pro dialog

Alexander Langer

Giulia Allegrini: Alexander Langer, anima nomade
Prima di scrivere questo racconto della vita di Alexander Langer ho in parte esplorato l’archivio dei suoi scritti presso la Fondazione che porta il suo nome. Mi sono così imbattuta in molti nomi di persone, colleghi, amici, compagni di strada, associazioni, che immagino siano state parte inseparabile e insostituibile della sua vita e del suo impegno. A loro, qui non nominati per artificio letterario, e a chi ancora cerca di dare anima, corpo, voce, al messaggio delicato e profondo che Langer ci ha lasciato, dedico questo lavoro.

Appartenenze plurime

Una valigia in mano, uno zainetto sulle spalle: è questa forse l’immagine più familiare di Alexander Langer, un autentico viaggiatore sempre pronto a partire, a mettersi in cammino verso mete difficili da raggiungere, pronto ad attraversare confini, ma soprattutto un uomo che ha fatto del suo impegno per una società più giusta, equa, pacifica, rispettosa della natura e del suo delicato equilibrio, la sua “grande causa” di vita. Una vita ricca di incontri, viaggi, lotte, speranze, anche di delusione e al tempo stesso di amore. Ripercorrendola, passando dalle terre del Sudtirolo, fino a quelle dell’Amazzonia, dei Balcani, dell’Europa dell’Est, rivedendo quei tanti movimenti sociali che sono stati parte della storia non solo dell’Italia ma anche di una parte del mondo intero che ha creduto e crede ancora in parole come pace, giustizia, rispetto, dignità, ci si accorge quanto questa vita abbia molto da dire ancora, e come possa suggerire delle direzioni, delle strade da percorrere, anche a chi, come chi scrive, non ha avuto la fortuna di conoscerlo, prima che, il 3 luglio 1995, decidesse di lasciare drasticamente e per sempre questa vita, questo mondo, a Pian dei Giullari, sulle colline di Firenze.
“Mi piace molto girare il mondo, e per fortuna i genitori me lo permettono, anche se vado molto da solo. A piedi, in montagna, nei dintorni di Sterzing; in bicicletta, con un raggio d'azione che arriva fino al lago di Garda, all'Engadina, nel Nordtirolo; poi con un ciclomotore che mi regalano: scopro la pianura padana, la Lombardia, la Toscana, l'Umbria, i monumenti studiati nella storia dell'arte, i luoghi di cui ho letto nei libri. Più tardi l'Europa. Mi piace dormire negli ostelli, conoscere giovani di altri paesi. Ho sempre trovato complicato spiegare da dove vengo”. I confini che amava attraversare, spinto da quest’animo teso alla ricerca e alla conoscenza, erano però non solo geografici ma anche e soprattutto linguistici e culturali, grazie alle sue profonde radici che, nel corso della vita, hanno fortemente influito sul suo instancabile impegno politico, civile e culturale.
Alexander Langer, era nato infatti nel 1946 a Sterzing, Vipiteno in lingua italiana, un piccolo paese del Sudtirolo, in provincia di Bolzano. Il Südtirol/Alto Adige, terra di confine, è un prezioso ponte geografico, culturale e linguistico con il resto dell’Europa. Il territorio a sud del Brennero, storicamente parte integrante del Tirolo austriaco, venne consegnato all’Italia al termine della prima guerra mondiale. Nel 1919 il Süditirol divenne così Alto Adige. Il fascismo portò avanti una politica di italianizzazione forzata, trasferendovi decine di migliaia di persone da altre regioni ed imponendovi l’uso esclusivo della lingua italiana. Ne seguirono tensioni ed instabilità. Così nel 1939, dopo l’Anschluss dell’Austria al Terzo Reich, Hitler e Mussolini imposero alla popolazione di lingua tedesca e ladina l’obbligo di una dolorosa scelta: optare tra la cittadinanza italiana e quella tedesca, con il conseguente obbligo di abbandonare la propria terra. Molti sudtirolesi optarono per la Germania, anche se poi solo una parte in realtà vi si trasferì. Nel 1946 l’allora Presidente del consiglio italiano (cittadino austriaco prima del 1919) Alcide Degasperi concordò con il Primo ministro austriaco Karl Gruber il principio di autonomia amministrativa speciale per le province di Trento e Bolzano, principio accolto dalla Costituente del 1948. Nel 1949 si diede la possibilità a quanti nel ‘39 avevano optato per la cittadinanza tedesca, di ritornare in Sudtirolo, ma ciò non impedì la nascita di un movimento irredentista che aspirava all’annessione all’Austria e che segnò il paese anche con attentati terroristici, prima di segno “popolare”, poi con sfumature neonaziste. Prevalse sempre più l’assenza di incontro tra le due comunità, chiuse nei loro due rispettivi mondi linguistici,culturali, e in seguito anche politici. Ma non mancherà nemmeno, come la preziosa testimonianza di vita di Langer ci mostra, un forte dissenso all’interno della comunità di lingua tedesca in favore di una costruttiva convivenza. interetnica.
Il padre di Langer è medico viennese, ebreo non praticante. La madre farmacista tirolese, laica e liberale, “una famiglia molto tollerante e assolutamente non impegnata nell’odio etnico” , che frequenta amici italiani, in un paese a stragrande maggioranza tedesca, che lo manda all’asilo italiano e che ci tiene che tutti i figli imparino a parlarlo bene. Langer respira così in casa un clima differente da quello fuori, anche quando nella seconda metà degli anni '50, si va verso gli attentati dell'autonomismo e irredentismo tirolese. Fin da giovane inizia a interrogarsi, a vivere a pieno tutti i difficili aspetti che il senso di appartenenza etnica porta con sé. Lui stesso, nei suoi scritti, parlando dei suoi conflitti interiori di lealtà, che già alla giovane età di 12-13 anni nutriva, confessa candidamente:“Mi sento un po' insicuro se un "ciao" italiano usato in famiglia possa essere un tradimento, una dissociazione. A mia madre chiedo “perché noi non odiamo gli italiani?". Langer frequentò le scuole medie e il liceo tedesco, dai francescani, a Bolzano, il capoluogo a maggioranza italiana, in cui conobbe la “realtà di una città etnicamente divisa, dove il senso di appartenenza si faceva molto più nitido”. Lì abitò, presso una famiglia di parenti, in un quartiere italiano. Fu in quel periodo che capì per la prima volta che cosa voleva dire sentirsi ed essere minoranza, ma soprattutto che cosa volesse dire identità etnica, linguistica, nazionale, ossia “un senso del noi, dell’appartenenza comunitaria. E quindi anche della delimitazione verso gli altri molto forte, …che contemplava anche un certo senso di conflitto con l’altro”. Langer inizia così molto presto a porsi il problema di come uscire da questa conflittuale tensione del sentirsi parte di un gruppo etno- linguistico senza però percepire l’altro come nemico: “il conflitto di lealtà lo vivevo tanto fortemente da rendermi conto che a scuola tutti gli altri odiavano gli italiani e che a quel punto non sapevo se dovessi odiarli anch’io, pur non comprendendo esattamente il perché. Come minimo comunque, mi dicevo, perché avevano occupato la nostra terra”. La via d’uscita Lager la trovò, durante il liceo, a 18 anni, insieme a degli amici, tra gli anni 65-67 con la creazione di un gruppo misto, di ragazze e ragazzi di madrelingua tedesca, italiana e ladina, che si incontra, studia insieme la storia, svelando le rispettive omissioni e reticenze, e smascherando gli stereotipi che ognuno aveva dell’altro e dell’altra. Il fine è quello di “sperimentare sostanzialmente che cosa vuol dire la convivenza interetnica” , sperimentare la convivenza in piccolo.
