pro dialog

Progetti

Davide Berruti e Sandro Mazzi, I corpi civili di pace e la collaborazione tra Difesa civile e Difesa militare, giugno 2003:
I corpi civili di pace nascono come risposta/alternativa da parte delle organizzazioni della società civile (ma anche di una parte delle forze politiche) alle politiche di intervento nei conflitti da parte dei governi e delle strutture militari. In quanto tali, fin dalla fase del ”pensare” i corpi civili di pace e del ”progettare” i possibili interventi ci si pone il problema del rapporto in cui operano con gli attori già presenti sul campo, in primis, i militari.

di
Davide Berruti è il coordinatore nazionale dell’Associazione per la Pace. Ha una lunga esperienza da formatore ed è esperto in politihe di peacebuilding. Per contatti: davideberruti@yahoo.it.
e
Sandro Mazzi è un ricerccatore e un formatore sulla pace del Centro Studi Difesa Civile. Collabora anche con l’Università di Frirenze per l’insegnamento ”Metodologie di formazione alla nonviolenza e alla pace”. Per contatti: perugia@pacedifesa.org.

INTRODUZIONE
Ecco perché il problema di che tipo di rapporto si può instaurare tra i due sistemi di difesa è insito nella questione dei corpi civili di pace. Ma se è vero che le organizzazioni della società civile impegnate in operazioni di pace si sono sempre poste il problema della collaborazione con i militari, è anche vero che questi ultimi sono sempre più attenti a considerare il ruolo dei nuovi attori nel teatro delle operazioni. Questo percorso che potremmo definire di ”avvicinamento” si svolge all’interno di un quadro internazionale che si evolve, a volte, in senso lineare, a volte invece in modo contraddittorio.
Diversi documenti delle Nazioni Unite indicano la necessità di formare personale capace di intervenire nelle situazioni di assistenza umanitaria ecc., che abbia anche competenze relazionali idonee a contribuire alla riduzione delle tensioni (nel 1995, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’allora Segretario Generale affrontò in modo sistematico il tema del contributo dei volontari civili nelle emergenze internazionali A/50/203/Add.1/1995 - Res. A/50/19/1995 – Res. A/52/171/1997 ). Del resto è dalla pubblicazione dell’Agenda per la Pace (1992) che le Nazioni Unite pongono come punto focale della loro azione la prevenzione dei conflitti; obiettivo da raggiungere attraverso l’utilizzo di personale civile debitamente formato . Kofi Annan, Segretario Generale delle N.U., ha, nella primavera del 1998, ribadito questo punto, sottolineando come il fallimento dell’operazione di peacekeeping delle N.U. in Somalia e Rwanda fosse da addebitarsi principalmente ad una mancata azione di prevenzione, svolta non solo dai militari ma anche dai civili.
Tra le Organizzazioni Internazionali impegnate nella risoluzione dei conflitti in atto negli ultimi anni c’è da considerare l’attività dell’OSCE, che ha insistito sulla proficuità di dispiegare esperti in materia civile nelle zone di conflitto. In particolare la recente Carta per la Sicurezza Europea, approvata ad Istanbul nel novembre del 1999, prevede all’art.42 l’istituzione di nuclei di esperti di pronta assistenza e cooperazione (REACT), ”[…] in grado di fornire assistenza, conformemente alle norme OSCE, nella prevenzione dei conflitti, gestione delle crisi e ricostruzione post-conflittuale”.
Di volontari civili impegnati in operazioni di pace si è occupato, e a più riprese, anche il Parlamento Europeo. Nel suo più recente intervento, la raccomandazione B4-0791/98 adottata il 10 febbraio 1999 (”Raccomandazione sul Corpo di Pace Civile Europeo”), esso, persuaso che tale Corpo di pace possa contribuire positivamente alla politica estera e di sicurezza comune, ed in particolare rafforzare la capacità dell’Unione di evitare che i conflitti negli Stati terzi, o tra Stati terzi, degenerino in violenze, raccomanda al Consiglio sia di incaricare ”senza indugio” la Commissione europea di realizzare uno studio di fattibilità sull’istituzione di un tale Corpo (al più tardi, per la fine del 1999), sia di avviare, in caso di esito positivo, un progetto pilota come primo passo per l’istituzione del Corpo. Obiettivi del Corpo civile di pace europeo (CPCE) saranno la trasformazione delle crisi provocate dall’uomo (per esempio la prevenzione dell’escalation violenta dei conflitti), e il contributo verso una loro progressiva riduzione. In ogni caso, i compiti del CPCE avranno un carattere esclusivamente civile. Esempi concreti delle attività del CPCE intese a creare la pace sono la mediazione e il rafforzamento della fiducia tra le parti belligeranti, l’aiuto umanitario, la reintegrazione, il ricupero e la ricostruzione, la stabilizzazione delle strutture economiche, il controllo e il miglioramento della situazione relativa ai diritti dell'uomo e la possibilità di partecipazione politica, l’amministrazione provvisoria per agevolare la stabilità a breve termine, l’informazione e la creazione di strutture e di programmi in materia di istruzione intesi ad eliminare i pregiudizi e i sentimenti di ostilità, e campagne d’informazione e d’istruzione della popolazione sulle attività in corso a favore della pace.
Il CPCE consisterà in due parti: un nucleo costituito da personale qualificato a tempo pieno che svolgerà compiti di gestione ed assicurerà la continuità (vale a dire un segretariato con compiti di amministrazione e gestione, assunzione, preparazione, intervento, rapporto di fine missione e collegamento); e un gruppo costituito da personale specializzato da destinare alle missioni (compresi esperti, con o senza specifica pregressa esperienza sul campo, tuttavia perfettamente addestrati), chiamato a compiere missioni specifiche, assunto a tempo parziale o con contratti a breve termine in qualità di operatori sul terreno (compresi gli obiettori di coscienza su base volontaria o volontari non remunerati). Il reclutamento si baserà su una rappresentanza proporzionale tra gli Stati membri dell’Unione europea. Oltre alle Organizzazioni citate, altre (OUA, WHO, ILO, FAO, etc.) nel corso degli ultimi anni hanno fatto esplicito riferimento alla costituzione di corpi civili che operassero nelle zone conflittuali a fianco delle forze armate, e qualora ve ne fosse la possibilità la creazione di una vera e propria figura professionale, che potesse essere utilizzata ogni qualvolta ve ne fosse la necessità.
Dalla fine della guerra fredda il tema del peacebuilding e della prevenzione dei conflitti è stata affrontata anche a livello statale e non solo internazionale. In quest’ottica occorre considerare il ruolo ricoperto dal Canada, che è stato il primo paese a lanciare un programma di peacebuilding e ad offrire assistenza a tutte quelle attività che avessero come obiettivo quello di rafforzare la pace. Una delle azioni concrete che si sono realizzate, è stata la creazione di un gruppo di esperti nel campo dei diritti dell’uomo e del peacebuilding, consultabili tanto dal governo quanto dalle Organizzazioni non governative. In Europa, il Regno Unito ha dal 1996 posto come essenziale nei Programmi di Aiuto la prevenzione dei conflitti da parte di un corpo civile. Occorre considerare come il governo inglese abbia messo in rilievo la possibilità di utilizzare un eventuale corpo di mediatori come un canale diplomatico alternativo a quello tradizionale, soprattutto nelle fasi di stallo delle trattative. Tale utilizzo dei mediatori di pace è stato suggerito anche dalla Svezia, il cui governo crede che un maggior coordinamento tra le forze militari e i civili possa essere la base necessaria di un nuovo concetto di difesa e sicurezza. Passi in questa direzione sono stati fatti anche in Norvegia e soprattutto in Olanda.
Relativamente alle amministrazioni locali, occorre considerare come, nonostante i molti pronunciamenti da parte di diverse Organizzazioni Internazionali e Stati nazionali, soltanto da poco e in maniera sporadica si pensa di programmare degli eventi formativi che abbiano come obiettivo quello di creare la nuova figura professionale del mediatore internazionale di pace. Ciò nonostante vi siano stati molti appuntamenti di carattere formativo che hanno avuto come obiettivo quello di rispondere a necessità contingenti: come l’invio di volontari nelle zone di guerra (in Kossovo per esempio). Questo appare ancora più paradossale se lo si mette a confronto con la richiesta montante di esperti civili di peacekeeping, peace-building e conflict-prevention, da parte di tutti gli organismi impegnati nelle zone di guerra.


