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Alexander Langer

Alexander Langer: la lezione bosniaca

Dirò alcune cose sulla situazione attuale della Jugoslavia, dopo un viaggio di una settimana con il Forum per la Pace e Riconciliazione nell’ex-Jugoslavia. Aggiungerò poi qualcosa su alcune esperienze, su alcune possibilità di contributi nonviolenti alla soluzione dei conflitti, premettendo che non posso certamente pretendere di avere una ricetta, o qualcosa che possa comunque funzionare in tutte le situazioni e in tutti i conflitti. E lo dico sapendo appunto che tutti questi approcci sono molto labili, cioè esposti a controspinte molto forti. Nel gennaio del 1992 è stato costituito a Verona il “Comitato di sostegno alle iniziative e alle forze di pace nella ex-Jugoslavia”, del quale fanno parte persone che lavorano concretamente in varie organizzazioni, dall’Associazione per la Pace al Movimento Nonviolento, ai Beati i Costruttori di Pace, ad altri gruppi che operano in contesti abbastanza diversi tra loro. Non sono insomma un’organizzazione in più. In questa sala ci sono persone che partecipano attivamente a questo comitato. Ci siamo occupati della solidarietà con i rifugiati, che è un’urgenza drammaticamente attuale. Abbiamo cercato di accompagnare persone e iniziative di quei territori ancora capaci di dialogo. Sono soprattutto gruppi di donne. Sono state fatte cose pregevoli. Abbiamo cercato di contribuire alla comunicazione mancante, in particolare tra Serbia e Croazia, dove al momento è possibile comunicare solo “in via triangolare” attraverso una mediazione esterna, compresa quella telefonica. Per telefonarsi, parlarsi, c’è bisogno di passare attraverso ponti esterni.

 