Sono gli anni in cui gli attentanti si intensificano, provocando anche i primi morti, anni di arresti e di torture della polizia, del coprifuoco, e anche dell’immigrazione italiana che continua con il sostegno dello Stato. Il gruppo, che si sente “impegnato contro gli attentati, per una giusta riforma dell’autonomia, per un futuro di convivenza e rispetto, nella conoscenza reciproca di lingue e culture” , diviene in breve un vero e proprio nucleo di elaborazione e di proposta. In molti cominceranno a dirigere l’attenzione su questo gruppo di giovani. Tra questi Lidia Menapace, allora assessora provinciale democristiana alla sanità. Insieme a lei Alex, come iniziò a farsi chiamare dagli amici per evitare una italianizzazione del suo nome, si recò a Roma, Innsbruk, Vienna.
Quell’esperienza giovanile fu per Langer un momento essenziale per la comprensione di possibili strade alternative al conflitto, come lui stesso afferma a distanza di anni da quell’esperienza: “oggi quando mi trovo di fronte ad un conflitto di natura etnica, mi metto per prima cosa a vedere se esiste un qualche gruppo che riesca a riunire al proprio interno persone dell’uno e dell’altro schieramento….la prima cosa che mi chiedo è: “ c’è qualcuno che ha saltato il muro dell’inimicizia? Esiste qualcuno che anche in un piccolo gruppo riesce a sperimentare, quindi anche a dirsi delle cose?””. Alex pensava già allora all’immagine di disertori del fronte etnico, che non fossero transfughi, di persone e gruppi capaci di collocarsi al di fuori della logica conflittuale e quindi in grado di trasformare le relazioni violente che un conflitto può imporre. Un’immagine che nel corso della vita cercherà sempre di tradurre in prassi e che racchiude il senso più profondo della sua idea di convivenza, che implica un coinvolgimento, un impegno personale, di lavoro su di sé : “l’esperienza di un gruppo interetnico, o se volete del gruppo pilota che accetta di sperimentare su di sé le possibilità e i limiti, i problemi della convivenza interetnica, per me rimane una cosa assolutamente determinate”. Lo fece diverse volte, anche in situazione in cui sembrava impossibile uscire dalla “logica dei blocchi”. Lo fece in paesi segnati dalla guerra, ma anche nel modo stesso di concepire e vivere i rapporti umani. Sono qui le basi di tutto il suo successivo lavoro sia politico, di prassi politica, che di elaborazione teorica e anche di quotidiane azioni di costruzione di ponti e relazioni in giro per il mondo.
Un ruolo centrale a questa prassi di convivenza è affidato alla lingua come mezzo di conoscenza di un’altra cultura, di un altro modo di vedere il mondo, di pensarlo. Sul giornale “Bi-zeta 58”, periodico della gioventù studentesca di lingua italiana, che ospita per la prima volta articoli di collaboratori di lingua tedesca, Alex afferma che i giovani in primo luogo, devono assumersi l’impegno e la responsabilità basilare di essere bilingui, arrivare a capire e stimare l’altra cultura senza appropriarsene, comprendendone così anche la mentalità.
Questo impegno per la convivenza, una sorta di filo rosso che lega non solo i diversi momenti della sua vita ma anche le diverse battaglie da lui portate avanti, si tradusse, fin dalla gioventù, anche nell’impegno “giornalistico”. Nel 1961 aveva fondato il suo primo giornale, “Offens Wort”, (“parola aperta”), organo della Congregazione Studentesca Mariana. Sono gli anni del liceo in cui Langer è animato da una sincera fede in Dio e nel Messaggio, che Gesù è venuto a portare sulla terra, di Verità e di Amore per il prossimo anche e soprattutto del nemico, di santificazione della vita dei deboli, dei poveri e degli oppressi attraverso una condivisione della loro esistenza. In tutto questo Alex vede un messaggio autenticamente rivoluzionario. Questa fede si legava anche ad una profonda e sorprendente conoscenza dei testi sacri, che vengono da lui citati con disinvoltura in numerosi scritti e interventi pubblici. Credeva però in una chiesa il più possibile de-istituzionalizzata, che rispettasse davvero il suo ufficio profetico, quindi in grado di realizzare nella sua vita e nelle sue strutture quei valori nei quali dice di credere e che annuncia, e una comunità cristiana in cui l’abisso tra segno e realtà significata sia radicalmente ridotto e la coincidenza fra segno e valore, struttura e realtà il più possibile approssimata.
Dopo la maturità classica, nel 1963/64, si trasferisce a Firenze, dove rimane fino al 1967 per frequentare la facoltà di Giurisprudenza. “Sono gli anni del dialogo tra cattolici e marxisti. Vengo a conoscere la variegata sinistra italiana. Scopro in particolare la sua componente popolare. Imparo ad apprezzare i pregi della democrazia italiana. Vedo i comunisti da vicino, seguo le vicende del dissenso cattolico, vado ai dibattiti, faccio amicizie”. Si svela qui un animo aperto, lontano dalle adesioni ideologiche, pronto a conoscere senza paura di farsi “contaminare”. Sono anche anni ricchi di incontri importanti con Valeria Malcontenti, sua futura moglie, Giorgio La Pira, suo professore, Padre Ernesto Balducci, Giorgio Spini, Paolo Frezza, Enzo Mazzi, Paolo Barile, con cui si laurea. Ma “l’incontro più profondo è con Don Lorenzo Milani e la sua scuola di Barbiana”. Di lui lo colpisce il sincero credere nell’importanza dell’istruzione, del fare scuola, come strumento per dare la parola ai poveri e colmare l’enorme distanza tra la grande massa non istruita e quella privilegiata istruita. Lo colpisce la sua esortazione, rivolta agli studenti universitari, a ritirarsi per non aumentare il divario di conoscenza, per smettere di correre e impedire a gli altri di raggiungerli, e fare al contrario qualcosa per colmarlo e poter poi ripartire tutti insieme. Dopo la morte di Don Milani traduce in tedesco la famosa “Lettera ad una professoressa”. Durante gli anni universitari fiorentini tiene stretti contatti con la realtà della sua terra, sconvolta da tensioni e da attentati terroristici. Inizia anche manifestarsi più liberamente, dalla metà degli anni ‘60, il dissenso sudtirolse di lingua tedesca. Il principale luogo di incubazione è la "Südtiroler Hochschülerschaft", 1'associazione degli universitari, che crede nella democratizzazione e nel pluralismo ideale e politico nella comunità di lingua tedesca. Ne fa parte anche Langer, che poi fonda con Siegfried Stuffer e Josef Schmid nel 1967 la rivista mensile “Die Brücke”, “ il ponte”, che verrà pubblicata fino alla primavera del 1969: “Non sempre siamo d'accordo su tutto: quando scrivo della necessità di una "nuova sinistra" (novembre 1967) e di arrivare all'organizzazione pluri-etnica nella politica sudtirolese (1968), il collettivo redazionale vuole sottolineare che si tratta di idee solo mie…nell'insieme "die brücke" aveva dimostrato la possibilità di un cammino autoctono della giovane sinistra tirolese”.
Die Brücke, come il gruppo misto, è un altro esempio di quella capacità di porsi di traverso a tutti quei sistemi chiusi che impongono definizioni statiche, monolitiche della propria identità e mostra anche come già in quegli anni, parlando di “organizzazione plurietnica della politica sudtirolese”, Langer guardasse a come tradurre “in politica”, la pratica di convivenza.
