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Alexander Langer

Jacopo Frey - La questione altoatesina nelle parole e nel pensiero di Alexander Langer

 “Uomo di frontiera senza frontiere” è una bella espressione che ben ci parla di Alexander Langer, un uomo impegnato per tutta la vita per la convivenza fra i popoli e per la pace, proveniente da una regione di confine e di confronto fra culture e popoli, quale è il Trentino Alto Adige.
Sebbene l’opera di mediazione e di pacificazione di conflitti per via non violenta del cosiddetto ‘fondatore dei Verdi’ sia spesso più conosciuta in relazione alle grandi battaglie di respiro internazionale (basti in questo senso pensare al suo impegno di parlamentare europeo in favore della pacificazione, fallita, del conflitto balcanico), non bisogna dimenticare che il suo percorso politico ha mosso i primi passi nella difficile situazione nella quale per anni si è trovato il Trentino Alto Adige; conflitto etnico questo, capace di attirare l’attenzione delle grandi potenze e delle Nazioni Unite, di cui poco ci si è occupati, dimenticando il clima di violenza in cui per anni ha vissuto una parte d’Italia che ancor oggi fatica ad essere pienamente parte di questo paese[1].
Langer, pur non avendo mai partorito delle opere complete a livello teorico (i testi di riferimento sul suo pensiero sono difatti raccolte di scritti postume), ha prodotto nel corso della sua vita una serie di articoli in cui più volte è tornato sulle questioni dell’Alto Adige/Sudtirol, discutendo tanto dell’attualità quanto delle sue basi storiche, cosa che ci ha permesso di ricostruire il passato recente della regione servendoci delle sue parole e dei racconti delle lunghe campagne di impegno; tale lettura ci aiuta a capire l’azione di un uomo di pace in quel periodo di forte cambiamento che esplose alla fine della Guerra Fredda, gravido di tensioni etniche e nazionali. Langer riuscì difatti a leggere il mondo che gli ruotava attorno con grande lucidità grazie alla griglia di analisi del conflitto etnico che aveva sviluppato negli anni di duro impegno locale[2].
Tale lucidità, da lui dimostrata anche di fronte ad una vicenda che pure aveva intrecciato la sua biografia, derivava in buona parte dall’ambiente famigliare in cui era cresciuto, che fu sempre molto distante dalle passioni nazionalistiche e dall’odio etnico, e dagli anni della formazione. I genitori infatti, pur essendo di lingua tedesca gli tramandarono la convinzione che fosse necessario saper comunicare anche in italiano, conoscendone così anche la cultura, per non essere condannati ad una marginalizzazione forzata. Grazie all’avvicinamento alla fede cattolica, in anni in cui anche all’interno della Chiesa iniziavano a circolare venti di rinnovamento, a incontri e scambi con ragazzi dell’altro gruppo etnico, Langer sviluppò presto quel desiderio di essere “ponte fra culture”, di partecipazione a un futuro di cambiamento generalizzato in cui anche un’Europa unita, patria di popoli diversi, potesse giocare un ruolo fondamentale, che fu traccia costante nella sua vita di impegno fino all’ultimo giorno[3].

Fra riflessione politica ed esperienza biografica: la storia recente dell’Alto Adige/Sudtirol negli scritti di Langer



Nella riflessione storica sull’Alto Adige Langer si dimostra fortemente interessato a quegli elementi del passato dotati di un riscontro immediato nell’attualità e capaci di spiegare anche quei lasciti della storia che ancora riescono ad essere determinanti.
Esempio di tale atteggiamento può venire dalla lettura dell’articolo che egli dedicò nel 1984 alla figura di Andreas Hofer, in occasione dell’anniversario della battaglia di Spiga del 1809 che vide i tirolesi sconfiggere le truppe franco-bavaresi di Napoleone. Hofer, oste tirolese, organizzatore della resistenza popolare contro gli occupanti, veniva da molti considerato, oltre che padre dell’autonomia, anche un simbolo del tradizionalismo e dell’arretratezza della regione, a causa di un’interpretazione conservatrice ben radicata negli anni: l’oste veniva difatti descritto come l’uomo del popolo, illuminato dalla fede cattolica che aveva difeso il proprio territorio e le sue tradizioni dall’invasione dei “giacobini riformisti”[4]. Parlando della vicenda di questo eroe locale, Langer invitò i suoi concittadini a non dare una lettura banalizzante e quasi “politica” degli eventi poiché nelle scelte di Hofer si potrebbe difatti ritrovare l’autentica essenza del Tirolo: una regione che nel corso dei secoli ha vissuto nell’incapacità di produrre in maniera autonoma il cambiamento e la riforma, finendo così per rifugiarsi nella “culla del passato”[5].