Nascita e pratica del Verona Forum

Abbiamo cercato di individuare le possibilità per avviare anche un dialogo più politico. Pur con forze relativamente modeste, è stato possibile ospitare un Comitato che ora ha scelto di chiamarsi “Verona Forum”, dopo una lunga diatriba, perché inizialmente una persona proveniente dalla ex-Jugoslavia aveva proposto il nome “Yu-Forum”, ma l’ipotesi ha suscitato reazioni talmente veementi tra gli stessi partecipanti che abbiamo abbandonato questa proposta. Il Comitato di Verona ha accettato un’idea esemplare: invitare a un incontro in cui eravamo solamente ospitanti. Abbiamo cercato di invitare persone che fossero relativamente significative. Relativamente significative vuol dire non solo pacifisti, ma anche persone che hanno influenza, almeno nelle rispettive società. Questo ha reso più fruttuoso, ma anche molto più difficile il dialogo, perché è appunto un dialogo reale. Abbiamo scelto, consensualmente proposto dalle persone della ex-Jugoslavia, un metodo che può sembrare curioso, ma che si è rivelato molto efficace: abbiamo escluso ogni discorso di analisi delle responsabilità, abbiamo dato per scontato che molti possono avere visioni diverse e abbiamo accettato consensualmente di non rinvangarle. Un’altra condizione, suggerita sul modello della Conferenza di Ginevra della Cee, è che questo dialogo fosse organizzato, presieduto e moderato da persone esterne: una parlamentare austriaca, che appartiene alla minoranza croata in Austria, Marjana Grandits, e io, che appartengo a mia volta a una minoranza, quella sudtirolese all’interno dello Stato italiano, siamo stati accettati come presidenti e moderatori di questo dialogo. Marjana è considerata un po’ più amica delle nuove “indipendenze”, e io un po’ più nostalgico della vecchia Jugoslavia. Queste differenze di accento fanno sì che alcuni si sentano un po’ più garantiti dalla presenza di una persona, diciamo, più “filo-secessione”, e altre persone dalla presenza di una persona un po’ più “filo”, diciamo, “convivenza”; questo ha funzionato abbastanza bene. Altro principio che ha funzionato bene è che in questa conferenza potevano parlare, e anche nel prosieguo, solo le persone provenienti dalla ex-Jugoslavia; a tutti gli altri si chiede un grande sforzo di ascolto, anche di solidarietà pratica, di creare una buona atmosfera e di preoccuparsi anche concretamente di ospitare persone, di fare visite, di intrecciare rapporti. Che a parlare fossero solo le persone direttamente coinvolte nel conflitto e che si sentissero però anche osservate dagli altri, e quindi responsabili, si è rivelato un metodo efficace. Durante il Forum, che si è svolto a Verona per quattro giorni, una giornata è stata dedicata solo all’incontro tra gruppi pacifisti jugoslavi, e poi, la sera, c’è stato un incontro con i pacifisti italiani, non moderato da esterni. Un’esperienza da ripetere, perché ha permesso a tutte le parti di parlarsi più intensamente. Questo Forum ha una piccola struttura permanente che si è rivelata assai più produttiva del previsto: funziona, al momento, attraverso un comitato di presidenza di cui fanno parte 14 persone, di queste, per esigenze di equilibrio, di rappresentanza, tre non sono della ex-Jugoslavia. Per non doversi riunire troppo spesso, che costa molto ed è faticoso, ogni quindici giorni c’è una conferenza telefonica. È un ritrovato della tecnica e della scienza che permette di mettere in contatto persone che stanno a Zagabria, Skopje, Pristina, con Oslo, Londra, Vienna, Bruxelles, Lubiana, ecc. Ora esiste così un piccolo corpo e attorno un “alone” un po’ più consolidato di un centinaio di persone nelle varie repubbliche che si sentono parte di un progetto comune. Non è ancora avvenuto, come io mi ero illuso, che queste persone si sentano anche parte di un gruppo unico. Queste persone si sentono però incaricate di una rappresentanza, cioè sentono di dover parlare a nome degli albanesi del Kossovo, o dei macedoni, o dei croati o dei bosniaci. Alcuni sono esponenti di partiti politici, in genere moderati, dai liberal ai socialdemocratici. Alcuni sono pacifisti, altri sono invece scienziati, accademici, ecc. È una composizione un po’ mista e per ora quasi tutti, salvo le persone in esilio, assumono un punto di vista in qualche modo di rappresentanza. Credo che questo dato vada accettato, e forse è un dato positivo, perché significa che ciascuno porta il punto di vista di chi il conflitto lo vive. Questo conflitto (dobbiamo dircelo apertamente) non è solo una guerra tra stati, è anche guerra tra popoli, tra la gente, e ogni nuova atrocità commessa lo radica più profondamente. Non possiamo dire che la guerra la fanno solo gli stati e gli eserciti, quindi questo atteggiamento dev’essere accettato. Su incarico di questo Comitato di presidenza, di questo Forum, ognuno ha intorno una decina, una ventina di persone alle quali continua a riferire. In questo contesto si è deciso di organizzare una visita nelle varie capitali, principalmente per riunire i simpatizzanti di questa iniziativa per rivedere le persone venute a Verona, ma anche quelle che non hanno potuto venire ma sono interessate, e per organizzare incontri con autorità e rappresentanze varie. Il viaggio è stato a composizione variabile perché non tutti potevano essere presenti a tutte le tappe del percorso; una decina di persone ha partecipato all’intero viaggio che ci ha portato a Zagabria, Lubiana, poi a Skopje in Macedonia, a Pristina nel Kossovo, a Ostrid, sempre in Macedonia, in occasione della Conferenza di pace delle cittadine e delle municipalità, e infine a Belgrado. Cerco di riassumere l’essenziale di quello che abbiamo visto.

 