Tutte quelle attività che Alex porta avanti con slancio, testimoniano e raccontano di un’instancabile volontà del fare, sperimentare, agire, esserci, che segnerà tutta la sua vita. Langer ha anche una sincera fiducia, forse spinta da un entusiasmo giovanile e da quella generale e diffusa sensazione, che molti in quegli anni hanno provato, che era possibile cambiare il mondo, una sensazione familiare anche a molti giovani di oggi, in qualche raro magico momento di vera “compartecipazione” ad un ideale condiviso. Vede così dei segni che sembrano serbare speranza per l’umanità, valori che sono in grado di segnare la rotta da seguire. Nel novembre 1967 su Die Brücke scrive un articolo, intitolato “Segni dei tempi” Quei segni che egli vede ruotano attorno ad “un unico grande cardine”, ossia la riscoperta del valore dell’individuo, la valorizzazione dell’esistenza umana. Langer guarda così con fiducia ad una coesistenza in grado di tradursi in “autentica compartecipazione”, alla democrazia come forma di vita e come atteggiamento spirituale di comunanza umana, alla riscoperta del valore della comunità, accanto ad una spinta all’unità nella libertà, un’unità che mantiene viva una responsabilità individuale. Il valore della cultura come “fattore imprescindibile per un’esistenza autenticamente umana”. La politica, non più privilegio di pochi, ma “partecipazione alla conoscenza delle questioni che riguardano il bene comune”. L’interdipendenza come nuova dimensione assunta da tutti i problemi, il moltiplicarsi di sforzi di pace, il dialogo ed infine l’insicurezza che può rendere più “modesti, più aperti, più disponibili, nei confronti degli altri, meno esposti ai rischi di appiattimento o immobilismo spirituale”. Il senso di speranza in quei “denominatori comuni” per l’umanità, che pervade lo scritto, si affievolisce però nella chiusura dell’articolo in cui Langer confessa: “mi rende triste dover constatare che la maggior parte dei segni dei tempi che ho elencato siano (nel migliore dei casi) ignorati quando non addirittura avversati e visti con sospetto in Sudtirolo”.
Nel 1968, al suo quarto anno di università ed in prossimità della laurea che conseguirà con una tesi sull’Autonomia della Provincia di Bolzano il 18 luglio, Alex sente la necessità e la voglia di ritornare a casa, nel suo Sudtirolo. Partecipa così, come lui stesso scrive, ai movimenti del ´68 “in periferia”, ma vivendoli anche in uno dei luoghi più coinvolti dal fermento di quel tempo, ossia la scuola. Dal ‘68 al ‘72 è infatti insegnante in licei di Bolzano e Merano, rispondendo ad una sorta di vocazione che Don Milani aveva contribuito a far sorgere. Oltre ad una “virulenta e violenta” campagna contro il monopolio del quotidiano "Dolomiten" e del suo editore Ebner e alle pubblicazioni sulla Brücke di articoli sul movimento studentesco, ci sono le occupazioni al liceo scientifico di Bolzano, dove lui insegna come supplente. Tra le rivendicazioni degli studenti: “imparare il tedesco così bene come i loro coetanei tirolesi imparano l'italiano. . Alle elezioni provinciali della primavera del ‘68, dichiara di voler dare il voto al PCI, con preferenza al candidato di lingua tedesca, il suo “primo voto in mancanza di meglio”, ed in estate, con amici, visita la Germania orientale e la Cecoslovacchia, dove assiste all'invasione sovietica e si fa coinvolgere nelle manifestazioni dei primi giorni di occupazione.
Nel ’68 vive anche la corrente calda dell’antimilitarismo. Il 4 novembre viene fermato dalla polizia in occasione di una manifestazione contro una parata militare indetta per celebrare il cinquantesimo anniversario della vittoria nella I guerra mondiale. Scrive su Die Brücke un articolo in cui apertamente denuncia e critica la celebrazione di quel giorno come una festa, perché quella vittoria al contrario è stata ottenuta attraverso la brutale forza delle armi e pertanto non può avere alcun significato morale. Del suo fermo e della sua incriminazione per vilipendio alle forze armate informa, inviando una cartolina, il Movimento Nonviolento, con cui inizia così a tessere i primi rapporti, che in seguito si rafforzeranno in occasione di iniziative comuni.
Dopo gli studi di legge ed un periodo di intensi incontri di “segno italiano” gli “resta una forte domanda di conoscenza del mondo di lingua tedesca dall'interno” . Si reca così a Bonn per una ricerca di diritto costituzionale comparato per conto del CNR. dove ottiene un posto di lavoro per un anno alla biblioteca del Bundestag e l'iscrizione come Gasthörer (uditore) all'Università. Viaggia in molte città tedesche, austriache e svizzere, dove stringe altre amicizie e avvia scambi epistolari.
Ritorna poi nel Sudtirolo dove l’autunno caldo del 1969 si fa sentire. Il 17 settembre c’è lo sciopero nazionale dei metalmeccanici: “Decidiamo di portarlo davanti ai cancelli di una fabbrica sudtirolese: la Durst, a Brixen (Bressanone). In una decina di persone, prevalentemente di lingua tedesca, siamo li all'alba…Si formano subito capannelli, quasi nessuno entra. Gli operai del pulmino della valle non varcano il cancello…Lo sciopero riesce in pieno, facciamo un'assemblea con gli operai nell'osteria vicina, veniamo festeggiati, ci pagano da bere. Parliamo di rivendicazioni ugualitarie, troviamo consenso. Ancora dopo anni ripenso con piacere a questo sciopero”.
Il suo impegno politico sfocia, alla fine del 1970, in una collaborazione che diventerà sempre più stretta, con l’organizzazione extraparlamentare Lotta Continua, un’ adesione che “giunge al termine di un processo collettivo di ricerca”. Come in altre occasioni della sua vita, la scelta di aderire a LC si accompagna ad un’ attenta e critica consapevolezza delle motivazioni politiche e personali che vi stanno alla base: “in parecchi, a Bolzano, sentiamo l'esigenza di legarci a una realtà più grande di noi. Dopo aver sondato il panorama di gruppi e organizzazioni e dopo che qualcuno aveva compiuto altre scelte individuali (es. nel "Manifesto") arriviamo a considerarci parte di LC. C'è probabilmente anche qualcosa di regressivo in questa ricerca di ‘affiliazione’, e sicuramente anche una buona porzione di ideologia; ma c’è soprattutto la voglia di partecipare direttamente e attivamente a un processo storico, che riteniamo promettente liberatorio, ‘rivoluzionario’ e che, ci rendiamo conto, avrà i suoi epicentri altrove, non nel Sudtirolo, e che in certa misura relativizza i problemi ai quali finora ci eravamo prevalentemente dedicati. In LC troviamo l'esaltazione di momenti di spontaneità, di combattività fuori dal dogma o dalla tradizione del marxismo ufficiale, e la valorizzazione di protagonisti che non vengono dalle canoniche roccheforti rosse. ‘Reggio Calabria Sudtirolo, la lotta contro lo stato’ è il titolo del mio primo paginone sul quindicinale "Lotta continua". Ritengo che in LC anche la nostra particolare esperienza locale possa trovare spazio e respiro, e inserirsi in un processo più universale”. Anche la sua seconda laurea in Sociologia a Trento, che consegue nel luglio del ’72, risente fortemente della vicinanza alla realtà della lotta di classe e di LC. Il titolo della sua tesi, svolta assieme ad un altro studente Bruno Lovera, è infatti:” Per un’analisi delle classi e delle contraddizioni sociali in Alto Adige-Sudtirolo”.
