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Alexander Langer

Veronica Riccardi - ALEXANDER LANGER TRA “CONVERSIONE ECOLOGIA” E “CULTURA DELLA CONVIVENZA”: UNA PROSPETTIVA PEDAGOGICA

 Alexander Langer (1946-1995) è stato un politico originale e lungimirante del secolo scorso che ha dedicato la sua vita e la sua riflessione ai temi della pace, della convivenza tra i popoli e dell’ambiente. Il presente articolo vuole proporre una breve analisi del pensiero dell’autore, in particolare approfondendo come, nel suo pensare e nel suo agire, la tutela ambientale abbia oltrepassato il discorso sul territorio e sia diventata rispetto della diversità e lotta quotidiana per la pace e la qualità della vita di tutti; si vuole evidenziare come tutto questo abbia ancora oggi un grande valore pedagogico.

 1. Un “uomo di confine”

Alcuni elementi storico-biografici risultano utili per meglio comprenderne il pensiero. Nato a Sterzing/Vipiteno (Bz) il 22 febbraio 1946 in una famiglia borghese, tollerante e economicamente agiata, Alexander Langer cresce nel clima difficile della convivenza interetnica fra le tre comunità principali (tedesca, italiana e ladina) presenti in Sudtirolo ed è dunque portato fin da giovanissimo ad interrogarsi sulle conseguenze di sentimenti di appartenenza etnica esageratamente forti. Dopo la maturità, conseguita a Bolzano nel 1964, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico e dove si laurea nel 1968 in Scienze Giuridiche. Dal febbraio 1968 fino al giugno 1972, insegna storia e filosofia nei licei di Bolzano e Merano (Bz). Nel 1970 inizia la sua collaborazione con il quotidiano “Lotta Continua”, di cui diventa per un breve periodo direttore responsabile. Nel luglio 1972 consegue la laurea in Sociologia presso l’Università di Trento e, subito dopo, svolge il servizio militare come artigliere in montagna. Dal 1975 al 1978 insegna storia e filosofia al XXIII Liceo Scientifico Statale di Roma. Ritorna successivamente in Sudtirolo e viene eletto, nel 1978, consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra, in una lista appoggiata dal Partito Radicale. Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento 1981 assieme a migliaia di obiettori, perdendo con questo il posto d’insegnante. Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia, come forza innovativa e trasversale, concretizzatasi nel 1986 nella Federazione dei Verdi, nata dal raggruppamento in un unico soggetto politico di tutte le Liste Verdi precedentemente esistenti. Durante gli anni dei suoi due mandati al Parlamento Europeo (1989 e 1994) ha l’opportunità di promuovere e gestire numerose iniziative sulle tematiche dell’ecologia e del pacifismo. Dal gennaio 1991 è presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l'Albania, la Bulgaria e la Romania, compiendo numerose missioni ufficiali e compilando diversi rapporti e risoluzioni approvate dal Parlamento. Dopo la caduta del muro di Berlino aumenta il suo impegno nel contrastare i crescenti nazionalismi, sostenendo le forze di conciliazione interetnica nei territori dell’ex-Jugoslavia. Al fine di contrastare la politica di divisione etnica, in occasione del censimento del 1991, rifiuta per la seconda volta di aderire alla schedatura etnica nominativa. Questa scelta gli causerà l’esclusione dalla candidatura a sindaco di Bolzano. Alexander Langer decide di interrompere la propria vita il 3 luglio 1995, all'età di 49 anni. Quella di Alexander Langer è stata una vita ricca di cultura, di riflessione, di esperienze, di impegno, di studio e di feconda operatività, di profezia e di realismo, di politica rigorosa.

 

2. La “conversione ecologica”

La figura di Alexander Langer è fortemente legata al suo impegno per la diffusione del movimento ecologista in Italia. Tra le caratteristiche principali delle sue battaglie a favore della tutela ambientale vi sono la semplicità, la quotidianità e la tangibilità dei termini con cui porta avanti questa causa, spesso apparentemente riservata a ristretti circoli di specialisti. Interessante, a tale proposito, è la distinzione, da lui concettualizzata, fra verdi “di cuore” e verdi “di testa”: i verdi di “testa” sono gli ambientalisti delle associazioni e dei circoli, in possesso di una formazione legata più ai libri che al contatto diretto con la natura, quelli che vivono nel mondo industrializzato e “progredito”, che sanno tutto sui processi che portano ai disastri ambientali; i verdi di “cuore” sono invece gli ambientalisti spontanei e veraci, i verdi appartenenti ai «gruppi di persone e sociali che sono effettivamente tagliati fuori, che dallo sviluppo non hanno da attendersi che degrado ed emarginazione» (Langer, 2005 a, p. 110), i verdi che vivono ancora a stretto contatto con la natura: essi sono i veri ambientalisti, che andrebbero adeguatamente valorizzati e integrati all’interno dei movimenti ecologisti, troppo spesso costituiti esclusivamente dai verdi “di testa”.