La lezione bosniaca

La cosa principale che vorrei dire è che io credo, purtroppo, che se non c’è una forte attività a tutti i livelli, in particolare a quelli politici, in tempi molto brevi la guerra che ora si combatte in Bosnia si aprirà anche al sud, verso la Macedonia o il Kossovo. Innanzitutto tra Serbia e Croazia è abbastanza probabile che oramai vi sia una ferma volontà di spartizione della Bosnia-Herzegovina. La Serbia si prenderebbe la parte più grande; alla Croazia andrebbe la parte più piccola. Si discute se lasciare ai cosiddetti musulmani, cioè ai bosniaci di cultura e in parte di religione musulmana, degli spazi più piccoli. Ma, insomma, la distruzione di questa mini Jugoslavia che era la Bosnia-Herzegovina come stato multietnico è oggi molto avanzata. La Comunità europea e l’Onu cercano di proporre una soluzione intermedia: cioè di ricostituire una BiH unitaria, con dei cantoni, con delle province più o meno etniche. Si discute ancora su quanto dovrebbero essere etniche. Il nodo di fondo, che pare ai miei occhi la chiave di tutta questa guerra e di ciò che ne potrà seguire, è che si sta affermando, in teoria e in pratica, la dottrina secondo la quale un’etnia deve stare sul proprio territorio e non su un altro. È ciò che oggi viene chiamato “epurazione etnica”. Sta passando il principio che dove sta un popolo altri non ci possono stare. Questa è poi la ragione per cui io non ero favorevole alla secessione, se non negoziata, delle Repubbliche. L’idea di epurazione etnica sta sicuramente innanzitutto in chi vuole uccidere e sterminare, cacciare gli altri, ma anche in chi cerca degli ordinamenti politici che evitino le complicazioni della convivenza. Se oggi in Bosnia-Herzegovina, e poi nel resto della ex-Jugoslavia, passa -e purtroppo sta passando con la forza delle armi- il principio dell’epurazione etnica, si apriranno conflitti molto duraturi, e temo anche sanguinosi, che per ora interessano l’Europa sud orientale, l’area balcanica, ma potrebbero coinvolgere anche i paesi baltici. Pensate cosa vuol dire, per esempio, il fatto che ci siano consistenti popolazioni russe emigrate negli ultimi decenni negli stati baltici. Pensate ai conflitti tra Polonia, Lituania, ecc. Pensate alla questione che si sta aprendo adesso, anche per l’Italia, delle persone cacciate dopo la Seconda guerra mondiale. Sono polacchi, tedeschi, ungheresi cacciati da una parte e dirottati in un’altra. Si va verso una situazione in cui si rimettono in discussione e si rinegoziano i

confini politici statali e i confini etnici -le cose non sempre devono coincidere. In una fase in cui i confini sono mobili, chiunque abbia un vecchio conto da saldare, un conto magari molto doloroso (non voglio togliere a nessuno il peso del proprio dolore) o semplicemente la speranza di essere abbastanza forte, di poter conquistare nuovi territori, cercherà di muoversi per primo. Vedo oggi un pericolo molto grave per la pace in Europa e in generale nel mondo. Non è solo una questione jugoslava, balcanica. Oggi chi lavora sulla pace, sul tema della convivenza, deve approfondire molto la questione dell’esclusivismo etnico. Questo riguarda anche le nostre società. Rischia di prevalere l’idea che in ogni luogo possa stare solo un’etnia e che ogni convivenza non può che portare conflitti, pertanto è meglio evitarla.

 

Epurazione etnica e profughi

Tornando alle risultanze della visita nella ex-Jugoslavia, credo di poter dire, secondo testimonianze e informazioni temo attendibili, ci sono qualcosa come tra 60.000 e 100.000 morti in Bosnia-Herzegovina. Forse addirittura di più perché ci sono molte persone disperse. La grande maggioranza, forse il 90% di questi morti, sarebbero musulmani. Lo sottolineo per due ragioni: un po’ perché i musulmani sono in questo conflitto la parte che non ha un potente vicino, quindi più esposta all’aggressione; un po’ anche perché non è da sottovalutare cosa significa questo per tutto il mondo islamico. Questi musulmani non sono stati finora “culturalmente musulmani”, era più un’eredità, una tradizione che voleva dire “slavo-islamizzato non particolarmente schierato né da parte croata né da parte serba”. Infatti scrivono con lettere latine, la loro lingua era ancora serbo-croata; infine parliamo di popolazione molto urbanizzata. Così come nel mio piccolo Alto Adige le città sono più italiane, così durante la conquista turca, vengono islamizzate le città perché è lì che si insediano i nuovi padroni, è lì che l’influenza culturale delle potenze conquistatrici è più forte. Le campagne rimangono in genere quello che erano prima, dovunque. Ecco, il fatto che questi musulmani adesso siano come obbligati a fare della loro “musulmanità” l’elemento anche politico che li distingue, li spinge inevitabilmente molto al di là di quello che loro vorrebbero. Incominciano a dire: “Se vogliamo fare gli islamici, facciamolo davvero”. Vengono così stimolati gli integralismi religiosi e un senso della differenza. Proprio com’è successo agli ebrei: molti ebrei secolarizzati, assimilati, di fronte alla persecuzione, o anche di fronte all’antisemitismo risorgente, sono diventati militanti ebrei, molto più di quanto non lo fossero mai stati prima. Questo significa che il mondo islamico potrà dire che “in Europa possono macellare impunemente i musulmani”, dopo che già l’Europa si mostra quasi insensibile alla sorte dei palestinesi. Anche questo avrà delle conseguenze molto gravi. In particolare, dal punto di vista culturale, si rischia di accentuare una distanza tra mondo “cristiano” (anche qui in senso culturale, non religioso) e mondo “islamico”. Dal punto di vista geopolitico significa che chi rappresenterà, in qualche modo, un potenziale scudo islamico diventerà un punto di attrazione molto forte. Nell’immediato sarà probabilmente la Turchia, ma poi potrà essere qualcun altro, l’Arabia Saudita, l’Iran, la Libia. È un elemento che renderà molto più difficile anche l’integrazione europea, una nuova Europa. Sono tutte cose che ci riguardano.