Quella ricerca di forme di sperimentazione coerenti con valori e ideali in cui crede e su cui uniforma la sua vita, non manca nemmeno durante il servizio militare, che si ritrovò a svolgere tra il 1972 e il 1973. Ed è così che scrive di quell’esperienza con i “proletari in divisa”: “Quando ci vado, penso alla caserma come ad un luogo di lotta di classe e di ricomposizione del proletariato, ed in quel senso mi propongo di agire. Parto con alle spalle una recentissima assoluzione per insufficienza di prove per vilipendio alle forze armate, e finisco così in una caserma punitiva dell'artiglieria di montagna, a Saluzzo, con i muli, una disciplina rigida e una speciale e dichiarata sorveglianza a mio carico. E' il periodo della mia vita in cui sopporto la maggiore fatica fisica e mi trovo tra contadini ed operai non per aver scelto di , ma per esserci stato mandato, mio malgrado, su un piede di perfetta parità. Mi dà una grande soddisfazione che pochi giorni dopo il congedo (settembre 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile) un buon nucleo del nostro contingente si ritrovi davanti alla caserma per una manifestazione. Saluzzo ci guarda con stupore.”
La sua sete di comprendere, osservare, studiare e inventare modalità di prassi politica sembra non volersi mai arrestare. Decide di ripartire per la Germania, dove rimane dall’autunno del 1973 fino all’estate del 1975. Lì costruisce “un vero e proprio osservatorio politico e sociale sui paesi dell'Europa centrale e nordica” entrando in contatto con diverse realtà, di “tedeschi, austriaci, immigrati, gruppettari, militanti, studiosi”. Il suo “reticolo di rapporti, di scambi, di ponti diventa così sempre più ricco, più fitto e più variegato”, tiene conferenze e partecipa a dibattiti a Berlino, Vienna, Amburgo, Innsbruck, Berna, Francoforte, a Colonia, a Utrecht, parla “delle lotte, delle organizzazioni sociali, della particolare spontaneità ed autonomia di classe in Italia”.
Allo stesso tempo però la Germania è anche il luogo in cui Langer entra in contatto con i nascenti movimenti pacifisti , ecologisti ed ambientalisti. Tutto questo lo traghetterà in un secondo momento in Italia, in particolare negli anni ‘80 quando sarà tra i fondatori del movimento verde. Ed è così che Langer confida: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Degli incontri che fa coglie l’ unicità, il valore prezioso, la possibilità di uno scambio di affetto ed amicizia che vede come un dono avuto dalla vita. Il poter conoscere persone di diversa provenienza geografica, politica, culturale, con indoli diverse, è per lui un arricchimento che può nascere non solo dall’incontro con grandi personaggi, ma anche dallo scambio “di idee ed affetto con chi non scriverà mai sui giornali, né vi troverà mai stampato il proprio nome” . Langer in tutta la vita ha saputo apprezzare il “piccolo” in tutte le sue espressioni, cercando, con dolcezza, di tirare fuori il “grande” che vi era dentro, che molti non vedevano o non volevano vedere.
Questo sua abilità a tessere relazioni non poteva che tradursi in una vita nomade, in un essere sempre un po’altrove, nel rifuggire da situazioni statiche e definite, in una costante ricerca di cambiamento. Vive in tante città diverse “in un giro che via via si allarga” e che sente di poter allargare sempre più. Nessuna la sente completamente sua, anche se in molte gli capita di “sentirsi a casa” . Non cambia solo tante città, ma anche mestieri: “Ho avuto la fortuna di svolgere, nel corso del tempo, attività e mestieri abbastanza diversi, e di non identificarmi con alcuni di essi al punto da assumere il ruolo e di dover pensare di continuarlo per sempre. E sono contento di possedere una carta di riserva che già varie volte mi è tornata utile anche per campare: traduco (volentieri), il che non è altro che un aspetto di quell'attività di ponte tra mondo tedesco e italiano cui non potrò più sfuggire”.
Dopo quel prolungato soggiorno tedesco è la volta di Roma, dove insegna storia e filosofia al XXIII Liceo Scientifico dal 75’ al ’78. E’ così alla sua seconda esperienza di insegnamento, un compito educativo che considera importante, che svolge con “grande impegno e passione” e che lo “assorbe con particolare intensità”. E’ colpito diverse volte da trasferimenti punitivi, da note di qualifica tendenziose, da frequenti interventi repressivi di presidi e provveditori, ma mai un appunto sulla qualità della preparazione o dell'insegnamento, o un richiamo per scorrettezze disciplinari. Gli si rimprovera di “"fare politica" e di non rispettare i ruoli prestabiliti”. Instaura però un rapporto con gli alunni “gratificante e durevole”.
Nel 1978 muore Norbert Conrad Kaser, un giovane poeta molto stimato da Langer per la sua strenua opposizione al potere, all’asservimento della cultura al potere. Kaser aveva pubblicato le sue prime opere sulla Brücke e aveva partecipato, su invito di Langer, al convegno del ‘69 degli studenti universitari. Con coraggio aveva denunciato la non-cultura dell’ufficialità sudtirolese”, scagliandosi con feroce ironia “contro una borghesia bottegaia ed un clero oppressivo”. Kaser muore in solitudine, a soli 31 anni. Per Langer è, in quel momento della vita, un evento determinante: “ dietro la bara di Kaser rivedevo, dopo anni, tutti insieme gli amici e compagni di una volta, nella dispersione più ampia, nella comune contraddizione di essere figli di una terra al tempo stesso assai provinciale ed assai ricca di stimoli, combattuti tra la tentazione di voltarle semplicemente le spalle, lasciando cuocere nel brodo gli insignificanti e dispotici padrini locali e la gente che li sopporta e li appoggia, e quella di riunire le nostre forze per riprovare ancora, per riprendere un discorso lasciato in sospeso, da ognuno di noi, anni addietro.” E Langer decide di riprovarci, dopo una lunga assenza dalla sua terra: “Fu al funerale di Norbert che decisi di tornare nel Sudtirolo, che non ci volevano più altri morti, che bisognava fare qualcosa” .

Un politico impoltico
Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 sembra aprirsi per Langer una nuova fase di vita e di lotte. Tornato in Sudtirolo mette tutte le sue forze in un impegno per quella convivenza interetnica in cui fin da giovane liceale aveva creduto, non un quieto vivere frutto della separazione, ognuno nel suo spazio di mondo fisico, mentale, culturale. Non una pace individuale in cui è assente il confronto e il dialogo.
Il modello di convivenza che però era stato portato avanti a livello politico-amministrativo in Sudtirolo contraddiceva, se non ostacolava, la possibilità di incontro tra i tre gruppi etnici riconosciuti (tedesco, italiano, ladino). Dopo gli anni di lotta anche violenta, con attentati che arrivavano a reclamare il ritorno all’Austria, con una compattazione etnica sempre più forte sotto l’ombrello del Partito Popolare Sudtirolese (SVP), era stato approvato nel 1971 il cosiddetto “pacchetto di autonomia” che prevedeva un forte autogoverno territoriale e la ripartizione etnica, in quote proporzionali, dei posti di lavoro pubblici. Langer vede il pacchetto come una misura utile a stabilire una cornice di collaborazione ma lo considera un accordo di tipo diplomatico, concordatario, basato su di una forte diffidenza tra i gruppi dirigenti dominanti e punto di partenza di un’ inevitabile contrapposizione dei gruppi etnici.
Pochi mesi dopo il funerale di Kaser, Langer lancia una proposta: “ riunire il dissenso sudtirolese, attraversando i gruppi linguistici ed i residui dei gruppi politici organizzati, ed affrontare, il gigante del regime sudtirolese (l’SVP), con la fionda di David, senza dogmatismo e senza settarismo.” Con un convinto sostegno del Partito Radicale, nasce così la Neue Linke/Nuova Sinistra, una lista interetnica che alle elezioni del 1978 raccoglie diecimila voti e diventa inaspettatamente la quarta forza della provincia. Langer viene eletto Consigliere Regionale e svolge il suo primo discorso pubblico sia in tedesco che in Italiano.
