pro dialog
Andreas Hofer aus Langer'scher Sicht - Andreas Hofer visto da Langer

Andreas Hofer, die Franzosen und wir

Es ist kein Zweifel, daß sich die alternativen oder linken Tiroler mit den Andreas-Hofer-Feiern schwer tun. Bei anderen Anlässen mag es vielleicht gelingen, den offiziell Gefeierten irgendwelche Anti-Helden entgegenzusetzen: den Oberen das gemeine Volk, den Jasagern die Neinsager, den triumphierenden Siegern die hingemetzelten Fußsoldaten ...

Wenn man an die Andreas-Hofer-Zeit denkt, ist es eigentlich unmöglich, annehmbare Identifikationsfiguren zu finden. Man möchte nicht so ganz hinter dem Sandwirt stehen, der im Namen der kaiserlichen und katholischen Wiederherstellung der guten alten Zeit gegen den aufklärerischen und revolutionären Zeitgeist kämpfte muß aber anerkennen, daß da echte Partisanen ohne Rücksicht auf die große Staatsräson ihre Heimat gegen Eroberer und Unterdrücker verteidigt haben. Man möchte erst recht nicht hinter den französisch-bayerischen Besatzern stehen, obwohl man schwer umhin kann, so manche aufklärerische und reformerische Maßnahme gutzuheißen, insbesondere wenn man an die kaiserlich-metternichsche Reaktion nach dem Wiener Kongreß denkt. Der fanatische Haspinger und der diplomatische Bischof Lodron, der ausweglose und treuherzige Wirt an der Mahr oder die vielen anderen minderen Gestalten der Heldenzeit, keine paßt so recht auf unsere Altäre.

Am ehesten noch jener Andreas Hofer, der vom eigenen Kaiser verraten und von den Franzosen gejagt trotz der Aussichtslosigkeit der Lage den Aufstand nicht aufgeben wollte, obwohl er eindeutig zum Scheitern verurteilt war. Eine Erfahrung, die weniger dramatisch, aber nicht weniger nachhaltig alle jene in Südtirol sehr wohl kennen, die, von den eigenen Diktatoren und dem italienischen Staat gleichermaßen im Stich gelassen, sich dennoch keiner ethnischen oder politischen Staatsräson unterordnen wollen und beispielsweise durch die Verweigerung der Sprachgruppenerklärung dabei bis zur Selbstaufopferung gehen.

Eine für Tirol (und insbesondere Südtirol) spezifische Tragik liegt allerdings in den Ereignissen der Franzosenzeit. Und über die könnte man im Gedenkjahr näher nachdenken.

Nämlich: seit der Niederlage der aufständischen Bauern unter Gaismair zieht sich ein verhängnisvoller und konstanter Faden durch die Tiroler Geschichte. Neuerungen, Fortschritte, Öffnungen, Anstöße werden nicht mehr aus der eigenen Kraft geleistet, sondern werden von außen an die Tiroler herangetragen. Die Aufklärung kommt auf den französisch-bayerischen Bajonetten; der Liberalismus wird durch die Wiener Behörden erst nach einem zähen und langwierigen Kulturkampf dem Land Tirol aufgedrängt; sozialistische Ideen werden vor allem im südlichen Landesteil insbesondere seit der Teilung Tirols als “walsch” identifiziert und entsprechend leichter angeprangert und bekämpft, indem man ihnen (unberechtigterweise) die Sünden der italienischen Herrschaft in Südtirol aufrechnet und in ihnen das trojanische Pferd der Entnationalisierung vermutet.

Und dadurch, daß das Neue immer von außen kommt, läßt es sich auch leichter diffamieren und bekämpfen: nicht bloß konservative, sondern richtig reaktionäre Haltungen werden zur Bürgerpflicht des Tiroler Patrioten.