1. LA COLLABORAZIONE CIVILE/MILITARE NELLE OPERAZIONI DI PEACEKEEPING VISTA DAI CIVILI

Il pacifismo degli anni ’80-’90, quello – per intenderci – a cavallo tra la fine della guerra fredda e l’inizio del nuovo disordine mondiale, ha prodotto alcune fondamentali fughe in avanti nel ”pensiero” corrente, senza le quali lo sviluppo delle politiche di pace negli anni seguenti non sarebbero state le stesse. Una di queste è la ”visione” dei futuribili Corpi Civili di Pace da parte di Alexander Langer. Tutto il mondo nonviolento, sia cattolico che laico, sembrava orientato verso l’eliminazione degli eserciti, la riduzione degli arsenali, il rifiuto della guerra, il tutto molto radicato in un profondo sentimento antimilitarista. Già il termine antimilitarismo viene quasi abbandonato alla fine degli anni ’90 per lasciare il posto ad una terminologia, conseguenza di un comportamento e di una prassi politica, sempre più orientata al positivo e al costruttivo. Si preferisce oggi parlare di ”gestione civile” sia da parte della corrente di pensiero ”dell’alternativa” al militare, sia da parte della corrente di pensiero ”della collaborazione” con il militare. In entrambi i casi, si preferisce orientare il discorso verso la conquista di un riconoscimento politico o pubblico piuttosto che continuare la ”battaglia” per un mondo senza armi e senza eserciti. Questa evoluzione sembra essere normale se badiamo al contesto generale in cui è collocata. Con la caduta del muro di Berlino ci si è sentiti (ma adesso capiamo l’ingenuo grande errore) al riparo dalla follia della corsa agli armamenti, non più minacciati dalle armi di distruzione di massa (termine quanto mai alla ribalta oggi), quasi certi che la storia ci avrebbe portati all’affermazione di quei valori di pace e nonviolenza per i quali ci si era tanto battuti. Invece, si è visto con graduale disincanto che i conflitti, invece di diminuire sono aumentati, che ulteriori stragi si sono commesse in vari continenti, che la minaccia della corsa agli armamenti riprende con rinnovato vigore anche nello spazio. Una tale situazione avrebbe potuto rilanciare una posizione politica di netta opposizione al militare, agli eserciti, alle armi, ed invece abbiamo assistito ad una graduale legittimazione e valorizzazione almeno dei primi due ed in una certa misura anche dell’industria bellica, da parte della quasi totalità del mondo politico. Questa lunga premessa ci serve a disegnare il contesto in cui inserire il dibattito interno al mondo pacifista, nelle sue varie componenti nonviolenta, cattolica, laica, no-global, circa la cooperazione con il militare.
Crediamo di poter dire che la crescente convinzione che una cooperazione con lo strumento militare sia non solo utile ma necessaria, non si debba ad una perdita di spirito critico, né tanto meno ad una sorta di ”abdicazione” etica, quanto ad una maggiore aderenza alla realtà e ad una conseguente strategia di lotta. In poche parole, si cerca di guadagnare spazio e credibilità lavorando sul campo, anche se questo significa farlo ”insieme” ai militari piuttosto che condurre le proprie attività nel completo isolamento ed in maniera – spesso ma non sempre – auto-referenziale. Il compimento di questo cambio di strategia è stato facilitato anche dall’evoluzione del rapporto tra movimento pacifista e cooperazione allo sviluppo, che ha portato questi due mondi ad interagire sempre di più, fino al momento in cui appare inconcepibile parlare di cooperazione senza porsi il problema della pace, così come sembra impossibile per le associazioni pacifiste rimanere sulle proprie battaglie politiche o ideali senza affrontare le cause economiche dei conflitti e quindi anche le condizioni di sviluppo e di benessere, lì dove si verificano conflitti. Questa convergenza ha iniettato parecchio senso della concretezza nel mondo pacifista, nonviolento e soprattutto ha fatto sì che si imparasse stando sul ”teatro” degli avvenimenti, piuttosto che da casa. Il risultato è che quello che i civili hanno imparato in questi anni lavorando nei luoghi di conflitto è che una collaborazione tra intervento civile e militare non solo è utile ai militari (per ”controllare” meglio come dicono i detrattori) ma è utile anche ai civili per consentire le condizioni di sicurezza nelle quali muoversi. Va da sé che gli scenari possono essere i più disparati, andando dal monitoraggio elettorale in cui la maggioranza di attori internazionali è disarmata, al bombardamento dall’alto in cui i civili vengono tagliati fuori se non sacrificati materialmente dall’intelligence che sceglie di risolvere manu militari il conflitto. Ovviamente l’adesione a questi modelli opposti non è la stessa.
Siamo di fronte ad una situazione che gli studiosi di difesa nonviolenta definivano di ”transarmo” ovvero la compresenza dello strumento militare e di quello nonviolento in una fase intermedia verso quella del completo disarmo. La polemica è se questo modello di collaborazione deve rimanere così com’è oppure deve essere solo una concessione ”transitoria” verso l’ideale della difesa popolare nonviolenta come unica difesa adottata dai popoli. Questo dibattito è sintetizzato benissimo, ad esempio, nell’introduzione all’edizione italiana del libro di Jean-Marie Muller ”Vincere la guerra”, scritta da Tonino Drago, uno degli studiosi di peace research più autorevoli in Italia e anche uno dei più conservatori .
C’è da considerare anche che le posizioni di militari e pacifisti sono in netta contrapposizione sul piano politico o concettuale e soprattutto su un tema come la preparazione alla difesa della patria, ma sono meno inconciliabili, fatte salve le differenze, quando si tratta di interventi di terza parte nel conflitto in cui è più facile vedere l’utilità dell’altro attore sulla base di un comune obiettivo, anche se permangono differenze di impostazione e di punti di vista.


