pro dialog

Alexander Langer

L'Europa e il conflitto nell'ex-Jugoslavia
Conferenza e dibattito al Liceo Scientifico "Alvise Cornaro" di Padova, il 5 febbraio 1995. Trascrizione, non rivista dall'autore, curata da Elisa Schiavon, Anna Maria Matteucci, Enrica Salvato, Lucia Tomasoni, Claudio de Rose, con il sostegno di tutta la "Commissione solidarietà per la ex Jugoslavia" della scuola.

In questa guerra che, secondo me, è lontana dall'essere conclusa e che sta coinvolgendo i nostri dirimpettai dall'altra parte del mare Adriatico, credo che si sia visto - è un po' un paradosso - la più grande operazione di solidarietà e al tempo stesso la più grande dimostrazione d'impotenza. La più grande mobilitazione solidaristica in quanto mi sembra che, in tempi recenti, non ci sia mai stata in Europa una situazione di guerra in cui cosí tante persone, stimabili forse in più di centomila, sono state coinvolte, non da soldati ma come civili, recandosi direttamente sul posto (e non solo offrendo denaro o ospitando profughi) per fornire qualche tipo di aiuto, sempre in qualche modo pensato come aiuto contro la guerra: nella cura dei feriti, nel portare aiuti umanitari di ogni genere, nel partecipare ad incontri che servissero a far incontrare e riconciliare etnie e popoli diventati tra loro estranei o addirittura nemici feroci.

Questi interventi sono costati talvolta anche la vita e vi hanno partecipato in tanti da tutt'Europa, in tante forme di volontariato civile. Tanto più deve stupire che di fronte a tutta questa realtà, a livello degli stati non si trovi o non si voglia trovare una possibilità di intervento per cercare soluzioni, o almeno per evitare che il conflitto si estenda. Non certo per impadronirsi della situazione, togliendola di mano alla gente, che è una cosa di per sé mai giusta.

L'Europa politica e diplomatica in tutta questa vicenda ha dimostrato di avere un potere molto limitato, poiché in essa c'erano e ci sono punti di vista e interessi molto contrastanti. La domanda che ci possiamo fare e nella quale ci sentiamo più coinvolti è che cosa possa tenere insieme l'Europa e che cosa rischi di spaccarla. Guardando l'atteggiamento politico e diplomatico e, in piccola parte anche militare, dell'Europa nel recente passato vediamo che il sistema politico che aveva sotto il proprio controllo quasi metà del nostro continente, cioè il sistema degli stati comunisti e socialisti che faceva capo all'URSS (con alcune varianti, come quella della Federazione Jugoslava) era comunque un sistema di alleanze politiche, militari e di controllo economico, cioè un sistema che teneva insieme i diversi stati e le diverse etnie ad un costo relativamente alto, ossia la mancanza di libertà, di democrazia, di pluralismo politico, attraverso forti organismi di controllo e mezzi di disciplina politica ed economica. I compenso, in casi di conflitti, questi venivano regolati d'autorità, in alcuni casi con l'intervento militare (pensiamo all'Ungheria nel 56 o alla Cecoslovacchia o alla Polonia). I conflitti insomma avevano un loro modo di essere regolati e questo modo funzionava da una parte e dall'altra della cortina di ferro: all'URSS veniva riconosciuto una specie di diritto a sistemare all'Est le questioni e di "bacchettare" in tutti i modi possibili chi non ci stava; dall'altra parte lo stesso diritto veniva riconosciuto agli Stati Uniti.

Con gli eventi dell'89 e del 90, questo sistema è crollato e tutta l'Europa si è trovata di fronte ad una nuova situazione, come in un dopoguerra, con la differenza che non c'era stata una guerra combattuta, non c'erano stati milioni di morti, né città bombardate, ma come dopo una guerra ci si sarebbe dovuti chiedere che tipo di ricostruzione si volesse.

