pro dialog

Alexander Langer

Luigi Manconi: Alex Langer il giusto
Hoffnungrträger; una parola tedesca che, da sola, sintetizza un orizzonte morale e ideale, e che potrebbe costituire un programma politico, se si riuscisse - infine - a recuperare alla politica la sua natura di servizio e la sua sostanza vera: battagia di idee e, dunque, di concrete utopie.

Portatori di speranza collettiva: una parola che ci aveva insegnato Alex Langer. Ma che, soprattutto, Alex aveva incarnato ed esemplificato quotidianamente nella sua vita, e non solo in quella politica: perché per lui, coerente e generoso all'estremo, non esisteva, non poteva esistere scissione tra sfera personale e sfera politica. La sua dimensione privata e quella pubblica erano tutt'uno, in un travaso impegnativo e incessante; niente schermi, niente censure e, forse per questo, anche minori difese. Minori difese di fronte a chi, della politica (anche "di movimento") faceva strumento di potere, con quel "realismo" rinunciatario che, non di rado, ricorre alla doppiezza per fare apparire l'incoerenza una virtù.

Non si cambia la politica se ognuno non cambia se stesso: questo ci diceva Langer, così caparbiamente e splendidamente fuori moda rispetto a quanto quella formula fu elaborata e venne usurata e dissipata. Non si cambia la politica se si rinuncia a dire e a praticare, già a partire da sé, già nel piccolo del proprio esistere e agire politicamente, quella speranza collettiva; se si rinuncia a portarne il carico di responsabilità. Dunque, Langer liberava quel messaggio da ogni velleità catartica e da ogni ingenuità redentrice, per tradurlo, piuttosto, in un impegno rigoroso e severo di autoinformazione e di consapevolezza dei propri limiti e delle proprie responsabilità.

Lui questo peso se l'era sempre caricato sulle spalle, senza calcoli o prudenze, forzando i tempi - se occorreva - e sapendo accettare il rischio e la fatica di iniziare il cammino da solo.

E le sue spalle, generosamente caricate sin quasi a un cosciente, e sfrontato, autolesionismo, si sono infine piegate quel 3 luglio 1995. Stanche, ma non sconfitte né tantomeno pentite. Alex, "viaggiatore leggero", apolide per scelta, transfuga da ogni cultura chiusa, si è concesso infine una sosta e ha posato lo zaino. Ma, incorreggibilmente generoso, ci ha lasciato l'ennesimo regalo: "Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto".

Se alla tristezza per la sua morte (alla nostalgia della sua vita) non riusciamo comunque a rinunciare, possiamo e dobbiamo continuare in "ciò che era giusto".

E non c'è, non ci dev'essere, realismo di governo o ragionevolezza della politica che possa farci abbandonare questa convinzione e recedere dallo sforzo di accorciare sempre di più "la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere". E ancora "tu che ormai fai il "militante" da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del '68 (già da grande), dell'estremismo degli anni '70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l'America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell'ecologia - da dove prendi le energie per "fare" ancora?": è una domanda che Alex, nel marzo 1990, rivolgeva in tutta evidenza a se stesso. Poco più di cinque anni dopo probabilmente, si è risposto che queste energie, in lui, non c'erano più.

Ed è una domanda, quella, che molti di noi, di esperienze e biografie analoghe ma anche diverse, ci siamo rivolti e ci rivolgiamo spesso; magari, molte volte, rimuovendone la durezza o mettendone tra parentesi le spietate implicazioni perché la risposta resta difficile, dolorosa, non scontata; e perché i frammenti tendono a disperdersi o, in apparenza, a confliggere. Ma, ancora una volta, ci ha aiutato Alex a trovare la risposta: "Continuare in ciò che era giusto". Qualcuno, infinitamente saggio e infinitamente sciocco, ribatterà prontamente: cos'è "giusto"?. Ma no, che non è quello il problema. Il problema è continuare. Continuare su un sentiero tracciato - irregolare e approssimativo, ma un sentiero - in cui ogni frammento, come i pezzi dello specchio, rimanda la figura intera. Questa stella polare è stato il "filo rosso" della sua esistenza e Alex ce lo ha donato come il testimone che si passa perché altri - e insieme - possano arrivare al traguardo di una utopia concreta. Un traguardo mobile, che si conquista, si modifica e si rinnova tutti i giorni. Raccogliere il testimone e perseguire gli infiniti traguardi, è l'unica cosa che ci può rendere capaci di obbedire all'ultimo invito di Alex: "Non siate tristi".