pro dialog

Alexander Langer

Mauro Paissan: convivenza e pacifismo i suoi rovelli
Alex ci ha lasciati. Lo avrebbe fatto, secondo le informazioni della polizia, in un modo che ci appare assurdo, ma che non possiamo giudicare.

Di lui vogliamo ricordare la vita, non il momento della morte. E la vita di Alexander Langer è stata tanta, forse troppa in intensità e in pesantezza, in soddisfazioni e in disillusioni, in affermazioni e in sconfitte. Ne parlo da amico sconvolto, ma anche da ammiratore.

Ci conoscevamo dal '68, lui sudtirolese e io trentino, e ci siamo laureati in sociologia lo stesso giorno davanti alla stessa commissione, entrambi durante il servizio militare. Il filo del nostro rapporto non si è mai interrotto, nonostante i lunghi silenzi e le diverse scelte politiche negli anni '70: lui al quotidiano "Lotta Continua", io al "Manifesto".

In seguito, la sua ricca esperienza politico-istituzionale a Bolzano prima e al Parlamento europeo poi e, sempre da inquieto e mai appagato, nell'organizzazione dei Verdi. Mi capitava spesso, allora, di chiedergli di scrivere degli articoli per il giornale che dirigevo e le telefonate diventavano occasione di confronto politico e di scambio umano. Colpiva in lui l'intelligenza, la cultura, la familiarità con le lingue, l'inquietudine intellettuale, la generosità ma anche una giusta dose di astuzia politica. Non aveva l'immagine (effimera) del vincente e ogni tanto si ritraeva in un isolamento maltollerato anche da chi gli si sentiva vicino.

Questione etnica, ambientalismo e pacifismo: questi i tratti distintivi della sua attività politica, in particolare dopo la fine dell'esperienza della Nuova sinistra. La convivenza tra etnie diverse fu un costante rovello, non solo per il suo Sudtirolo ma per tutti i luoghi d'Europa e del mondo dove le diversità spesso debordano in odio e in guerra. Girava per il mondo, incontrava, parlava, tentava di favorire il dialogo, cercava di costruire ponti di pace. E l'armonia con l'ambiente era per lui tutt'uno con i rapporti di convivenza tra gli uomini.

Qualche anno fa lui era già tornato per il matrimonio a Firenze, città dove aveva preso la sua prima laurea, e sostenne la mia candidatura alla Camera nella lista dei Verdi in Toscana.

Capitava talvolta di incontrarci in qualche stazione, in qualche aeroporto, più raramente in qualche riunione. Mi chiedeva di Pisa (il mio collegio elettorale), dei suoi vecchi amici pisani. E parlavamo della nuova politica italiana. Avevo come l'impressione che la cosiddetta seconda repubblica gli fosse talmente estranea e che ci considerasse con un po' di sufficienza: lui con la testa a Sarajevo e noi a pensare a Berlusconi. Il mistero della morte diventa così immenso di fronte a una morte così.