Alexander Langer non ama parlare tanto di ecologia, ecologismo (inteso come movimento politico), ambientalismo ma preferisce usare il termine “conversione ecologica”, espressione che si ispira a una sensibilità religiosa, a un certo fervore rivoluzionario, al desiderio di cambiare la società veramente dal basso e di rendere desiderabile un mutamento negli stili di vita; conversione quindi come trasformazione del contesto sociale, delle coscienze e dei comportamenti individuali. Mentre il termine “riconversione” sembra preso in prestito dal mondo produttivo dove una fabbrica può smettere di realizzare un prodotto per passare a una nuova produzione, il termine “conversione” implica la messa in discussione di uno stile di vita e di un modo di pensare politico. Come Alexander Langer stesso sostiene la “conversione ecologica” è la «svolta oggi quanto mai necessaria ed urgente che occorre per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi. Preferisco usare questa espressione, piuttosto che termini come rivoluzione, riforma o ristrutturazione, in quanto meno ipotecata e in quanto contiene anche una dimensione di pentimento, di svolta, di un volgersi verso una più profonda consapevolezza e verso una riparazione del danno arrecato. Inoltre nel concetto di “conversione” è meglio implicita anche una nota di coinvolgimento personale, la necessità di un cambiamento personale ed esistenziale» (Langer, 2005 b, p. 115).

Il punto di riferimento di questa “conversione ecologica” è la presa di coscienza che mentre tra gli uomini esistono relazioni di reciprocità e corrispondenze tra diritti e doveri, nei confronti delle generazioni future e della natura esistono solamente dei doveri. Mentre in tutte le forme di debito, ad esempio quello finanziario, si cerca sempre di rimandare il risarcimento, l’eco-debito, il debito verso la natura non può aspettare (Langer, 2005 c, pp. 174-177). La prima domanda da porsi è se davvero il progresso sia un “andare avanti” verso condizioni di vita migliori, o se invece non sia solamente un allontanarsi dalla natura e, quindi, dall’uomo. Langer si schiera apertamente contro il modello di sviluppo dominante nel mondo industrializzato, basato sulla crescita quantitativa del prodotto, del mercato, del reddito, del controllo sociale, degli armamenti, sullo sfruttamento delle risorse, sulla mercificazione e burocratizzazione di ogni settore della vita e paventa il pericolo dell’ulteriore diffusione di questo stile di vita affermando che «se volessimo generalizzare il nostro stile di vita del nord industrializzato del mondo a tutto il pianeta, o questo pianeta scoppierebbe, o ci sarebbe bisogno di qualche colonia spaziale per trarne energia e materie prime e collocarvi i rifiuti» (Langer, 2005 b, p. 83). I danni della logica sviluppista sono troppi e i benefici, pochi rispetto ai danni, sono nelle mani di gruppi ristretti. I fatti vanno invece esaminati con occhi diversi e meno incantati, al fine di comprendere che lo stile di vita capace di portare al benessere non è uno solo e non è quello legato al progresso selvaggio: è possibile e auspicabile fare un passo indietro verso la riscoperta della bellezza della diversità e della semplicità degli stili di vita (Latouche, 2004, p. 309). Nelle società industrializzate si consuma troppo, si produce troppo, si inquina troppo, si spreca troppo e forse è arrivato il momento di porre un limite, o meglio un’autolimitazione, a questo mondo del “troppo”, i cui danni vengono esportati all’altra parte di mondo che invece vive con poco. Si tratta di passare dalla logica dell’onnipotenza a quella della cura, di preferire il meno al più, di cercare di vivere meglio con meno, di ripensare il proprio stile di vita, rinunciando al mito della velocità in favore della lentezza. In sostanza si tratta di preferire un benessere a lungo termine piuttosto che un appagamento immediato e solo apparentemente migliore. Il concetto stesso di benessere va messo in crisi per non farlo più coincidere con il “ben-avere” (Latouche, 2004, pp. 314-318), col possesso di un forte potenziale economico, per fargli assumere un’accezione più equa e più “democratica”, realizzabile per tutti senza arrecare danni irreparabili all’ambiente e per le generazioni future (Langer, 2001, p. 61). Sorprendente è dunque che la risposta di Alexander Langer a questa situazione complicata ed iniqua del rapporto fra l’uomo e la natura sia il ritorno a idee chiare e genuine: la semplicità, la frugalità, la sobrietà, la convivialità: «il primo e fondamentale messaggio ecologico che oggi si possa dare è semplicemente quello di una vita semplice, di una vita che consumi poco, di una vita che abbia grande rispetto di tutto quello con cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante, comprese le pietre, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che è stato dato in prestito e che dobbiamo dare agli altri» (Langer, 2005 b, pp. 90-91).

