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Euromediterranea

Helga Sirchia: Cooperazione internazionale e sviluppo locale: l’esperienza di ColorEsperanza.

Poche riflessioni, a mo’ di conclusione, per cercare una risposta alla questione che sorge, spontanea e ineludibile, dinnanzi a storie come quella raccontata in queste pagine: e noi?

Noi, quelli del cosiddetto ‘nord del mondo’, che viviamo oltre oceano e nella migliore delle ipotesi conosciamo questa realtà per averla vista, ma non la viviamo sulla nostra pelle; noi che forse intuiamo il senso dell’essere partecipi, sentiamo l’urgenza della responsabilità collettiva e vorremmo fare qualcosa, cosa possiamo fare in concreto?

Questa domanda segue naturalmente quella più importante, per la quale è nato questo libro: quale futuro per Haiti?

Volendo sintetizzare i due interrogativi, proveremo in questo ultimo scorcio a ragionare insieme del “che fare”, da qui e nel nostro piccolo di cittadini del mondo ricco, per Haiti: come contribuire attivamente alla ricostruzione di un futuro per questo paese? Quali scenari per la cooperazione e la solidarietà internazionale?

Proprio interrogandosi sul “che fare?”, ci sembra interessante guardare al panorama del terzo settore italiano, in costante crescita anche nel campo della solidarietà internazionale: *si tratta per lo più di associazioni e organizzazioni di volontariato di medie e piccole dimensioni, che cercano di portare avanti un modo diverso di fare cooperazione internazionale, non necessariamente antitetico, ma sicuramente alternativo a quello tradizionale della cooperazione. Un lavoro incentrato sulla valorizzazione delle risorse dei paesi in cui si interviene, sul monitoraggio attento dei progetti e sulla partnership con le organizzazioni locali, capace di garantire quella fluidità di passaggi e quella aderenza al territorio che le grandi organizzazioni internazionali sempre di più faticano a raggiungere.

Una tendenza, questa, che conferma da un lato la necessità di un superamento degli approcci tradizionali di ONG e istituti sovra-nazionali, dall’altro una “fame” di partecipazione della cosiddetta società civile, motivata a impegnarsi in modo attivo sul fronte internazionale e bisognosa di riferimenti comuni per consolidare questi nuovi modelli di intervento.

E’ importante dunque di aprire sempre più ampi spazi di confronto su metodi e strategie e misurarsi insieme su limiti e potenzialità dei diversi approcci possibili.

Non avendo soluzioni o ricette pronte all’uso, proporremo qui una semplice testimonianza, raccontando in presa diretta l’esperienza di un’associazione italiana, ColorEsperanza, attiva in Repubblica Dominicana e Haiti; è bene precisare che questa esperienza verrà proposta per l’appunto come testimonianza, senza alcuna pretesa di indicare modelli.

L’associazione è nata dal viaggio, che è stato prima di tutto il viaggio attraverso Paesi - l’Italia, la Repubblica Dominicana e Haiti – e poi anche il viaggio di persone, storie e competenze diverse1. All’origine vi è quindi una matrice di contaminazione, che ha permesso l’intreccio tra ambiti e discipline eterogenei: la cooperazione internazionale, l'associazionismo italiano e il terzo settore dominicano2.

Questi tre approcci si sono fusi in un progetto associativo sperimentale, che tiene insieme la dimensione transnazionale della cooperazione con quella locale delle politiche sociali, dando vita a uno stile difficilmente classificabile secondo le categorie tradizionali della cooperazione, tuttavia riconducibile ad alcuni elementi metodologici, di cui proveremo qui a dare brevemente conto.

 

Il primo elemento riguarda la territorialità degli interventi, che si sviluppano sia ad Haiti sia in Repubblica Dominicana e coniugano l’azione in questi due Paesi con attività e progetti in Italia. In sostanza, si tratta di intervenire in forma sinergica su un triplice fronte: italiano, haitiano e dominicano. Questa triangolazione del fronte è frutto di una scelta di strategia ben precisa, motivata dalla consapevolezza di alcune questioni fondamentali. Innanzitutto, la vicinanza geografica di Haiti e Repubblica Dominicana, che è un dato di fatto, seppur negato e rimosso ai limiti del paradosso, e come tale può e deve essere riaffermato e riconosciuto come una risorsa piuttosto che come un vincolo per lo sviluppo di entrambi i paesi.