2. LA COOPERAZIONE CIVILE MILITARE NELLE OPERAZIONI DI PEACEKEEPING VISTA DAI MILITARI

Dalla fine della guerra fredda il ruolo dei militari, anziché ridursi o esaurirsi, si è invece ampliato e complicato. Infatti, mentre prima la sicurezza era prevalentemente militare e rivolta verso una minaccia ben definita, dopo il 1989 essa si è trasformata in una serie di rischi multidirezionali: tipologia dell'intervento, qualità dell’intervento e teatro operativo sono sconosciuti fino al momento dell'impiego o quasi; gli aspetti militari della sicurezza vanno di pari passo con quelli politici, economici, psicologici, solidaristici e amministrativi, talché il sistema è divenuto molto complesso. Se poi ai parametri della complessità, intrinseci all'operazione, si aggiungono quelli che derivano dalla multinazionalità dei contingenti e delle altre componenti civili (istituzionali e ONG), i problemi operativi e gestionali si complicano ulteriormente, il che significa necessità di stretto coordinamento fra tutte le componenti che partecipano all’intervento che – come è a tutti noto – non è mai solo di peacekeeping o solo umanitario, ma contemporaneamente l'una cosa e l'altra. Ed i militari, che erano preparati e formati a gestire situazioni gravose, ma ben ancorate sostanzialmente a parametri militari, si sono trovati – da qualche anno – a dover gestire operazioni che impongono l'assunzione, oltre che del ruolo di ”guerrieri”, anche di quelli di ”guardiani dell'ordine”, della stabilità, del diritto internazionale e la loro azione è legittimata, non solo dalla difesa degli interessi nazionali, ma soprattutto dalla difesa degli interessi dell’intera comunità internazionale e, segnatamente, della parte più sofferente o più vessata dall'ingiustizia. La difesa della patria si amplia fino a comprendere la salvaguardia del diritto alla vita dei popoli e l'obbligo della solidarietà verso chi è vittima innocente della sopraffazione.
In sostanza, per i militari vale l'affermazione di Moskos secondo la quale ”il peacekeeping non è mestiere da soldati, ma solo loro sono in grado di farlo”; essa sarebbe confermata da ciò che constatiamo da alcuni anni: le FFAA ricevono missioni atipiche che solo loro possono condurre efficacemente stante la struttura della loro organizzazione e la sua capacità di fronteggiare le emergenze di qualsiasi tipo e l'imprevisto. E così, inevitabilmente, la cultura organizzativa militare si arricchisce: il peacekeeping chiede ai militari nuove capacità e nuove competenze. I tradizionali schemi di comportamento e di azione (disciplina, spirito di corpo, legame alla tradizione), non esauriscono il bagaglio dei valori e delle competenze necessario per i nuovi tipi di missione da assolvere.
II contatto personale con le popolazioni locali, le fazioni in lotta, i militari degli altri contingenti, i numerosi membri delle varie organizzazioni di volontariato, richiedono al nuovo soldato disponibilità al dialogo, apertura mentale e capacità d’uso limitato della violenza, in quanto il soldato diventa portatore di valori di solidarietà e convivenza. La grande complessità di questo tipo di operazioni richiede, in definitiva, lo sviluppo e il consolidamento di nuovi modelli di comportamento e di una nuova identità professionale da parte di tutti i protagonisti. Diventa così necessario verificare come questi protagonisti (civili e militari) reagiscono ai nuovi stimoli e si dia l’avvio a un processo di analisi delle cose che si possono fare insieme e del come farle, partendo da un elemento sicuramente comune a tutte le componenti nazionali: la ”vocazione italiana al peacekeeping”.
Da cosa deriva questa riconosciuta vocazione degli italiani al peacekeeping? Genericamente essa poggia su una cultura della solidarietà diffusa in modo eccezionalmente ampio nel nostro paese, sono più di cinque milioni gli italiani di ogni età, sesso, condizione sociale che alimentane il mondo del ”volontariato”. Per quanto riguarda le nostre FFAA, la nuova situazione strategica che ha comportato la partecipazione ad una serie di operazioni iniziate con il Libano e che anche oggi le vedono impegnate contemporaneamente e in modo tutt’altro che marginale in Bosnia, Albania, Montenegro, Macedonia, Kossovo e Afghanistan, ha costretto i vertici militari ad avviare una serie di mutamenti radicali nel sistema formativo di tutto il personale (Accademie, Scuole Sottufficiali, programmi addestrativi della truppa), che hanno adeguato alle esigenze della nuova militarità la cultura di base che - oltre agli aspetti tecnici e prettamente professionali - è stata arricchita da una componente umanistica (basata sulla sociologia, l'antropologia e la psicologia), da una consistente componente economica, politica ed internazionalista, nonché dalla diffusione fino alla leva dello studio delle lingue, attraverso la realizzazione di un progetto formativo originale, finanziato – in parte – con fondi strutturali europei.
In questo nuovo contesto operativo, operano – da parecchio tempo – molte organizzazioni civili (governative e non) che rappresentano uno strumento operativo fondamentale per attuare progetti di cooperazione allo sviluppo nei paesi che vivono momenti di grave crisi; va da sé, che i contingenti militari che hanno conosciuto e apprezzato tali organizzazioni stanno mettendo a punto sistemi e procedure per coordinare gli interventi in modo da renderli più efficaci possibile pur nel rispetto reciproco dei mandati particolari. È opportuno rammentare che l'attività delle ONG (garantite dall' art. 18 della costituzione) sono regolate dalla legge 26 feb. 1987 n. 49 e dalla legge 11 ago 1991 n. 288 e quindi la loro presenza nei vari teatri di operazioni è ampiamente legittimata. Ciò posto, esaminiamo gli strumenti di cui si avvalgono le nostre FFAA per la cooperazione civile-militare in ambito nazionale e qualche cenno a ciò che avviene in ambito NATO; è bene comunque precisare che l'intera organizzazione CIMIC (Civil and Military Cooperation) è in corso di continua revisione sulla base delle ”lessons learned” tratte dalle operazioni di pace recentemente condotte e da quelle in corso.

2.1. GENERALITÀ SULL’INTERVENTO DELLE ONG NELLE PSOS - PEACE SUPPORT OPERATION E RELAZIONI CON I CONTINGENTI MILITARI

Le idoneità sancite dal MAE e previste dalla legge n. 49, rappresentano altrettante modalità d'azione delle ONG nei vari, settori della cooperazione e, in particolare, nelle PSOs. Nelle Operazioni cosiddette umanitarie, infatti, è possibile individuare alcuni grossi filoni di impegno delle ONG, non necessariamente disgiunti. Essi possono essere riassunti come segue:

- ONG di ”volontariato” classiche;
- ONG che realizzano progetti di cooperazione a breve – medio termine o in situazioni di
emergenza, con l'invio di personale diversamente inquadrato, secondo la qualifica e l'esperienza
professionale;
- ONG che sono orientate verso il sostegno tecnico-economico di partner dei PVS, cofìnanziando la realizzazione di microprogetti gestiti da referenti locali senza invio di volontari;
- ONG specializzate in studi, ricerche: e formazione di personale italiano o proveniente dai PVS.

Vi sono, poi, ONG che operano prevalentemente in Italia attraverso la realizzazione di attività di informazione e di educazione sui temi dello sviluppo, della cooperazione internazionale e della
mondialità, rivolte alle scuole o ad altri segmenti di popolazione. Le recenti operazioni umanitarie hanno evidenziato la raggiunta consapevolezza, da parte delle agenzie umanitarie, della necessità di adattare i progetti alle condizioni locali, che sono spesso trascurate dalla cooperazione su larga scala. Intatti, i grandi progetti, quando mirano ad incidere sullo sviluppo di un Paese a livello macroeconomico (attraverso trasferimenti massicci di teconologia sofisticata, la realizzazione di infrastrutture e la costruzione di impianti industriali), incontrano crescenti e talora insormontabili difficoltà operative, a causa della scarsa attenzione dedicata al tessuto socioculturale ed alle dinamiche economiche esistenti ai livelli più bassi. Anche per questo, le ONG si pongono sempre più come un interlocutore attendibile dei Paesi donatori e delle grandi Organizzazioni Internazionali di cooperazione; infatti, la loro presenza nelle aree di crisi già durante le fasi più delicate dei conflitti o nelle fasi appena successive, le pone in grado di formulare progetti strettamente legati alla situazione locale e di ottenere risultati concreti e sostenibili in risposta alle esigenze delle popolazioni (che esse conoscono bene), utilizzando una limitata quantità di risorse. Il processo di ripensamento delle strategie di sviluppo e delle modalità di attuazione della cooperazione, avviato alla fine degli anni ‘80 dai principali Paesi donatori e dagli organismi internazionali, pone del resto l'accento su metodi, obiettivi e valori che sono fin dall'origine patrimonio indiscusso delle ONG.


