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Graziano Lucchi - La lezione di Stava

 

Il 19 luglio 1985 una colata di fango dovuta al crollo delle discariche di miniera di Prestavèl travolse la Val di Stava, seminando morte e distruzione. La tragedia portò il lutto in 64 Comuni di 23 diverse Province e 11 Regioni d’Italia nei quali erano residenti all’epoca le 268 vittime della Val di Stava. Assieme ai disastri di El Cobre in Cile (200 morti nel 1965), di Sgorigrad in Bulgaria (centinaia di morti nel 1966), di Aberfan in Gran Bretagna (144 morti nel 1966), di Mufulira in Zambia (89 morti nel 1970), di Buffalo Creek negli Stati Uniti (125 morti nel 1972), di Merriespruit in Sud Africa (17 morti nel 1994), di Nandan (oltre 100 morti stimati nel 2000) e di Taoshi in Cina (oltre 250 morti stimati nel 2008), quello della Val di Stava è uno fra i più gravi disastri industriali avvenuti al mondo per il crollo di bacini di decantazione a servizio di miniere.

Una considerazione formulata nella relazione della Commissione tecnico-amministrativa d’inchiesta sul disastro di Stava nominata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri circa la scelta di costruire nei prati di Pozzole il bacino di decantazione a servizio dell’impianto di flottazione della miniera di Prestavèl ci permette di capire quale fosse negli anni Sessanta del secolo scorso l’approccio nei confronti dell’attività industriale e dei problemi della sicurezza e della tutela dell’ambiente.

“Oggi, a tragedia avvenuta, riesce difficile spiegare come mai, all’atto della scelta del sito più idoneo dove allocare le vasche di decantazione, nessuno abbia dato alcun peso all’enorme pericolo potenziale costituito dal contenuto fangoso di tali vasche, poste in zona a pendio e ad una quota di oltre cento metri più elevata rispetto ad un fondovalle sede di numerosi insediamenti residenziali e turistici. Un errore di localizzazione così macroscopico può trovare giustificazione soltanto nella scarsa considerazione generale che all’epoca il mondo della produzione e quello preposto alla gestione del territorio mostravano verso i problemi della salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza civile”.

Appare a tutti chiaro, oggi, che luogo meno adatto per la costruzione del bacino di decantazione non poteva essere scelto e sembra improprio anche il termine “giustificazione” utilizzato nella relazione. Un errore “così macroscopico” non può “trovare giustificazione” ed è compito arduo cercare di spiegare oggi - davanti alle tombe di 268 morti ammazzati, il più piccolo dei quali, Massimo, non aveva ancora compiuto il primi cinque mesi di vita - perché, cinquant’anni fa, il mondo della produzione e quello preposto alla gestione del territorio mostravano una tale scarsa considerazione verso i problemi della salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza civile.

Rovistando fra le carte, troviamo un articolo, scritto dal direttore tecnico della Divisione Miniere di Montecatini e dal capo dell’Ufficio geologico della stessa Montecatini, nel quale si descrivono gli investimenti realizzati attorno al 1960 per permettere a Montecatini di produrre a Prestavèl fluorite utile per l’industria chimica. In conclusione dell’articolo gli autori pongono l’accento sul fatto che le autorità locali “si sono dimostrate sensibili alle esigenze industriali, permettendo di impostare l’attività in una zona di ... perfetta funzionalità”.

Valutando oggi quella scelta di “perfetta funzionalità”, ci accorgiamo che di funzionalità si poteva parlare all’epoca solo per gli impianti, non certo per la discarica che fu costruita nel posto peggiore sia dal punto di vista tecnico che da un punto di vista economico-aziendale. Crollando dopo poco più di vent’anni dalla sua costruzione, la discarica della miniera di Prestavèl ha causato la morte di 268 uomini, donne e bambini, e ha provocato per le società succedutesi nella gestione della miniera e per l’Ente pubblico responsabile della vigilanza sull’attività mineraria un danno economico immensamente maggiore rispetto alle economie di scala che quella scelta di “perfetta funzionalità” permetteva di realizzare nella gestione della miniera.

Oltre ai 10 imputati colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo, condannati con sentenza passata in giudicato - i responsabili della costruzione e gestione del bacino superiore, che crollò per primo, e i dirigenti del Distretto Minerario della Provincia Autonoma di Trento che omisero del tutto i controlli sulle discariche - sono state condannate infatti al risarcimento dei danni in veste di responsabili civili le società che ebbero in concessione la miniera di Prestavèl nel periodo di costruzione e gestione del bacino superiore o intervennero nelle scelte relative alle discariche: Montedison Spa, Industria Marmi e Graniti Imeg Spa per conto di Fluormine Spa, Snam Spa per conto di Solmine Spa, Prealpi Mineraria Spa e la Provincia Autonoma di Trento.

Il risarcimento del danno per complessivi circa 133 milioni di euro è stato liquidato in via transattiva nel 2004 da Edison, Eni-Snam, Finimeg e Provincia Autonoma di Trento. Con questo e con altri singoli accordi transattivi sono state definite le cause civili avviate nel corso degli anni nei confronti dei responsabili civili da parte di 743 parti lese e sono state restituite allo Stato e alla Provincia Autonoma di Trento le somme anticipate e spese per i soccorsi, per il ripristino e per la ricostruzione in Val di Stava.

Ma le responsabilità per il disastro di Stava non furono solo responsabilità penalmente rilevanti. I giudici rilevano che concorsero a causare il disastro una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e che si caratterizzano principalmente nell'aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditività economica degli impianti, sia da parte delle società concessionarie che da parte degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni.

Si tratta del disinteresse nei confronti delle discariche di Prestavèl, rimarcato nelle sentenze del procedimento penale, da parte degli amministratori della Provincia Autonoma di Trento e del Comune di Tesero e da parte di un gran numero di Uffici della Pubblica Amministrazione fra i quali il Genio Civile, il Servizio Acque Pubbliche, l’Ufficio Minerario, l’Ispettorato Forestale, l’Azienda Speciale di Sistemazione Montana, il Servizio Geologico, il Servizio dell’Urbanistica e Tutela del Paesaggio, il Servizio Protezione Ambiente della Provincia di Trento.

Quanto è successo a Stava dovrebbe servire a far in modo che le valutazioni circa le scelte in ordine alle attività economiche e industriali siano oggi scelte complessive, che valutano cioè anche le conseguenze di lungo termine sull’ambiente e sulla sicurezza delle popolazioni. E` questa la “lezione di Stava” che vorremmo sia di insegnamento, affinché non si ripetano incidenti, grandi o piccoli, legati all’uso improprio del territorio e all’uso imprudente dell’acqua per scopi industriali ed economici in genere.

 

Graziano Lucchi  é il Presidente della Fondazione Stava 1985 Onlus.