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Lina Calandra - Per una geografia sociale dell'Aquila post-sisma
  1. Introduzione

La necessità di raccontare la nuova geografia sociale dell’Aquila post-sisma trae la sua ragione da due ordini di motivazioni. La prima, di carattere assolutamente personale e privata, ha a che fare con il dolore e la paura, lo sgomento e l’incredulità, l’ansia e l’angoscia, la rabbia e la speranza. È dal bisogno profondo di assegnare nuovi significati alla realtà repentinamente stravolta che nasce l’esigenza di costruire un discorso, un racconto, una narrazione di sé a partire dalle prime drammatiche ore del 6 aprile 2009 (J. Bruner 1991; D. Demetrio, 1995). La seconda motivazione, riconducibile alla sfera sociale e professionale, rinvia ad una scelta, quella di condividere con altri e di mettere a disposizione – a titolo gratuito e volontario – tempo, energie, conoscenze, competenze, strumenti concettuali e operativi per provare ad alimentare un dibattito culturale e per lanciare e/o raccogliere la sfida di una maturazione politica e democratica. È l’imperativo del mettersi in gioco qui ed ora per riflettere sull’Aquila, sull’emergenza, sulla democrazia a partire dai sui presupposti comunicativi, quelli che secondo J. Habermas (2008) sono, insieme ai diritti di partecipazione, alla base della formazione discorsiva e legittimante della volontà politica.

Il terremoto, tra i suoi tanti effetti, ha avuto anche quello di rendere drammaticamente chiaro nella quotidianità di ognuno come il legame con i propri dove sia imprescindibile, tanto per la salute psico-fisica dei singoli quanto per il benessere della comunità nel suo complesso (V. Berdoulay, N.J. Entrikin 1998). Ancora oggi, a due anni dal sisma, a dare il via alla conversazione tra persone che magari non si vedono da un po’, è sempre la stessa ossessiva domanda: «Dove stai adesso?». È a partire dal (e attraverso il) dove che si configura il vissuto di ogni individuo e, di riflesso, il suo stare o meno «bene». Del resto, per sapere «chi sono» è necessario sapere «dove mi situo» (C. Taylor 1998) e, di riflesso, indicare dove le cose sono, comporta dire anche che cosa esse sono (A. Berque 2000).

Allo stesso modo, per una comunità, è il dove stanno, avvengono, si fanno, si decidono le cose che definisce la loro qualità, il loro valore e la loro pertinenza ed efficacia in relazione ai legami sociali che tale comunità intrattiene per il tramite del suo territorio e delle sue configurazioni (A. Turco 2010).

E allora, la geografia sociale dell’Aquila post-sisma parte dai tanti dove di ciò che è accaduto e continua ad accade per arrivare, attraverso l’espace vecu di ogni singolo soggetto, al dove della costruzione della socialità, della politica e della democrazia. In questo contributo, in particolare, ci si soffermerà sulla prima parte di una possibile «narrazione geografica» dell’Aquila, quella relativa all’emergenza, rimandando ad altro momento il resto della «storia».

 

  1. Emergenza e democrazia: deficit di rappresentanza e carenza di amor loci

A seguito della scossa 6.3 Mw delle 3:32, con le 308 vittime si seppelliscono nel dolore vite, relazioni, luoghi che oltrepassano i confini abituali e certi della quotidianità. Se a togliere la parola e a far scendere il silenzio è la rappresentazione della vita prima della morte – l’età, il sesso, la provenienza delle vittime (figura 1) –, ciò che impedisce al fatalismo di insinuarsi nella mente e nell’anima è la visualizzazione della morte: dalla rappresentazione dei luoghi della memoria ciò che con crudele evidenza appare è che «le cose potevano andare diversamente» (figure 2 e 3).