Parte delle complesse vicende storiche che hanno determinato e sancito nel corso dei secoli la scissione dell’Isola e l’ostilità tra i due popoli, non solo a livello politico ma anche e soprattutto culturale, sono state analizzate nel corso di questo volume. E’ quindi evidente a chi scrive quali e quante siano le difficoltà con cui si è costretti a scontrarsi ad ogni tentativo di aprire le frontiere tra i due paesi. Tuttavia, se si guarda alla questione tra Haiti e Repubblica Dominicana prima di tutto come alla questione dei rapporti tra le popolazioni, se si cerca di considerare il punto di vista delle “genti”, piuttosto che il punto di vista degli stati, allora non è poi così difficile convincersi della necessità di investire su progetti che facilitino lo scambio e la cooperazione tra questi due popoli.

E ancora, se occuparsi di Haiti significa occuparsi degli haitiani, allora è bene ricordare che haitiani sono anche gli immigrati in Repubblica Dominicana e che parlare di Haiti trascurando il fenomeno migratorio è un non-sense e un errore di strategia.

In questa prospettiva la cooperazione internazionale evolve naturalmente in azione di co-sviluppo, che si esplica sul doppio fronte: non solo nord – sud, ma anche e soprattutto “sud-sud”, portando avanti progetti capaci di innescare, sia pure dal basso e su piccola scala, processi di collaborazione tra i due paesi, di favorire il dialogo tra le organizzazioni locali e di aprire spazi di progettazione nella zona di frontiera.

 

Un secondo aspetto, che incide in modo significativo su strategia e modelli di intervento, è quello della scelta dei partner locali. Nell’esperienza di ColorEsperanza trova conferma l’efficacia di interventi affidati a organizzazioni gestite integralmente da personale locale, che si caratterizzano per un solido radicamento territoriale e una naturale permeabilità ai bisogni e alle dinamiche delle comunità in cui operano. Dati questi criteri, la scelta ricade essenzialmente su realtà di dimensioni medie e piccole, che godono della fiducia e del consenso delle popolazioni locali e riescono a coinvolgere la cittadinanza in forme di partecipazione, basate prima di tutto sulla responsabilizzazione e il riconoscimento reciproco di tutti gli attori coinvolti.

 

Il tema della partnership ci conduce quindi a quello della partecipazione, che attiene al processo, al ‘come’ prima e più che al ‘cosa’, e costituisce un vero e proprio fattore critico di successo in termini di efficacia impatto e stabilità degli interventi.

Molto si è detto e molto ancora, fortunatamente, si dirà, in Italia e in Europa, sulla partecipazione, tanto nel dibattito sulla cooperazione internazionale quanto in quello sulle politiche sociali. Ciò che ci sembra utile richiamare qui, più che il valore in sé della partecipazione - di cui siamo convinti prima di tutto in quanto pratica di cittadinanza e strumento concreto e insostituibile per l’affermazione dei diritti e dei doveri fondamentali della persona umana - è il riscontro avuto sul campo, che ci dice che la partecipazione, se praticata con costanza e continuità, funziona. Funziona, come abbiamo visto anche dalle esperienze riportate in questo volume, nella gestione delle emergenze, nelle drammatiche difficoltà incontrate dalle istituzioni e dalle grandi organizzazioni internazionali nelle settimane immediatamente successive al terremoto di Haiti; e funziona soprattutto nelle azioni di lungo e medio termine, per stabilizzare gli interventi e creare percorsi di sviluppo3.

Provando poi a declinare la partecipazione in valorizzazione delle risorse delle comunità locali, ci spostiamo sempre di più nel campo della cooperazione decentrata e dello sviluppo di politiche e interventi locali area based, orientati alla progettazione partecipata e alla auto-organizzazione della società civile locale. Per fare questo è necessario un lavoro preliminare di ricerca e contatto con l'universo poco esplorato ma vivo delle organizzazioni haitiane e dominico-haitiane, per rafforzarne il ruolo nel difficile processo di ricostruzione e creare opportunità progettuali in cui possano trovare le spinte e il sostegno necessari per crescere e camminare con le proprie gambe.

Le testimonianze raccolte in queste pagine ci dicono che ad Haiti esiste, nonostante gli effetti devastanti del terremoto e prima ancora delle alterne vicende storiche e politiche, un tessuto sociale vivo, pronto e capace di organizzarsi. Di questo bisogna ricordarsi quando ci si interroga sul futuro del paese. E’ necessario guardare con occhio più attento alle forme di auto-organizzazione della società civile dal basso, e spendersi affinché la solidarietà internazionale si documenti di più e meglio e muova risorse in modo mirato a sostegno di queste realtà.

Infine, è importante rivalutare il ruolo della vicina Repubblica Dominicana, nella quale operavano già da molto prima del sisma diverse organizzazioni, sia nella zona di frontiera sia nelle periferie urbane a forte percentuale di immigrazione haitiana4. Come? Una strada possibile è quella della creazione di progetti nei quali le organizzazioni locali giochino il ruolo di protagonista.