La gente dell'Est europeo si aspettava di essere rapidamente accolta in una famiglia comune, ma anche tra loro c'erano aspettative diverse: chi era contrario al vecchio regime, chi lo rimpiangeva per la casa e il lavoro garantiti, chi aveva vissuto abbastanza bene, chi male. Mancavano obiettivi comuni o partiti politici e correnti di pensiero nuovi. Restavano alcune strutture ereditate dalla precedente situazione, i vecchi partiti comunisti, i sindacati, le chiese; si conservavano reminiscenze di precedenti culture nazionali. L'unica idea certa è che tutti pensavano di essere europei e di far parte di un' Europa comune.

In questo desiderio, a mio giudizio, si mescolavano tante cose, ma soprattutto tre grandi richieste:

1. Il desiderio di restituzione della dignità: essere europei voleva dire anche non essere considerati popoli marginali, meno importanti degli altri;

2. Il desiderio di condividere il benessere economico con tutte le sue illusioni consumistiche;

3. Il desiderio di sicurezza e di far parte di un sistema in cui la guerra non ci fosse più.

L'Europa occidentale aveva dimostrato dopo la II guerra mondiale, pur compiendo molti errori, che è possibile avanzare su una strada di integrazione, di avvicinamento e di istituzioni comuni, senza annullare la dignità di nessuno (basti pensare alla pari dignità di stati come il Lussemburgo o la piccola Irlanda); inoltre erano stati eliminati i conflitti tra le nazioni storicamente nemiche e, per favorire il processo di integrazione, si erano unite le economie e molte istituzioni, allontanando sempre di più il pericolo di una guerra interna.

Tutto ciò rappresentava una grande speranza per la maggior parte delle popolazioni dell'Est. Dopo la grande retorica della caduta del muro, a queste aspettative l'Europa ha risposto in modo un po' duro, facendo prevalere valutazioni sulla loro economia agricola, il livello di progresso industriale, lo stato delle istituzioni delle nazioni: tutto vecchio, tutto da riformare, niente in grado di entrare nel mercato europeo. Di fatto l'apertura dell'Europa nei confronti di queste nazioni è stata molto lenta attraverso un sistema che potremmo chiamare di sale d'attesa, finché nel giro di due o tre anni praticamente in quasi tutti i paesi post-comunisti si sono verificati fenomeni di forte riflusso. Infatti la disciplina sul lavoro è diminuita, molte fabbriche hanno chiuso e il passaggio al sistema economico occidentale nell'immediato ha significato un peggioramento delle condizioni di vita, una minore sicurezza sociale, una perdita di potere di acquisto delle monete locali. Solo pochi paesi erano abbastanza pronti per lanciarsi sul mercato a livelli competitivi e nella maggior parte dei casi l'economia generale ha risentito di un grave peggioramento.

In questa situazione ha guadagnato sempre di più l'idea del nazionalismo che sempre, in tutti i popoli, almeno in Europa a partire dall'800, rappresenta una specie di scorciatoia e che nei momenti di crisi facilmente riemerge in superficie e cresce di importanza. Il nazionalismo, in fondo, è la forma istituzionalizzata dell'egoismo collettivo, è come dire: adesso decidiamo di farci i fatti nostri, di affermare il nostro NOI contro tutti gli altri. In tale situazione i pretesti che possono far nascere un conflitto possono essere tantissimi, poiché ognuno può sentirsi penalizzato o non sufficientemente valorizzato. Quelle cornici che prima bene o male (e molto spesso con una notevole dose di repressione) tenevano insieme società e popoli anche diversi hanno cominciato rapidamente a sgretolarsi. Basta guardare, ad esempio, alla divisione tra la parte Ceca e e quella Slovacca della Cecoslovacchia, che finora è avvenuta in modo pacifico: anche in questo caso non è stata detta ancora l'ultima parola, poiché è un processo che non è stato ancora del tutto compiuto. E pensiamo a cosa sta succedendo nella ex-Unione Sovietica, cioè la guerra in Cecenia, che potrebbe essere l'inizio di un conflitto ancor più spaventoso di quello della ex-Jugoslavia, poiché sono molte le etnie coinvolte e dietro vi si nasconde una crisi molto più grave, non solo di tipo economico. Infatti, i popoli dell'ex URSS che aspirano ad un'autonomia abitano anche in territori ricchi di risorse. La Bosnia è povera, ma il Caucaso, per esempio, è una regione potenzialmente ricca di petrolio; i conflitti possono quindi avere ripercussioni e sviluppi ampi e gravissimi; non ci sono in gioco solo questioni di orgoglio nazionale, ma fondamentali interessi economici. Quindi andremo incontro ad un periodo di ulteriore disgregazione in quella parte dell'Europa. E siccome questo atteggiamento è contagioso, c'è il rischio che si inneschi un meccanismo incontrollabile.