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Fin dalla sconfitta dei contadini rivoluzionari di Gaismair[6], nel ‘500, c’è una infausta costante che attraversa la storia tirolese. Innovazioni, progressi, aperture, riforme non scaturiscono più dalla forza propria del popolo tirolese (che per lunghi secoli si lecca le ferite della sconfitta dei contadini rivoltosi), ma provengono solo dall’esterno. L’illuminismo arriva sulle baionette dei battaglioni franco-bavaresi; il liberalismo viene imposto dal governo di Vienna, al quale il Tirolo si oppone (nella seconda metà dell’Ottocento) in un lungo e tenace Kulturkampf; le idee socialiste vengono presto identificate – soprattutto nella parte meridionale del Tirolo – come walsch, “italiane”, e così diventa più facile denunciarle e combatterle, imputando al ‘socialismo’oltretutto i peccati del dominio italiano nel Sudtirolo (del tutto a sproposito) ed individuando nella sinistra una specie di cavallo di Troia della snazionalizzazione italiana.[7]

L’innovazione imposta ebbe in un’ultima analisi il risultato di rafforzare quel senso di conservazione e refrattarietà al cambiamento tipico delle minoranze etniche, che spesso si sentono sotto attacco e parlano di difesa del patrimonio tradizionale per legittimare un certo conservatorismo ed un’incapacità di avvicinarsi al presente ed essere al passo con il progresso[8].