 

Giungiamo così al quarto elemento, quello della progettazione. Promuovere operatori locali e organizzazioni di base della società civile non può significare solo, a nostro avviso, sostenerli economicamente. Tornando all’esempio di ColorEsperanza, da subito si è scelto di creare un settore specifico per la progettazione, al fine impostare sin dall’inizio un rapporto paritetico e di collaborazione con la controparte locale. La progettazione infatti, se gestita secondo una logica rigorosa di co-progettazione, consente da un lato alle associazioni italiane di mettersi in gioco in prima persona con competenze, saperi ed esperienze, dall’altro di responsabilizzare i partner locali a un confronto e a una messa in discussione costante su metodi e strategie, con il risultato certo di un reciproco arricchimento, concreto e tangibile al di là di ogni retorica. A una condizione: intendere la co-progettazione in una duplice accezione, tanto di collaborazione nella costruzione e gestione dei progetti quanto di scambio e formazione su metodologie e visioni. Per fare questo l’associazione ha dato vita al suo interno a un'equipe di professionisti, educatori, formatori ed esperti di progettazione sociale, parte dei quali si è formata nell’ambito di ONG dominicane e ha esperienza diretta del metodo di lavoro comunitario. Il gruppo si interfaccia stabilmente con i partner locali in Repubblica Dominicana e Haiti, definendo di volta in volta in forma congiunta priorità e linee progettuali. Ciò avviene sia con il lavoro a distanza sia con il contributo dei volontari espatriati, che non operano mai in forma autonoma e vengono inseriti nelle ONG locali proprio per garantire la continuità della collaborazione. In tal modo si realizza uno scambio costante tra l’associazione italiana e i partner locali; lo scambio è poi sostenuto anche dai viaggi, che vengono organizzati periodicamente e sono al contempo di conoscenza e di volontariato, con il duplice obiettivo di promuovere la conoscenza diretta delle realtà in cui operiamo e aggiornare e formare sul campo il proprio personale5.

Grazie a un lavoro di progettazione come quello descritto è possibile sostenere un progressivo spostamento dell’asse della cooperazione verso il decentramento, favorendo il processo di integrazione tra cooperazione internazionale e sviluppo locale; molte sono, a nostro avviso, le potenzialità ancora inesplorate in tal senso, a vantaggio non solo del sud ma anche del nord del mondo6.

 

Questi i principali elementi che caratterizzano il metodo e la strategia di intervento in Repubblica Dominicana e Haiti.

E in Italia? Proviamo ora a interrogarci su cosa si può fare qui in Italia di utile e costruttivo per Haiti, o meglio per gli haitiani, seguendo la scelta che proponiamo e che, come abbiamo visto, non è solo linguistica.

Se sul fronte internazionale l’obiettivo è rafforzare le organizzazioni di terzo settore locali, promuovendone l’autonomia e sviluppando con essi un concreto lavoro di co-progettazione, in Italia è importante allargare l’orizzonte della solidarietà internazionale, oggi sempre di più confinata entro gli spazi angusti della beneficenza, del sostegno a distanza e delle raccolte fondi più o meno straordinarie, per inserire questa pratica a pieno titolo nell’elenco delle pratiche di cittadinanza attiva.

Nell’era decantata e mistificata della globalizzazione, davvero non è più possibile ridurre la solidarietà internazionale a una questione di mero trasferimento di risorse, siano esse materiali, umane o di competenze. E’ importante coniugare solidarietà e consapevolezza, promuovere informazione e cultura intorno alle campagne di raccolta fondi, per affrancare il cittadino ricco dalla schiavitù della pigrizia culturale e della disinformazione. Da qui è nata l’idea di questo libro e da qui nascono le tante iniziative che si propongono di veicolare non solo risorse ma contenuti, perché solidarietà significhi non solo donare ma anche sapere, comprendere e sentirsi responsabili. E’ possibile, impegnativo, ma non difficile: per ognuno di noi si tratta di cogliere l’occasione per ampliare la propria visione ed entrare in contatto con la storia e la cultura dei popoli, verso cui spesso esprimiamo solidarietà senza una comprensione chiara dei fenomeni sociali, economici e politici che li attraversano. Si tratta di sentirci non solo generosi ma parte in causa, avvertire il peso ma anche il piacere di una responsabilità, questa sì, veramente globale.