3. LA FORMAZIONE ATTUATA DAI CIVILI

La legge n. 64 del 6 marzo 2001 istituisce il servizio civile volontario; essa si pone esplicitamente in continuità con la 230 del 1998 importante perché, oltre a regolamentare il servizio civile sostitutivo, sanciva il diritto alla sperimentazione di forme di difesa popolare nonviolenta e prevedeva l’invio di obiettori in missioni di pace all’estero. Tale diritto, già sancito dagli articoli 11 e 52 della Costituzione italiana, trova ulteriori affermazioni con la nuova legge. D’altra parte essa, se da una parte ribadisce e apre nuovi scenari per l’affermazione del principio della difesa non armata della patria (si tratta sicuramente di un importante passaggio in relazione alla legge del 1972, che sanciva il dovere di svolgere il servizio civile, una volta esercitato il diritto all’obiezione di coscienza), dall’altra lascia poco chiari alcuni aspetti legati alla preparazione che gli operatori del nuovo servizio civile (denominato ”servizio civile nazionale” o ”volontario”) dovranno avere. È opportuno rilevare che il cambiamento generato con l’introduzione del servizio civile volontario determina una selezione e un cambiamento negli operatori del servizio stesso (basti soltanto pensare che attualmente la stragrande maggioranza di chi ne fa richiesta è donna). In particolare, chi opterà per il servizio civile volontario avrà motivazioni e aspirazioni ben diverse rispetto alla media dei vecchi obiettori di coscienza. In pratica, nei momenti formativi previsti, si dovranno curare anche questi aspetti e si dovrà fornire una preparazione più vicina a quella professionale e, soprattutto, sarà opportuno evidenziare quali sbocchi occupazionali l’esperienza potrà portare con sé. Gli enti convenzionati per avere operatori del servizio civile si stanno attrezzando in questo senso .
In generale, negli ultimi anni si è assistito, con particolare riferimento alla realtà italiana, ad un proliferare di offerte formative sul tema della gestione costruttiva dei conflitti e della risoluzione pacifica della controversie. Varie organizzazioni (governative e non), ma anche amministrazioni locali e università. Questa nuova sensibilità è frutto del diffondersi della fiducia nell’approccio costruttivo alla gestione dei conflitti e delle crisi internazionali. Da parte di più ambienti si riconosce l’importanza che il supporto dei civili può dare alla soluzione delle controversie internazionali. Tale sensibilità si intreccia con quella che riconosce una maggiore dignità al servizio civile con la succitata legge 64/2001. È probabilmente per questi motivi che aumentano le iniziative di formazione sul contributo dei civili nelle situazioni di crisi: la società civile si organizza sempre meglio, si incontra col mondo dell’università dando luogo a nuovi corsi di laurea; le amministrazioni locali cominciano a finanziare progetti per la creazione di nuove figure professionali (mediatori internazionali, promotori di pace); talvolta, anche le istituzioni militari si incontrano con il mondo dell’associazionismo, per integrare le tradizionali competenze con quelle dei civili, (cura degli aspetti psicologici e di quelli relazionali). Come si legge nei documenti finali e in corso di pubblicazione del Forum ”Verso i Corpi civili di pace”, tenutosi a Bologna gli scorsi 6-8 giugno ”È auspicabile che questi [i nascenti corsi di laurea e corsi finanziati dalla amministrazioni locali], diventino un punto di riferimento anche per la formazione dei volontari del Servizio Civile Nazionale che risulta attualmente in fase di programmazione. Ciò garantirebbe, se concentrato sulla formazione dei formatori, una maggiore omogeneità nella preparazione e una rispondenza maggiore alla attuale legislazione italiana che prevede forme non armate di difesa e di intervento nonviolento in operazioni di pace all’estero”. Passeremo ora in rassegna alcune delle esperienze più significative.

La formazione dei Corpi civili di pace per le emergenze internazionali: un corso del CSDC
Attraverso una breve descrizione degli obiettivi, metodologia e contenuti di un training organizzato dal Centro Studi Difesa Civile (da ora CSDC) si vogliono evidenziare le coordinate principali di un corso di formazione per l’invio di civili in aree di conflitto. L’obiettivo generale di un tale corso è l’acquisizione da parte dei discenti dei concetti teorici, delle competenze relazionali e delle abilità pratiche necessarie per poter operare nelle situazioni conflittuali che precedono o seguono gli eventi bellici. Gli Operatori di pace, adeguatamente formati, agiranno quindi in programmi di assistenza umanitaria, di cooperazione allo sviluppo e di solidarietà internazionale a favore dei paesi che versano in situazioni di elevata conflittualità sia in Italia, attraverso la progettazione, il coordinamento e il monitoraggio dell’impatto sui conflitti degli interventi, che all’estero nella realizzazione degli interventi stessi.
Dal punto di vista col quale il CSDC vede l’intervento dei civili, la formazione si costituisce di due piani essenziali: uno è quello dei contenuti e dell’articolazione dei moduli; l’altro è quello del processo e del metodo formativo. In un’ottica psicopedagogica innovativa è soprattutto quest’ultimo a venire valorizzato. Il processo formativo non sarà solo quello classico basato sulle lezioni dalla cattedra, ma sarà ampiamente integrato con esercitazioni pratiche ed attività atte a favorire l'affiatamento di gruppo, secondo le esperienze della psicologia umanistica, ed a completare lo sviluppo delle competenze relazionali e comportamentali, ivi compresa l'autodisciplina necessaria a questo tipo di interventi.
L’intervento formativo sarà articolato in diverse azioni che accompagneranno la formazione in senso stretto, sono infatti previsti: uno stage in ONG e Istituzioni governative che operano nella dimensione internazionale; un lavoro di progetto (project work) che attraverso un’applicazione pratica delle conoscenze/competenze acquisite in aula e nello stage, permetterà l’acquisizione di strumenti tecnico/operativi; un piano di comunicazione necessario per fornire un’adeguata visibilità ad un ”mestiere nuovo” come quello dell’operatore di pace e che prevedrà infine un periodo di accompagnamento nel mercato del lavoro successivo al corso. Gli interventi formativi del CSDC prevedono inoltre il raggiungimento dei seguenti obiettivi specifici:

- orientare su entrambi i contesti specifici dove i futuri mediatori andranno ad operare, cioè sia sulle OOII e sulle loro regole sia sulle dinamiche che si producono nei conflitti e nelle situazioni locali dove operano le realtà del Terzo Settore;
- mettere a contatto i corsisti con docenti provenienti dai diversi ambienti in cui rilevano le competenze di promozione dei processi di pace: dirigenti di ONG, professori universitari in materie internazionalistiche, trainer provenienti dal mondo della nonviolenza, ufficiali delle FFAA coinvolte nelle missioni internazionali, ecc.;
- fornire le competenze utili a ricoprire ruoli di gestione positiva e non conflittuale dei processi;
- sviluppare, attraverso laboratori interattivi, le competenze relazionali idonee a poter intervenire nei progetti concreti di volta in volta definiti gestendo costruttivamente le relazioni umane in situazioni di tensione e di difficoltà;
- fornire ai corsisti, attraverso un project work costruito lungo tutto l’arco del corso, gli strumenti concettuali per la costruzione di proprie iniziative, individuali o cooperative, nel settore.

