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Nermina Dautbasic - Allora e adesso - Un racconto da Srebrenica

 Osservo. Lapidi bianche. Innocenti testimonianze della cattiveria umana. Osservo. Taccio. Penso. Ma è possibile che sia tornata di nuovo qui a Potočari, a Srebrenica? È possibile che, dopo tutto, io sia tornata nel luogo in cui tutte le mie sofferenze hanno avuto inizio? È possibile ricominciare la mia vita accanto a quelle stesse persone che, tredici anni fa, avevano solo un obiettivo? Persone che negli occhi avevano solo il sangue dei mussulmani. Persone il cui successo veniva misurato dalla ferocia con cui uccidevano uomini, donne, anziani, bambini… Che cosa c’è adesso nelle loro anime? Adesso, la loro voglia di uccidere i bosgnacchi è soltanto tenuta repressa...oppure ...? Forse alcuni di loro si sono pentiti, ma gli altri...? Hanno paura della punizione divina oppure esultano alla vista dei bosgnacchi che sono riusciti a tornare, godendo ancora della propria ferocia per aver ammazzato loro un fratello, un figlio, il padre, il marito…?

Osservo le madri che hanno perso figli, mariti, e mi chiedo da dove prendano tutta questa forza. Forse, nella loro lotta per la verità, riescono a raccogliere anche gli ultimi slanci di forza per far in modo che giustizia sia fatta, almeno nei confronti dei maggiori responsabili dell’atroce genocidio compiuto sui bosgnacchi di Srebrenica. Forse il loro cuore è nero perché segnato dal dolore e dall’impossibilità di accettare di aver perso figli, mariti e padri… Mi chiedo se sono riuscite ad accettare veramente la perdita dei loro più cari oppure se, da vere bosgnacche, hanno soltanto accettato il loro destino e implorano il buon Dio che i loro figli, mariti e padri ritrovino la pace nel Memoriale di Potočari. Le ammiro. Spero che rimangano pazienti e forti, così che la verità possa conoscere la faccia della giustizia. Dodici anni dopo quel terribile genocidio, che ha segnato per sempre la mia vita, i miei pensieri sono tornati ad allora, come se in un certo senso stessi rivivendo le medesime sofferenze. Ho avuto davvero bisogno di molto tempo per trovare la forza di tornare nel luogo in cui la mia infanzia, le mie speranze, l'amore per mio padre, le amicizie, sono state stroncate per sempre.

In quei dodici lunghi anni ho cercato di conservare gelosamente il mio dolore, di reprimerlo, e nell’oblio ho cercato la salvezza. Però ogni volta che credevo di aver rimosso tutto, i ricordi riaffioravano a rammentarmi che da qualche parte dentro di me c’erano ancora e che mai e poi mai avrei potuto dimenticarli.

C’erano i ricordi, e le persone intorno a me a rammentarmi… Ricordo che al primo anno di università una mia amica mi disse: “Nermina, hai degli occhi così tristi. Non me la sento di dirti qualunque cosa perché ho la sensazione che, in ogni momento, tu possa metterti a piangere, oppure che tu abbia appena finito di piangere”. Io ovviamente dicevo che non era vero. Non so se sono riuscita a mentire agli altri o se mentivo solo a me stessa, perché gli altri riuscivano a cogliere la tristezza che mi inondava. Con tutta la mia forza ho cercato di dimenticare quello che è successo, non volevo vivere nel passato, volevo soltanto un’infanzia normale come tutti i miei coetanei. Però una cosa non riuscivo a capire; che la mia vita è segnata: è stata travolta da un enorme dolore e amarezza che né allora né adesso mi permette di avere una vita spensierata come i miei coetanei di quei paesi che non hanno vissuto le atrocità della tragedia di Srebrenica. Come se le mie sofferenze non fossero incominciate quando iniziò la guerra. Anche se siamo stati costretti a fuggire e non avevo più una casa e avevo fame, avevo però il mio babbo, la mia famiglia. Noi sei figli, con il babbo e la mamma eravamo sopravvissuti nei giorni della guerra ed eravamo contenti, per quanto era possibile, perché avevano l’un l’altro, ci supportavamo a vicenda e in qualche modo era più facile sopravvivere. Non so perché, però sono sempre stata più legata al babbo. Andava orgoglioso di me a scuola e quando tornava da un'udienza era sempre contento. Era orgoglioso della sua figlia più grande e anch’io ero orgogliosa che lui fosse il mio padre.