Questi principi, perché non restino aleatorie intenzioni, devono ovviamente tradursi in programmi e azioni. In primo luogo, significa investire in progetti di informazione, educazione e sensibilizzazione capaci di raggiungere la cittadinanza a 360° e parlare in modo trasversale a diverse fasce della popolazione, per far conoscere storia e attualità di Haiti e della vicina Repubblica Dominicana.

A questo primo livello di informazione deve intrecciarsi un secondo, incentrato sullo scambio interculturale e il coinvolgimento attivo della cittadinanza. In particolare pensiamo a progetti di educazione allo sviluppo negli ambienti educativi, che non sono soltanto le scuole, ma anche le associazioni, gli spazi di aggregazione e le realtà del volontariato nelle quali i giovani sperimentano in prima persona la dimensione interculturale. D’altro canto, i giovani non possono essere l’unico riferimento: è importante parlare alle famiglie, agli adulti, alle imprese, differenziare i linguaggi e valorizzare maggiormente l’arte e la cultura come strumenti di informazione e conoscenza7.

 

In secondo luogo è vitale mantenere aperti i canali di scambio e contaminazione tra Italia, Repubblica Dominicana e Haiti, sia tra società civile che tra operatori, e ciò è possibile grazie ai viaggi, che si articolano su tre livelli: viaggi di conoscenza, campi di volontariato, laboratori di auto-formazione per operatori e volontari; a quest’ultimo livello si concretizza l’impegno a mantenere e rispettare l’approccio di partnership e co-progettazione di cui abbiamo parlato.

 

Infine, vale la pena di accogliere la sfida, per opportunità oltre che per coerenza, di coniugare la cooperazione internazionale con progetti nell’ambito dell’’immigrazione. L’interdipendenza tra processi migratori e politiche internazionali è oramai evidente nella sua emergenzialità e davvero non è più sostenibile occuparsi di chi è lontano da noi dimenticando chi ci vive accanto; si tratta di uscire dal paradosso secondo cui la solidarietà verso chi vive in paesi lontani è cosa distinta dalla solidarietà verso quanti da quei paesi sono giunti nel nostro, per riconquistare una dignità e un futuro per sé e per la propria famiglia. Per questo l’associazione ha messo a punto progetti specifici nelle nostre città, per e con gli immigrati, avvalendosi della collaborazione istituzionale del Consolato della Repubblica Dominicana di Milano. Due i fronti aperti in quest’ambito: la promozione dell’autonomia e del protagonismo degli immigrati, attraverso l’accompagnamento alla creazione e allo sviluppo di associazioni di migranti, e il sostegno a forme di auto e micro-imprenditoria immigrata, in particolare nel settore dell’artigianato, per la commercializzazione in Italia di prodotti dominicani e haitiani. In questo modo è possibile generare nuove occasioni di investimento verso il paese di origine oltre la logica delle rimesse e generare opportunità di co-sviluppo, non solo nord-sud ma anche sud-sud. Da questo lavoro sono sorte inaspettate collaborazioni tra Repubblica Dominicana e Haiti, smentendo la proverbiale ostilità tra i due paesi, e si sono tracciate piste di lavoro, sia pure su piccola scala e in forma sperimentale, che conducono a forme di scambio economico e commerciali tra i dei paesi8

 

Tutto sembra indicare che, per innescare processi virtuosi di scambio e collaborazione tra i popoli, la cooperazione internazionale vada “ridotta” su scala locale; che il dialogo interculturale, unanimemente invocato, debba essere riconosciuto non solo come valore, ma come pratica di convivenza nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità9; infine, che creare opportunità per i cittadini “comuni” di partecipazione alla cooperazione significa ripensarne modelli e approcci.

Oggi ci muoviamo in un scenario che grosso modo si divide in due versanti: da un lato la cooperazione degli addetti ai lavori, appannaggio di ONG e istituti internazionali; dall’altro quello della solidarietà di massa, fatta di donazioni via sms, adozioni a distanza e raccolte fondi, unica opportunità aperta alla società civile di esserci e contribuire.

Nulla da obiettare, evidentemente, alle tante iniziative che, anche a seguito del terremoto di Haiti, hanno consentito di mobilitare ingenti risorse. E’ però essenziale, come la storia di Haiti antica a recente ci insegna, un’attenzione maggiore e più consapevole alla gestione di tali risorse.

E’ necessario colmare il vuoto lasciato da queste due modalità di partecipazione, accorciando la distanza tra solidarietà internazionale e società civile e ridefinendo i confini della cooperazione, pensandola come affare di tutti e opportunità concreta di fare e di conoscere: capire e agire, sporcarsi le mani e costruire.

Crediamo sia una strada possibile; questo almeno ci dice l’esperienza.