La complessità delle situazioni di conflitto impone un approccio olistico alla gestione costruttiva dei conflitti, in differenti situazioni di conflitto saranno infatti necessarie diverse professionalità. La formazione affronterà quindi l’intero spettro delle competenze per una gestione positiva e nonviolenta dei conflitti in modo da raggiungere la testa, il cuore e il corpo.
Alla luce delle considerazioni che precedono acquista un’importanza particolare l’ottica interdisciplinare che valorizzerà le sinergie tra i processi di prevenzione e costruzione della pace e l’azione umanitaria, la cooperazione allo sviluppo e la cooperazione tra esperti militari ed esperti civili. Inoltre, poiché molti degli argomenti che vengono affrontati nel corso sono correlati, sarà necessario individuare delle linee conduttrici tematiche (questione di genere, analisi dei conflitti, ecc) che attraverseranno il corso e che forniranno un utile traccia per affrontare temi che spesso vengono ”confinati” nelle rispettive aree disciplinari. L’aspetto multidimensionale e la complessità di molti dei contenuti e dei problemi affrontati suggeriscono allora di impostare il processo di apprendimento secondo unità didattiche molto definite.
Infine, anche se lo schema qui presentato è stato realizzato per il corso base, sarà necessario approntare un corso di specializzazione in cui verrà affrontato il contesto specifico in cui si andrà ad operare per approfondire la conoscenza delle realtà e delle culture locali, delle istituzioni internazionali presenti in loco, della struttura e dell’organizzazione operativa delle missioni di pace, o per approfondimenti di alcune professionalità necessarie. Di seguito i titoli dei principali moduli che vengono affrontati nel corso base:

1. Conoscenze teoriche: funzioni di peacekeeping, di peacemaking, di peacebuilding:
· Sistema internazionale e conflitti. Analisi delle principali crisi.
· Introduzione alle Organizzazioni Internazionali e principali strumenti di gestione pacifica delle controversie
· Teorie dei conflitti e Peacebuilding
· Diritto internazionale umanitario e diritti dell’uomo: i principali strumenti di tutela internazionale della persona umana
· Il Peacekeeping militare
· Il ruolo delle ONG nel processo di pace: come la cooperazione allo sviluppo e l’assistenza umanitaria incidono sui conflitti
· Diplomazia popolare e interposizione

2. Competenze trasversali: capacità relazionali e competenze comunicative
· Comunicazione e problem solving strategico
· Gestione nonviolenta dei conflitti
· Gestione delle emozioni in situazioni di stress
· Competenze relazionali e interculturali
· Metodi e tecniche di negoziazione e mediazione
· Group building - Metodi e tecniche per la facilitazione dei processi decisionali di gruppo

3. Competenze tecnico - operative
· Project cicle management
· Tecniche di azione e interposizione nonviolenta
· Tecniche di osservazione e promozione dei diritti umani
· Modalità pratiche esperienziali (es. dinamiche di gruppo, role playing)
· Tecniche utilizzate per l’indagine, le interviste, la raccolta di testimonianze, l’inchiesta e la comunicazione di tipo giornalistico

I corsi di laurea universitari
Da qualche anno è istituita la Classe di Corsi di Laurea 35 denominata ”Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace”. Si tratta di un importante segnale che viene dal mondo dell’università, che in questo modo cerca di dotarsi di strumenti per la specializzazione nel settore dei Peace studies. Le competenze e le conoscenze che si cerca di fornire sono trasversali e cercano di integrare la conoscenza della storia, del diritto e dell’economia con quella delle scienze sociali. A seconda delle inclinazioni locali, viene data particolare cura agli aspetti psicologici, geopolitici, economici o storici . A Firenze, l’obiettivo del corso di laurea interfacoltà ”Operatori di pace”, è formare mediatori dei conflitti in vari contesti (scuola, lavoro, quartiere, enti locali e altre organizzazioni), operatori della cooperazione alla pace (in organizzazioni intergovernative, governative, ed anche non governative). È di particolare interesse, tra le possibili realtà professionali alle quali potrebbero rivolgersi i laureati di Firenze, il riferimento agli istituendi "Corpi Civili di Pace" per l’intervento nonviolento in situazioni di conflitto .
A Pisa è da qualche anno istituito il corso di laurea in ”Scienze per la pace”, interfacoltà come a Firenze. Gli sbocchi formativi sono la mediazione e conciliazione di pace in generale; la cooperazione internazionale (diversi ruoli richiesti nei progetti di cooperazione internazionale gestiti da organismi nazionali, internazionali o sovranazionali, e dalle organizzazioni non governative); soluzione pacifica dei conflitti (figure che operino negli organismi nazionali e internazionali, fornendo apporti ad azioni nonviolente per la soluzione di controversie, per la trasformazione dei conflitti, nella gestione delle fasi che seguono conflitti armati); terzo settore e formazione per l’educazione alla pace e alla nonviolenza. Tra gli insegnamenti istituiti, di particolare interesse sono: Sociologia dei conflitti e teoria della nonviolenza; Evoluzione delle scienze tra guerra e pace; Conciliazione e risoluzione di conflitti; Teoria e prassi della nonviolenza; Strategie di difesa popolare nonviolenta .

Le esperienze delle associazioni e delle organizzazioni non governative della società civile
Sempre più numerosi sono i training che vengono fatti dalle organizzazioni che effettuano interventi sul campo per trasferire le competenze acquisite e formare nuovi operatori (si ricordano, a titolo esemplifcativo, i corsi delle Peace Brigades international - PBI, dell’Associazione per la pace, del FOCSIV - Volontariato nel mondo Federazione Organismi Cristiani, della Fondazione Alexander Langer, e i corsi Formin’- Centro di Formazione Internazionale) oltre a varie altre iniziative delle quali si trova aggiornamento periodico sui siti internet www.unimondo.org e www.peacelink.it.

Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace - UNIP
Un importante esperienza è data dall’Università internazionale iupup fondata a rovereto nel1993 la quale provvede a insegnare e addestrare persone attive nelle ONG ed è attiva nella promozione dei diritti umani e della pace.IUPIP è orientata verso le attività delle ONG e della società civile(?). Obbiettivi primari della IUPIP sono: la promozione di una cultura globale di pace nello spirito dell’UNESCO, contribuire allo sviluppo di un ordine mondiale basato sull’implementazione dei diritti umani, sulla diffusione del concetto di nonviolenza, preparare e valorizzare le abilità e le capacità diplomatiche dei soggetti per la risoluzione pacifica dei conflitti. Le attività formative della IUPUP sono: un corso biennale su diritti umani e trasformazione del conflitto per studenti di giurisprudenza Israelo- Palestinesi (iniziato nel 1998). Corso annuale per formatori del servizio civile per obiezione di coscienza (iniziato nel 1994). Corsi su diplomazia popolare, rispetto dei diritti umani, cooperazione internazionale, educazione economica interculturale, per insegnanti locali, sindacati e gruppi di base .