Con lui il dissenso entra nelle istituzioni. Tra il 1978 e il 1983 il movimento interetnico si diffonde. Il suo apice si ha con le proteste ed opposizioni al censimento generale della popolazione previsto per il 1981, usato per rilevare la consistenza dei gruppi linguistici e fino a quel momento anonimo. Viene infatti stabilita la dichiarazione etnica in forma nominativa. Ogni cittadino deve decidere a quale gruppo linguistico appartenere. La dichiarazione viene ad avere effetti vincolanti per la durata di 10 anni, sulla possibilità di godere di benefici sociali, cioè casa e lavoro, dell’accesso ai concorsi pubblici e ai diritti politici, cioè all’ elettorato passivo. La schedatura etnica è per Langer, come per molti altri che decideranno di opporsi, una vera e propria istituzionalizzazione del conflitto etnico. Con la schedatura si arriva a sancire definitivamente la separazione per linee etniche, già in parte introdotta con il pacchetto di autonomia e le successive norme di attuazione, e a definirla così come unica possibile modalità di relazione tra due gruppi residenti sul territorio, secondo un modello ormai sostenuto da tutti i grandi partiti che sono sempre più spinti a diventare punti di raccolta dei due “fronti etnici”. Se inizialmente la contrapposizione sostenuta dall’SVP era diretta contro lo Stato italiano, ormai sembra diretta contro l’altro gruppo.
Per Langer si “tratta del più grave attentato alla democrazia, del più grave avvelenamento dei rapporti interetnici nel Sudtirolo dall’accordo Hitler-Mussolini per le opzioni del 39.” Prova angoscia, rabbia, per quella che lui definisce “operazione di razzismo legale” . Si apre però uno spazio di dissenso forte, coraggioso: l’obiezione etnica. Il rifiuto di farsi schedare, di definirsi appartenenti ad un gruppo linguistico, il riconoscere la possibilità di un’identità plurima, flessibile, la volontà di ribadire che c’è un’alternativa ad una separazione che, invece che far diminuire il conflitto, al contrario lo fomenta. L’alternativa è quella cultura della convivenza che Langer a più riprese nel corso degli anni ’80 sosterrà.
Nel luglio del 1979 si forma l’Initiativkomitee gegen die Option ‘81/Comitato contro le Opzioni ’81 e da più parti si reclama la possibilità di una dichiarazione plurima. Nel Giugno dell’80 ci sono le elezioni comunali e in quell’occasione nascono numerose liste civiche, vicine alla Nuova Sinistra/Neue Linke, che cominciano a contenere nei loro programmi tematiche eco-pacifiste. Nell’estate del 1981 la resistenza si moltiplica, raggiunge partiti e giornali ma dopo tre giorni di dibattito parlamentare, nell’ottobre, “prevale la ragion di stato e i partiti del sedicente “arco costituzionale” appoggiano tutti la soluzione voluta dal Volkspartei: divide et impera, ad ognuno il suo recinto etnico coi relativi capi”.
Langer insieme ad altre 5000 persone obietta, non firma il modulo di schedatura, lo stesso fa sua madre che aveva già rifiutato l’opzione del ’39. Ne subisce subito una conseguenza punitiva, gli viene infatti revocato il trasferimento che aveva richiesto, e già concesso, dal liceo di Roma al Liceo classico di lingua tedesca di Bolzano. Il motivo: non ha dichiarato la sua appartenenza linguistica, quindi non può essere considerato tirolese di lingua tedesca.
Il 17 dicembre si dimette, per rotazione, dalla carica di consigliere regionale. Viene chiamato per collaborazioni dall’Università di Trento, Urbino e Klagenfurt.
Dopo la sconfitta della schedatura etnica cambia qualcosa per Langer. Avverte la necessità di guardare ad altre strade ed a nuove e diverse dimensioni della politica. Mostra un’ incredibile capacità di offrirsi ai cambiamenti. Non si ritira dalla scena, come sarebbe potuto in fondo capitare, se si pensa a quale dolore può avere inflitto quella sconfitta, dopo che la sua stessa terra gli sottraeva dei diritti di cittadino. Avrebbe potuto cedere alla tentazione di cui aveva parlato in occasione del funerale di Kaser: “voltare le spalle” ad una situazione scomoda. Ma di nuovo, come nel ‘78, decide di riprovarci.
Nel corso di un convegno internazionale promosso anche da Reinhold Messner a Castel Mareccio, mette a punto una nuova piattaforma politica. Nasce così nel 1983 la Lista Alternativa per l’altro Sudtirolo/Alternative Liste fürs andere Südtirol e nel novembre dello stesso anno Alex viene così rieletto consigliere regionale assieme ad Andreina Emeri, una militante femminista fortemente impegnata nel sociale. Il maggiore intento della Lista è quello di uscire dalla rigida contrapposizione tra i gruppi che continuava a segnare la scena politica. Si vuole uscire dalla logica del “o con me o contro di me” e proporre così un’altra strada, “un altro Sudtirolo”.Vi è la profonda convinzione che ciò di cui ha bisogno il Sudtirolo è la promozione di un’autentica “cultura della convivenza” che “ privilegi anche momenti di incontro, di dialogo, di impegno comune, di democrazia non lottizzata secondo linee etniche” . Ed è “cultura” di convivenza perché quello che si auspica è un cambiamento che avvenga non tanto e non solo per correzioni e perfezionamenti legislativi, ma anche e soprattutto nella vita quotidiana della società civile. E’ questa una prospettiva fondamentale che caratterizza il pensiero e l’agire di Langer: il partire dal vissuto, la sperimentazione, l’attivazione dei singoli e dei gruppi, il cambiamento che coinvolga prima di tutto le relazioni umane nel loro vivere quotidiano. E’ questa una strada che Langer cercherà di percorrere anche in altri paesi sconvolti da guerre civili, pulizie etniche, dove è proprio la società civile ad essere più colpita, il suo tessuto sociale disgregato. E’ una prospettiva che Langer traduce anche nel suo impegno per la pace e l’ambiente e nello stesso modo di concepire la politica. Sono gli anni dei primi movimenti pacifisti. Nell’aprile del 1981 c’è la manifestazione a Comiso, in Sicilia, base NATO per i missili Cruise. Langer vi partecipa insieme a centomila persone. Una tappa significativa per tutti coloro che in quegli anni erano impegnati per la pace e contro il nucleare e che ancora oggi lottano per quella pace. Nell’occasione consolida il suo legame con l’area nonviolenta. Proprio durante gli anni ‘80 comincia a scrivere con una certa costanza sulla rivista Azione Nonviolenta, fondata da Capitini nel 1964. Invia, come molti altri, il suo congedo militare al Movimento Nonviolento, il quale poi lo fa pervenire al Presidente della Repubblica, come obiezione di coscienza resa a posteriori.
Nel dicembre del 1981 c’è una manifestazione pacifista contro gli euromissili anche a Bolzano. Il movimento per la pace si diffonde in tutta Europa. Il lunedì di Pasqua del 1984 c’è una grande manifestazione pacifista internazionale sul Ponte Europa, tra Innsbruck e il confine del Brennero. Su uno striscione c’è scritto: “la logica dei blocchi blocca la logica”, e Langer sa di avere molto da dire contro la logica dei blocchi, proprio grazie alla sua esperienza sudtirolese.