 

Poi sarà la volta del Kossovo

Il Kossovo è una regione molto grande in cui vivono attualmente circa due milioni e mezzo, quasi tre milioni di persone. Sono in grandissima maggioranza, oltre il 90%, etnicamente albanesi, che per varie ragioni, quando sono stati disegnati i confini all’inizio di questo secolo, sono stati inclusi nell’Albania. Il Kossovo è una terra contesa, molto simile alla situazione palestinese, perché i serbi la considerano come la loro terra più sacra, dalla quale loro sono stati cacciati dai turchi, ed “etnicamente rimpiazzati” dagli albanesi che erano ben accettati dai turchi. Quindi è una terra in cui oggi vivono in gran parte albanesi, ma che i serbi considerano propria, per i monumenti storici, le ex basiliche, le regge, i monasteri. È una situazione simile a quella della Palestina prima del 1917, dove vivevano perlopiù palestinesi, ma che gli ebrei di tutto il mondo consideravano in qualche modo la propria terra alla quale erano fortissimamente legati. Questa è la ragione culturale per la quale i serbi non molleranno volontariamente e pacificamente il Kossovo. Nello stesso tempo, la nuova situazione che si è creata nei Balcani, in particolare in Albania, e la disgregazione della Jugoslavia, fa sì che gli albanesi del Kossovo oggi non ci vogliano e non ci possano più stare. Un conto era vivere in una regione veramente autonoma, nel quadro di una Jugoslavia multietnica, in cui anche il peso dei serbi era controbilanciato dall’essere, appunto, insieme con sloveni, macedoni, croati bosniaci; altro conto è trovarsi oggi con un’autonomia cancellata almeno dal 1989, con una massiccia epurazione etnica negli ospedali e nelle amministrazioni, con gli albanesi licenziati e rimpiazzati da serbi, senza più una radio o una televisione in lingua albanese; con l’ultimo quotidiano che rischia di essere chiuso tra pochi giorni... Se poi aggiungiamo che anche la situazione dell’Albania, considerata fino a poco tempo fa un carcere invivibile, è profondamente cambiata, diventano evidenti i rischi del risorgere di una “questione albanese” nei Balcani. Oggi il popolo albanese conta circa sei milioni di persone, che non è poco; sono molti di più dei macedoni, degli sloveni, anche dei croati. È possibile che il regime serbo non voglia scatenare il conflitto apertamente, ma piuttosto provocare gli albanesi attraverso un’escalation della repressione fino a quando cominceranno a esserci reazioni tali che giustificheranno un intervento; anche ieri e l’altro ieri ci sono stati incidenti con morti. Ho l’impressione che ci stiamo arrivando rapidamente.

 