Nel caso della ex Jugoslavia, in particolare, c'era, sia pure in un regime che non era di per sé democratico ma autoritario, l'idea abbastanza condivisa di essere uno stato federale multietnico, in cui le diverse nazioni insieme componevano uno stato, e la pari dignità e l'equilibrio tra queste venivano garantiti da una serie di complicati meccanismi (per esempio la presidenza della federazione a rotazione, prassi che peraltro viene esercitata anche nella Comunità europea) e da una specie di patto comune - imposto anche dalle leggi e dalla polizia - secondo cui il passato non doveva essere rivangato da nessuno (e ciò dipendeva dal fatto che durante la guerra molte atrocità erano state commesse specie nello scontro tra Serbi e Croati).

La rivoluzione est-europea ha fatto sí che queste contraddizioni via via riemergessero provocando dapprima il distacco dell'evoluta e ricca Slovenia dalla Federazione, per potersi avvicinare all'Europa e separarsi da popolazioni considerate arretrate (Bosniaci, Macedoni...) e poi lo scontro serbo-croato per il controllo dei territori di nazionalità serba fuori della Serbia o viceversa.

La situazione odierna è quindi frutto di una violenta ridistribuzione del territorio, che è ancora lontana dall'essere compiuta. E l'aggettivo "violento" non vuole indicare una guerra fatta per segnare dei confini, ma una guerra che ha il compito di eseguire, usando un termine terribile, una depurazione, cioè mandar via da un dato territorio chi ne disturba l'omogeneità, volendo tracciare linee nette di confine tra un popolo ed un altro. E in un territorio cosí etnicamente vario ciò ha comportato uno spostamento violento di due-tre milioni di persone che non si era più verificato in Europa dai tempi della guerra mondiale. Queste persone non possono sperare di tornare a casa, dal momento che le loro case o sono state distrutte o sono state occupate da persone cacciate da un'altra parte. Tutto ciò potrebbe essere paragonato ad una terribile plastica facciale dei Balcani, in cui da un territorio abitato da etnie diverse si voglia arrivare a dei territori etnicamente omogenei e - questo è il desiderio di ciascuno - molto grandi ed economicamente ricchi. Finora i popoli che hanno evidenziato di più questi obiettivi sono i Serbi e i Croati. Ma c'è un terzo grande popolo che versa in una condizione più povera, che rapidamente si affaccia sulla scena: il popolo albanese.

La situazione nei Balcani è quindi la seguente: ci sono quattro popoli, i Croati, i Serbi, gli Albanesi e i Greci, che fanno pressioni per poter occupare spazi più ampi e quindi sono in prima fila nel conflitto, anche se alcuni di essi hanno subito più di altri. Altri popoli, come i Bosniaci, che non si sentono né Croati, né Serbi, poiché non sono stati assimilati dal punto di vista religioso essendo oggi in gran parte musulmani, rischiano più di altri di essere stritolati perché costituiscono un ostacolo e un fattore di disturbo. Infatti i Serbi e i Croati - o meglio i dirigenti di questi due stati, poiché i contadini non sentono molto questo ideale della grande Serbia o Croazia, anche se sono pronti ad appoggiare queste idee in cambio di un posto nella milizia - hanno dato il via ad un processo di radicalizzazione etnica.