Il timore dello schiacciamento etnico è l’altra costante della storia di questa regione: dapprima di una parte della popolazione di lingua italiana (pur nella sostanziale autonomia di cui godeva la regione in nome della sua complessità etnica all’interno di uno Stato plurinazionale come l’Impero asburgico) poi di quella tedesca, quando il Sudtirolo venne annesso al Regno d’Italia divenendo la provincia dell’Alto Adige.
Anche in considerazione dei toni raggiunti dalle campagne degli irredentisti italiani per giustificare l’agognata annessione dell’area all’Italia (che arrivarono a descrivere i tedeschi come sostanzialmente estranei al territorio), il passaggio dal dominio austriaco a quello italiano fu vissuto con profondo timore da parte della popolazione tedesca. Nonostante il mancato riconoscimento a questa del diritto all’autodeterminazione nazionale, il governo italiano ed il re si impegnarono, nel corso degli accordi di Saint Denis con l’Austria (10 settembre 1919), a garantirle autonomia e tutela, cercando così di non contraddire in maniera troppo evidente i punti della dottrina Wilson cui si era fatto ampio riferimento all’indomani della Grande Guerra[9].
Però già dal primo governo Mussolini iniziarono a cadere i precedenti impegni presi dallo Stato rispetto alla popolazione tedesca, in quanto il fascismo, avendo cavalcato il mito della “vittoria mutilata” e presentandosi come unico portavoce del nazionalismo italiano memore degli anni del conflitto, giocava una carta importante della sua credibilità politica in Trentino e in provincia di Bolzano. Per tal motivo venne messa in campo una vasta campagna di italianizzazione forzata, che passò per la soppressione di tutto ciò che poteva essere definito come società civile sudtirolese, imponendo addirittura l’italiano come unica lingua utilizzabile nelle istituzioni, scuola compresa.
Dal momento in cui questa pratica si rivelò infruttuosa, il regime inaugurò un processo di industrializzazione dell’area che aveva il duplice obiettivo di colpire la popolazione tedesca, dedita in gran parte alla produzione agricola, e di incentivare l’immigrazione italiana. Questo periodo rimase come un ricordo indelebile nella popolazione sudtirolese, che iniziò a parlare di “marcia della morte”: una lenta e spesso invisibile scomparsa della presenza tedesca di fronte alla crescita della popolazione italiana[10].
Da non dimenticare in questa fase la presenza di Hitler e del pangermanismo nazista, che iniziava ad affacciarsi ai confini nazionali e nella politica italiana: per le popolazioni tirolesi iniziò a costituire un riferimento importante, nonostante l’Anschluss non includesse il Sudtirolo, non volendo Hitler alienarsi l’appoggio dell’Italia.
Quando il governo italiano e quello tedesco giunsero ad un compromesso, si risolsero anche a dare una sistemazione etnica all’Alto Adige che fosse in linea con le rispettive politiche. Il 23 giugno del 1939 fu firmato a Berlino dalle delegazioni d’Italia e Germania il cosiddetto “regime delle opzioni”: fallita la denazionalizzazione, si propendette per un allontanamento volontario della popolazione tedesca dalle terre sudtirolesi, che però andasse a favorire anche la Germania nazista. Gli accordi prevedevano che entro il 31 dicembre dello stesso anno i sudtirolesi avrebbero potuto liberamente scegliere se optare per l’espatrio in uno dei territori del Terzo Reich, mantenendo così la cittadinanza tedesca, oppure rimanere sul territorio rinunciando definitivamente allo status precedente e a qualsiasi tutela etnica[11]. In tal frangente la quasi totalità di questi optò per la Germania, alla ricerca della Heimat[12], una patria ideale riconoscibile nei sentimenti dati dal contatto con le terre della propria tradizione, che vedevano sparire sotto il dominio italiano e che riconoscevano nelle parole di Hitler sulla “Grande Germania”[13].
Il “regime delle opzioni” risulta essere uno dei nodi storici più rilevanti della regione: avrà infatti dei sostanziali riflessi in tutto il secondo dopoguerra, influenzando anche le scelte politiche che determineranno le trasformazioni dell’Alto Adige. Langer affrontò la spinosa questione nei primi anni ottanta, a seguito dell’ondata di critiche sollevatasi dopo un’intervista rilasciata dal famoso scalatore sudtirolese Reinhold Messner, dove affermava che la Heimat venisse utilizzata spesso come eccessiva giustificazione «da parte di un popolo che come nessun altro, ha anche tradito la propria Heimat»[14]. Langer concordava con la visione di Messner, affermando che in realtà gli optanti, più che per la propria Heimat, scelsero in base a una simpatia nei confronti del nazismo. La reazione che si era scatenata all’indomani dell’intervista a Messner poteva così essere spiegata solo con una mancata riflessione autocritica della parabola nazista (Vergangenheitsbewältigung). Di fronte alle tentennati giustificazioni degli optanti Langer poneva la piena legittimità di quelli che al nazismo si erano opposti, pagando anche con la vita il costo della loro scelta: un ottimo esempio, a suo avviso, poteva essere il 35enne sudtirolese Josef Mayr-Nusser, che trovò la morte nel campo di concentramento di Dachau per aver rifiutato di prestare il giuramento alle SS in nome della sua fede cattolica[15]

Dagli anni dello scontro etnico alla costruzione di un “Altro Sudtirolo”

La definitiva decisione dell’appartenenza del Sudtirolo all’Italia, per quanto accompagnata dalla ratifica di una larga autonomia (Accordi Degasperi-Gruber, 1946[16]), lasciò comunque un profondo malcontento in quella parte di popolazione tedesca che invece auspicava l’annessione all’Austria[17]: si aprì così quella stagione del terrorismo altoatesino che segnò profondamente il territorio per diversi anni (risale al 1961 la cosiddetta “Notte dei Fuochi”, in cui vennero fatti esplodere diversi tralicci dell’alta tensione in una sola nottata[18]) e che ebbe dei legami con la più generale “Strategia della tensione” che interesserà tutto il paese[19].
Langer parla di questa fase come lo scenario della sua formazione, durante la quale iniziò a conoscere meglio la sua terra ed i suoi problemi:

