pro dialog

Alexander Langer

Meglio un anno di trattativa che un giorno di guerra
Si è conclusa a Sarajevo domenica 29 settembre 1991, con una catena umana ("diamoci la mano") che si stendeva dalla Chiesa cattolica a quella ortodossa, alla moschea ed alla sinagoga, la "Carovana europea di pace" che aveva attraversato la Jugoslavia, partendo da Trieste e da Skopje.

Organizzata dalla Helsinki Citizens' Assembly (con segretariato a Praga, sotto il patrocinio del presidente Havel) e con un contributo determinante dell'Associazione per la pace e dell'ARCI (Italia), la carovana ha trasmesso un messaggio chiaro e immediatamente comprensibile: stop alla guerra, risoluzione dei conflitti attraverso il negoziato, coinvolgimento dell'Europa e della società civile europea nella soluzione, offrendo a tutti i popoli jugoslavi la piena integrazione europea, garanzia dei diritti umani a tutti, piena tutela a tutte le minoranze. Quattrocento gli esponenti europei di quasi tutti i paesi aderenti agli accordi di Helsinki (meta dei partecipanti provenienti dall'Italia) che vi hanno partecipato con i loro bus; tra loro anche una dozzina di parlamentari europei e nazionali (da Italia, Germania, Olanda, Spagna). La "Carovana" ha voluto innanzitutto manifestare il proprio sostegno a tutte le iniziative di pace in Jugoslavia, da quel- le innumerevoli, ma spesso sconosciute, di base (le madri dei soldati, gruppi di donne, di ecologisti, di cittadini...), alle autorità più impegnate nello sforzo di mediazione e di negoziati (ed in particolare ai presidenti della Bosnia-Erzegovina, Alija Izetbegovic, e della Macedonia, Kiro Gligorov, che hanno entrambi ricevuto delegazioni della "Carovana").

Accoglienza differenziata

La "Carovana europea di pace" è stata accolta quasi ovunque con entusiasmo e favore, anche se si sono notate differenze di tono. Radiotelevisione e stampa delle diverse Repubbliche hanno reagito in modo differenziato: positivo, ma senza troppo entusiasmo in Slovenia, piuttosto neutro in Croazia, con attenzione un po' fredda in Serbia, con evidente sostegno in Macedonia e Bosnia-Erzegovina. Ciò può forse testimoniare che la "Carovana" è riuscita a mantenere l'indipendenza della sua impostazione, senza farsi fagocitare dalle parti in conflitto. In tutte le città visitate (Opicina/minoranza slovena in Italia, Fiume/Rijeka, Lubiana, Zagabria, Subotica, Novi Sad, Belgrado, Skopje, Sarajevo) vi sono stati comitati di accoglienza, generalmente formati da gruppi locali di pace, spesso da gruppi di donne (anche madri di soldati), di intellettuali o artisti, di esponenti religiosi e sindacali, e vi si sono svolti incontri di discussione con gruppi di base, ma anche incontri ufficiali con le autorità, tra le quali i presidenti delle repubbliche di Macedonia e Bosnia-Erzegovina, un membro della presidenza slovena, i presidenti dei parlamenti di Slovenia, Croazia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina ed il presidente della Commissione relazioni esterne del Parlamento serbo, i presidenti o ministri dei governi (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina) e delle amministrazioni (Vojvodina). Non e stato possibile includere una tappa nel Kossovo, dove era in corso il referendum clandestino, pertanto la "Carovana" ha espresso la sua solidarietà ed attenzione al presidente del Comitato per i diritti umani, Adem Demagi. Molti incontri si sono svolti anche con rappresentanti delle diverse minoranze, in particolare italiana (in Istria), ungherese (in Vojvodina), albanese e turca (in Macedonia). Negli incontri di discussione si sono in genere strutturati quattro o cinque forum (situazione politica e crisi jugoslava, movimenti di pace, ecologia, donne, sindacati, dialogo inter-religioso) che hanno permesso ai partecipanti al- la "Carovana" ed ai gruppi locali di approfondire lo scambio di esperienze e vedute. In alcune città si sono incontrate anche le autorità religiose (vescovi cattolici, capi ortodossi e musulmani) . Scopo principale della "Carovana" era appoggiare tutti i movimenti e gli sforzi di pace in Jugoslavia (a livello di cittadini e di istituzioni, governi, partiti...), sostenendo la necessità di fermare subito la guerra, cercare una soluzione negoziata del conflitto, sottolineare il valore della democrazia come presupposto essenziale per trovare soluzioni adeguate, rispettare i diritti dei popoli e delle persone, in particolare delle minoranze, testimoniare e sollecitare il coinvolgimento delle istituzioni e dei cittadini europei nella composizione pacifica dei conflitti. I partecipanti tra i quali erano rappresentate tutte le fasce di età, e con una sostanziale parità numerica tra donne e uomini hanno sicuramente imparato molto, legami di solidarietà si sono costruiti, esperienze sono state scambiate, impegni anche futuri sono stati presi.

