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Sabina Langer: Memoria e giustizia per Srebrenica
9.7.2007, Azione Nonviolenta maggio 2007
… Che tutto ciò si può ripetere. A noi, oppure a loro. Se non facciamo qualcosa. Se permettiamo che l’oblio grazi i carnefici. Se la verità non verrà scritta con le lettere maiuscole. Se le vittime non potranno finalmente alzare la testa e piangere pubblicamente i loro morti. E vedere la condanna del male. Senza riserve. E senza privilegiati. Di tutto, il silenzio è quello che fa più male.Una generazione è andata perduta. I morti ancora buttati qua e là in centinaia di fosse comuni, i sopravvissuti impietriti nel passato. Crescono nuovi bambini. Molti di loro studiano nelle scuole con le mura ancora insanguinate. Guardano i carnefici. Liberi. E potenti. E ascoltano le storie dei loro dispersi. E devono guardare al futuro. Le vittime chiedono verità e giustizia. Loro il passato non lo possono dimenticare. Potranno andare avanti soltanto se avranno la sicurezza che la loro sofferenza sarà riconosciuta.Da giorni ascolto come i politici della Serbia dicono che il Governo della Bosnia Erzegovina deve ritirare l’accusa messa in atto di fronte al Tribunale internazionale dell’Aja, perché questo potrebbe turbare le future relazioni. Per i carnefici l’oblio è un premio.Per le vittime una nuova ferita sul corpo massacrato. A chi di loro serve un futuro senza la verità?(Irfanka Pašagić - da Presentazione Film Souvenir Srebrenica, marzo 2006)  

L’insegnamento più grande che ha lasciato Alexander Langer alla Fondazione che porta il suo nome, a me e a tante altre persone è l’impegno costante che metteva nel creare e mantenere legami personali di amicizia e di cura verso coloro che incontrava sul proprio cammino. Al primo posto per lui c'erano le persone con i loro bisogni, sempre diversi e particolari, bisogni da scoprire volta per volta senza utilizzare categorie generalizzanti.

 Dal 1991 la questione balcanica fece parte della vita di Langer: assieme alla deputata austriaca Marijana Grandits creò il Verona Forum per la pace e riconciliazione nell’ex-Jugoslavia, offrendo un tavolo di confronto e di trattativa dal basso al fine di elaborare proposte e vie d’uscita dal conflitto, fatte proprie dal Parlamento Europeo ma di fatto inascoltate dai governi e dalle diplomazie internazionali.

Il 25 maggio 1995 una bomba uccise 71 ragazzi nel centro di Tuzla. Bešlagić, che era sindaco di Tuzla, mandò un fax al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e lo fece arrivare anche a Langer per conoscenza: “Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non ve ne rendiate conto”. Con una delegazione di deputati europei, Alexander si recò il 25 giugno a Cannes, al vertice dei Capi di Stato e di Governo, con un drammatico appello: fate qualcosa e fate presto per interrompere il ciclo della violenza armata, perché “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”. Mancavano pochi giorni alla strage “annunciata” di Srebrenica.

Langer non fece in tempo a sapere del genocidio di Srebrenica.