 

Adesso i ricordi di quei giorni riaffiorano come offuscati nella nebbia. Le granate, la fame, il nascondiglio, e i bambini che giocano nonostante tutto. Non vedevamo l’ora che venisse quell’estate del 1995. Infatti quell’anno c’era sia frutta sia verdura e anche la fame si faceva sentire di meno. Quello che ricordo di più sono i mirtilli. Ogni mattina insieme alle mie sorelle andavamo a raccogliere i mirtilli che erano la medicina della mamma, e in più ci si poteva fare anche la marmellata che a noi piaceva tanto. In quei giorni la maggior parte del lavoro casalingo era nelle mani del babbo, che lo svolgeva con disinvoltura per facilitare le cose alla mamma che era malata. Lavorava, cucinava, non si lamentava, tutto quello che voleva era fare al cento per cento quello che faceva la mamma. Adesso a pensarci bene mi sembra che quel ruolo gli piacesse, come se avesse avuto il presentimento che non sarebbe stato con noi ancora a lungo e per questo voleva lasciare la sua immagine il più possibile impressa nei nostri ricordi. Però una mattina, anziché essere svegliate dalla mamma, siamo state svegliate dagli scoppi delle granate che provenivano da tutte le parti. Avevano iniziato a lanciare le granate sulla città. Non c’erano più le nostre grida di gioia ma soltanto le urla di dolore e paura per quello che ci si aspettava; allo stesso tempo c'era anche la speranza e la fiducia che la comunità internazionale ci avrebbe protetto, aiutato e salvato. Nulla di tutto questo è successo. Questa Europa, la comunità internazionale e tutti quelli che ci potevano aiutare sono diventati sordi e sono rimasti da qualche parte, lontani, con le braccia conserte e senza neanche un briciolo di pietà.

Mentre cadevano le granate, noi fuggivamo nei nascondigli, con la speranza che qualcuno sentisse le grida d’aiuto di Nihad Nine Ćatići, l’unico che informava via radio da Srebrenica e che supplicava affinché qualcuno trovasse un po’ di pietà nell’animo per salvare i bosgnacchi di Srebrenica dai nemici, dai sanguinosi carnefici. Però nessuno lo ha ascoltato. Per sei giorni le granate sono cadute incessantemente e, quando pensavamo che tutto fosse finito, la mamma finalmente ci preparò il pranzo. Che profumo di pane bianco veniva dal forno. E noi bambini aspettavamo con impazienza che la mamma ci desse il pezzo che ci spettava. All’improvviso abbiamo sentito degli spari, come mai prima d’allora. Abbiamo solo sentito che dovevamo scappare perché i Četnici erano già arrivati in città e che anche UNPROFOR si stava ritirando. Noi siamo partiti, ma il pane è rimasto nel forno, nessuno lo ha mangiato. Siamo scappati ancora affamati e, mentre scappavamo, pensavamo al pane che avevamo lasciato. Siamo scappati non sapendo che stavamo andando incontro all’inferno. Abbiamo sperato nell’aiuto di chi invece ci ha tradito, delle anime vendute. So che quella notte ho dormito con i miei dalla sorella del babbo, e all’indomani… quel giorno non lo dimenticherò mai… la separazione dal babbo. Ancora non mi rendevo conto che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei sentito il calore del suo sguardo e del suo abbraccio.

 

Nermina Dautbašić è nata il 20.09.1982 a Brezovica, nel comune di Srebrenica, dove ha vissuto dal 1993 durante l’assedio della città considerata “zona protetta dall’Onu”. Nel luglio 1995 fu costretta a fuggire da Srebrenica. Nel genocidio perse il padre e molti altri parenti. Tra il 1995 e il 2006 ha vissuto nel cantone di Tuzla con la madre, i fratelli e le sorelle. Dopo essersi laureata alla facoltà di Scienze Matematiche e Naturali di Tuzla, nel 2006 è torna a Srebrenica, dove tuttora vive e lavora. Dopo 13 anni dal genocidio è ancora alla ricerca delle ossa di suo padre.

 

Traduzione Azra Fetahovic