Questa auspicabile politica di autolimitazione e contrazione verso una scelta di semplicità incontra però un ostacolo: perché compiere questo passo verso la contrazione anziché perseverare nelle scelte di espansione? Si tratta di un problema di motivazioni e quelle che generalmente vengono portate a favore della limitazione sono motivazioni “di paura”, poco efficaci a lungo termine. Fortunatamente però molte persone si stanno accorgendo che la crescita materiale ha talmente aumentato le forme di dipendenza e di alienazione da rendere incapaci di camminare senza fare uso di protesi tecnologiche. Forse le ideologie, o meglio le tecnologie, che pretendono di rendere felice l’uomo stanno entrando in crisi lasciando spazio alla volontà di disporre di una maggiore autonomia, del saper ricercare la varietà, della possibilità di sviluppare diverse forme di relazione con il mondo. Caratteristica della “conversione ecologica” è quindi la desiderabilità, la positività e il valore aggiuntivo alla vita dei singoli e della comunità, i cui stimoli non vanno ricercati esclusivamente nella politica, che rimane comunque importante per correggere, sostenere e dare nuovi impulsi alla volontà di cambiamento, ma in nuove convinzioni culturali e civili elaborate al di fuori della politica e radicate nella storia e nell’identità delle persone, ad esempio ricercate nel senso religioso, nella tradizione, nell’estetica. Il potere delle scelte individuali va preso sul serio e rivendicato, il singolo cittadino dovrebbe conoscere e valutare l’impatto sociale e ambientale dei propri acquisti al fine di decidere coscientemente di ridurne la nocività ed aumentarne l’equità, a favore della natura e delle generazioni future.

Arriviamo qui al nodo centrale del discorso, la “conversione ecologica” può realizzarsi pienamente solo se si unisce alla questione pacifista: la pacificazione dell’uomo con la natura e la pacificazione dell’uomo con gli altri uomini sono semplicemente due facce della stessa medaglia. Fondamentalmente, pace e ecologia sono due forme di autolimitazione e di moderazione, rispetto alla natura la prima, e rispetto agli altri esseri umani la seconda, quindi è chiaro che esse sono due cause che procedono insieme. Entrambe appaiono utopiche perché chiedono di rinunciare a un vantaggio immediato, anche se apparente, in favore di uno futuro, anteponendo le ragioni di lungo periodo ai vantaggi nel breve periodo. Ecologia quindi come armonia dell’uomo con la natura ma anche come benessere tra tutti gli uomini, che deve essere resa attraente, desiderabile e convincente. Il termine da usare è eco-pax (Oeko-pax), usato prima dai Verdi tedeschi e poi adottato anche da Alexander Langer, per esprimere l’intreccio tra ecologia (tutela dell’ambiente, della natura, questione energetica, qualità della vita) e pacifismo che attraversa lo sviluppo della “questione verde”.

Possiamo riassumere il pensiero di Alexander Langer sulle questioni eco-pacifiste ricordandone la famosa citazione “lentius, profundius, soavius”: «la nostra civiltà ha bisogno di “disarmare” e di “digiunare” - altrimenti rompe ogni equilibrio ed impedisce ogni possibile giustizia e sviluppo durevole. Il pretenzioso motto olimpico del “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte) che contiene la quintessenza della nostra cultura della competizione, dovrà urgentemente convertirsi in un più modesto, ma più vitale “lentius, profundius, dulcius” (più lento, più profondo, più dolce)» (Langer, 1992, p. 14). Questa è la prospettiva proposta da Langer per un nuovo benessere, che deve essere elaborato in larga misura al di fuori della politica: nessuna conversione eco-pacifista può avvenire senza l’ausilio della politica e, quindi, della democrazia, e nessuna politica realmente democratica può realizzarsi senza la profondità, la persuasione dei singoli da compiere prima di tutto su se stessi. Cosciente che i veri cambiamenti si realizzino dal basso, abbattendo i confini tra natura e politica e tra politica e agire individuale, Alexander Langer, uomo politico, crede che l’eco-pacifismo debba diventare fondamento e obiettivo dell’azione politica, intesa veramente come volontà di costruire un progetto per l’intera comunità umana. I pilastri di questa politica sono fondamentalmente quattro: ecologia, responsabilità sociale, democrazia di base e nonviolenza. Il primo pilastro, l’ecologia, come si è detto, suggerisce un’analisi della connessione tra uomo e natura e ne trae implicazioni che riguardano la politica, l’economia, la salute, le strutture sociali, il sistema educativo. La responsabilità sociale nasce dall’applicazione del pensiero ecologico ed è l’impegno per assicurare la giustizia sociale e garantire che il cammino dell’economia e della società non danneggi la popolazione e l’ambiente. La democrazia di base, o democrazia diretta, sta a indicare il tentativo di attribuire maggiore importanza alla “base”, cioè alle persone, ai cittadini, quindi autonomia, autogestione e decentramento a livello amministrativo (Capra e Spretnak, 1986, pp. 27-40). Il quarto pilastro del progetto politico di Alexander Langer è la nonviolenza, pensata non come una condizione fredda e immobile, come una totale assenza di conflitti, ma come una situazione dinamica, arricchente, creativa e feconda, in cui il conflitto venga vissuto e risolto in maniera nonviolenta.

