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Adopt Srebrenica

Ivan Mazzacani: Srebrenica, 11 Luglio 2006. Diario di viaggio
Il pullman che ci porta al memoriale di Potocari si incolonna, come tanti altri, sulla strada che costeggia il fiume Drina. Un tempo, prima della guerra, il fiume faceva da confine tra Bosnia e Serbia, un confine naturale e riconoscibile che cinque anni di combattimento hanno reso frastagliato e confuso.

Ora solo dai cartelli in cirillico si può intuire se il paese che si attraversa sia serbo, conquista di guerra e perciò inalienabile, al contrario della mera geografia che suggerirebbe il contrario. Davanti e dietro a noi si vedono decine di pullman, la radio serba dirà che erano più di trecento, provenienti da tutta la Bosnia. Per partecipare alla commemorazione della strage di Srebrenica sono stati organizzati dei veri e propri viaggi, da Tuzla, Mostar, Sarajevo, chi in comitive stipato sui pullman, chi in privato con la propria auto e in compagnia di famigliari o amici. Sembra di assistere a un grande pellegrinaggio e contro tutte le mie aspettative il viaggio procede regolarmente, senza troppi intoppi o rallentamenti, verso la meta. I pullman vengono fatti parcheggiare affianco al memoriale, un caponnone industriale e anonimo, durante la guerra sede dei caschi blu dell'Onu, tristemente ricordato per essere uno dei teatri della strage. E' qui che gli abitanti di Srebrenica cercarono rifugio, ed è qui che molti di loro vennero massacrati dall'esercito serbo che trovò facili prede rompendo le finestre e mitragliando alla cieca contro i civili. Altre migliaia di persone vennero prese all'interno dei boschi mentre cercavano di raggiungere i territori controllati dai bosniaci e uccisi sommariamente, come testimonia il drammatico documentario "Souvenir Sebrenica". Le dimensioni di questa tragedia sono ancora in via di definizione. Le stime ufficiali parlano ufficialmente di circa 8.700 vittime, all'appello mancano però più di 10mila persone, perlopiù bosgnacchi, mussulmani di Bosnia, che non hanno fatto più ritorno a casa. Caschi blu, Nato e Onu. Quanta complicità con i serbi? Quanta responsabilità nella strage? Qualcuno interessato a fare luce su quanto accadde prima dell'11 Luglio ha messo in evidenza alcuni fatti che gettano più di un ombra sulle organizzazioni delle nazioni. In primo luogo la definizione dei compiti assegnati al proprio contingente. I Caschi Blu, in quel periodo 150 ragazzi appena arrivati dall'Olanda, dovevano perseguire principalmente tre obiettivi. Primo: rendere Srebrenica una zona di sicurezza. Secondo: impedire attacchi da parte dell'esercito serbo. Terzo disarmare la popolazione mussulmana. A partire dal 6 Luglio del '95, quando iniziò il bombardamento da parte delle unità speciali «Drina» dell'esercito serbo sulle postazioni Onu, fu chiaro che i primi due obiettivi erano destinati al fallimento. Le armi dei caschi blu vennero consegnate, senza battere ciglio per paura di ritorsioni, quelle della popolazione mussulmana erano invece già state ritirate diligentemente dallo stesso contingente olandese che assisteva impotente al secondo genocidio perpetrato in Europa dopo l'Olocausto. La promessa di una controffensiva contro i serbi non venne mantenuta e chi si aspettava di vedere in cielo gli aerei della Nato e dell'Onu dovette ricredersi e sperare che la morte fosse la più indolore possibile. Perchè? Sembra plausibile che dietro alla strage vi sia stato un baratto, un accordo tacito, tra gli alti vertici delle nazioni unite e la dirigenza serba la quale avrebbe ottenuto l'enclave di Srebrenica in cambio di un armistizio su Sarajevo. In altre parole: via da Sarajevo e carta bianca su Srebrenica.