 Il genocidio fu perpetrato contro la popolazione civile, tra l’11 e il 19 luglio del 1995 dalle truppe serbo-bosniache comandate dal generale Mladić: a Srebrenica furono torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni più di 8000 (più di 10 000 secondo le donne di Srebrenica) uomini e ragazzi bosniaci di religione musulmana, rifugiati e residenti in quella che era stata dichiarata zona protetta dall’Onu nel 1993. Centinaia di donne furono stuprate e costrette ad assistere al massacro dei propri cari.  Nell’aprile 2004 il Tribunale penale internazionale dell’Aja riconobbe tale massacro come un vero e proprio genocidio, i cui principali responsabili (l’ex presidente della Republika Srpska Radavon Karadžić e il suo generale Ratko Mladić) sono tuttora latitanti. Il 4 dicembre 2006 ad Assen in Olanda furono conferite 500 medaglie al valore ai soldati del Dutchbat III, che fecero parte del contingente di pace stanziato a Srebrenica fino ai giorni del genocidio. Adriano Sofri scrisse: “Quei militari e gli ufficiali furono o inerti o complici della selezione di donne e bambini da cacciare e braccare e dello sterminio di 8000 uomini di ogni età, ragazzi e vegliardi compresi, da parte degli sgherri di quel Ratko Mladić che l’Olanda del Tribunale Internazionale aspetta ancora invano. Tutto si scorda prima o poi. Prima, tutto si decora di una medaglia al valore” (Il Foglio del 9 novembre 2006). Il 26 febbraio 2007 la Corte di Giustizia Internazionale si è pronunciata – dopo 14 anni – sul ricorso della Bosnia Erzegovina contro la Serbia per violazione della Convenzione sulla Repressione e Punizione del Crimine di Genocidio. La Corte ha confermato il verdetto del Tribunale penale internazionale dell’Aja, ma non ha trovato elementi a sufficienza per attribuire alla Serbia il genocidio commesso a Srebrenica dall’esercito della Republika Srpska – e, occupandosi di responsabilità tra stati, la Corte di Giustizia Internazionale non può pronunciarsi contro la Republika Srpska, che non viene riconosciuta come soggetto di diritto internazionale. L’indubbio aiuto finanziario che durante la guerra in Bosnia Erzegovina pervenne da Belgrado non ha rappresentato una prova sufficientemente forte che l’esercito della Republika Srpska fosse parte dell’esercito della Serbia o dei suoi organi statali. [1]La Serbia, quindi, è stata giudicata responsabile solo del fatto di non aver impedito il genocidio né di aver punito i colpevoli, tuttora latitanti. È il primo stato a essere condannato per aver violato la Convenzione sull’impedimento e sulla mancata punizione del crimine di genocidio. È una magra consolazione per le vittime di Srebrenica, le quali – contrariamente a ciò hanno visto e vissuto – apprendono dalla sentenza che la Serbia non ha né commesso il genocidio né lo ha pianificato né ha istigato al genocidio. La Serbia, dal canto suo, si sente alleggerita dal verdetto e si dichiara – forse questa volta per davvero – disponibile a collaborare con il Tribunale Internazionale dell’Aja. La Republika Srbska si unisce ai festeggiamenti serbi – e non sembra realizzare le conseguenze della sentenza: se non è stata la Serbia a commettere il genocidio, chi è stato allora, se non coloro a cui Dayton ha regalato il 49% del territorio della Bosnia Erzegovina come “ricompensa” per le pulizie etniche – o dovrei dire genocidi?Le vittime di Srebrenica – perché, ricordiamo, anche i sopravvissuti sono vittime – invece si rendono conto del peso della sentenza della Corte di Giustizia Internazionale. Se ne è reso conto anche il Peace Implementation Council che ha deciso di prorogare di un anno la presenza degli uffici dell'Alto Rappresentante in Bosnia Erzegovina.  Molti hanno protestato e manifestato nei giorni seguenti la sentenza. A Sarajevo martedì 27 febbraio 2007, il giorno dopo la sentenza, sono scesi in piazza circa 5 mila persone, mettendo in scena la più grande manifestazione di piazza dalla fine dei conflitti. Erano studenti, professori dell’università, ma anche tanti singoli cittadini bosniaci. Gli slogan che ci hanno riportato i giornali sono molto chiari: “Sono stati i marziani?” oppure “Occidente, l’ennesimo tradimento”. Contrariamente a ciò che ha affermato Giampaolo Visetti in un articolo apparso su La Repubblica i primi di marzo[2], non esiste alcun bosco di alberi che portano il nome delle vittime di Srebrenica. Le donne quindi non possono abbattere questi alberi. Come non hanno mai lontanamente pensato, contrariamente a ciò che dice l’articolo, di bruciare le federe su cui hanno ricamato con amore e cura i nomi degli scomparsi. L’11 marzo la manifestazione è stata pacifica e triste come ogni mese da 12 anni, con la differenza che molti italiani allarmati dal suddetto articolo sono stati presenti.Leggere l’articolo di Giampaolo Visetti che oltre a diffondere fatti sbagliati e/o inesistenti parla anche di vendetta e di odio, mi fa riflettere una volta di più sul ruolo decisivo dei media nella guerra balcanica. Non riesco a capire come dopo tutte le manipolazioni mediatiche che hanno fomentato odio, nazionalismi e massacri, l’autorevole quotidiano italiano possa pubblicare in un momento così delicato un articolo di un autorevole giornalista che diffonde informazioni false che possono riaccendere rancori e riaprire vecchie ferite. Perché con il senno di poi, non hanno smentito pubblicamente?

Dopo la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale, il ruolo della Comunità Internazionale è importantissimo. Il 12 marzo si sono incontrati a Srebrenica i maggiori rappresentanti politici bosniaci – purtroppo i rappresentanti della Republika Srpska non hanno voluto partecipare all’incontro. Hanno discusso la possibilità che Srebrenica diventi un distretto autonomo in Bosnia Erzegovina, come Brčko. Questo potrebbe far sì che si possa finalmente pensare alla ricostituzione della vita a Srebrenica; infatti come unico comune all’interno della Republika Srpska con un sindaco musulmano, la situazione per quanto riguarda i finanziamenti è misera. Se diventasse invece un distretto autonomo, inizierebbero a girare più soldi e si potrebbe finalmente parlare di una ricostruzione di Srebrenica. Comunque vada, una nota positiva c’è – sottolinea Irfanka Pašagić: i cittadini di Srebrenica hanno smesso di aspettare passivamente e hanno iniziato a esprimere preferenze, a intravvedere una via d’uscita. La situazione psicologica degli abitanti di Srebrenica è migliorata.