La crisi in Macedonia

Ancora più a sud, la Macedonia è apparentemente una situazione abbastanza pacificata: una piccola repubblica del sud che fino a pochi mesi fa non aveva alcuna intenzione di rendersi indipendente perché si riteneva debole. Un anno fa la Macedonia e la Bosnia erano le due repubbliche che maggiormente cercavano di tenere ancora in piedi il tutto. Infatti, i due presidenti, Izetbegovic della Bosnia-Herzegovina e Gligorov della Macedonia, in tutte le vecchie riunioni della presidenza federale cercavano sempre di mantenere l'equilibrio fra la parte serba e la parte croata per non far scoppiare un conflitto. Oggi però per loro l’indipendenza è una necessità; restare sotto i serbi non è possibile. Per noi cittadini della Comunità europea è particolarmente delicato e direi anche un po’ vergognoso: la Comunità europea si rifiuta di riconoscere questa indipendenza (dopo averne in fondo sollecitate tante) perché la Grecia ritiene che una Macedonia indipendente, con questo nome in particolare, costituisca una sorta di implicita rivendicazione verso la Grecia del nord, verso la parte che si chiama appunto Macedonia anche in Grecia. Vi sono poi molte ragioni anche economiche e territoriali che non posso spiegare ora, ma il fatto è che la Macedonia è un territorio che è virtualmente conteso da tutte e quattro le potenze vicine: al nord dalla Serbia che dice: “Questa in verità è Serbia del sud”; al sud dai greci che dicono: “Siamo noi gli eredi di Alessandro Magno, quindi la Macedonia è nostra”; a est dalla Bulgaria che dice: “Il macedone non è neanche una vera lingua, è un dialetto del bulgaro, e comunque la Bulgaria è la naturale destinataria di una confluenza”; a ovest c’è poi la questione albanese: quasi un quarto di popolazione macedone è di lingua albanese. Pertanto la Macedonia oggi è nelle condizioni di diventare la prossima Bosnia-Herzegovina. Venerdì scorso, mentre eravamo lì, ho avuto l’impressione, molto triste, che questa scintilla fosse stata gettata in quel giorno. Nella città di Skopje, la capitale, ci sono stati scontri tra albanesi, che sono forse un quarto, un terzo della popolazione, e la polizia è intervenuta. Ci sono stati in tutto quattro morti, e qualcosa come trenta macchine rovesciate, cinquanta feriti. Si avverte una forte tensione tra abitanti macedoni e albanesi, di cui la Comunità europea, rifiutandosi di riconoscere l’indipendenza della Macedonia perché la Grecia si oppone, è fortemente complice. Richiedere oggi il riconoscimento della Macedonia credo sia allora un obiettivo importante.

 

La Serbia di Milosevic

La Serbia è la cosiddetta piccola Jugoslavia, cioè la Serbia attuale con le sue due ex province autonome, il Kossovo nel sud e la Vojvodina nel nord, insieme al Montenegro. Questa piccola Jugoslavia andrà alle elezioni il 20 dicembre. Ci sarebbe teoricamente la possibilità che una maggioranza si pronunci contro Milosevic, e quindi si apra un cambiamento di prospettiva. Questo è l’obiettivo per il quale al momento lavora tutta l’opposizione serba, con più o meno convinzione, ed è questo l’obiettivo al quale attualmente lavorano tutte le strutture internazionali. Tutti, in qualche modo, operano, pregano, accendono candele, ecc., perché queste elezioni rovescino Milosevic. In realtà, per quanto augurabile, questa ipotesi è molto remota. È molto difficile per una serie di ragioni. Intanto perché Milosevic ha sicuramente molto consenso, così come ce l’ha Tudjman in Croazia. C'è un clima molto nazionalista in questi territori. E poi perché dà l’impressione di vincere e allora “squadra che vince non si cambia”. Questa è la ragione per cui è molto importante che non venga concesso niente a questo regime. Ma è molto difficile. Le sanzioni colpiscono certo l’immagine del regime, ma concretamente vanno a danneggiare la gente, e in particolare le zone più deboli come il Kossovo. Per vincere le elezioni, l’opposizione manca sostanzialmente di un leader. Oggi, chi accende ceri, si trova a farlo per persone di consistenza relativamente scarsa, come questo “prodotto” americano Milan Panic, che però storicamente in questo momento ha una funzione importante, e chissà se riuscirà a compierla. O come il presidente della piccola Jugoslavia Dobrica Cosic, in realtà il padre spirituale del nazionalismo, pertanto della stessa pasta di Milosevic, ma che, essendo un patriota, forse si rende conto che non c’è futuro per un popolo serbo contro tutti. Ma c’è un altro paradosso. L’opposizione serba ci ha detto che ci vorrebbe una massiccia presenza degli albanesi del Kossovo per vincere. Ma gli albanesi obiettano: “Perché dovremmo votare per l’opposizione, che agli albanesi del Kossovo non ha promesso niente?”. L’opposizione risponde: “Noi non possiamo promettervi niente perché chi fa un’apertura a voi perde le elezioni”. Quindi c’è un circolo vizioso che assomiglia, per certi aspetti, alla situazione in Israele, dove il voto degli arabi israeliani era decisivo per far vincere i laburisti e, nello stesso tempo, per lungo tempo, gli arabi non vedevano nessuna ragione per votare e dicevano: “Voi non ci proponete nulla di diverso dagli altri”. Nel Verona Forum ne abbiamo discusso e abbiamo deciso che non ce la sentivamo di dare una “raccomandazione” agli albanesi di partecipare al voto. Abbiamo parlato con il presidente-ombra del Kossovo, Rugova, con Adam Demaci, il capo del comitato per i diritti umani, poi abbiamo incontrato tutti i partiti, i sindacati, e loro hanno detto che non sono ancora decisi al cento per cento di non andare al voto, ma che con buone probabilità non se la sentiranno di votare perché sarebbe come riconoscere lo status quo, riconoscersi parte di questa Serbia che ha cancellato la loro autonomia, i loro diritti. E anche se ci fosse una vittoria elettorale, non è detto che Milosevic possa cedere a un voto pacifico. Infatti, domenica scorsa il patriarca serbo, che fa parte di coloro che in Jugoslavia soffiano sul fuoco più che moderarlo, ha detto: “Speriamo che non venga sparso sangue serbo da mani serbe”. Come dire: speriamo che non ci sia un colpo di stato nel caso di disfatta di Milosevic.