The Peace Center Burg Schlaining
Non di rado i corsi tengono di conto delle competenze richieste dalle agenzie internazionali . Il Peace Center Burg Schlaining organizza alcune attività di formazione per futuri operatori OSCE. Il medesimo centro è composto dal Centro austriaco per gli studi sulla pace e la risoluzione dei conflitti e dal Centro studi universitario europeo per la pace. ASPR ha come obiettivo di contribuire alla promozione della pace e alla risoluzione pacifica dei conflitti e alla diffusione di idee pratiche per la pace, compresi i suoi aspetti ambientali e di sviluppo. Nel 1996 l’ASPR è diventata la prima organizzazione che ha ottenuto con la Banca Mondiale di pianificare condurre un programma di addestramento comune per la preparazione di progetti. realizzazione e gestione dei conflitti per la Bosnia Erzegovina molte volte all’anno. In particolare, il corso base per l’addestramento alla preparazione della missione per l’OSCE contribuisce non solamente a dare capacità nella gestione dei conflitti e d’intervento nelle aree di crisi ma soprattutto sviluppa la capacità degli stati partecipanti e dell’OSCE di creare team di cooperazione e esperti di assistenza rapida i quali saranno a disposizione dell’OSCE per provvedere all’assistenza in accordo con le norme dell’OSCE che regolano la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi, e il ripristino postbellico. Il contenuto e la metodologia di questa formazione sono basate sulla lunga esperienza del Centro studi Austriaco per la pace e la risoluzione dei conflitti con il proprio programma di formazione di operatori internazionali civili per attività di PK e PB e l’iniziativa congiunta con i suoi tre partners (il Berghof Research Center for Constructive Conflict Management in Berlin, il Constitutional and Legal Policy Institute, di Budapest, affiliato con la Central European University and the Diplomatic Academy Vienna) per la creazione di un Accademia OSCE basata su una ”Accademia estiva sull’OSCE”. L’addestramento basato, inoltre, sulla prima edizione di ”Training Standards for Preparation of OSCE Mission Staff” , che stabilisce le linee guida dei corsi per la progettazione della costruzione del lavoro sul campo per futuri membri di operazioni di gestione dei conflitti e di ripristino postbellico in area OSCE sviluppati dalla Task Force REACT in collaborazione con Ufficio di coordinamento per la formazione e la capacità costruttiva nel giugno 2000. Tramite tali standard, l’addestramento funziona anche come programma pilota dando l’opportunità di testare e migliorare gli standard per ulteriori corsi. La partecipazione dell’OSCE nel corso include la presenza di formatori. Tale formazione aspira ad una prospettiva transnazionale transprofessionale, e transorganizzativa. La facoltà è composta da un gruppo internazionale di ricerca familiare con le attività di missione OSCE nella realtà della prevenzione dei conflitti della gestione delle crisi del ripristino postbellico.

Master CEIDA in diritto umanitario, peacebuilding e gestione costruttiva dei conflitti
Questo Master nasce dall’esigenza di riformulare caratteristiche e strategie degli interventi militari, sempre più orientati alla difesa e alla tutela delle condizioni di democrazia e pace. Esso si propone di fornire una preparazione riguardo ad alcuni aspetti di trasformazione della cultura della pace e della guerra e all’acquisizione di tecniche e strategie per il peacebuilding e peacekeeping. La necessità di sviluppare nuovi strumenti di intervento nella prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti a livello internazionale ha portato al rapido sviluppo di nuove figure professionali di operatori militari e civili nelle missioni internazionali, sia nelle organizzazioni internazionali (in particolare ONU e OSCE), sia all’interno delle organizzazioni non governative (ONG). Il Master è destinato a personale dell’amministrazione militare, a personale impegnato in attività di cooperazione e di diplomazia internazionale e in missioni operative in situazione di conflitto armato.


4. LA FORMAZIONE ATTUATA DAI MILITARI

In un'ottica non più di guerra ma di mantenimento della pace gli eserciti dei paesi europei necessitano di una ridefinizione del loro ruolo e di una riorganizzazione in termini operativi. Come molti altri paesi l'Italia si è trovata nella situazione di doversi adeguare a tale ristrutturazione. Nonostante differenti posizioni in merito attualmente si è optato per l'abolizione del servizio di leva obbligatorio a favore di un servizio militare volontario. Le cause che hanno generato questo cambiamento, oltre al mutato scenario politico internazionale, si possono così riassumere: preclusione di alcune classi sociali, le più abbienti, alla vita militare di giovani provenienti dai ceti economicamente più elevati avevano maggiore possibilità di rinviare o addirittura di evitare il servizio di leva per motivi di studio). Questo, oltre a configurarsi come una palese ingiustizia sociale, portava ad un impoverimento culturale delle forze armate.
Maggiore percentuale di giovani che scelgono di svolgere il servizio civile, tramite l’obiezione di coscienza. Ad oggi le richieste per il servizio civile alternativo alla leva militare ammontano a circa 100.000, contro una disponibilità di posti pari a 65.000. Questo comporta l'esonero da qualunque obbligo civile o militare delle 35.000 unità eccedenti". Il calo della natività degli ultimi anni ha reso insufficiente il numero dei militari di leva per classe di età. Il fattore sociale per cui l’adempimento dell' obbligo militare non è più fortemente sentito dalla stragrande maggioranza della popolazione giovanile e non. Di conseguenza le nuove politiche sociali non possono non tener conto di questa tendenza. Il sistema di riqualificazione delle forze armate predilige la qualità a scapito della quantità. Difatti da un lato si nota una riduzione in termini di unità mentre dall' altro un' attenzione particolare alla sfera culturale, tanto che il nuovo modello di difesa prevede una ristrutturazione e un miglioramento della qualità della vita militare, fornendo un curriculum che vanta corsi di informatica, lingua inglese, avviamento al lavoro e materie scientifiche e umanistiche, il tutto appoggiato sul finanziamento del Fondo Sociale Europeo, il quale fornisce un attestato professionale riconosciuto a livello europeo.
Il nuovo quadro strategico-sociale delle forze armate prevede, oltre all'introduzione del servizio militare volontario, anche un'apertura alle donne e una riorganizzazione gerarchica che prevede una nuova categoria di sottufficiali. I nuovi soggetti sociali delle forze armate sono così raggruppati: i volontari, le donne, i nuovi marescialli. Per quanto riguarda la figura del sottufficiale in passato questi era soprattutto un tecnico, di solito un ingegnere. Da alcuni anni a questa parte ha acquisito competenze umanistiche, attraverso I' introduzione di una laurea in scienze strategiche, equiparata ad una in scienze politiche con particolare attenzione ai soggetti con cui dovranno dialogare (O.N.G., organizzazioni internazionali ecc.). In Italia l'introduzione delle donne all'interno delle forze armate è un fenomeno recente. A differenza di altri paesi europei che a loro riservano solo particolari incarichi (per es. il caso della Germania dove alle donne vengono affidati i settori delle trasmissioni, dei servizi logistici e burocratici), nel nostro paese queste possono ricoprire qualsiasi ruolo, anche quello del combattimento, purché sussista l'idoneità fisica. Anche l'addestramento è equiparato a quello maschile. Inoltre è in funzione una Commissione del Ministero per il controllo di eventuali irregolarità in materia.
Il fine della riorganizzazione della Difesa italiana è l'acquisizione di una nuova capacità operativa in grado di: difendere gli interessi vitali del paese; salvaguardare gli interessi euro-atlantici e comunitari prevenire le crisi internazionali; salvaguardare le istituzioni repubblicane e le attività sociali e soccorrere in caso di calamità nazionale o internazionale. Per quanto concerne gli interessi vitali del paese si intende innanzitutto l'integrità dei confini nazionali, la sicurezza dei connazionali all' estero, delle aree di sovranità (le ambasciate) e delle vie di comunicazione. anche internazionali. A questo concetto di difesa nazionale si affianca un concetto di "difesa integrata" che deve essere necessariamente posta in relazione alla Nato e all'U.E.. Si può di conseguenza affermare a ragione che la pace mondiale rappresenta un interesse prioritario dell'Italia. In relazione a quanto detto si sta facendo strada un nuovo modo di intendere la difesa, il peacekeeping, inteso come mediazione per la risoluzione delle crisi ed il mantenimento delle relazioni internazionali. Oramai infatti lo spauracchio di un nemico esterno da cui difendersi è venuto a crollare e si parla sempre di più di gestire la violenza utilizzando la forza e rimanendo su una posizione etica.
La Cooperazione civile - militare, come più volte ricordato, è in continua evoluzione, grazie anche agli sforzi, nel campo dell'addestramento e della formazione, prodotti dalle Forze Amiate per capitalizzare le esperienze vissute e tentare di creare una vera cultura nell'ambito della CIMIC. Verranno pertanto illustrati, di seguito, alcuni dei percorsi formativi ritenuti più significativi, che testimoniano di un'attività formativa concepita a largo spettro e che investe la preparazione di Ufficiali, Sottufficiali e militari di truppa, allo scopo di trasformare continuamente le lezioni tratte dall'esperienza in apprendimento organizzativo. Come si vedrà, particolare attenzione è stata posta, in tutti i corsi, all'inserimento di lezioni attinenti alle organizzazioni umanitarie nelle PSOs.