I fascisti [si allude qui ai militanti del MSI, Nda] fanno cortei per l’Ungheria e per “Magnago[20] a morte”. Me ne sento minacciato anch’io e comincio a sentire il fascino della resistenza etnica. Ogni sabato leggo la terza pagina del “Dolomiten” che riporta i capisaldi della storia sudtirolese, informa sui soprusi degli italiani, delle promesse non mantenute dallo Stato, di come si viveva sotto il fascismo. Il processo contro i “Ragazzi di Pfunders” (accusati – credo ingiustamente – di aver ucciso un finanziere, in seguito ad una lite di osteria e duramente condannati) mi emoziona e mi indigna. Quando una mattina, passando in treno da Waidbruck (Ponte Gardena), vedo che il “duce di alluminio” è stato fatto saltare di notte, ne sono contento. Fanfani prometterà poi di ripristinare quella statua equestre al “genio italico” che rappresentava Mussolini a cavallo, ma non succederà mai[…]. Percepisco che il clima in casa è diverso da quello fuori, anche nella seconda metà degli anni ’50, quando si va verso gli attentati dell’autonomismo e irredentismo tirolese.[21]

Langer ben presto cominciò a sviluppare delle riflessioni che negli anni della maturità lo porteranno a cogliere il vero valore delle strutture istituzionali e delle garanzie sancite da un corpus legislativo: per quanto funzionali a offrire un’idea di sicurezza a quei gruppi etnici che si sentono minacciati, non possono tuttavia sopperire al valore di una convivenza costruita attraverso l’incontro e la comune conoscenza[22].

Insieme a diversi amici comincio a capire -a metà degli anni ’60- che forse un gruppo misto può essere la chiave per capire ed affrontare i problemi del Sudtirolo: sperimentare la convivenza in piccolo. Il gruppo si raccoglie, i più sono di provenienza cristiana, qualche non credente, ragazze e ragazzi, di madrelingua tedesca, italiana, ladina. Cominciamo a incontrarci regolarmente, a studiare insieme la storia della nostra terra (scoprendo le reciproche omissioni e reticenze), a farci un’idea di come potrebbero andare le cose. Ci sentiamo impegnati contro gli attentati (ormai di matrice neonazista, e con i servizi segreti implicati), per una giusta riforma dell’autonomia, per un futuro di convivenza e rispetto, nella conoscenza reciproca di lingue e culture[23].

Il desiderio di superare barriere legate alla scarsa conoscenza e al pregiudizio, il tentativo di lanciare un segnale a tutta la popolazione del Trentino Alto Adige trovò un importante sbocco alla fine degli anni ’70. Di fronte al “riflusso”, Langer ed altri lanciarono l’ipotesi di una lista interetnica che corresse alle elezioni regionali. La scelta di rompere anche a livello elettorale le gabbie etniche si dimostrava coraggiosa e di forte impatto, nonostante fossero passati gli anni più duri del conflitto: nel 1971 era stato difatti approvato il cosiddetto “pacchetto di autonomia”, che pur disegnando delle forme interessanti di autogoverno territoriale e di ripartizione etnica (l’utilità delle garanzie giuridiche di cui parlavamo prima), istituzionalizzava la separazione presente nella società altoatesina, senza cercare di produrre una vera integrazione[24]. L’idea delle liste era nata all’indomani del funerale dell’amico e compagno del “Die Brucke” Norbert C. Kaser: giovane poeta sudtirolese, aveva cercato di superare tramite la letteratura il conservatorismo e la chiusura del Sudtirolo, come Langer aveva tentato di fare con la politica. Oscuro presagio, Kaser era morto di solitudine, nell’ultimo tentativo di continuare in questa sua battaglia[25]:

il silenzio di quel funerale (civile) e la dispersione e l’impotenza di tante persone che ai miei occhi rappresentano il meglio di questa terra, mi fanno impressione. Norbert C. Kaser è morto di questa impotenza[…]. Pochi giorni dopo pubblico sulla “Sudtiroler Volkseitung” una proposta: riunire il dissenso sudtirolese, attraversando i gruppi linguistici ed i residui dei gruppi politici organizzati, ed affrontare- anche in occasione delle […] elezioni regionali e provinciali- il gigante del regime sudtirolese [la SVP, Nda] con la fionda di David, senza dogmatismo e senza settarismo[26].