 

Alcune cose che si possono fare

Le cose che si possono e che si devono fare urgentemente sono sicuramente:

  1. La cosa più immediata è aprire ai profughi, che non vuol dire incoraggiare a cacciarli. Credo che la situazione sia abbastanza simile a quella degli ebrei nella Seconda guerra mondiale. Cioè non sarebbe stata probabilmente una buona idea dire nel ’38: “Tutti possono buttar fuori i loro ebrei, qualcuno li prende”, perché avrebbe incoraggiato un pogrom. Però nel ’40, nel ’41, non prenderli significava farli massacrare. Allora io credo che oggi siamo in questa seconda fase. Quindi, se non ci sono altri spazi, che non possono essere solo la Croazia, che ormai ha chiuso i propri confini, non accoglierli significa consegnarli alla morte, in parte anche per assedio, non tutti necessariamente per mano armata.

  2. Credo poi che si debba aumentare la pressione per gli aiuti umanitari, che stanno calando, e perché questi aiuti arrivino (metà circa viene sequestrata dalle rispettive bande armate come una specie di dazio da pagare). Ci può essere anche la mobilitazione della solidarietà civica.

  3. Si deve premere perché si riaprano i collegamenti con la Bosnia-Herzegovina e in particolare con Sarajevo. È incredibile che con tutti i potenti mezzi che abbiamo a disposizione (si continuino a pagare, per esempio, costose missioni di osservatori che spesso non sono un granché utili) non si trovino enti disponibili a mettere a disposizione questi famosi telefoni via satellite, e che la gente da dentro non possa almeno comunicare la lista dei vivi e dei morti. E viceversa, cioè chi sta fuori, gli esuli, possano dire: “Ci siamo salvati, siamo in Svizzera, in Inghilterra, in Croazia, ecc.”. Quindi la possibilità di comunicazione, anche di portare la posta, è essenziale. È quello che la Croce Rossa ha fatto nella Seconda guerra mondiale. Ci siamo rivolti infatti alla Croce Rossa internazionale che però ci ha risposto: “Noi non possiamo farla perché il costo di un telefono satellitare è equivalente a cento tonnellate di grano, per cui preferiamo mandare cento tonnellate di grano”. Credo che sia giusto per la Croce Rossa. Lo trovo meno giusto per esempio per la Rai, che ha un telefono satellitare, e per altre stazioni radiotelevisive. È importante che ci sia una pressione dei cittadini affinché quelli che hanno già lì le loro postazioni le mettano a disposizione per qualche ora al giorno, in orari che non servano al lavoro giornalistico, per scambiare notizie, su chi vive, in che condizioni vive, e chi invece è morto.