E rispetto a questo progetto l'Europa ha fallito su due piani:

1. Offrire un "tetto comune" e, con l'imposizione di regole, proporre la convivenza "tra nemici". Questa proposta però di integrazione della Jugoslavia in Europa non è stata fatta, anzi alcuni stati, Germania, Austria, Italia, sostenevano che per fare questo bisognava che prima le diverse realtà si dividessero.

La solidarietà corre quindi il rischio di essere guastata dai "richiami della foresta" che dividono le parti e in Bosnia è successo questo. Essa era una grande famiglia mista, della quale i cittadini andavano molto fieri e questa era la sua normalità. Proprio come in una famiglia dove i singoli membri possono professare religioni diverse ma stare ugualmente bene insieme. Questa realtà oggi è rimasta solo in alcune città, come Sarajevo, ma anche quí questo modo di convivere è sempre di più messo in questione.

L'Europa in una tale situazione ha appoggiato una linea politica di accentuazione delle differenze invece che di integrazione, ha incoraggiato una linea di spartizione e di epurazione etnica ritenendo più facile definire una mappa complicatissima che desse ad ogni etnia il suo territorio. Anche l'Europa riconosceva cosí l'impossibilità della convivenza.

2. La seconda grande mancanza dell'Europa in questo conflitto riguarda la distribuzione degli aiuti: i mezzi di cui disponeva sono stati usati solo per soddisfare i bisogni alimentari minimi, sufficienti per sfamare queste popolazioni; mandare ciò aiuti, provvedere ad alcuni casi gravi, senza però ostacolare concretamente questa guerra, che sembra ancora essere lontana dalla fine, perché anche se si spengono dei focolai se ne possono sempre accendere altri.

L'Europa comunque non poteva e non doveva imporre con mezzi militari un generale "cessate il fuoco" anche perché questo avrebbe richiesto una forte presenza di uomini su tutto il territorio, paese per paese, e difficilmente si sarebbe trovato un numero di uomini necessario, valutato all'incirca in mezzo milione. Altre possibilità di intervento ipotizzate non sono state sperimentate: ad esempio realizzando anche in maniera selettiva qualche azione militare per far capire a chi avanzava che le sue conquiste non erano riconosciute.

Oggi siamo ad un punto in cui intervenire è più difficile; chi ha già conquistato non cede territori e dove la convivenza è stata distrutta difficilmente si ricostruirà.

Questo ci riporta all'interrogativo precedentemente esposto: ha senso fare un'unione europea o si rischia di trovarci fra dieci anni a parlare di ex Europa? Per rispondere a questa domanda bisogna in particolare chiedersi cosa tenga insieme la gente e cosa la separi e se noi cercassimo di dare una risposta vedremmo che ogni fattore che la tiene unita la può anche dividere e viceversa. Ad esempio un fattore che potrebbe unire l'Europa sarebbe l'economia, il mercato comune; d'altra parte il mercato potrebbe diventare anche causa di guerra per accaparrarsi risorse, ecc. Può essere elemento di coesione un comune ideale; ma quando questo si rivelasse un insuccesso o andasse in crisi si tramuterebbe velocemente nel suo contrario. Tengono insieme le comunicazioni, i frequenti scambi; ma possono essere anche motivo di lite su chi deve controllare le comunicazioni (pensiamo al canale di Suez, allo stretto di Gibilterra...): ogni punto nodale è sempre stato oggetto di contesa. Altri elementi di unione possono essere la lingua, la cultura, perché danno un senso di identificazione, di familiarità, ma anch' esse possono tradursi in motivi di conflitto. Non esiste di per sé una ricetta per convivere insieme; oggi, se vogliamo andare avanti verso una costruzione dell'Europa che non ci porti tra dieci anni alla situazione attuale della ex Jugoslavia, é essenziale che in tutti gli ordinamenti si prevedano gli elementi e le istituzioni favorevoli alla convivenza, che si costruiscano cioè dei vincoli che in qualche modo limitino l'egoismo, l'espansione, l'autoaffermazione di qualcuno contro tutti gli altri, senza eliminare le diversità, ma favorendola e integrandola nello stesso tempo.

