pro dialog

Alexander Langer

Per la pace e la convivenza in Jugoslavia
Il "sogno jugoslavo" di uno stato multi-etnico, capace di federare e far convivere in un comune progetto popoli tormentati da conflitti e rancori storici, sembra essersi definitivamente infranto. La comprensibile e generalizzata volontà di forgiare finalmente la propria storia, che nell'est europeo caratterizza il dopo-comunismo, si sta faticosamente snodando tra sperimentazioni democratiche spesso ipotecate dalla pura e semplice imitazione o addirittura importazione di modelli occidentali, impossibili rincorse del tardo-capitalismo, risvegli etno-nazionali e talvolta revanscismi sciovinisti, fervore religioso, nostalgie restauratrici e tumultuose delusioni. Una transizione dolorosa e difficile che non ha ancora trovato vie maestre affidabili e convincenti.

Così si dovrà mettere in conto un lungo e rischioso cammino in cui è possibile che velleità e scorciatoie di ogni genere prendano il sopravvento nella testa delle persone e dei popoli: l'autodeterminazione, come affermazione e costruzione di sovranità democratica sul proprio destino, assumerà spesso in un primo tempo la semplicistica forma dell'"autodecisione nazionale" (la volontà di erigere un proprio "Stato-nazione" di cui si era privi e che si sogna come suprema auto-affermazione nella storia), magari senza badare alle conseguenze; la ricerca di un maggior benessere economico si manifesterà come massiccia ricerca di evasione individuale dai vincoli del proprio contesto economico-sociale giudicato irrimediabilmente arretrato; la rivendicazione di riappropriarsi della propria storia ed identità ricondurrà non di rado verso antiche intolleranze etniche o religiose o menerà verso nuovi razzismi e xenofobie... e lo spettro di avventure autoritarie e militari resta minaccioso sullo sfondo.

Tutte le idee di fratellanza, di progresso, di internazionalismo, di vocazione globale ed universale, di umanesimo che nei decenni passati avevano caratterizzato le ideologie e le retoriche dominanti, si rivelano ora appiccicaticce, basate sulla costrizione della dittatura, non su convinzioni collettive maturate dal profondo del corpo sociale.

Nel caso jugoslavo sorprende la rapidità con cui nel giro di 2-3 anni è cresciuta la diffusa persuasione dell'incompatibilità tra popoli sino a poco fa ancora fortemente intrecciati ed assai mescolati in molte regioni del paese (oltre che nell'emigrazione). Ma il demone nazionalista è così: si diffonde con grande rapidità, opera una semplificazione collettiva di inimitabile efficacia (al pari del razzismo o del fanatismo religioso), distingue con nettezza tra "noi" (amici) e "loro" (nemici), fa rapidamente proseliti, emargina (e magari punisce) come traditore chi non è d'accordo e non canta nel coro, suggerisce di passare dalle parole ai fatti e di rendere più netta (possibilmente fisica) la separazione tra amici e nemici, si nutre di simboli e richiami che rafforzano l'identità collettiva ed aiutano a compattare tutti, nasconde e rimuove bene - almeno temporaneamente - i problemi economici e sociali ed unisce ricchi e poveri in nome di un "noi" etnocentrico che esclude (o sottomette) gli "altri", per includere invece, persino forzatamente, tutti quelli della propria parte. Erano assai meno isolati i dissidenti che si erano opposti al totalitarismo comunista che coloro che oggi si oppongono al clima di generale ubriacatura nazionalista, non esclusa quella di segno "democratico".

E se oggi in Jugoslavia si è arrivati a non poter più tenere il conto dei morti, dei feriti, dei torturati, degli espulsi dai loro villaggi e dalle loro case, e si assiste alla veloce distruzione del "fondo comune" che teneva insieme genti diverse, vi sono sicuramente molte e complesse ragioni che hanno condotto ad un esito così disastroso da poter difficilmente immaginare una soluzione pacifica a breve termine. Tutte le semplificazioni che qua e là vengono addotte a spiegazione si rivelano ben presto insufficienti, parziali e addirittura fuorvianti: da quelle che leggono il conflitto come scontro tra dittatura e democrazia o tra nazioni "europee" e "retaggi balcanici", a quelle che parlano di mera guerra di aggressione imperialista o di conquista, o di "guerra civile", o di scontro tra centralismo e ribellione autonomista (a vari livelli: di Zagabria e Ljubljana contro Belgrado, ma anche della Slavonia contro Zagabria..), o tra unità nazionale e separatismo... La verità è che concorrono molti e complessi elementi, non esclusa una pesante eredità storica e socio-economica, che finisce per sommare le disgrazie balcaniche e quelle del dopo-comunismo.