  4. Si deve creare, a mio giudizio, qualcosa perché si accentui la pressione internazionale sulla questione del Kossovo e della Macedonia. Su questo punto il Verona Forum è d’accordo nel considerare la situazione intollerabile, pur con qualche esitazione da parte dei partecipanti serbi. È urgente ripristinare alcune condizioni di normalità, per esempio la libertà d’informazione, la riapertura delle scuole, promessa e finora non mantenuta. Oggi le scuole medie albanesi sono chiuse, alcune scuole elementari sono aperte, ma gli insegnanti che ci lavorano non vengono retribuiti, o vengono pagati grazie a una raccolta di fondi popolare che in parte si nutre anche di rimesse degli immigrati. La riapertura delle scuole sarebbe un segnale positivo, qualcosa che può ridare speranza. Per quanto riguarda la Macedonia, credo sia essenziale che si prema per il riconoscimento. Non sono mai stato favorevole ai riconoscimenti facili, ma ora fermamente convinto che si debba riconoscere la Macedonia prima che sia troppo tardi. Bisogna agire oggi. Perché ci sono anche da noi persone che pensano che “se la situazione si mette in movimento, non è che possiamo riprenderci l’Istria e la Dalmazia?”.

 

Pacifismo tifoso, pacifismo concreto

Di fronte a questa situazione, sentiamo drammaticamente insufficiente un pacifismo, un’azione per la pace, di sola testimonianza o rivendicazione. Spesso ci viene rinfacciato dai giornali: “Voi facevate il tifo per i vietnamiti contro gli americani perché vi piaceva essere contro gli americani”; “Voi facevate il tifo per gli angolani contro i portoghesi perché erano neri e i bianchi dovevano comunque aver torto”. Mi pare che la situazione nella quale ci muoviamo, a prescindere da ogni giudizio sul pacifismo, non permetta azioni di sola testimonianza, per quanto importanti siano anche le azioni simboliche. Anche chi nel piccolo comune, per ipotesi, riesce a mettere insieme un profugo serbo con un profugo croato o bosniaco fa già una gran cosa secondo me. È importante aiutare la nostra opinione pubblica a trovare un approccio che non sia semplicemente quello delle tifoserie opposte, per cui ci sono i filo-croati o i filo-serbi. Per prevenire questo tipo di conflitti, soprattutto quando assumono una dimensione etnica, c’è la necessità che l’Europa si opponga decisamente a ogni forma di esclusivismo etnico per favorire prospettive di convivenza, che non siano praticabili solo da santi e da eroi, cioè che non richiedano una continua abnegazione.

 

Un gruppo misto

Il miglior prodotto da “esportazione” che ho acquisito dalla nostra situazione sudtirolese o altoatesina è questo: in una situazione di conflitto non c’è nulla di meglio, per quanto difficile sia, di avere almeno un gruppo, almeno un nucleo, possibilmente anche qualcosa di più, che sia in se stesso composito; cioè plurietnico, plurireligioso. Questa è forse la ragione per cui Sarajevo viene distrutta, perché è un luogo in cui la gente si sentiva “di Sarajevo”, prima di sentirsi serba o croata o musulmana, ecc. Cioè si sentiva parte di una cosa comune. Questo avere un nucleo comune non significa annullare l’identità. Noi, ad esempio, nella nostra situazione, ormai quasi trent’anni fa, anzi ventotto anni fa, nel ’64, da ragazzi praticamente, abbiamo tentato di formare dei gruppi misti. C’erano le bombe, c’erano persone che morivano, altre che venivano arrestate, alcune torturate dalla polizia, c’era chi moriva in carcere con sigarette spente sul corpo, poliziotti o finanzieri uccisi, insomma, una situazione in cui l’ostilità reciproca si diffondeva. Secondo me, i gruppi misti sono qualcosa di molto diverso dai gruppi di dialogo in cui ci si parla “da parte a parte”. Chi fa parte di un gruppo misto ha una migliore comprensione di quello che vogliono e che pensano gli altri e, in un certo senso, è obbligato in tutto quello che si fa a misurare la compatibilità con gli altri. Infatti, nel Forum di Verona io credo che la cosa più preziosa, finché regge, è il fatto che lì questa situazione esiste. Certo, magari le cose che vengono fuori, i nostri documenti, possono apparire un po’ generici, perché non si può mettere niente che appaia inaccettabile a serbi, albanesi, eccetera. Ad ogni modo, per creare gruppi interetnici, interconfessionali o inter “qualcosa”, alcune delle cose che abbiamo imparato sono le seguenti. Gruppi di questo genere richiedono, soprattutto all’inizio, un buon potenziale di diserzione. Inizialmente questi gruppi di norma saranno formati da disertori dei rispettivi gruppi e da persone che accettano di andare controcorrente, che accettano anche il rischio di un certo isolamento, di essere considerati traditori; questo è un rischio che va corso, anche se può isolare. Ma, attenzione, non servono assolutamente dei transfughi. Servono disertori che lascino il fronte, gente che passi dall’altra parte. È una distinzione essenziale. Cioè è essenziale che un gruppo di conciliazione sia fatto, appunto, non da “amici del Giaguaro”,