Corsi COCIM
Annualmente lo Stato Maggiore della Difesa, attraverso il 3° Reparto - Centro Militare per la
Difesa Civile - organizza un Corso COCIM cui partecipano militari (anche di altre Nazioni), rappresentanti di vari Ministeri, di enti locali e di OI/ONG. Tale Corso, oltre a fornire una valida preparazione in materia, consente, attraverso il confronto giornaliero e le discussioni su quanto esposto nel corso delle lezioni, di creare quell'indispensabile conoscenza reciproca (tra quadri militari e funzionari civili) che poi, al momento dell'emergenza, permetterà di realizzare la sinergia di sforzi necessaria per ben operare, mettendo da parte pregiudizi e luoghi comuni. Il Corso si prefìgge di fornire elementi di conoscenza specifici ed aggiornare Ufficiali delle F.A. e Dirigenti di altri Dicasteri ed Enti - comunque interessati alle attività inerenti la Difesa Civile e la cooperazione tra le organizzazioni civili e militari - sulla pianificazione civile d'emergenza (sia in ambito NATO che nazionale). Partecipano al Corso, come detto, Ufficiali Superiori delle F.A. e funzionali civili della Presidenza del Consiglio e di altri Dicasteri, come pure di Enti quali ENAS. ENAC, ENEL, FS, WIND, TELECOM, ecc. Il Corso è aperto anche ad Ufficiali stranieri provenienti sia da Paesi aderenti al PtP che da Paesi con i quali l'Italia ha stipulato accordi bilaterali in materia di COCIM. Tra gli argomenti di particolare rilievo, illustrati da conferenzieri esperti nel campo, va citata l'analisi del quadro normativo di riferimento, la pianificazione civile d'emergenza in ambito NATO e lo studio di numerosi casi concreti (case study), che sono accompagnati anche da visite ed incontri.

Corsi CIMIC
La Scuola di Guerra dell'Esercito svolge, annualmente, un ”Corso G5” per giovani Ufficiali della Forza Armata destinati a ricoprire l'incarico di Ufficiale CIMIC. Il Corso, gestito dalla Cattedra CIMIC dell'Agenzia ”Analisi d'Area” del Dipartimento ”Studio dei Conflitti” della Scuola, ha l'obiettivo di indirizzare gli Ufficiali frequentatori nell'acquisizione delle capacità tecniche e professionali necessario per il loro impiego nella branca G5/S5 di un Comando a livello reggimento, uno Stato Maggiore di G.T.J. in guarnigione ed in operazioni di guerra o diverse dalla guerra, in contesti nazionali e multinazionali; inoltre, fornisce stimoli e strumenti metodologici idonei ad ampliare autonomamente la preparazione professionale militare ed incrementare la capacità di affrontare e risolvere autonomamente problemi tecnici ed operativi del proprio livello, mediante la ragionata e flessibile applicazione di un metodo di lavoro. In futuro i corsi di branca S5/G5 saranno inseriti nell'ambito del Corso di Stato Maggiore. Da notare anche l'inserimento, nell'iter formativo di Ufficiali, Sottufficiali e Volontari professionisti, di Corsi basici per istruttori PSOs, indirizzati a Comandanti di compagnia, Marescialli, Comandanti di plotone, Volontari, Comandanti di squadra, Osservatori, Controllori militari e Ufficiali di collegamento. Questi Corsi vengono svolti presso il Centro CRO di Cesano di Roma; nel loro programma vengono insegnati gli elementi chiave della cooperazione civile-militare, del diritto umanitario e dei rapporti con le Organizzazioni civili. Da parte sua, la Scuola del Genio, situata a ROMA - Cecchignola, organizza sessioni informative sul ruolo del Genio nella Cooperazione civile-militare in missioni WAR e MOOTW, a favore degli Ufficiali del Genio Militare, Arma che nelle PSOs risulta spesso molto coinvolta in attività CIMIC. La formazione del personale da destinarsi alle cellule CIMIC non può, comunque, basarsi solo sulla frequenza dei corsi COCIM/CIMIC, sebbene la partecipazione a tali corsi rappresenti il viatico istituzionale per poter operare in una Cellula CIM1C. In particolare, proprio la caratteristica ”evolutiva” della problematica suggerisce di approfondire la preparazione teorico - pratica con la partecipazione a corsi nazionali ed internazionali, anche in ambito civile. L'approccio con frequentatori ed esperti internazionali garantisce infatti quel travaso di conoscenze che, opportunamente capitalizzato dalle Forze Armate, può portare ad uno sviluppo significativo della tematica.

The Swedish Defence Wargaming Centre and the Viking Exercises
Il centro di difesa svedese per il wargaming è un’organizzazione indipendente all’interno delle FF.AA. svedesi che insieme allo Staff interforze è incluso nel Comando interforze. Il compito di SDWC è di supportare la totale Difesa Svedese nelle proprie attività di esercitazione C3. SDWC supporta inoltre le attività di esercitazione del Comando Interforze . Sommato a ciò SDWC fa parte di una metodologia di sviluppo di pianificazione di simulazioni al computer nonché nella direzione di esercitazioni sperimentali all’interno delle strutture per il controllo dello sviluppo dei requisiti per sistemi C2. Il Comandante del SDWC è stato nominato Comandante dell’esercitazione VIKING 03. VIKING è un’esercitazione simulata al computer cui partecipano sia militari che autorità civili. Principale obiettivo del VIKING è sviluppare la CIMIC in un fittizia guerra civile dove la missione consiste nella messa in sicurezza e nell’inizio della ricostruzione dell’area di crisi. I partecipanti all’esercitazione provengono approssimativamente da 20 paesi a consistono dal lato civile di organizzazioni quali, tra le altre, Croce Rossa, Save the Children, Polizia nazionale svedese, Comitato internazionale della Croce Rossa, il Consiglio Nazionale svedese per le emergenze.