 

3. La “cultura della convivenza”

Il coinvolgimento di Alexander Langer nelle questioni legate alle identità nazionali e minoritarie, alla pace fra le popolazioni e ai conflitti etnici affonda le sue radici nella sua esperienza sudtirolese forte e a tratti violenta che però gli permette di comprendere meglio la realtà europea. Il Sudtirolo è il laboratorio di esperienze concrete e di riflessioni in cui affina la sua sensibilità rispetto ai conflitti di carattere etnico-nazionale e alla loro pericolosità; egli utilizza dunque la sua esperienza di sudtirolese come punto di partenza per analizzare la più grande realtà europea e mondiale, per pensare in maniera locale ed agire in maniera globale. Il desiderio più forte e più profondo che Alexander Langer insegue per tutta la vita, a cui si dedica totalmente e senza esitazioni, è quello di una società globale dominata dalla tolleranza e dalla giustizia tra i popoli e tra i singoli, quella che lui appunto chiama “cultura della convivenza”. Langer vede nel concetto stesso di “nazione” un tarlo o una truffa delle democrazie occidentali che impedisce un reale percorso democratico di coesistenza planetaria. L’idea che ogni etnia debba avere un proprio stato nazionale è, secondo lui, assurda e «lo stato nazionale inteso come stato di un popolo per un solo popolo, di una nazione per una sola nazione, di una lingua per una sola lingua, di un’etnia per una sola etnia, oltretutto è anche concettualmente impossibile, a meno di attuare appunto o una politica di assimilazione o una politica di espulsione» (Capra e Spetnak, 1986, p. 26). L’esperienza dimostra che è difficilissimo, o addirittura impossibile, tracciare dei confini “giusti”, “corretti”, “etnicamente rispondenti”, e ancora più difficile è tradurli in maniera pacifica. Le vicende umane, gli spostamenti delle popolazioni rendono artificiale ogni tipo di frontiera, quindi il concetto di Stato nazione è decisamente inadeguato a fronteggiare il problema della convivenza tra i popoli e forse è la più grande barriera che ostacola la coesistenza pacifica. Occorre trovare nuove vie, a livello di pratica politica e culturale, per l’autoaffermazione dei popoli, capaci di valorizzare il diritto all’identità, alla diversità e all’essere se stessi; allo stesso tempo occorre limitare le sovranità per andare verso autorità sovranazionali, valorizzando la dimensione territoriale assai più che la dimensione etnica o nazionale. La proposta di Langer è quella di andare verso una forma di federalismo caratterizzato come contestuale spostamento dei poteri verso il basso, attraverso il rafforzamento delle autonomie locali, e verso l’alto, attraverso la costruzione di un’autorità e di ordinamenti sovranazionali.

La convivenza interetnica coinvolge appieno anche la realtà delle migrazioni, che producono nuove tipologie di minoranza. Nel corso della storia non ci sono periodi in cui grandi masse di persone non si siano spostate per le regioni più varie: cambiamenti climatici, ragioni di sussistenza, ragioni politiche, ragioni economiche o ragioni sociali. Negli ultimi anni l’immigrazione è diventata però un fenomeno piuttosto complesso, capace di mettere in crisi e cogliere impreparati i cosiddetti paesi di accoglienza, cioè i paesi verso cui il flusso migratorio si muove, che reagiscono spesso con politiche basate sull’omologazione o, peggio, sull’espulsione. L’immigrazione necessita di risposte adeguate, studiate prendendo in considerazione tutti i fattori che intervengono e senza omettere le responsabilità di ciascuno. Langer sostiene che «il problema delle migrazioni richiederà alle nostre società una forte capacità di risposta con politiche della convivenza. Ed a questo proposito personalmente non ritengo sia una soluzione auspicabile la semplice integrazione, cioè il semplice mescolarsi o melting pot, come viene definito negli Stati Uniti. Così pure non ritengo possibile una politica della separazione» (Langer, 1996, p. 24). Anche se spesso non è immediatamente comprensibile, c’è sempre qualcosa di molto arricchente in una compresenza di lingue, culture, identità ed esperienze, c’è sempre un valore inestimabile nell’incontro con gli “altri”, che sono una componente della nostra identità e del nostro modo di vivere. Alexander Langer trova giusta l’aspirazione di ogni comunità ad una certa forma di autonomia e di autogoverno, ad una certa valorizzazione delle proprie particolarità linguistiche, culturali o religiose, ma ciò che è del tutto infondato, impensabile e assurdo è «l’idea che dove è insediata un’etnia, un popolo, una confessione, una cultura… non ci sia posto per nessun altro. Certo, occorre che i nuovi arrivati vengano messi nelle condizioni di poter trovare forme di integrazione o comunque di inserimento soddisfacente, e che viceversa le popolazioni precedentemente insediate non vengano sopraffatte o emarginate: ovviamente c’è qui un ampio ventaglio di differenti esperienze storiche, anche secondo la differente forza economico-sociale e culturale che i diversi gruppi possono mettere in campo: i turchi a Berlino arrivano da proletari, gli italiani nel Tirolo erano magari anche soggettivamente spesso dei proletari, ma con il regime fascista alle spalle. Ma non vedo alternative alla “cultura della convivenza”, perché saranno sempre più rare le situazioni “pulite” dove etnia, nazione, stato ecc. coincidono: e quindi bisognerà decidersi: o si pensa davvero di poter costruire un’Europa con tante patrie-stato mono-etniche (in fondo dei piccoli ghetti, magari dorati e volontari, ma oggi impensabili e neanche desiderabili), o si trovano le soluzioni per una convivenza plurilingue, pluriculturale, senza voler forzatamente trasformare i positivi elementi di identità e di differenza in altrettanti motivi di ostilità e di incompatibilità» (Langer, 2005 a, pp. 71-72).