L’88% delle morti riguarda il Comune dell’Aquila per un totale di 272 vittime concentrate per quasi il 50% nell’area sud-occidentale della città compresa grosso modo tra le antiche mura cittadine e l’asse tracciato da via XX Settembre-Viale F. Crispi-Viale Collemaggio. Si tratta di un’area che, pur conoscendo fin dai primi anni del ‘900 una minima urbanizzazione, conseguente all’apertura di via XX Settembre, si sviluppa dal punto di vista abitativo soprattutto nel periodo compreso tra il secondo dopoguerra e gli anni ’60. Stando a G. Stockel, il periodo 1945-1960 per L’Aquila «è senza dubbio il più caotico, il meno organico, il meno architettonicamente e urbanisticamente corretto e valido; esso rappresenta il frutto di una politica particolaristica in cui è completamente assente una volontà politica di dare struttura alla città» (G. Stockel 1981, p. 27). Ed è a questo periodo che risalgono, per esempio nei quartieri di Campo di Fossa (E. Centofanti 1999), gli interventi «di sostituzione dell’edilizia preesistente» con notevoli aumenti di cubatura e di recettività. Ma a dare il via alla speculazione in quest’area alcuni decenni primi è il terremoto di Avezzano del 1915 che provoca danni importanti anche all’Aquila: «Furono queste (…) le aree maggiormente prese di mira dalla speculazione edilizia, e prescelte da parte della popolazione, per costruirvi le cosiddette case antisismiche» (G. Stockel 1981, p. 296). Quella che si scatena sui terreni di Campo di Fossa è «la spinosa questione del quartiere antisismico» rispetto alla quale si scontrano due diverse posizioni: quella di chi vede in Campo di Fossa il contesto più propizio per soddisfare la domanda di sicurezza sismica e, più in generale, per dare risposta alle mutate esigenze di riorganizzazione e di ampliamento della città; e quella di chi invece, «vuole evitare ad ogni costo che sorgano nuovi centri di abitazione fuori dalla città», ritenendo più opportuno comprendere i terreni di questa area in un nuovo piano regolatore «per essere adibiti, in un lontano avvenire, alla continuazione dei pubblici giardini, e a campo di giochi sportivi, giuste le esigenze della civiltà moderna, che vuole nelle vicinanze della città luoghi di svago liberi ed igienici» (G. Stockel 1981, p. 291).

Non è sicuramente questa la sede per entrare nel merito dell’evoluzione urbanistica dell’Aquila, ma certamente non ci si può sottrarre dal mettere in evidenza come per ognuno dei settori in cui si concentrano le vittime del terremoto sia possibile riconoscere dinamiche territoriali connotate da debolezza, disattenzione, pressappocaggine, assenza da parte delle istituzioni tenute ad assicurare e vigilare sullo «stato di salute del territorio». Ed è in tali dinamiche, del resto, che affonda le sue radici il problema della prevenzione e della valutazione del rischio. Allo stesso modo, la visualizzazione della distruzione materiale rende evidente come anche rispetto al danno sulle abitazioni, e quindi rispetto al dramma di chi è stato costretto a lasciare la propria casa, «le cose potevano andare diversamente» (figure 4, 5 e 6). Al di là dei danni riportati dagli edifici nei centri storici dell’Aquila e delle sue frazioni, quello che colpisce è l’entità del danno in quartieri di recente urbanizzazione come Pettino, il più grande e popoloso dell’Aquila con i suoi circa 20.000 abitanti. La storia del quartiere è quella di una grande speculazione, a partire soprattutto dagli anni ’80, che oggi può essere sintetizzata nella «questione del quartiere sulla faglia». Pettino, infatti, si sviluppa – in base al Piano Regolatore del 1975 – in lunghezza, parallelamente alla faglia di Monte Pettino e su terreni da tempo noti ai geologi per le scarse qualità a fini costruttivi e per la produzione di fenomeni di amplificazione sismica. Il quartiere, con edilizia popolare, cooperative ma anche palazzine di lusso, si configura come prolungamento occidentale della città ma senza i caratteri dell’urbanità dato lo sviluppo disorganico e l’assenza di luoghi pubblici (piazze, mercati, parchi, ecc.). Per di più, praticamente tutto il quartiere risulta costruito secondo la normativa prevista per le zone sismiche di grado 2 (medio rischio) dal momento che, a seguito di disposizioni regionali, l’intero territorio aquilano viene declassificato dalla zona 1 (ad alto rischio).