Ben vengano dunque le analisi più esigenti e differenziate, come quella che qui presentiamo e che possono aiutare a capire. Solo chi capisce, potrà poi - forse - aiutare a cercare una soluzione pacifica, negoziata, rispettosa delle esigenze di parti che oggi sembrano votate alla convinzione "mors tua, vita mea", e che invece dovranno re-imparare a convivere in una regione europea che - come del resto è normale in tutto il mondo (salvo dove Stati nazionali molto potenti ed intolleranti hanno ridotto la diversità a omogeneità forzata) - è popolata da genti appartenenti a etnie, religioni, culture, lingue e costumi differenti, ma non per questo incompatibili tra loro.

Non si può certamente sperare di suggerire dall'esterno una soluzione soddisfacente - per quanto le sollecitazioni esterne abbiano un grande peso, anche nelle spinta verso le indipendenze nazionali, nutrite non poco da compiacenti ammiccamenti esteri, soprattutto "mitteleuropei".

Cosa fare, allora, per contribuire - se è ancora possibile - alla pacificazione ed alla ricerca di una soluzione democratica e duratura dei problemi di autoaffermazione e di autodeterminazione in Jugoslavia?

Tre cose essenziali possono essere fatte da parte delle forze di pace:

1) esigere col massimo rigore l'immediata cessazione della guerra e premere (anche con sanzioni politiche ed economiche) perchè venga bandito l'uso della violenza nella ricerca di una soluzione: i problemi di riassetto istituzionale dovranno essere affrontati esclusivamente con il negoziato, anche se faticoso e lungo. A tale proposito forse può contribuire l'intervento di una forza, anche militare, di interposizione, sotto un'autorità internazionale riconosciuta (ONU o CSCE), e possibilmente senza l'impiego di militari di stati confinanti o ex-occupanti della Jugoslavia; è ovvio che un tale intervento dovrà avere una funzione assai più politica che militare (come è nella tradizione dei "caschi blu", rispettati non per la loro superiorità militare e per il ricorso alla forza che riescono ad imporre, ma per la loro autorità morale e politica), e dunque dovrà necessariamente basarsi sull'accettazione da parte di coloro che si trovano in conflitto.

In ogni caso è doveroso che ogni assistenza venga prestata alle vittime del conflitto (profughi, feriti..) e che si dia asilo a tutti coloro che rifiutano di combattere nelle diverse armate, ufficiali o meno che siano;

2) contribuire al dialogo inter-etnico tra i popoli della Jugoslavia e rafforzare tutti gli sforzi che in quel senso già vengono compiuti da coraggiose minoranze contro-corrente che esistono in tutte le repubbliche; un ruolo rilevante potrebbe avere anche l'esempio di quelle situazioni europee in cui i diritti delle minoranze e la convivenza tra etnie diverse sono garantite attraverso soluzioni autonomistiche e/o statuti particolari, visto che in nessun caso il nuovo assetto che al territorio dell'ex-Jugoslavia sarà dato potrà eliminare numerosi casi di "complicazione etnica" (a meno che non si finisca per ricorrere a crudeli ed inumane deportazioni, espulsioni, scambi di popolazione, ecc.);

3) aprire una reale e concreta prospettiva di integrazione europea ai popoli della Jugoslavia: un tetto comune europeo, che possa ripristinare un quadro di convivenza tra popolazioni che attualmente, sotto lo stress dello scontro nazionalista, si ritengono irriducibilmente e per sempre nemiche; anticipare con legami civili e concreti rapporti di solidarietà questa fratellanza europea tra popoli jugoslavi ed altri popoli europei.


In concreto sono in corso o possono essere sviluppate iniziative su tutti e tre questi fronti. Le forze di pace italiane, con un coinvolgimento europeo ampio, hanno già dimostrato un serio e costruttivo coinvolgimento, visibile soprattutto in occasione della "carovana europea di pace" che ha attraversato la Jugoslavia nell'ultima settimana di settembre, accogliendo l'appello della "Helsinki Citizens' Assembly". Anche la "casa della non-violenza" di Zagabria, istituita dalla "campagna anti-guerra" lanciata da un gruppo di donne, da "azione verde" e dal "gruppo per la qualità della vita", sostenuta dai verdi (italiani ed europei), è un segno concreto ed uno strumento di solidarietà. Ma non ci si può illudere: della pace tra persone e popoli dell'ex-Jugoslavia ci si dovrà occupare ancora a lungo, ed è un compito al quale soprattutto i popoli ed i paesi vicini non potranno sottrarsi. Fermare la guerra sarà già molto, sostenere poi la costruzione di un futuro pacifico, sarà non meno difficoltoso. Ecco perchè conviene che ci si attrezzi, con gli strumenti essenziali di conoscenza e di relazione.

Presentazione del numero "Jugoslavia" di "Metafora Verde", curato da Stefano Piziali -
Nr. 7 - Novembre 1991