Langer aveva già iniziato a seguire in anni passati, nei suoi soggiorni all’estero, l’ondata pacifista che in Germania era già segnata da istanze ecologiste. “Via via comincio a parlarne, a scriverne, a fungere anche qui da intermediario tra ciò che avviene a nord e a sud delle Alpi. Dal 1982 in poi contribuisco a organizzare uno scambio più organico e intenso” . In Italia c’è una coscienza ecologica sparsa, ci sono associazioni, come ad esempio il WWF, Lega ambiente, il Club di Roma, Italia Nostra, Pro Natura. E’ nel 1981 che esce per la prima volta la rivista “Airone”. Manca tuttavia un vero e proprio movimento, in grado di coniugare questioni ambientali, dello sviluppo e degli stessi stili di vita, e non c’è un soggetto politico di riferimento. Langer ha avuto un ruolo essenziale nella nascita di questo movimento in Italia.
Nei primi anni ‘80 la “semina verde” è ormai iniziata. Langer ne è il maggiore sostenitore, e lo fa “con argomenti e intenti poco elettorali e molto riflessivi”, partecipando in tutta Italia a incontri e dibattiti. L’8 dicembre 1984 viene incaricato a Firenze di tenere la relazione introduttiva alla prima assemblea di comitati e gruppi promotori di liste verdi: “mi trovo così investito di una funzione di battistrada e di punto di equilibrio che svolgo volentieri, nella prospettiva di passare velocemente il testimone ad altri ma che mi preoccuperebbe se si perpetuasse nel tempo e se prolungasse e accentuasse troppo la mia condizione di ostaggio”. Langer non vuole quindi assumere il ruolo del leader, essere “il” punto di riferimento. Le stesse candidature, del ‘78 e dell’83, non furono per lui scelte serene: “entrambe le volte è per me una decisione difficile accettare la candidatura e cambiare vita, ben consapevole di quanto lo strumento del parlamentarismo rischi di trasformare le persone che lo usano”. Ma nella primavera del 1985, alle soglie delle elezioni amministrative e quando in molte città e regioni spuntano liste verdi, Langer si trova, sulla terza pagina di un quotidiano romano, ad essere definito “ profeta verde”.
Nelle elezioni politiche del 1987 i Verdi entrano per la prima volta in Parlamento, con un discreto successo. Langer, che era stato uno dei Garanti, vede avanzare rapidamente la spinta a trasformare un movimento, ancora allo stato nascente, in un partito troppo autoreferenziale, interessato più alla salute “della corte invece che a quella del regno”. Propone con Luigi Manconi, Gad Lerner e Mauro Paissan, lo scioglimento del partito, per rendere disponibile alla società civile, ad ogni tornata elettorale, un‘incontro con lo spazio istituzionale, come veniva ben sperimentato nel suo Sudtirolo. Per le elezioni europee del 1989 ripropone un percorso di aggregazione dal basso, un “concilio verde europa”, rappresentativo dei movimenti e delle associazioni eco-pacifiste. Viene messo in minoranza e prenderà sempre più distanza dalla vita interna del partito verde, per il quale verrà egualmente eletto sia nel 1989 che nel 1994 al Parlamento Europeo.
Anche rivestendo cariche politiche, proprio perché convinto che i cambiamenti reali avvengono a partire dalla società civile e che essa stessa è un laboratorio politico per ideare e sperimentare “buone pratiche”, non l’ha mai abbandonata. Al contrario l’ha sostenuta, se ne è sentito parte. Ha tentato di gettare, come era sua consuetudine, un ponte tra questa società e “la politica”. Un ponte che in molti oggi, cercano o vorrebbero ricostruire. Per gettare quel ponte Langer ha così cercato con forza di sostenere un’idea di organizzazione e di rappresentanza politica che rispettasse e non tradisse i valori etici ed umani che dovevano guidare quell’agire lontano dall’uso classico degli strumenti politici, un agire attento e sensibile quindi alla possibilità di sperimentare, di valorizzare le risorse e le voci anche di tanti singoli cittadini in vista di un reale e comune cambiamento civile, culturale sociale. Come ben chiaramente aveva spiegato in occasione dell’assemblea nazionale vedeva “i verdi” come terzo polo, “come “altro” rispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica”, in grado di sfuggire da “quella paralizzante logica di fondo che caratterizza il sistema politico italiano e che è la logica di schieramento”, del “con chi stai”. Essenziale era quindi per lui il mantenimento di una certa autonomia progettuale e programmatica, non incentrata su una struttura-partito “con militanti e tessere, con organismi legittimati a decidere al posto della base, con una chiara delimitazione tra chi ne fa parte e chi no, con processi formalizzati e vincolanti”, ma attraverso “un decentramento delle esperienze, iniziative, idee, progetti, elaborazioni”: un vero “policentrismo”. Sarebbe infatti la fine, sosteneva Langer, se “contenuti e metodi venissero macinati dai meccanismi dell’attuale mercato politico”. Per Langer quindi, si poteva costituire un fertile terreno di maturazione di rappresentanze verdi solo con un’ampia diffusione di nuove forme di intervento e di mobilitazione civile e ricercando al tempo stesso “un’egemonia (in senso gramsciano) di opinione di certe tematiche” per evitare una “commercializzazione politica di una generica tematica ambientalista” ed impedire che i partiti si potessero dotare di “foglie di fico ecologiche o alternative”. Alla base infatti della creazione di una rappresentanza politica verde ci deve essere per Langer una reale presa di coscienza, di ideali e “virtù verdi” ed un radicamento sociale ed ideale di quelle virtù, perché possano anche diventare prassi e non rimane puro slogan elettorale.
Per Langer era fondamentale quindi il ruolo delle associazioni, di gruppi locali legati al territorio. Sosteneva quindi che “l’elaborazione ambientalista, cresciuta all’interno dei movimenti, attraverso la sua esplicitazione sotto forma di alternative praticabili, e quindi di scelte politiche da compiere, diventa un elemento decisivo di impegno civile, non per soli addetti ai lavori” e che “solo la spinta dei movimenti può aiutare i verdi politici a non appiattirsi alle logiche di coalizione e del ‘male minore’”, perché “ è normalmente dal tessuto associativo che vengono di norma le preziose risorse umane, di esperienza, di sapere, di impegno che mettono a disposizione di amministrazioni ben disposte il necessario ‘know how’ verde”.
Questo sguardo attento e critico all’uso di strutture politiche grandi ed accentratrici di potere e di processi decisionali si traduceva nel dare grande importanza alla responsabilità individuale, all’interno di contesti di agire collettivo. Anche nelle relazioni che intrecciava, lui stesso era sempre pronto a valorizzare le particolari qualità di ciascuno, a ricercare punti comuni e condivisibili di interazione, al di là dello schieramento o dell’appartenenza ideologica e politica. Nelle parole di Edi Rabini, suo caro amico e stretto collaboratore, quest’aspetto emerge in modo limpido, quando parla della cura con cui Alex si dedicava ad un indirizzario che cresceva in continuo: “ Alex aveva deciso di mantenere con grande gelosia, con grande affetto, con una memoria straordinaria, tutti gli indirizzi delle persone che via via aveva incontrato. Per lui erano persone vive che amava ricordare e di cui, spesso, continuava a sapere cose personali, il loro modo di pensare, cosa stavano facendo, cosa avevano fatto, quali responsabilità si erano assunte... Cercava spesso, non so nemmeno con quante persone, di mantenere vivo il rapporto, anche solo ricordando un compleanno, e attraverso quello un episodio di vita comune. Contemporaneamente continuava a pensare anche in quali reti di rapporti avrebbero voluto essere utilmente inserite, ma senza mai alcun progetto di unificazione delle persone in un’organizzazione o un partito. Alex apprezzava molto le persone che pur lavorando in maniera solidale erano capaci di mantenere una propria autonomia individuale , una propria identità personale e proprio per questo era capace di vedere, di riconoscere la bellezza delle strade diverse prese dagli altri”. Ecco perché soffriva molto, si sentiva profondamente ferito non tanto perché “ nei rapporti privati o quelli pubblici le strade si separassero, ma che da una differenza di idee nascesse un’incompatibilità, un’incomunicabilità sul piano personale”.