Nur einmal stieß eine “neue” Idee von außen auf Zustimmung in Tirol, obwohl ein großer Teil des Klerus dagegen war: der Nationalsozialismus wurde seltsamerweise nicht als Fremdkörper entlarvt und abgewehrt, sondern er schien einem großen Teil der Tiroler als das gerade richtige und notwendige Gegengift gegen sozialistische und republikanische (im Norden) bzw. italienisch-nationale Bedrohung (im Süden). Der „Andreas-Hofer-Bund“, der sich in einem Miniatur-Partisanenkampf entgegenstellte, wurde aus dem Gemeinschaftsgedächtnis der Tiroler gelöscht. Das wäre also im Jubeljahr zu bedenken: wie kann es gelingen, die Kritik und Erneuerung der Tiroler Gesellschaft derart von innen zu betreiben, daß man nicht an der Fremdkörperabwehr scheitert und dennoch mit so starken Bindungen nach außen, daß man nicht von jedem beliebigen Raffl verkauft und denunziert und dank des Einverständnisses zwischen dem Kaiser und den Franzosen dann auch abgeführt und hingerichtet werden kann?

Darin liegt die Herausforderung eines „anderen Südtirol“ und auf diesem Weg ist schon so mancher Schritt getan worden.

Alexander Langer

Tandem, März 1984


Andreas Hofer, l'imperatore, i francesi e noi

Non c'è dubbio che per i tirolesi alternativi o di sinistra sia un po' difficile scaldarsi per l'anno hoferiano. Anni e anni di culto dell'eroismo tirolese "anno 1809" ci sono passati sopra con le più svariate e sempre efficaci strumentalizzazioni. Nel 1959 tutta la preparazione degli attentati dei primi anni '6o (quelli più autenticamente tirolesi, intendo) si è intrecciata con i festeggiamenti hoferiani. Decine e decine di bande musicali, di gruppi di "Schützen", di iniziative di disciplinamento sociale e ideologico sin nei più piccoli paesi si sono fatte scudo dell'oste-partigiano. L'epopea di un popolo che si solleva perché rivuole il suo " ancien régime" e il suo imperatore, anche quando costui lo ha già abbandonato, e che va sulle barricate per riavere le sue processioni e le sue gerarchie sociali, non ispira entusiasmi a chi oggi si trova a lottare contro un regime che ancora usa con tanto successo il cemento ecclesiastico, nostalgico, autoritario, gerarchico e reazionario. E nel 1968 sudtirolese si trova anche una manifestazione di un gruppo di giovani che il 20 febbraio ostentava cartelli con "Schluß mit dem Andreas-Hofer-Kult! " in margine a una celebrazione patriottica. D'altro canto esiste un episodio illuminante che testimonia della percezione deliberatamente selettiva dell'esempio hoferiano: l'unico gruppo partigiano sudtirolese, nel periodo nazista, si era denominato "Andreas-Hofer-Bund" ed operava prevalentemente in Val Passiria, ma è stato rimosso dalla memoria sudtirolese, com è stata rimossa la lapide nella cappella hoferiana di Sand in Passeier, senza che qualcuno dei tanti promotori di festeggiamenti ufficiali abbia mai sentito il bisogno di rimediarvi. Mentre per certi periodi storici è possibile contrapporre degli "eroi alternativi" a quelli ufficiali p. es. i pacifisti ai guerrieri, i dissidenti ai dittatori, le donne qualunque agli uomini di Stato, ecc. e quindi ritagliarsi uno spazio di contestazione e magari di anti-festeggiamenti, tutto ciò non funziona per il periodo della rivolta anti-francese e anti-bavarese dei tirolesi. Non si trovano facili identificazioni. Né si vorrebbe stare senza riserve dalla parte dell'oste passiriano che lottava in nome della restaurazione del buon tempo antico cattolico e imperiale contro il pericolo rivoluzionario e illuminista, ma bisogna pur riconoscere con rispetto e simpatia che si è trattato di una autentica sollevazione partigiana, di contadini in lotta per difendere la propria piccola patria contro gli usurpatori e oppressori, incuranti della ragion di Stato che li aveva già sacrificati. Tanto meno ci si può schierare dalla parte degli occupanti