimentazioni fondate su una cultura collettiva del rischio, su una capacità di riaffermare l’identità della comunità sapendola adattare al continuo mutare delle condizioni esterne.

La ricostruzione reale richiede di operare con efficacia su un piano diverso: il piano della produzione del senso, delle idee, di un futuro in cui credere e in cui riconoscersi.

 

 

Isabella Tomassi é l'adetta alle comunicazioni nell'Ecovillaggio autocostruito di Pescomaggiore-l'Aquila, per ulteriori informazioni consultate il sito http://www.pescomaggiore.org/