Il suo approccio alla relazione con l’altro, l’ascolto che vi dedicava, il valore che attribuiva agli incontri, così come l’attenzione all’uso delle parole che usava, nei diversi contesti anche pubblici, fino a quella scelta di canali e strumenti politici che potessero dare spazio all’attivazione dei singoli e all’assunzione di una responsabilità anche individuale, hanno un sostrato comune che lega, che fonde, i tanti diversi livelli, personali e politici, che spesso è difficile mantenere insieme. Langer ci ha almeno provato.
Il salto dalla politica regionale al Parlamento Europeo, non gli fece abbandonare il tentativo di legare istituzioni e movimenti, di tenere insieme tutti quei livelli. Da membro del PE infatti, come si vedrà, sostenne e fece parte di numerose iniziative di cittadini, associazioni, reti, dedicandosi non solo alle tematiche ecologiche ma anche a quelle di pace. L’elezione al PE significò anche l’assunzione di ruoli e compiti che via via aumentavano e si moltiplicavano, di un sempre maggiore numero di persone da ascoltare, di nuove relazioni da mantenere e coltivare.
Langer è stato animato da un desiderio di ricerca di una coerente unità tra pensiero ed azione, un’ unità tra scelte di vita personali, esistenziali e politiche . Ha cercato di non far contaminare, questa preziosa coerente unità, da giochi di potere e di forza che troppe volte la politica dei partiti impone. La fedele aderenza a questa unità può forse però comportare anche fatica morale e spirituale, soprattutto quando si cerca di mantenerla dentro le istituzioni. Lui lo fece fino in fondo, comportandosi così da vero “politico impolitico”.
I contenuti che portava e diffondeva, ma anche il linguaggio usato per spiegarli e per comunicarli, riflettono quella ricerca di unità, di corrispondenza tra pensiero e azione ed anche di valorizzazione di un potere, di una forza che ciascuno può attivare dentro ed intorno a sé. Un linguaggio che racchiude al tempo stesso diversi significati e dimensioni politiche e di condizione personale, di scelte di vita toccate da sentimenti di “compassione” e amore, anche di rispetto e onestà. Un linguaggio multiforme, includente, in cui si ritrovano le influenze dei testi sacri cristiani, accanto a quelle della Nonviolenza gandiana e capitiniana, a quelle delle rivendicazioni sociali e di classe, a quelle proprie delle “teorie dello sviluppo”. Un linguaggio che, nel corso di questa lettura, apparirà oggi, a molti, probabilmente familiare e ormai, in certi aspetti, già diffuso, ma di cui c’è ancora un gran bisogno, così come c’è bisogno che quei contenuti, ormai ampiamente conosciuti e dibattuti, vengano non solo ricordati nuovamente, ma anche tradotti in una pratica, più ampia, più vera.

Più lenti, più dolci, più profondi

Quando Langer parlava di presa di coscienza e di consapevolezza ecologica, di valori, ma anche di “virtù verdi” , pensava ad un profondo, radicale e critico ripensamento dei modelli culturali, sociali, economici su cui la società mondiale e ogni singolo individuo imposta ormai la sua vita. Un cambiamento di rotta quindi che doveva prima di tutto prendere atto della non più tollerabile corsa alla distruzione e sfruttamento dell’ambiente e che non doveva autorizzare più alcuna leggerezza nei confronti della “madre terra”. L’impatto ambientale è ormai enorme e lo scambio con la Terra sempre più predatorio. Viviamo in uno stato di permanente fraudolenza, senza pagare i nostri conti con la natura, intestandoli ad altri e scaricando così il costo del nostro impatto sul pianeta sui più poveri, sui più lontani, su chi verrà dopo di noi. Il risultato è quindi un vero e proprio “eco-debito”, in maggiore misura generato dalla parte di mondo ricca, votata ad una politica di crescita continua, di profitto, di espansione. Una politica che si fonda su una logica sviluppista, che fa dividere il mondo in sviluppati e sottosviluppati e che vuole imporre la corsa alla produzione e alla crescita. Non si tratta però, sottolinea Langer, di far si che anche il sud e l’est del mondo riescano a entrare in questa grande e folle competizione o tentare di inventare correttivi che facciano si che la Terra riesca a sostenere i danni sempre più irreversibili che una tale logica impone, danni che non hanno più frontiere. Diviene invece più urgente abbandonare questo desiderio sfrenato di sviluppo e riconoscere anche che il Sud del Mondo non è debitore del Nord, al contrario è suo creditore. Lager diresse il suo impegno su questi temi scrivendo moltissimo, con dedizione, su numerosi giornali locali, non per grandi testate, per bollettini, riviste di movimento, fornendo sempre nuovi spunti di riflessione, partecipando a numerosi incontri, dibattiti, in stretto contatto con la realtà delle associazioni, delle organizzazioni non governative, del volontariato e di numerosi gruppi locali, intrecciando relazioni con chi in altri paesi già da tempo sosteneva queste idee e facendoli conoscere in Italia, come Ivan Illich, Wolgang Sachs, Vandana Schiva.
Di certo molte delle iniziative che in quegli anni sorsero, mostrando una rara e significativa sinergia tra diverse realtà e attori, furono in gran parte dovute alla capacità di Langer di mettere in relazione persone e contesti.
Ci si può rendere conto della quantità di iniziative cui era collegato dando uno sguardo al rendiconto di entrate e uscite del suo mandato di parlamentare europeo, che con estrema cura e attenzione al dettaglio, scriveva e pubblicava mentre la politica conosceva tangentopoli. Non un gesto di pura formalità, ma di profondo rispetto, senso di responsabilità morale del compito assunto e in cui credeva con sincerità. Una lista lunghissima di associazioni, persone singole, reti, conferenze. Vi si può trovare la campagna “un’alleanza per il clima”, nata a Francoforte tra l’88 e ‘89, e poi introdotta in Italia, la rete delle Botteghe del Terzo mondo che in quegli anni stava nascendo proprio su iniziativa di due giovani bolzanini, e che sostenne anche con la presentazione di una risoluzione sul Commercio Equo e Solidale poi approvata dal Parlamento Europeo, le MAG primo nucleo delle future Banche etiche, la Fiera delle utopie concrete, lanciata già nel 1988 a città di Castello. Non mancano nemmeno i movimenti transfontalieri, come S.O.S. Transit, contro il traffico pesante alpino, le reti sovraregionali come Arge Alpe e Alpe Adria, accanto a numerosi viaggi per promuovere rapporti stretti tra movimenti nel nord e del sud, come quello in Amazzonia, in cui si recò nel 1988, in occasione della morte di Chico Mendes, e dove sostenne la lotta dei popoli indigeni, custodi della foresta Amazzonica, sopravvissuti a cinquecento anni di colonizzazione e genocidio. Una delle iniziative più importanti di questa lunga lista, vera e propria mobilitazione sociale civile, è la “Campagna Nord-Sud” lanciata nel 1988. Vi parteciparono attivamente numerosi ambientalisti, associazioni, il mondo del volontariato delle ong, sindacalisti, movimenti di solidarietà con i popoli indigeni, legati dal comune impegno su “debito, biosfera, sopravvivenza dei popoli”. Denunciò che il pagamento del debito estero da parte del Sud poteva avvenire solo a spese della natura e delle risorse a sua disposizione, con effetti dannosi per lo stesso Nord e che la stessa “cooperazione allo sviluppo” generava un impatto sociale, economico e culturale. Langer fu diverse volte il portavoce della Campagna, con relazioni a convegni in Italia e all’estero, come membro del Palamento Europeo dal 1989 e della Commissione Sviluppo, dette anche un notevole sostegno “politico” alla campagna e sostenne importanti risoluzioni come quella a favore della creazione di un Tribunale per l’Ambiente. Il significato, la portata, e le numerose iniziative ad essa legate sono ampiamente trattate in altro capitolo di questo libro, al quale si rimanda quindi per una più approfondita analisi.