franco-bavaresi, anche se andrebbe apprezzata più di una delle loro riforme illuminate, soprattutto a confronto con la restaurazione metternichiana seguita al congresso di Vienna. Ed anche le tante figure minori dal fanatico Haspinger al diplomatico vescovo di Bressanone, all'onesto oste "an der Mahr" (Peter Mayr), ai molti altri combattenti non si prestano per gli altari tirolesi alternativi. Semmai ci si potrebbe ritrovare di più in quell'Andreas Hofer che già tradito dal proprio imperatore e bandito e ricercato dai francesi non volle gettare la spugna e continuò la rivolta, nonostante la situazione fosse priva di prospettive e destinata alla sconfitta. Un'esperienza che in modo meno drammatico ma non meno profondo hanno rivissuto tutti quelli che nel Sudtirolo del 1981-82 non hanno accettato di sottoporsi alla schedatura etnica, pur sapendosi ormai schiacciati dall'intesa tra i propri dittatori e lo Stato (e il Parlamento) italiano: contro la forza della ragion di Stato interna ed esterna anche loro hanno continuato la lotta sino a sacrificare, in molti casi, i propri diritti e il proprio futuro materiale (casa, lavoro, diritti civili, ecc.). Un aspetto caratteristico e in qualche modo tragico della storia tirolese meriterebbe forse qualche considerazione in occasione del "Gedenkjahr 1984", visto che si è manifestato in modo emblematico nella rivolta hoferiana, ed è questo: fin dalla sconfitta dei contadini rivoluzionari di Gaismair, nel '500, c'è una infausta costante che attraversa la storia tirolese. Innovazioni, progressi, aperture, riforme non scaturiscono più dalla forza propria del popolo tirolese (che per lunghi secoli si lecca le ferite della sconfitta dei contadini rivoltosi), ma provengono ormai solo dall'esterno. L'illuminismo arriva sulle baionette dei battaglioni franco-bavaresi; il liberalismo viene imposto dal governo di Vienna, al quale il Tirolo si oppone (nella seconda meta dell'Ottocento) in un lungo e tenace "Kulturkampf"; le idee socialiste vengono ben presto identificate soprattutto nella parte meridionale del Tirolo come "walsch", "italiane", e così diventa più facile denunciarle e combatterle, imputando al "socialismo" oltretutto i peccati del dominio italiano nel Sudtirolo (del tutto a sproposito) e individuando nella sinistra una specie di cavallo di Troia della snazionalizzazione italiana. Grazie alla circostanza che le idee nuove vengono sempre da fuori, sarà agevole diffamarle e isolarle. Di converso diventerà dovere civico, quasi patriottico, dei tirolesi, assumere posizioni conservatrici quando non reazionarie. Una sola volta, nel tempo recente, un'idea nuova ed "esterna" ha trovato adesione nel Tirolo, nonostante l'opposizione di buona parte del clero: era il caso del nazismo, che non e stato smascherato e combattuto come "corpo estraneo", ma invece venne accolto dalla gran parte dei tirolesi come il più adeguato antidoto all'infezione socialista e repubblicana (nel Nordtirolo) e all'oppressione nazionalista italiana (nel Sudtirolo). Ci sarebbe quindi una cosa cui pensare utilmente nell'anno del "giubileo" (inventato ed enfatizzato per tutt'altri scopi): come promuovere la critica e il rinnovamento della società tirolese dall'interno, in maniera tale da non farsi respingere dagli anticorpi posti a vigilanza contro le infiltrazioni estranee, senza per questo perdere legami sufficientemente solidi con i movimenti e le correnti di rinnovamento nella più ampia Europa? Chi non scioglie questo dilemma, finirà sempre per bloccarsi alle soglie della coscienza tirolese (come l'illuminismo, il liberalismo, il socialismo, ecc.) o per essere isolato e tradito da qualsiasi Raffl del caso, una volta che l'accordo tra l'imperatore ed i francesi abbia tolto ogni respiro e prospettiva alla rivolta.

Alexander Langer

1.3.1984, da "Letture Trentine"