La lezione che l'Europa ha colto da questo conflitto nella ex-Jugoslavia non è stata quella di incrementare e favorire l'integrazione, ma anzi di favorire gli interessi e le motivazioni economiche, sapendo che questa linea di condotta avrebbe sfavorito ed emarginato i più deboli.

Oggi se vogliamo essere non solo dalla parte delle vittime di questo conflitto, ma anche dalla parte di una possibile riunificazione dobbiamo interrogarci e costruire, nel nostro ordinamento e nelle relazioni internazionali, elementi di convivenza e non di esclusivismo e di intolleranza. Ciò potrà avere una garanzia o speranza di riuscita se la gente, e i giovani in particolare, seguiranno la strada della rappacificazione, invece di scegliere le bande armate delle milizie serbe o bosniache o, che poi è la stessa cosa, delle tifoserie armate: queste sono scelte che si compiono non una volta sola o per sempre, ma più volte nella vita. Da esse deriverà un futuro di pace per le nuove generazioni, oppure un futuro di guerra.

DIBATTITO

1. Lei prima ha parlato di una forte differenza, prima del crollo del muro di Berlino, tra Europa occidentale, dove c'era una forma di pacificazione e di uguaglianza, e quella orientale, dove c'era una forte disuguaglianza: non è invece che anche all'Ovest ci fosse una disuguaglianza, solamente mascherata da una facciata di benessere?

Non ha parlato proprio in questi termini, ho detto solo che all' Ovest il pluralismo politico permetteva di esercitare i diritti democratici, mentre all'Est vi era una situazione di tipo autoritario, di partito unico. Sicuramente anche all'Ovest ci sono problemi aperti dal punto di vista linguistico, etnico o per altri aspetti (per esempio in Alto Adige, dove non tutta la popolazione è contenta di essere dentro lo stato italiano), ma per ragioni economiche e grazie ad un coinvolgimento più ampio sia dal punto di vista della partecipazione democratica, sia da quello consumistico, vi sono di fatto condizioni più soddisfacenti per la popolazione, in cui è più difficile che l'intero sistema venga messo in discussione. Possiamo vedere la situazione spagnola, in cui la questione basca è assai grave, ma dove il tasso di coesione delle regioni dell'Ovest è relativamente alto e quindi chi critica lo stato, per esempio le minoranze etniche, ha un margine notevole di trattative sulle questioni particolari.

All'Est invece, in una situazione più autoritaria, il consenso ai regimi reggeva bene se c'era disciplina e controllo, ma una volta venuto meno il controllo la gente si è identificata in un'ideale che potesse unirla. Dal punto di vista dell'uguaglianza però, nei regimi comunisti c'era un maggiore egualitarismo, sia nel reddito che nelle condizioni di vita.

2. Ritengo che l'Occidente si sia comportato in modo egoistico con i paesi dell'Est, non solo dopo l'89, ma anche prima, quando la FIAT andava, per esempio, in Polonia ad installare le sue fabbriche...