A questo punto è doveroso ricordare il “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”1, testo pubblicato per la prima volta il 23 marzo 1994 sulla rivista “Arcobaleno” di Trento con il titolo “Decalogo per la convivenza interetnica”, in cui Alexander Langer cerca di elaborare una teoria più organica per il suo pensiero, valida sia per le questioni di convivenza sia per la conversione ecologica. All’inizio del decalogo, Langer chiarisce che la compresenza sullo stesso territorio di comunità di diverse lingue, culture, religioni ed etnie è attualmente un dato di fatto, una cosa normale, non un’eccezione, un fenomeno destinato a crescere; a questo stato di cose si può rispondere affrontando il problema seguendo la logica dell’esclusivismo etnico o quella della convivenza pluri-etnica, da vivere come un arricchimento in più invece che come una condanna, a patto che venga posta sempre in relazione con l’identità: la convivenza deve essere garantita lasciando spazio sia alla conoscenza reciproca sia a momenti di “intimità etnica” (Langer, 2001, p. 35). A questo proposito, a volte può essere giusto e legittimo optare per un’organizzazione etnica della comunità, purché sia una libera scelta: è da accettare la possibilità di associazioni, scuole o club etnici, ma senza dimenticare che ogni persona ha anche tantissime altre opportunità a base inter-etnica: «è essenziale che le persone si possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la “rappresentanza diplomatica” della propria etnia, ma direttamente: quindi è assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti diritti umani individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di cui alcuni avranno anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela delle tradizioni, ecc.); non tutti i diritti collettivi devono essere fruiti e canalizzati per linee etniche (per esempio diritti sociali – casa, occupazione, assistenza, salute... – o ambientali)» (Langer, 2001, p. 36). Si apre quindi, al quinto punto del decalogo, il discorso relativo all’identità del singolo e della comunità. L’identità etnica, essendo il frutto di storia, tradizione, educazione e abitudini, prima che di volontà e libera scelta, non è e non deve essere delimitabile, essa è una nozione flessibile e fluida, aperta ad una certa osmosi con gli altri. Tutti devono sentirsi “a casa” e «l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori e obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza. Deve essere possibile una realtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di “famiglie miste”, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita» (Langer, 2001, p. 37). Identità e dignità etniche devono essere radicate tra le persone ma anche garantite da un adeguato quadro normativo, da adeguate leggi, istituzioni e strutture al fine di sviluppare concretamente una Heimat comune. Per passare da una condizione di conflittualità etnica a una di convivenza inter-etnica occorrono persone capaci di collocarsi volontariamente al confine tra le comunità e di promuovere la conoscenza, il dialogo, la cooperazione, di favorire la sensibilizzazione e la mediazione fra comunità differenti; sono quelli che Langer chiama “traditori della compattezza etnica”, coloro cioè che si dedicano all’esplorazione e al superamento dei confini, che però non si devono mai trasformare in transfughi: lui vede in questi “traditori” il primissimo strumento della convivenza. Tutti noi abbiamo bisogno, in qualche modo, di tradire in qualche misura la nostra appartenenza ricevuta, la nostra identità, senza però passare al nemico; «in una certa misura siamo tutti traditori delle nostre identità originarie. E il gesto della rottura con un’appartenenza che diviene gabbia spesso si rivela una necessità, talvolta si prospetta come una scelta rischiosa ma nobile» (Lerner, 2007, p. 184). È impossibile pensare che la convivenza interetnica non generi mai tensioni, competizioni e conflitti ma la necessità principale, fra tutte le altre, è probabilmente quella di bandire ogni forma di violenza; spesso non bastano le leggi ma occorre un «convinto e convincente no alla violenza» (Langer, 2001, p. 41). Viene quindi ribadita l’importanza dei gruppi misti inter-etnici per sperimentare le difficoltà e le opportunità della convivenza perché «saranno in ogni caso il terreno più avanzato di sperimentazione della convivenza, e merita pertanto ogni appoggio da parte di chi ha a cuore l’arte e la cultura della convivenza come unica alternativa realistica al riemergere di una generalizzata barbarie etno-centrica» (Langer, 2001, p. 41). Il decalogo non si presenta come un richiamo a grandi e inavvicinabili valori, a ideologie incomprensibili dalle masse; si tratta di una serie di semplici consigli, che vanno dalla necessità di creare gruppi e strutture su basi interetniche per sperimentare la convivenza “in piccolo”, a costituire delle “zone grigie”, in cui la tensione etnica è meno forte, fino ad arrivare alla cosa fondamentale, cioè ad avere il coraggio essere traditori, senza mai diventare transfughi. Tutto ciò che è stato finora detto su ecologia, nonviolenza e pacifismo non può che avere delle interessanti ripercussioni pedagogiche, in quanto rimanda a un concetto di educazione capace di promuovere rapporti di giustizia e di libertà e perché possiamo dire che Alexander Langer, per tutta la sua vita, è stato un grande educatore capace di contribuire alla crescita di tutti gli individui che lo hanno incontrato. È interessante notare, per prima cosa, la centralità che assume il concetto di “cultura”, intesa non tanto come il patrimonio di conoscenze in possesso di una persona quanto come un fattore imprescindibile per un’esistenza autenticamente umana, da garantire a tutti e non più solamente a pochi: la cultura è la «capacità autonoma di valutare, comprensione del sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti» (Langer, 2005 c, p. 41). È un valore democratico e, per questo, «a ciascuno dovrà essere data la possibilità di “fare” cultura, e non di “essere riempito” di cultura» (Langer, 2001, p. 41). La cultura è la base per l’attuazione della democrazia, della presa di coscienza che è tramite la responsabilità individuale che si producono i veri cambiamenti: «far parte di una cultura vuol dire, infatti, non solo rifarsi a certi modelli e modi di essere, ma anche possedere strumenti di analisi e di lettura, capacità critiche, che permettano la creazione di nuovi modelli o la trasformazione di quelli vecchi» (Mencarelli, a cura di, 1982, p. 18).

