pro dialog

Alexander Langer

Jugoslavia: integrazione o disintegrazione? Un convegno a Belgrado
"Qui si rischia di passare presto da una guerra tra esercito federale e Slovenia ad una guerra tra stati, tra etnie, tra religioni... bisogna che subito tacciano tutte le armi e si abbia tutto il tempo necessario per negoziare.

E che tutti quelli che non hanno perso la testa dietro alle follie nazionaliste, si facciano sentire...": ecco un riassunto un po' sommario della "Helsinki Citizens' Assembly" che si è tenuta domenica scorsa a Belgrado, con il titolo "Integrazione europea - disintegrazione jugoslava?". Si tratta di una di quelle iniziative che segnano un successo già per il solo fatto di svolgersi...: riunire, nel breve giro di 5 giorni, ben 150 esponenti di movimenti civici, dei diritti umani, della pace, insieme ad intellettuali critici ed alcuni rappresentanti politici (sicuramente minoritari) nel bel mezzo della turbolenza jugoslava, a Belgrado, è stata comunque una preziosa testimonianza. Resa ancora più importante dal fatto che vi hanno partecipato e preso la parola esponenti (sicuramente minoritari, anche loro) di tutte le repubbliche e province autonome della Jugoslavia, accettando di parlarsi e di ricercare insieme soluzioni possibili, e dalla presenza, insieme a loro, di quegli europei dell'est e dell'ovest che ancora negli anni dei blocchi e della guerra fredda hanno tessuto un network di comuni principi ("Helsinki") e di comuni sensibilità intorno ai diritti umani, alla democrazia, alla soluzione pacifica dei conflitti.

La riunione era stata convocata essenzialmente dal gruppo intorno alla sociologa jugoslava Sonja Liht, che insieme alla britannica Mary Kaldor è presidente della "Helsinki Citizens' Assembly" il cui segretariato permanente è stabilito a Praga, sotto un discreto patrocinio del presidente Havel. Una cinquantina di stranieri ed un centinaio di jugoslavi si sono ritrovati nell'Hotel Jugoslavija: tra di essi nomi noti come il vecchio dissidente Milovan Gilas, i deputati di Solidarnosc Geremek e Adam Michnik, l'antropologo Ernest Gellner (uno dei piú originali conoscitori dei problemi del nazionalismo che insegna a Cambridge), il deputato SPD Gert Weisskirchen, esponenti di gruppi ed associazioni pacifiste dall'Olanda all'Unione Sovietica, dalla Romania alla Danimarca, dalla Francia all'Ungheria, con una folta delegazione italiana (Associazione per la pace, ARCI, vice-presidente Consiglio regionale Friuli-Venezia Giulia...).

Gli interventi dei diversi esponenti jugoslavi non sono stati certo tutti in sintonia tra loro: il deputato sloveno Tone Andrejevic, liberaldemocratico, ha difeso l'indipendenza slovena e l'impossibilità di tornare allo "status quo ante", sorvolando un po' sull'unilateralità del percorso sloveno e glissando sul nazionalismo diffuso anche nella sua illuminata repubblica; il leader albanese del Kossovo Veton Suroi, appena rilasciato dalla prigione, ha giustamente difeso i diritti totalmente calpestati della sua gente, ma non ha parlato dei diritti della minoranza serba; gli intellettuali serbi di Belgrado, ovviamente di opposizione, appaiono talvolta ancora profondamente immersi in un sogno jugoslavo ormai lontano dalla realtà e comunque sempre appeso alla minaccia "o la Jugoslavia o il macello generalizzato"..: ma con tutto ciò è già molto che ci sia un posto, in cui non si parli il linguaggio della propaganda, delle reciproche accuse, dell'etnocentrismo esasperato e della frustrazione politica e sociale che sbocca nel nazionalismo come successore del comunismo - autoritari entrambi. Soprattutto gli studiosi jugoslavi di conflitti etnici, come Milan Mikulic o Dujan Janic, abbondano nella descrizione di possibili scenari di scontro, se non si fermerà subito la deriva militarista, e tutti accusano i mass-media - al servizio delle rispettive dirigenze nazionaliste - di essere tra i principali inquinatori dell'atmosfera pubblica. Milovan Gilas ragiona - gli fanno notare soprattutto i polacchi di Solidarnosc - con la sua vecchia testa e sembra preferire un ruolo stabilizzante dell'armata federale piuttosto che il caos di una guerra civile etnica. Tutti fanno riferimento agli "standards europei", p.es. in tema di protezione delle minoranze, ma anche a proposito della crescita di strutture sovranazionali. Gli esponenti delle repubbliche attualmente un po' nell'ombra (Macedonia, Bosnia Herzegovina, Montenegro, Voivodina..) sembrano preoccupati di non perdere il treno europeo, che - temono - potrebbe alla fine arrestarsi al confine danubiano, includendo Slovenia e Croazia e lasciando al margine tutti gli altri jugoslavi. Speranza ha suscitato il "movimento delle madri": seppure alcune di loro magari non vogliono i loro figli nell'esercito federale, ma non li negherebbero ad un'armata serba, in generale vengono viste come espressione di un diffuso rifiuto della guerra. Tania Petovar, nota avvocatessa impegnata per i diritti umani, rivendica un "diritto all'obiezione di coscienza nella guerra civile".

Interessanti gli atteggiamenti degli ospiti europei, preoccupati di lasciar parlare soprattutto gli jugoslavi e ben consapevoli che c'è un'attesa enorme verso l'Europa. Si riconosce che la crisi jugoslava chiama in causa l'Europa e non può essere liquidata come un problema balcanico, nè letto solo come contrapposizione etnica, ma neanche solo in chiave di contrapposizione tra comunismo e democrazia. Dall'est (Michnik, Geremek, gli ungheresi, i romeni... i baltici non sono presenti, questa volta) si esprime un'acuta sofferenza per il conflitto tra il diritto all'autodeterminazione dei popoli e le conseguenze che il suo esercizio può scatenare. Troppo recente il ricordo quando l'Ovest optava per la stabilità, a spese dei diritti umani dei cittadini dell'est, ma troppo bruciante anche la preoccupazione di una reazione a catena: i cecoslovacchi, "magna pars" nella "Helsinki Citizens' Assembly", hanno semplicemente disertato la discussione di Belgrado, temendone le ripercussioni sui rapporti tra cechi e slovacchi. Acuta anche la sensazione che l'Europa - quella della C.E. e quella della CSCE, ma anche quella delle società civili - sia impotente e non disposta a sacrificare nulla per incoraggiare un processo di pace in Jugoslavia: l'Occidente non sembra disposta ad aprire, in modo accelerato, le sue porte ai popoli jugoslavi, tutti, e gli altri paesi dell'Est difficilmente accetterebbero oggi che si dedichino cure particolari e privilegiate alla Jugoslavia, solo perchè rischia di esplodere: lo ha sottolineato Konstantin Gebert del KOR polacco, e gli ha replicato Mient Jan Faber dell'IKV olandese: "mica possiamo statuire il principio che la guerra civile diventa il biglietto per l'ingresso accelerato nella Comunità".

Delle molte proposte confrontate nell'assemblea, quella della delegazione italiana ha riscosso particolare attenzione e simpatia: organizzare in tempi brevi (entro i tre mesi della tregua jugoslava sponsorizzata dalla Comunità europea) qualcosa come un "treno della pace", da Trieste sino a Tirana, attraversando tutte le parti della Jugoslavia, fornendo una provocazione (ed un occasione concreta) al dialogo ed alla convivenza. Ora ci si dovrà mettere al lavoro per passare dalla promessa ai fatti.