Oltre ad un fondamentale contributo nel ripensamento sia delle politiche ambientali che delle politiche di cooperazione con il sud del mondo, Langer portò avanti con determinazione anche l’idea di un radicale cambiamento degli stili di vita individuali. In sintonia quindi con quanto fin’ora detto sulla suo approccio al “fare politica”, sull’importanza anche del singolo agire individuale, credeva profondamente nella possibilità di poter contribuire in proprio ad un’ inversione di rotta. A tal fine i “consumatori” devono prendere coscienza del ruolo che lo stesso sistema produttivo affida loro. “Un piccolo potere che può restituire dignità”, così lo definì. Il piccolo potere è il potere del “consumatore”: “parola orrida, perché mette a nudo la dimensione vera del nostro ruolo assegnatoci dal sistema, bestia da ingrasso e da macello altrettanto prevedibile e manovrabile, altrettanto facile da nutrire e da mungere.” Si deve quindi rivendicare, praticare una maggiore autodeterminazione e coniugare scelte personali di consumatore consapevole e solidale, informato e capace di generare “scandalo”, quali ad esempio l’obiezione di coscienza verso prodotti macchiati di sangue, dallo sfruttamento ambientale o della manodopera infantile, a comportamenti più collettivi e più politici, ed alla costruzione di scambi meno iniqui e meno nocivi. In questa direzione una pratica fondamentale per Langer è quella dell’autolimitazione, una scelta non solo ideale, ma un vera linea politica che richiede al contempo un cambiamento di logica, di atteggiamento dentro di noi. E’ un “compito impopolare a prima vista, e non facile, che comporta sin dal più modesto Consiglio comunale, ma anche dalle nostre personali scelte di acquisti, di trasporto, di alimentazione, di imballaggio, di riscaldamento ecc. sino alle grandi scelte degli Stati, delle industrie, delle organizzazioni internazionali, ecc. un’ inversione di rotta a 180 gradi”. Vuol dire scegliere di “vivere meglio con meno”. Questa scelta non va però vissuta come rinuncia per spirito di sacrificio o come scelta ideologica, ma come qualcosa di sperimentabile nella pratica e che può condurre a un benessere reale. Un tale cambiamento non può avvenire quindi come frutto di una politica punitiva o auto-punitiva in direzione di un ascetismo o basata sul meccanismo della paura della catastrofe che al contrario produce senso di impotenza, ma solo attraverso “una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile”. Vede così la necessità di passare dal famoso motto olimpico “del più veloce, più alto, più forte”, che domina e guida la società, ad una concezione alternativa del “ più lento, più profondo, più dolce”. Sono parole ricche di significato, che suggeriscono qualcosa che oggi è sempre più urgente. Sapersi fermare, avere la possibilità di condurre una vita in cui le relazioni umane possano avere il tempo di essere vissute, non essere più soffocati dall’ansia del fare, produrre, avere sempre di più. E’ in questa prospettiva che si deve cercare un nuovo benessere, che può così divenire desiderabile da tutti. Questa scelta di autolimitazione si traduce quindi in un scelta per una “vita semplice” , una vita cioè sobria, che non solo consumi poco, ma sia anche in grado di scoprire il gusto e la capacità di vivere senza un’infinità di protesi tecnologiche, libera da forme di dipendenza, alienazione, non autonomia, di rinunce all’essere noi stessi, che una vita improntata esclusivamente sulla crescita materiale al contrario comporta. E’ anche una vita che implica il rispetto e la riconciliazione con gli altri esseri umani e la natura.
Ecco quindi che per Langer si può arrivare ad una politica ecologica solo sulla base di “nuove ( forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate –come è ovvio-in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiosi, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche ( radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli).” Una tale rifondazione culturale e civile, la scelta di semplicità e di autolimitazione, individuale e collettiva, personale e sociale, si traducono, per Langer, in “conversione ecologica”, una delle più belle espressioni che lui usa per sottolineare la “dimensione di pentimento, di svolta, di un volgersi verso una più profonda consapevolezza e verso una riparazione del danno arrecato”, e che implica la necessità di un cambiamento personale ed esistenziale. Non è solo però un termine spirituale ma rimanda anche alla dimensione della produttività, dell’economia e alla sua relativa “riconversione” ecologica.
Uno degli scritti più belli di Langer sulla conversione ecologica, che ci restituisce il senso profondo che lui attribuiva a quest’espressione, ed anche il sentire sottile e delicato di Langer nei confronti del “vivere”, è la Lettera a S. Cristoforo, che lui vedeva da ragazzo dipinto all’esterno di tante piccole chiesette di montagna. Un omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio che trasporta un bambino sulle spalle da un parte all’altra del fiume. Nella lettera Langer parla così di questo santo, ormai non più tanto ricordato:” Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo avere militato –rispettato ed onorato per la tua forza e per il successo delle tue armi- sotto le insigne dei più illustri ed importanti signori del tuo tempo, ti sentivi sprecato. Avevi deciso di servire un solo padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre”. S Cristoforo, ci ricorda Langer, se ne andò su una riva di un pericoloso fiume per traghettare, grazie alla sua forza fisica, i viandanti che non ce la facevano, accettando così di svolgere un umile servizio apparentemente “”al di sotto”” di quella Grande Causa. Capitò che gli venisse richiesto un servizio a prima vista semplice rispetto alle sue forze, prendere sulle spalle un bambino e traghettarlo dall’altra parte. Dopo avere iniziato la traversata si rese conto che stava svolgendo uno dei compiti più gravosi di tutta la sua vita, che richiedeva un grande impegno. Capì con chi aveva avuto a che fare, aveva trovato il Signore. La rinuncia alla forza e la decisione di mettersi al servizio di un bambino compiuta da S. Cristoforo, la traversata apparentemente facile, ma il realtà faticosa, è per Langer una parabola delle Conversone ecologica.
Per portare avanti questa conversione è necessario “agire da inflessibili e coraggiosi indigeni laddove si vive e opera” connettendo quindi l’impegno locale con quello globale, passando da una prospettiva di breve ad una di lungo periodo, assumendo una responsabilità verso la natura, verso i prossimi, verso i posteri, rendendo esplicita la reciprocità che lega le persone di diverse parti del mondo, sostenendo la necessità di riconvertire, o convertire la nostra economia, la nostra organizzazione sociale, verso rapporti di maggiore compatibilità ecologica e sociale, di minore ingiustizia e di minore divaricazione sociale, di minore distanza tra privilegi da una parte e privazioni dall’altra.
La conversione ecologica per Langer pone quindi insieme allo stesso tempo la salvaguardia della biosfera, con la necessità di maggiore giustizia e con quella di pace. Per Langer infatti l’autolimitazione come scelta di contrazione è anche scelta di disarmo, smilitarizzazione, riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, di miseria, di distruzione, così come la semplicità è fatta anche di relazioni umane più conviviali e la riconciliazione, il rispetto e la convivenza con la natura è anche