pro dialog

Alexander Langer

Il Mandela del Kosovo premiato a Strasburgo
Un "premio Sacharov" decisamente tempestivo e promozionale, quello che il Parlamento europeo ha deciso di assegnare allo scrittore albanese Adem Demaci, presidente del "Consiglio per i diritti umani nel Kossovo". In un momento nel quale la Jugoslavia va in frantumi e lo scontro sembra concentrarsi tra serbi e croati, la condizione degli albanesi del Kossovo sembra un po' rimossa e dimenticata. Eppure l'abolizione delle garanzie di diritto, dell'autonomia costituzionalmente prevista, lo scioglimento del parlamento e la messa fuori-legge di gran parte delle organizzazioni albanesi in quella che ufficialmente è una "provincia autonoma" della Serbia, ha segnato l'inizio del degrado della convivenza in Jugoslavia. Ed oggi siamo in una situazione in cui non è improbabile, purtroppo, che un nuovo focolaio di guerra possa aprirsi, tra non molto, in quella regione montagnosa dei Balcani dove il confine tra Jugoslavia ed Albania attraversa un territorio popolato da albanesi (al 90%), che però anche i serbi reclamano come loro più sacro suolo patrio, visto che vi si trovano i più importanti monasteri ed i più prestigiosi monumenti di un'epoca di splendore serbo, poi bruscamente interrotta nel 14° secolo dall'avanzata turca.

Demaci, chiamato anche "il Mandela del Kossovo" per i suoi 28 anni di vita passati in galera a più riprese, si trova già a Strasburgo, ed è visibilmente emozionato: martedì potrà rivolgersi ai 518 deputati europei, nell'emiciclo, con un discorso solenne, e sarà la prima volta che la lingua albanese risuonerà in quell'aula.

"Certo, sono molto contento di essere stato prescelto per questo premio che il Parlamento europeo assegna agli 'innamorati della parola libera', e sono onorato di trovarmi in una fila con l'accademico Sacharov, con Dubcek, con il mio fratello sudafricano Nelson Mandela e la sorella birmana Aung San Sun: tutte persone che hanno conosciuto la prigione. Ed è bene che l'Europa oggi si ricordi, finalmente, di noi albanesi del Kossovo: ha già fatto fin troppe concessioni al regime serbo, accettando di svolgere la Conferenza dell'Aja senza una nostra vera rappresentanza e dimostrandosi disposta a cedere ulteriormente sul punto del ripristino dei diritti del Kossovo."

Come si vive nel Kossovo l'attuale guerra jugoslava, gli chiedo. "Un po' come prodromo di ciò che potrà succedere da noi. Quando avranno finito con i croati, se la prenderanno con gli albanesi del Kossovo, pensano molti a Prishtina. Chi può, si sottrae alla leva, e si rifugia all'estero o in Macedonia. Ma i serbi rastrellano i giovani anche con i trucchi: a Ferizaj hanno pubblicato un grande bando di concorso per dare lavoro ai giovani, centinaia si sono presentati, le ragazze sono state mandate via ed i ragazzi spediti al fronte. Il capo dei "cetnik", Sesel Memet, sostiene la favola che 300.000 albanesi sarebbero immigrati da oltre confine, e che quindi bisogna espellere col terrore 300.000 abitanti attuali dal Kossovo per ripristinare la situazione etnico-demografica precedente. E se cominciano a seminare il terrore, molta gente deciderà di riparare altrove."

Ma esiste una prospettiva di soluzione al dramma del Kossovo? Sapendo che gli albanesi reclamano i loro diritti e con un referendum semi-clandestino (svoltosi negli ultimi giorni di settembre) hanno manifestato la loro volontà di costituire una propria repubblica, al pari delle altre, e sapendo viceversa che i serbi considerano il Kossovo un po' come il cuore della loro patria che non vogliono cedere a nessun costo...

"Credo che vi potranno essere degli sviluppo sorprendenti. Oggi i serbi si stanno armando, gli albanesi solo assai poco. Gli albanesi hanno scelto la resistenza pacifica, non vogliono alcun bagno di sangue. Un governo provvisorio è stato costituito ed opera quasi interamente in esilio, la "lega democratica del Kossovo" (LDK) è il partito più forte. Ma nel conflitto in corso, dove molti albanesi sono stati mandati loro malgrado a combattere contro i croati, verrà il momento in cui l'esercito federale dovrà rivolgersi contro la Serbia, se vuole salvare la Jugoslavia. Ed allora dovrà allearsi ai popoli oppressi, e ciò potrà creare una situazione nuova per il Kossovo. Allora anche all'Aja ed in Europa si dovrà fare spazio alla legittima rappresentanza del Kossovo, e noi dovremo accettare di non staccarci dal resto della Jugoslavia (allora sì che avremmo la guerra!), ma pretendere il nostro riconoscimento come repubblica: questo ci è dovuto, la Serbia da sola non potrà impedire che questa richiesta sia considerata giustificata. Lo chiederemo con grandi manifestazioni pacifiche, ma nessuno può garantire che non ci sarà spargimento di sangue. A mio giudizio l'Albania è troppo indebolita per pensare sul serio di intervenire: questo gli albanesi del Kossovo lo sanno bene, e li rafforza nella loro decisione di resistenza pacifica."

Avendo conosciuto Demaci grazie ad una "carovana di pace" organizzata dai verdi di Belgrado e di Pancevo, nel maggio scorso, ed essendomi convinto in quella occasione della sua capacità di rappresentare una proposta non di vendetta, ma di ricerca di soluzione pacifica, gli domando ancora come vede i rapporti presenti e futuri con i serbi. "Io sostengo la necessità del dialogo e della cooperazione con le - purtroppo poche - forze serbe che non sono allineate col regime, e domani menzionerò di fronte al Parlamento europeo una serie di nomi di oppositori serbi che hanno comprensione per noi. Io so che ciò da molti albanesi mi viene rimproverato: puntano il dito sul silenzio che gran parte dell'opposizione serba mantiene sul Kossovo. Ma io rimango testardamente convinto che dobbiamo trovare una soluzione insieme a loro."

Ed è così che da un'iniziativa pacifista, lanciata da Branka Jovanovic, Dragan Jovanovic, Goran Kostic, Natasha Markovic, Biljana Regodic ed altri pochi e coraggiosi oppositori serbi "verdi transnazionali", il messaggio di Adem Demaci ha potuto trovare la strada verso l'Europa e verso il solenne emiciclo del Parlamento di Strasburgo.