 

4. Alcune prospettive pedagogiche

La formazione pedagogica di Langer avviene a Firenze durante gli anni dei suoi studi universitari, pieni di esperienze ed incontri significativi, fra cui è da ricordare quello con don Lorenzo Milani, di cui Langer subisce l’influenza e il fascino. Colmare le distanze fra i diversi ceti sociali perché «non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali» (Scuola di Barbiana, 1996, p. 55): questo è il vero tentativo da fare affinché possano realizzarsi veri e propri processi di crescita dal basso, affinché possano manifestarsi le utopie latenti che fermentano nei ceti ancora non integrati nella società, in quanto educare gli “ultimi” della società non è sradicarli dalla loro storia e dalla loro cultura per trapiantarli nel sistema dominante, ma insegnar loro l’uso degli strumenti del sistema dominante per far emergere la propria storia e diventare sé stessi. Non vi è dunque alternativa: o la scuola insegna prima di tutto a essere liberi, quindi anche a ribellarsi, o rimane strumento del potere e dei potenti, e quindi nemica dei poveri. Sempre a Firenze Langer incontra padre Ernesto Balducci, di cui apprezza la disponibilità «a mettere in questione di fronte ai più giovani di lui il proprio suolo di educatore» (Levi, 2007, p. 29) e il costante sforzo a favore della cultura della pace e della nonviolenza, poiché la pace è il bene supremo fra gli altri beni, da cui dipende la sopravvivenza, e don Enzo Mazzi, con cui collabora per un piccolo periodo, nel 1968, presso la Comunità dell’Isolotto.

Dopo questo “tirocinio” fiorentino, Alexander Langer svolge concretamente l’attività di insegnante. All’età di 23 anni, nel 1969, appena laureato, viene chiamato ad insegnare storia e filosofia dal Liceo Classico Tedesco di Bolzano dove, oltre a svolgere il suo normale orario obbligatorio, si fa promotore di attività pomeridiane su tematiche di attualità, di filosofia, di sociologia. Il suo modo di fare da ragazzo più grande, più responsabile, ma incapace di appellarsi al suo ruolo di docente, si scontra con la tradizione, l’autorità e il perbenismo della scuola bolzanina mentre intorno a lui cominciano a crearsi e consolidarsi gruppi di giovani affascinati dalla sua figura semplice e dalla forza delle sue idee. La seconda esperienza di insegnamento si svolge invece a Roma, dal 1975 al 1978, presso il XXIII Liceo Scientifico Statale di Roma: in questi anni Langer collabora intensamente con “Lotta Continua” ma decide di non rinunciare a un lavoro tutto suo e di mantenere un contatto diretto con i giovani. Si tratta dunque di un periodo in cui impegno scolastico e impegno politico sono particolarmente uniti: sia nella scuola che in politica l’impostazione di fondo è troppo debitrice a un vecchio e superato impianto ideologico, che non favorisce la comprensione dei problemi più attuali (Levi, 2007, p. 69). Nella scuola gli anni ’70 sono anni particolari, sono gli anni dei movimenti studenteschi che rivendicano il bisogno di una riforma organica della secondaria superiore e dell’università, sono gli anni dei “decreti delegati” (1974) con cui viene introdotta nella scuola italiana una più diretta partecipazione degli studenti, dei docenti, dei genitori, dei sindacati, delle diverse realtà scolastiche ed economiche e degli enti locali, alle scelte e alle proposte per una sua gestione democratica, sono anche gli anni del terrorismo, delle Brigate Rosse, della morte di Aldo Moro e tutto questo non può non incidere sul clima scolastico.