ma da persone che mantengano in qualche modo una relazione la più organica possibile col proprio entroterra, cioè che possano essere considerati disertori, ma non dei “cattivi serbi” perché disprezzano il loro essere serbi (o cattivi sudtirolesi perché se ne vergognano). Questo è molto importante. In questi gruppi misti ci devono essere componenti che non perdano i legami con la propria parte. Un’altra cosa decisiva è che ogni sforzo di questo genere abbia continuità, cioè che non si tratti di cose “una tantum”. Conciliazione e riconciliazione hanno tempi lunghi. Un’altra cosa importante è che possibilmente ci sia una certa simmetria. Noi, vent’anni fa, da ragazzi, abbiamo imparato dall’esperienza una cosa semplice. Che, per esempio, una critica fatta alla parte tedesca era molto più credibile se contemporaneamente si faceva anche una critica alla parte italiana, o viceversa. Non si può insomma dare l'impressione di vedere sempre i torti da una parte e non dall’altra. Il secondo aspetto di questa simmetria è quello “della pagliuzza e della trave”, cioè noi abbiamo imparato che una critica alla parte sudtirolese era tanto più credibile se veniva formulata da una persona di madrelingua tedesca, e che una critica alla parte italiana era tanto più credibile se veniva formulata da una persona di lingua italiana. Questa è una delle cose più difficile da farsi, perché i movimenti di solidarietà spesso amano poter fare il tifo in modo netto senza guardare troppo alle ragioni riposte nell’altra parte. Invece, per un lavoro di riconciliazione, si deve accettare che, almeno soggettivamente, almeno nella propria visione, anche la parte considerata più lontana, o più avversaria, abbia le sue ragioni e che queste in qualche modo dovranno essere prese in considerazione, esaminate. Aggiungo che ogni lavoro di riconciliazione richiede un grande sforzo di giustizia e di imparzialità. Imparzialità non vuol dire equidistanza, neutralità. Vuol dire non stare lì per partito preso (che uno sa già dove va a parare) e tutto quello che fa lo fa sostanzialmente per arrivare a quel risultato. È un po’ quello che si chiede, non dico a un giudice, perché conciliare e giudicare non sono la stessa cosa, ma almeno a un arbitro, a un mediatore. Altrettanto importanti sono le misure che in genere danno fiducia. Una cosa è affrontare un dialogo in una situazione di conflitto in cui tutte le parti possono avere fiducia in chi agisce, perché si considerano anche le ragioni dell’altra parte; altra cosa è se viceversa non lo si fa. Ciò che ha permesso, un pochino, alla Comunità Europea di svolgere (spesso assai male) qualche ruolo di mediazione è stato il fatto di essere considerati potenzialmente amici di tutta la ex-Jugoslavia. Anche se poi ciascuno ha tirato un po’ dalla sua parte. Molti dei nostri principi e delle nostre impostazioni, a volte assai teoriche, sull’azione di pace, erano legati a una situazione in cui il conflitto era essenzialmente “est-ovest”, “Mosca e Washington”, con le stanze dei bottoni nucleari, ecc. Ecco, i conflitti che si profilano, al contrario, coinvolgeranno molto profondamente i sentimenti delle persone, e l’elemento etnico o razziale o religioso avrà un grande peso. Per questo, un atteggiamento spirituale e di capacità di prevenzione deve avere a che fare non tanto e non semplicemente col rifiuto dell’azione militare, ma molto di più con la capacità di costruire attitudini alla convivenza. Guardate quale potenziale di odio può sviluppare se -com’è successo in questi giorni da noi in Europa- dei ragazzi di diciotto, venti, venticinque anni decidono di partire per incendiare una baracca di immigrati. È una questione veramente cruciale, più di qualsiasi problema di armamenti; poi è verissimo che ci sono gli armamenti, che c’è chi li produce, chi li deve vendere, per venderli bisogna che vengano usati, ma la disponibilità oggi a usare violenza è il primo punto da individuare in un lavoro di pace.

Trascrizione inedita di una conferenza di Alexander Langer a Vicenza il 12 novembre 1992.