Bianco, qui in Bosnia, il colore del lutto. Così è bianco anche il velo che molte donne portano in testa mentre la collina che costeggia il cimitero viene colorata da centinaia di ombrelli, unico riparo dal sole che da ore non da tregua. La collina è un punto privilegiato per assistere alla cerimonia: a sinistra si perdono a vista d'occhio i cippi che ricordano le vittime già seppellite. Sono quelle i cui corpi sono stati trovati nelle 32 fossi comuni sparse per il territorio attorno a Srebrenica e già riconosciuti negli ultimi anni grazie al test del Dna. Una tecnica mutuata dall'Argentina e utilizzata per dare nome e cognome ai desaparecidos trovati a loro volta all'interno di fosse. La procedura, attraverso l'esame mitocondriale, permette di risalire al ramo materno, e ovviare così alla difficoltà di identificare le vittime, uomini e ragazzi di un età compresa tra i 12 e gli 80 anni. Difronte alla collina si può vedere invece l'enorme anfiteatro di marmo su cui sono incisi in ordine alfabetico i nomi delle vittime e la tettoia quadrata allestita a moschea aperta, senza mura. E' qui che si radunano gli Imam, gli unici quest'anno a celebrare la commemorazione per volere degli organizzatori che hanno preferito escludere gli interventi dei politici. Uno di loro prende parola. Ricorda la necessità, secondo i precetti dell'Islam, di pregare cinque volte al giorno, e invita la gente ad avvicinarsi per la preghiera delle 13.00. Attorno alla tettoia migliaia di persona si avvicinano l'uno all'altro, la maggior parte si inginocchia mentre altri restano in piedi con la schiena inclinata. Dagli altoparlanti la voce si spande nell'aria e più eco si accavallano nello spazio tra le colline. «Allah uehber». «Allah è più grande». La cerimonia è in arabo, lingua perlopiù sconosciuta qui in Bosnia, ma i gesti sono ripetuti da migliaia di persone all'unisono che creano una coreografia suggestiva, surreale. Le persone si alzano in piedi e la scena è colorata da migliaia di magliette e vestiti lunghi fino ai piedi. Le persone si genuflettono, i colori spariscono per lasciare spazio al nero dei capelli. Tutti girano la testa verso sinistra, poi sempre all'unisono verso destra, percorrendo idealmente con lo sguardo l'intero spazio della vallata che sembra troppo piccolo per contenere tanta intensità. I gesti si ripetono più volte fino al termine della celebrazione, poi l'Imam invita tutti quanti, mussulmani e non, a prendere parte a un momento di preghiera comune. Tiene un discorso a metà tra il politico e religioso, parla di criminali che devono essere consegnati alla giustizia e di crimini che non devono più ripetersi. A volte la retorica è eccessiva, così dice che Dio ha portato, dopo l'11 di Luglio del 1995, 11 messaggi agli uomini ( «primo messaggio chi ha commesso un delitto contro un innocente ha ucciso tutta l'umanità. secondo messaggio ...) e che dopo l'11 di luglio del 1995 la vita di noi tutti è cambiata per sempre. Il discorso vienne tenuto in Bosniaco, poi tradotto in Inlgese. In seguito dagli alto parlanti si sente una voce di donna che snocciola un interminabile elenco. Poco dopo capisco essere costiuito dai nomi e delle vittime che oggi verrano seppellite e di cui vengono indicati luogo e data di nascita e di morte. Alla voce femminile si alterna una maschile, è così per circa due ore consecutive. Nel frattempo le bare, disposte inizialmente affianco alla tettoia in file da 12, vengono prese una ad una, sollevate da terra al di sopra della testa, sorrette da decine di mani, e trasportate nel luogo di sepoltura. Le bare sono lunghe quanto quelle tradizionali ma dato il mucchieto di ossa che devono contenere sono più strette e molto più leggere. Sono ricoperte da un telo verde, colore dell'Islam, e riportano un numero per facilitare la dislocazione all'interno del cimitero. Dalla collina sembra di vedere un enorme serpente verde che si snoda con velocità tra le persone, accalcate difianco alle fosse. Avvicinandosi si vedono anche alcune persone sorreggere con una mano la bara e con l'altra fare delle riprese con la video camera. Non si preoccupano tanto di chi sta attorno e avanzano spediti. Altri, forse giornalisti o visitatori fanno foto mentre le televisioni locali riprendono l'evento con telecamere che si muovono nell'aria attraverso bracci meccanici. Molte donne, venute oggi per seppellire il propio marito, fratello o padre, alla vista della bara si abbandonano a grida di dolore, alcune di loro, complice la calura infernale, svengono tra le lacrime e vengono portate in braccio o trascinate verso le tende adibite a pronto soccorso. Tra le urla e le parole di conforto, gli uomini prendono le pale e ricoprono le bare con la terra. Nel naso penetra il suo odore e la vista è annebbiata da polvere mista a luce. E' pomeriggio inoltrato e l'alto parlante, dopo aver diffuso una canzone che celebra la strage, rimane muto. Le auto e i pullman riprendono la strada del ritorno, il sole si fa più basso all'orizzonte. Osservo uno dei ragazzi che ha preso parte all'organizzazione. Pare stanco come tutti. Indossa una maglietta gialla con su scritto « Ne Zaboravimo Srebrenica», «Non dimentichiamo Srebrenica», 11 Luglio 1995.