Alexander Langer considera la scuola il primo luogo di socializzazione, in cui ha luogo l’educazione della persona in funzione del futuro cittadino; fare scuola è rendere gli alunni autonomi, capaci di pensare e di scegliere: «libertà in educazione significa poter sperimentare il legame. Non se ne può fare a meno e non è utilizzabile di per sé; senza la libertà nulla riesce, ma non è nemmeno grazie ad essa che le cose riescono; essa è come la rincorsa prima del salto, come accordare il violino prima di suonare. Essa è la conferma di quella impetuosa potenza originaria. Da sola la libertà non riesce a realizzare questa potenzialità» (Buber, 2009, p. 47). Compito dell’educazione è dunque rendere tutti gli individui liberi: «di fronte ad una prospettiva in cui tutto sembra indicare l’avanzata della restaurazione, il ritorno alla selezione, l’emarginazione programmata di una larga fascia di giovani nella scuola, l’imposizione di un sapere professionalizzato e “socialmente utile” all’interno degli usi richiesti da un capitalismo in via di ristrutturazione galoppante; di fronte a tutto questo, l’“incapacità di portare avanti certe posizioni”, per dirlo con i miei studenti, è quasi tragica. Quale sapere, quale cultura, quale esperienza collettiva di crescita, di confronto, di dialogo, di rapporto con la prassi e con la teoria sarà possibile sviluppare? Si potrà, da compagni che insegnano, contribuire anche nella scuola a far maturare qualcosa di quella robusta autonomia (non certo solo politica) di cui i giovani, che sono adolescenti ora, avranno bisogno in questa fase? Fare i tappabuchi o le crocerossine […] non ha senso. Non sarà facile individuare altre possibilità» (Langer, 2005 c, pp. 56-57). Da qui anche la difesa della scuola pubblica: «ma in me, come in altri compagni della mia età e formazione, è molto tenace la volontà di difesa della scuola come “servizio pubblico” e luogo di incontro di tutti, e la preoccupazione di non chiudersi in ghetti privati, separati, impossibili (?) “isole felici”» (Langer, 2005 c, p. 54). Nella scuola tradizionale tutto diventa voto e basta e il ricatto dell’istituzione verso gli allievi è il diploma, arma nelle mani della scuola; l’insegnamento assume invece un senso per gli studenti se si fonda sulla motivazione, sulle loro esperienze e sui loro interessi, se promuove la partecipazione attiva di ogni singolo studente e gli trasmette capacità trasversali e utili per tutta la vita.

Il valore educativo trasmesso da Langer ai suoi alunni è indubbiamente molto importante, perché è stato un esempio ammirevole di insegnante preparato sul piano culturale, pronto a mettersi in gioco insieme agli alunni e a trasmettere valori etici, oltre che nozioni. Potrebbe però essere stimolante inserire l’esperienza di Alexander Langer nei più ampi contesti dell’educazione permanente, intendendo con questo termine un’educazione estesa a tutta la vita di una persona, e della pedagogia sociale, intesa come campo di riflessione finalizzato a produrre cambiamenti socialmente e umanisticamente utili e al benessere sociale, i cui destinatari non sono solamente i singoli individui ma anche le comunità. La figura di Alexander Langer è utile, in questo contesto, prima di tutto per la sua capacità di rispondere a bisogni formativi espressi dai vari soggetti, come ad esempio gli alunni, ma anche tutte le persone adulte che ha incontrato e che hanno trovato concreto giovamento dai suoi insegnamenti: le persone che hanno combattuto al suo fianco e che hanno trovato in lui un compagno, un sostegno, una guida, le persone che lo hanno avuto come eccellente e stimabile avversario politico, tutta la popolazione che non ha mai avuto un contatto diretto con lui ma che si è lasciata affascinare dalla sua figura singolare tramite i mass media. Ecco dunque l’immagine di un grande educatore straordinariamente capace di sollecitare nuove domande e guidare verso nuove e originali riposte. Rileggendo a posteriori gli insegnamenti di Langer, potremmo dire che grande è stata la sua sollecitudine a favore di quelle che attualmente definiamo “educazione alla politica”, “educazione alla pace” e “educazione ambientale”. Parlare di “educazione alla politica” non significa parlare di educazione partitica ma affrontare la dimensione politica come aspetto qualificante della formazione generale. Di fronte a un forte rischio di dispersione e di smarrimento «educare alla politica è aiutare ad elaborare una propria visione del mondo fatta di progetti e impegni, di capacità di esprimere la propria presenza in termini attivi e partecipativi» (Santelli Beccegato, 2002, p. 78). Da ciò dovrebbe nascere l’impegno di ogni individuo per il concretizzarsi di un’autentica democrazia e per l’elaborazione di un’identità personale e sociale. Dare voce alla singola persona, fare in modo che ogni cittadino comprenda e valuti attentamente il potere delle sue scelte, che possa partecipare attivamente alle scelte politiche e finalizzarle al bene comune: questo è uno degli obiettivi che Langer ha perseguito per tutta la vita e che dovrebbe trovare attuazione in un contesto come quello attuale, in cui il singolo cittadino si sente smarrito e sfiduciato ne confronti del mondo politico, e in cui è evidente la necessità di una riscoperta del valore politico delle scelte individuali, così come Langer l’ha sostenuto, affinché l’intera società possa avvalersi di cittadini capaci di chiedere ed esercitare la democrazia. L’educazione ambientale pone invece l’attenzione su come gli esseri umani potrebbero imparare a gestire i propri comportamenti in rapporto alla natura allo scopo di vivere in modo sostenibile, senza cioè alterare gli equilibri naturali, ed è strettamente collegata all’educazione alla pace, alla nonviolenza e alla solidarietà tra gli esseri umani. Adottare comportamenti responsabili coniuga obiettivi di sostenibilità ambientale con obiettivi di giustizia sociale perché tramite un approccio consapevole alle questioni ambientali si può modificare la percezione dell’altro, visto non più come estraneo, lontano, diverso, ma come parte di un unico sistema che coinvolge tutti. Nessuno può ritenersi esonerato da questo discorso. Chiaro è come Alexander Langer abbia dedicato tutte le sue forze a favore della divulgazione di una coscienza eco-pacifista presso tutti e come il suo essere “verde” ha voluto significare anche creare nuove strade di dialogo, abbattere i muri del passato, oltrepassare i confini, di ogni tipo.