Annotazioni sul viaggio

Nelle Repubbliche secessioniste del nord prevale, soprattutto in Slovenia, un atteggiamento decisamente post-jugoslavo ed anti-jugoslavo, con la convinzione che ormai si e fuori dal contesto jugoslavo e balcanico, e che l'Europa farebbe bene a riconoscere subito questa realtà. Tra i pacifisti sloveni tale impostazione e mitigata dalla consapevolezza che "nessuno si salva da solo" e quindi si pensa che la conferenza di pace all'Aia debba soprattutto definire un metodo pacifico e negoziale per comporre il conflitto, e da questo poi si dovrebbe far discendere anche l'eventuale riconoscimento. In Croazia domina, comprensibilmente, la preoccupazione per il conflitto militare e per il ruolo dell'armata federale, e si chiede l'aiuto dell'Europa; anche le forze di pace appaiono in questo momento più solidali con il proprio governo e quindi meno capaci di giocare un ruolo autonomo, salvo piccole minoranze. Nel nuovo governo Tudjman vi è persino un ministro che proviene dal vecchio "movimento per la pace" e non pare distinguersi dalla linea ufficiale... In Serbia è più netta la contrapposizione tra pacifisti e governo. Mentre, per esempio, il sindaco di Zagabria ha tenuto un suo discorso ufficiale alla "Carovana", senza alcuna contestazione da parte dei Croati presenti, il discorso del vice-sindaco di Belgrado e stato più volte decisamente fischiato dai pacifisti serbi (non tanto per quel che veniva detto, quanto per quel che non veniva detto o per il ruolo del personaggio e della sua amministrazione). Si sono incontrati molti intellettuali serbi contrari alla politica del loro governo, mentre e difficile trovarne apertamente in Croazia o in Slovenia. Ma l'influenza pubblica dei gruppi di pace che esistono in Serbia appare piuttosto limitata, e sono evidenti le difficoltà che polizia e autorità creano loro. Vi si aggiunge la mobilitazione che costringe molti giovani a nascondersi se non vogliono essere subito inquadrati nelle forze armate (alcuni ci hanno chiesto di assicurare l'asilo politico nei paesi europei ai giovani jugoslavi che si sottraggono con la diserzione o col rifiuto della leva a questa guerra fratricida, e penso sia una richiesta giusta). Nella Vojvodina è frequente l'osservazione (soprattutto da parte degli ungheresi) che la Serbia non può credibilmente chiedere autonomia per i serbi in Croazia o in Bosnia-Erzegovina, se non ripristina l'autonomia soppressa della Vojvodina. Nel Kossovo sembra che il referendum clandestino sia riuscito (cosi ci ha comunicato un esponente del comitato per i diritti umani) nonostante gli sforzi della polizia di impedirlo, e che l'80% si sia pronunciato per il Kossovo come repubblica a pari titolo delle altre.

Impossibile tracciare confini

Diverso dal nord appare l'atteggiamento delle forze di pace in Serbia, in Macedonia, nella Bosnia-Erzegovina: si insiste sul fatto che è impossibile tracciare confini netti e soddisfacenti tra i popoli jugoslavi, che sarebbe sbagliato disintegrare la Jugoslavia nel momento in cui l'Europa tende verso l'integrazione; si nota con preoccupazione che un concetto prevalentemente "etnico" della cittadinanza prende piede nelle Repubbliche che vogliono l'indipendenza e si sottolinea che tutto ciò che in Jugoslavia e stato costruito, e frutto di uno sforzo comune ai diversi popoli che oggi non deve essere distrutto o spartito tra forti e deboli. Si insiste quindi molto sull'importanza della conferenza di pace dell'Aia (vista come unica ed ultima chance, salvo riaprire in modo frontale e forse irreparabile il conflitto armato), e si mette in guardia davanti al rischio di coinvolgere nella guerra le repubbliche più complesse dal punto di vista etnico (Bosnia-Erzegovina, Macedonia), accennando anche ai possibili rischi provenienti dai diversi vicini (Bulgaria, Albania, Grecia, e naturalmente Serbia). Nel sud appare quindi molto forte la richiesta di trovare, per via negoziale, un nuovo assetto che salvi in qualche modo un tetto comune ai popoli della Jugoslavia. Tale posizione ci è stata ribadita autorevolmente anche da Kiro Gligorov, presidente della Macedonia, e da Alija Izetbegovic, presidente della Bosnia-Erzegovina: entrambi temono evidentemente il rischio concreto di una spartizione violenta non solo della Jugoslavia in generale, ma anche delle loro specifiche repubbliche. Evidenti anche le preoccupazioni sul ruolo dell'armata federale (e del contributo che vi danno Serbia e Montenegro), vista come minaccia ormai non più latente anche in Macedonia e Bosnia-Erzegovina. Unanime la richiesta di un definitivo cessate il fuoco, di smilitarizzazione del conflitto, di ritorno dell'armata federale nelle caserme e di disarmo delle diverse milizie, e di un contributo europeo alla soluzione del conflitto. Forte, a questo proposito, la sollecitazione perché l'Europa intervenga anche sul sistema dell'informazione, sostenga il dialogo inter-comunitario, sia presente con iniziative anche civili. Uno slogan della "Carovana" ha sintetizzato il sostegno dei "cittadini dell'Europa di Helsinki" alla conferenza di pace all'Aia: "Giù le armi! Meglio un anno di negoziati che un giorno di guerra".