 

 

1 Tutti i soci fondatori di ColorEsperanza sono accomunati da viaggi e campi di volontariato in Repubblica Dominicana e Haiti; questa esperienza comune garantisce una conoscenza diretta dei contesti e favorisce i contatti con le diverse organizzazioni locali.

 

 

2 In particolare è significativa la compartecipazione in ColorEsperanza della ONG dominicana Oné Respé, gestita esclusivamente da personale locale e attiva da oltre vent’anni nel lavoro comunitario all’interno delle baraccopoli dominicane di Santo Domingo e Santiago, nelle quali convivono migliaia di dominicani e di immigrati haitiani in condizioni di povertà estrema e di forte discriminazione. Per una testimonianza documentale sui fenomeni di razzismo ed esclusione sociale degli immigrati haitiani nelle baraccopoli dominicane si veda l’articolo di Paolo Grassi “Io sono un visitatore: migranti haitiani in uno slam della Repubblica Dominicana”.

 

 

3 Emblematica nella sua drammaticità la storia post-terremoto della cittadina di Jacmel, raccontata nell’articolo di Giulia Giudici “Guardando Haiti da Haiti a quasi un anno dal terremoto”, che ci insegna quanto dannosa, oltre che inefficace, possa essere un’azione di solidarietà internazionale senza il coinvolgimento della società civile.

 

 

4 E’ questo il caso delle comunità ecumeniche di base, fenomeno in espansione e con grandi potenzialità rispetto al ruolo che potrebbero giocare nella ricostruzione di Haiti, che abbiamo avuto modo di raccontare in queste pagine (vd. articolo di Rafael Jimenez, “Volgere lo sguardo e il cuore ad Haiti”) ed è questo il caso di ONG locali come la già citata OnéRespé, impegnata in diversi ambiti - istruzione, salute, cultura, lavoro, socialità - con un unico metodo, quello del lavoro comunitario e della partecipazione dal basso.

 

 

5 La ONG dominicana con cui collaboriamo stabilmente non si stanca mai di ripeterci quanto, per tutte le persone che vi lavorano, siano stati essenziali in questi anni i continui momenti di incontro e confronto con italiani, spagnoli, europei e statunitensi.

 

 

6 E’ questo il caso, ad esempio, di un progetto che coinvolge una amministrazione locale italiana e una dominicana, rispettivamente il Comune di Cernusco S.N. e la Provincia di Salcedo, per l'introduzione di pratiche innovative nell'azione educativa con bambini disabili. Il nostro intervento è volto a garantire una formazione in Italia alle operatrici dominicane e al contempo creare occasioni di qualificazione dei servizi italiani proprio a partire dal confronto e la contaminazione con l’esperienza dominicana.

 

 

7 La diversificazione del target è perseguita con progetti innovativi, quali ad esempio un evento – mostra che avrà come protagonisti progetti di design per il Sud e del mondo, realizzati da designer di fama internazionale. I prototipi saranno successivamente messi in produzione e distribuiti in Repubblica Dominicana, attraverso l’attivazione di ONG locali e imprese artigiane locali.

L’evento si inserisce nel progetto come azione di sensibilizzazione ai temi della mondialità e come azione concreta di partecipazione attiva della cittadinanza italiana e dei Paesi del Nord del mondo a iniziative per lo sviluppo e della solidarietà internazionale. La mostra mira inoltre a coinvolgere target di soggetti e fasce di popolazione difficilmente raggiungibili nei percorsi tradizionali di educazione allo sviluppo e a realizzare un momento di forte impatto collettivo in un momento di ampia presenza della comunità internazionale a Milano.

 

 

8 E’ doveroso ricordare che il terremoto del 12 gennaio ha suscitato nei dominicani un moto di solidarietà autentico e importante, di cui troppo poco si è parlato e che dice molto di quanto almeno in parte l’odio razziale, il pregiudizio e la paura seminati da secoli di “mala-educazione” stiano cedendo sotto il peso delle spinte solidali e umanitarie. Anche di questo sarebbe sbagliato non tenere conto pensando alla ricostruzione di Haiti; è necessario spingersi oltre i confini del paese, per orientarsi verso un progetto che riguardi l’isola.

 

 

9 In questo modo è possibile, almeno in parte, contrastare derive e contraddizioni di un’epoca in cui si promuove la solidarietà per emergenze e povertà lontane, mentre nei nostri territori si legittimano, o addirittura si alimentano comportamenti di diffidenza, ostilità e conflittualità sociale.

 

Helga Sirchia, esperta di progettazione sociale e formatrice, svolge attività di consulenza per le principali organizzazioni no profit italiane. Vice presidente e socia fondatrice di ColorEsperanza.