I profughi rientrati a Srebrenica affermano infatti di voler lasciare nuovamente la propria città se non dovesse cambiare la situazione. Perché continuare a far parte della Republika Srpska se essa si basa sul genocidio? La data fissata per questo nuovo esodo è il 14 aprile per permettere alle autorità politiche di trovare una soluzione.D’altro canto in Republika Srpska stanno raccogliendo le firme per indire un referendum per la separazione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina – referendum incostituzionale perché stando agli accordi di Dayton la Republika Srpska è parte integrante della Bosnia.Senza l’aiuto e il supporto della Comunità Internazionale credo sia molto difficile arrivare a un accordo. Bisogna però stare attenti al tipo di supporto che si fornisce. Questo deve essere il più possibile imparziale e neutrale, tenendo conto di tutti i cittadini bosniaci. Un commento come quello apparso su repubblica può aiutare solo a riaccendere le micce delle bombe inesplose durante la guerra, non a gettare le basi per un futuro di convivenza. La Fondazione Alexander Langer ha conferito a Irfanka Pašagić – psichiatra deportata insieme a moltissimi altri da Srebrenica nel 1992 – il premio internazionale del 2005. A lei e alla sua associazione Tuzlanska Amica è stato riconosciuto il grande impegno per una società di convivenza e di pace. Dal 2005 la collaborazione tra Fondazione e Tuzlanska Amica è costante. Ogni anno a Potočari vengono sepolti l’11 luglio i resti rinvenuti nelle fosse comuni, spesso secondarie e terziarie, e identificati grazie al DNA. La cerimonia è un momento solenne e importante, un momento in cui i presenti si sentono accomunati nel dolore da un senso di solidarietà, di fratellanza. Senza una tomba su cui piangere, i sopravvissuti non riescono a elaborare il lutto. Ormai il viaggio organizzato per partecipare alla cerimonia ufficiale di sepoltura dell’11 luglio è diventato tradizione. Quest’anno, probabilmente, ancora più degli anni scorsi, si respirerà nell’aria l’impotenza e la disperazione.

Nel 2005 è nato “Adopt Srebrenica”, un progetto che ha come partner principali la Fondazione Alexander Langer e Tuzlanska Amica, che insieme stanno lavorando per la costituzione a Srebrenica di un Centro Internazionale di Documentazione e di Ricerca sulla pace, la convivenza e la gestione del conflitto. Si sta organizzando una settimana internazionale che avrà luogo a Srebrenica i primi di settembre 2007. Ormai da mesi – è stato deciso che la memoria sarà l’argomento principale dei dibattiti, dei seminari, dei filmati e della tavola rotonda che avranno come attori studenti, esperti, cittadini bosniaci, balcanici ed europei.

Si è discusso a lungo sull’appropriatezza dell’argomento memoria. Dopo la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale credo sia ancora più importante parlare di memoria. Bisognerà usare ancora più delicatezza, ancora più sensibilità di quanta se ne fosse messa in conto fino ad oggi. Ma non si può non parlarne, non si può far finta di niente. Perché non c’è futuro senza memoria, ma neanche senza giustizia.

 


[1] “Ešefa Alić, 46 anni, racconta “ricordo benissimo i bombardamenti provenienti dalla Serbia. Io, mio marito e i nostri figli abitavamo in un villaggio fuori Srebrenica, non lontano dal confine con la Serbia. Durante l’assedio, finché siamo potuti rimanere a casa nostra abbiamo raccolto molte granate inesplose. Su alcune c’era scritto ‘Saluti dalla Serbia’. Abbiamo perduto queste prove quando abbiamo dovuto abbandonare la nostra casa. Come avrei potuto portarle visto che ci è stato impossibile salvare persino i vestiti dei bambini? E oggi ci vengono a dire che la Serbia non c’entrava nulla”. Intervista di Luca Leone,  http://www.infinitoedizioni.it/index.php 

 [2] Giampaolo Visetti, «Srebrenica, le radici dell'odio "La vendetta si avvicina". Rabbia dopo l'assoluzione dei serbi: "Traditi dall'Europa"», La Repubblica, 02.03.2007.