Percorsi formativi frutto della collaborazione tra Forze Armate e Università
Master in Peacekeeping and Security Studies
Nel contesto dell'evoluzione dei percorsi formativi degli Ufficiali in ambito Difesa, vale la pena sottolineare il Master in ”Peacekeeping and Security Studies”, organizzato dall'Ispettorato per la Formazione e la Specializzazione dell'Esercito in collaborazione con l'Università degli Studi ”ROMA TRE” e aperto anche a studenti civili. Il corso universitario è stato concepito per rispondere alla duplice necessità di disporre di un bacino di personale dall'elevata ”expertise” da impiegare nello specifico settore, in relazione agli impegni internazionali cui è dilaniata la Forza Armata e di acquisire la capacità di affrontare, in termini scientifici, il problema del coordinamento e della comunicazione tra personale militare e funzionari delle organizzazioni internazionali presenti nei teatri di crisi. Il Master in Peacekeeping (evoluzione di un Corso di perfezionamento istituito nel 2000), il cui programma contiene, fra l'altro, lo studio di casi particolari (missioni precedenti in Sornalia, Mozambico, Bosnia, ecc.) e le modalità di approccio con le agenzie civili preposte agli aiuti umanitari, si prefigge, in definitiva, l'obiettivo di conferire una specifica preparazione al personale delle Forze Armate, necessaria per operare in modo compiuto ed efficace nelle operazioni inerenti al mantenimento della pace, nonché per sviluppare la cultura della sicurezza quale indispensabile patrimonio professionale del ”peacekeeper”. Il Master è realizzato in collaborazione con: SSAI (Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno); INTERSOS- MAU (Mine Action Unit); MOVIMONDO (Elex); CeAS (Centro Alti Studi per la lotta al Terrorismo e alla Violenza Politica); IAPTN (International Association of Peacekeeping Training Centres); ISN (International Relations and Security Network). Con il patrocinio di: ONU (Centro di Informazione - Italia), Ministero degli Affari Esteri, Ministero delle Pari Opportunità .

Master Politica e Sicurezza nel Mediterraneo allargato dal 1945 ad oggi
Anche nel Master in Geopolitica riguardante la ”Politica e Sicurezza nel Mediterraneo allargato dal 1945 ad oggi”, organizzato dall'Esercito in collaborazione con l'Università degli Studi di Cassino, vengono analizzati, all'interno del Modulo preposto allo stadio dei soggetti della politica internazionale, le caratteristiche delle Organizzazioni Internazionali e Non Governative, a dimostrazione della sensibilità che ormai permea le Forze Armate nell'affrontare con criteri di efficacia - anche sul piano dell'apprendimento - le missioni di pace.

Master in Diritti Umani e Gestione dei Conflitti
Scopo di questo master è formare professionisti per la partecipazione ai programmi e agli interventi promossi dalle organizzazione nazionali, regionali o internazionali ai fini della tutela e promozione dei diritti umani in situazioni di conflitto, di potenziale conflitto o post-conflittuali. Nel percorso formativo, particolare cura è data dall’offrire sia conoscenze pratico-operative, che un’adeguata consapevolezza del back-ground metodologico e normativo, in materia di diritti umani e gestione dei conflitti. Il percorso didattico ha un carattere multidisciplinare. È di particolare interesse perché si affronta il tema del Peacekeeping civile e di quello militare .

Master's degree in peacekeeping management
La facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, seguendo l’esperienza del Corso post-universitario in peace keeping e interventi umanitari tenuto nel 2000 e 2001 sta provvedendo all’istituzione di un Master in gestione di peace keeping. Gli obiettivi chiave del Master sono di fornire conoscenze e abilità che rendano i frequentatori, con differenti curricula accademici e abilità professionali a gestire: Complesse situazioni di Emergenza, risoluzione dei conflitti e insitution building . Particolare attenzione è data alla cooperazione fra istituzione civili e corpi militari che provvedono a dare una formazione peculiare per coloro i quali siano coinvolti in attività operative sul campo. Il corpo docenti è scelto tra accademici, diplomatici, dirigenti di OI, forze di polizia e forze armate e attivisti di ONG. Il Master si avvale, inoltre, della collaborazione di varie ONG, della C.R.I. di Forze Armate ( Carabinieri) Corpi Militari ( Guardia di Finanza), Nazioni Unite, Ministero per gli affari esteri, l’OSCE. Il master è rivolto a studenti laureati e sono ammessi un massimo di 25 persone più 5 rappresentanti di FF.AA .
Nell'ottica del perseguimento dei concetto di ”formazione, permanente” dei Quadri delle Forze Armate, il citato Ispettorato per la Formazione e la Specializzazione dell'Esercito organizza anche, in collaborazione con il Dipartimento di informatica, e Sistemistica dell'Università degli Studi ”La Sapienza”, un Corso di perfezionamento universitario in ”Management della logistica”, finalizzato a disporre di un bacino di personale esperto da impiegare nello specifico settore, in relazione agli impegni internazionali cui le Forze Armate sono chiamate e ad acquisire la capacità di affrontare, in termini scientifici, il problema del coordinamento e della comunicazione tra personale militare e funzionari delle organizzazioni internazionali. Tale preparazione specifica, infatti, appare necessaria per operare, pianificare, programmare e gestire un sistema complesso quale il supporto logistico, rivolto particolarmente alla rete dei rifornimenti e al mantenimento, nonché al controllo di qualità, a livello strategico-operativo, in situazioni operative di diverso livello di conflittualità e/o di interventi di carattere umanitario e in caso di pubbliche calamità. Nel Corso di laurea interfacoltà in Scienze Organizzative e Gestionali, organizzato presso l'Università della Tuscia di Viterbo, i Marescialli dell'Esercito acquisiscono, unitamente al diploma universitario relativo, le conoscenze di base sulle Organizzazioni Internazionali e Non Governative. Nei programmi sono contemplati, fra l'altro, tirocini e stage formativi presso le agenzie civili.
Degne di nota, infine, sono le iniziative intraprese dalla Difesa con l'Università di Roma ”La Sapienza” a favore di Istituti universitari nei Paesi Balcanici. Sin dal 1997, infatti., sono state svolte varie attività a Sarajevo, con la partecipazione anche di Università della Bosnia Erzegovina e di altre Nazioni. La collaborazione fra lo Stato Maggiore della Difesa e l'Università ”La Sapienza”, in particolare, si è estrinsecata in una serie di iniziative a sfondo culturale con le Università di Sarajevo, Mostar, Belgrado. In tale contesto, nel 2001 si è svolto un incontro fra i rettori delle principali Università di tutti i Paesi della ex-Jugoslavia, con il supporto del MAE e dell'ONU, durante il quale è stato avviato il progetto di un Master in State Management che sarà organizzato presso le Università di Sarajevo e Belgrado con la supervisione della ”Sapienza” (che fornirà anche parte dei docenti). Scopo di questo Master è di qualificare i giovani della Federazione iugoslava e della Bosnia - Erzegovina in un'ottica europea. Lo SMD fornirà conferenzieri qualificati nelle materie di sua competenza (Crisis management e CIMIC) e il supporto logistico, mentre MAE e ONU hanno già stanziato parte dei finanziamenti.

Ulteriori opportunità di studio e approfondimento
Vi sono, inoltre, numerosi altri corsi per operatori civili. Si tratta di corsi a livello universitario e non, di più facile accesso che, oltre a fornire nozioni importanti sulle problematiche tipiche delle aree di crisi o post-belliche, consentono il confronto con culture ed esperienze, metodi di lavoro, competenze ed esigenze diverse, e di creare conoscenze dirette tra operatori civili e militari; possono contribuire, quindi, a creare quei presupposti che sul campo favoriscono un'efficace convive