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Buber M. (2009), Discorsi sull’educazione, Roma, Armando.

Capra F., Spretnak C. (1986), La politica dei Verdi. Cultura e movimenti per cambiare il futuro dell’Europa e dell’America, Milano, Feltrinelli.

Langer A. (1992), Vie di pace - Freieden Schliessen, Rapporto dall’Europa - Berichte aus Europa, Trento, Edizioni Arcobaleno.

Langer A. (1996), Dal Sud-Tirolo all’Europa: autonomie dei popoli e autorità sovranazionali, Bergamo, Fondazione Serughetti la Porta.

Langer A. (2001), La scelta della convivenza, Roma, E/O.

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Levi F. (2007), In viaggio con Alex, La vita, gli incontri e le imprese di Alexander Langer 1946-1995, Milano, Feltrinelli.

Mencarelli M. (1982), a cura di, Educazione permanente come cultura emergente, Città di Castello, Istituto di Pedagogia.

Latouche S. (2004), Standard di vita, in Sachs W., a cura di, Dizionario dello sviluppo, Torino, Ega, pp. 307-328.

Santelli Beccegato L. (2002), Pedagogia sociale, Brescia, La scuola.

Scuola di Barbiana (1996), Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ABSTRACT

Alexander Langer (1946-1995) è stato un politico, un giornalista, un insegnante, un intellettuale del secolo scorso che ha dedicato la sua vita e la sua riflessione ai temi della pace, della convivenza tra i popoli e dell’ambiente. Le sue idee profondamente lungimiranti, più che a un impianto teorico unitario, sono sempre subordinate all’incontro costruttivo con l’altro. Raccogliendo la sua provocazione intellettuale e mettendo a fuoco l'aspetto pedagogico della sua azione culturale e politica, si propone una rilettura del pensiero dell’autore in questione al fine di rilanciarne e mantenerne vive le idee oggi ancora attuali.

Musa ispiratrice del percorso teorico di Alexander Langer è il concetto di “ecologia”, inteso in tutta la sua complessità e problematicità. Ecologia non solo come riflessione sulla tutela dell’ambiente, ma come concezione omnicomprensiva per racchiudere la totalità della vita sulla Terra. Ecologia come rapporto di cura e di limitazione dell’uomo nei confronti della natura, ma anche dell’uomo nei confronti dell’uomo, inteso come parte integrante dell’Ecosistema. Una tutela dell’ambiente che oltrepassa quindi il discorso del territorio, del locale, fino a diventare tutela delle minoranze, rispetto della diversità, impegno quotidiano per la pace e la qualità della vita di tutti. La straordinaria capacità di dialogo di Alexander Langer e la sua lungimiranza sui temi dell’ecologia, della nonviolenza e del pacifismo possono essere valorizzate e capitalizzate se se ne mettono in luce le ripercussioni pedagogiche, collegandole a un concetto di educazione atto a promuovere rapporti di giustizia e di libertà: in questo senso possiamo dire che Alexander Langer, per tutta la sua vita, è stato un grande educatore capace di contribuire alla crescita di tutti gli individui che lo hanno incontrato.

 

Alexander Langer (1946-1995) was a politician, a journalist, a teacher, an intellectual of the last century who devoted his reflection to the topics of peace, coexistence between peoples and environment. His deeply farsighted ideas are always subject to the dialogue with other men, rather than to a theoretical unit. By getting his intellectual provocation and by focusing on the educational aspect of his cultural and political action, a reinterpretation of his thought is given in order to revive and keep alive his ideas which are still relevant today.

The concept of “ecology”, meant as a complex and problematic one, is the muse of the theoretical path of Alexander Langer. Not only is ecology understood as a reflection on environmental protection, but also as a comprehensive concept which encompasses the whole life on Earth. In particular, not only must the foundations of ecology be sought in the interactions between man and nature but also in man-to-man relationship, since the human is seen as an integral part of the ecosystem. In his opinion, protection of the environment goes beyond the speech of the territory and becomes protection of minorities, respect for diversity, daily commitment to peace and quality of life for all. Alexander Langer’s capacity for dialogue and his foresight on issues such as ecology, nonviolence and pacifism can be emphasized by highlighting the pedagogical implications and by linking them to a concept of education which promotes relationships in justice and freedom: in this sense we can say that Alexander Langer was a great teacher, able to contribute to the growth of everyone who met him.

 

 

Parole chiave:

pace; convivenza tra i popoli, ecologia, nonviolenza, pacifismo, educazione

peace; coexistence between peoples; ecology; nonviolence; pacifism; education

1 Il testo completo del “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica” è reperibile in diversi volumi: Langer A., La scelta della convivenza, op. cit., pp. 33-42; Langer A., Il viaggiatore leggero, op. cit., pp. 295-303; oppure sul sito della fondazione Alexander Langer (www.alexanderlanger.org).

 

Pubblicato nel nr.7/2011 di "culture della sostenibilità"