 

  1. Conclusione provvisoria

Ora, come è possibile che, nel corso dei decenni, si mettano in moto dinamiche di tale disattenzione nei confronti del territorio nella totale (o quasi) indifferenza, superficialità e complicità delle istituzioni e nell’altrettanto colpevole silenzio dell’opinione pubblica, della società civile, degli abitanti? Ed estendendo il discorso, perché pochi secondi bastano a privare totalmente o quasi un Capoluogo di Regione di circa 73.000 residenti della Prefettura, della Questura, dell’Ospedale regionale, del Tribunale, del Catasto così come della quasi totalità delle sedi universitarie, di buona parte degli edifici scolastici, dei luoghi della cultura, della socialità, ecc.? Dove affonda le sue radici questa generale incapacità da parte delle istituzioni, a tutti i livelli, di riconoscere e prendere in carico il territorio come bene comune e come condizione necessaria per il benessere della popolazione? Di fatto, è il territorio a fornire a una collettività le condizioni di sicurezza ed è la politica – attraverso le istituzioni – che ha il compito di vigilare sul suo stato di salute. Il terremoto, in questo senso, costituisce una preziosa occasione per riflettere sulla politica, sulla cittadinanza, sulla rappresentanza. Se da una parte la rappresentanza non gode di buona salute (D. Zolo 1989, P. Ginsborg 2006, M.L. Salvadori 2009, N. Bobbio 1984), dall’altra anche il senso civico dell’abitante nei confronti del bene comune, in primis il territorio, manifesta segni evidenti di crisi: individualismo, egoismo, personalismo, corporativismo (Z. Bauman 2007). Ed è difficile immaginare modelli e luoghi di cittadinanza senza una qualche forma di amor loci (F. Cassano 2004).

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bauman Z. (2007), Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Gardolo, Erickson.

Berdoulay V., Entrikin J.N. (1998), «Lieu et sujet. Perspectives théoriques», L’Espace géographique, n° 2, pp. 111-121.

Berque A. (2000), Médiance. De milieux en paysages, Paris, Belin.

Bobbio N. (1984), Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi.

Bruner J. (1991), «La costruzione narrativa della realtà», in Rappresentazioni e narrazioni, M. Ammaniti, D. Stern (a cura di), Bari, Laterza.

Cassano F. (2004), Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Bari, Dedalo.

Centofanti E. (1999), L’Emiciclo, L’Aquila, Gruppo tipografico Editoriale.

Demetrio D. (1995), Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Raffaello Cortina Editore.

Ginsborg P. (2006), La democrazia che non c’è, Torino, Einaudi.

Habermas J. (2008), L’inclusione dell’altro, Milano, Feltrinelli.

Salvadori M.L. (2009), Democrazie senza democrazia, Roma-Bari, Laterza.

Stockel G. (1981), La città dell’Aquila. Il centro storico tra il 1860 e il 1960, L’Aquila, Edizioni del Gallo Cedrone.

Taylor C. (1998), Les sources du moi. La formation de l’identité moderne, Montréal, Boréal.

Turco A. (2010), Configurazioni della territorialità, Milano, Franco Angeli.

Zolo D. (1989), La democrazia difficile, Roma, Ed. Riuniti.

 

Lina Calandra è ricercatrice presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell'Aquila dove insegna Geografia Culturale e Linguaggi Cartografici. Nei suoi studi si interessa di conservazione e conflittualità ambientale con particolare riferimento all’Africa sub-sahariana e alle aree protette appenniniche; di didattica della geografia e di cartografia.