La concretizzazione di queste riflessioni fu la presentazione della lista Neue Linke/Nuova Sinistra che, con il convinto sostegno dei radicali, riuscì a guadagnare il quarto posto fra le forze politiche della provincia di Bolzano nel 1978.

Dopo questo insperato successo la lista dovette misurare immediatamente nella pratica le proprie aspirazioni in occasione del censimento etnico della popolazione della regione, lanciato assieme al generale censimento della popolazione italiana per il 1980-81. Questo tipo d’indagine, incentrata sulla composizione numerica e la forza dei gruppi etnici, era necessaria per il corretto funzionamento dei meccanismi dell’Autonomia provinciale e della presenza proporzionale dei vari gruppi all’interno delle istituzioni, stabilita dagli ultimi accordi del 1972 (in cui venne definitivamente ratificato il “pacchetto dell’autonomia” per l’Alto Adige)[27]. Langer e i militanti della lista però intravidero in questo censimento e nella perentoria scelta di un gruppo etnico un’ulteriore riconferma dell’interesse, tanto delle dirigenze politiche italiane che sudtirolesi, di non favorire la piena integrazione e l’incontro fra tedeschi, italiani e ladini:

i nostri governanti, Stato italiano e potere locale della Sudtiroler Volkspartei, potranno finalmente realizzare un loro sogno: istituire ‘l’anagrafe dei gruppi linguistici’, una specie di ‘catasto etnico’ che lega ogni persona abitante nel Sudtirolo ad uno dei tre gruppi[…]al di fuori dei quali pero non c’è salvezza.[…] Peccato che da noi, nel civilissimo Sudtirolo e nella civilissima Mitteleuropa, alcuni anni fa solo estremisti e bastardi si battevano con forza contro questo ingabbiamento etnico obbligatorio. Le ‘organizzazioni responsabili’ dai partiti alle confederazioni sindacali, dalle forze ecclesiastiche a quelle culturali o tacevano o gridavano all’untore, ai destabilizzatori dello Statuto e dell’ordine esistente[28].

La battaglia di opposizione che il gruppo condusse (mantenendo comunque posizioni non estremiste: si parlò sempre di obiezione di coscienza e non di boicottaggio) fu quindi solitaria: per la conseguente difficoltà per molti cittadini di avere una corretta informazione, il numero degli obiettori fu molto basso[29].

Per quanto nella fase successiva a questa sconfitta Langer avesse cercato di allontanarsi dalla deludente politica locale[30], mantenne comunque una costante attenzione per la sua realtà; traduzione di questo positivo interessamento fu la presentazione alle elezioni politiche del 1988 della “Lista Verde Alternativa”, che manteneva l’obiettivo di costruire dal basso un “Altro Sudtirolo”. La crescita elettorale delle liste alternative e il miglioramento del clima in molte parti della regione dopo una rinnovata ondata di attentati ‘indipendentisti’ fra il 1986 ed il 1988 (che fra l’altro avevano avuto come reazione quella di una forte “nazionalizzazione” dell’elettorato italiano della provincia di Bolzano, che aveva espresso un voto prevalentemente indirizzato al MSI), venne confortato anche dalla chiusura degli accordi sull’autonomia nel 1992[31].
Negli anni successivi Langer fu coinvolto in numerose battaglie per la convivenza e per la tutela dell’ambiente, in cui cercò di spendere l’esperienza acquisita nelle lotte precedenti di respiro locale. La sua terra fra l’altro non mancò di riservargli le ultime cocenti delusioni, come il rifiuto della candidatura a sindaco di Bolzano a causa della mancata appartenenza a un gruppo etnico, avendo lui praticato l’obiezione del 1981[32]. Il dramma del conflitto nei Balcani, la frustrazione data dal prolungato impegno senza frutti immediati, accumularono in lui quella profonda stanchezza che lo portò a voler chiudere da sé i propri giorni

jacopofrey@gmail.com

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