I paesi dell'Europa occidentale essendo più forti economicamente sono in grado di trarre vantaggio di per sé dalle debolezze degli altri stati, siano essi del Terzo Mondo o dell'Est europeo, senza l'uso delle armi ma attraverso la forza del commercio. L'Est si era difeso da ciò grazie al suo sistema autoritario e chiuso. Il muro di Berlino non era stato costruito tanto per impedire alla gente di scappare quanto perché il marco dell'Est non poteva reggere alla concorrenza del marco dell'Ovest. Non sono d'accordo quindi con l'opinione secondo cui lo sfruttamento dell'Est proveniva dall'Occidente: si trattava semmai dello sfruttamento di nazioni ricche nei confronti di quelle povere.

3. Vorrei sapere qualcosa di più sulla figura di Tito.

Sicuramente l'immagine carismatica di Tito aveva avuto un grande ruolo come punto di riferimento nella direzione dell'unità del paese. Ma Tito era diventato cosí perché alla fine della guerra era stato il capo partigiano più riconosciuto e su di lui si proiettavano molti ideali. Infatti era riuscito ad unire insieme gruppi di etnie diverse che lottavano contro l'occupazione nazista e fascista. I Croati si erano alleati con i fascisti nella speranza di eliminare la Serbia; i Serbi dal canto loro nutrivano sentimenti fortemente nazionalistici e aspettavano l'occasione per far fuori la Croazia. Tito invece sosteneva che prima bisognasse eliminare gli occupanti del momento e poi preoccuparsi anche di quelli potenziali (l'URSS), all'insegna di uno spirito nazionale che superasse i nazionalismi particolari. Durante la guerra partigiana si formò quindi un gruppo di pressione, la Lega dei comunisti jugoslavi, che enfatizzò il carattere nazionale della guerra. Del resto anche la chiesa cattolica, come molte organizzazioni nazionali, molte volte aveva frenato gli eccessi del nazionalismo. Tito aveva un enorme credito presso la gente e in un tempo in cui non era molto diffusa ancora la televisione egli era visto come una garanzia della realizzazione di determinate istanze e diritti. Nel 1974, per esempio, emanò una riforma che doveva concedere maggiore autonomia alle autorità locali.

4. Lei prima ha parlato di ex Europa e di ex Italia, un'ipotesi che potrebbe essere considerata eccessivamente allarmista. Ma come parlare in modo giusto alla gente, attraverso la grande informazione, come spiegare che possiamo correre questi rischi senza suscitare allarme ?

La pace non si può garantire obbligando la gente a stare insieme, ma è molto importante in un ordinamento sovranazionale, che si realizzino forti autonomie locali. La storia ci insegna che lo stato ha assunto dimensioni sempre più vaste, dalle città-stato agli stati nazionali, ed oggi anche gli stati nazionali europei non sono più sufficienti per sostenere i mercati. C'è bisogno di aggregazioni sovranazionali

Ma se al tempo stesso non si restituisce ai cittadini un luogo di democrazia e di partecipazione, che dovrà essere per forza di dimensioni più ridotte, le grandi aggregazioni porteranno alla confusione. La domanda di decentramento è molto forte, anche nel conflitto jugoslavo, non solo per avere una licenza di commercio senza dover passare per un labirinto burocratico, ma anche perché se si ha l'opportunità di partecipare all'interno del sistema in cui ci si trova ci si può sentire di più a casa propria. Oggi si vedono molti surrogati di piccole patrie, ad esempio la squadra di calcio, nella quale riconoscersi, o le contrade del palio di Siena, che nascondono un significato profondo: avere un luogo dove essere accettato, dove si conoscono gli altri e dove si hanno delle radici. Io penso che questo bisogno di radici oggi sia molto forte e meno i sistemi offrono possibilità di coltivare le proprie radici e più radici artificiali avremo. Queste radici artificiali sono come di plastica, perdono presto il loro fascino, sono fonte di integralismo, che significa voler ricondurre tutta l'esistenza ad una dimensione. Oggi si critica molto che cerca di rivendicare la propria identità regionale, lo si considera un troglodita, ma penso che sia sbagliato. Il non tener conto di questo bisogno di radici ha portato ad un enorme impoverimento. E soprattutto le persone più sradicate sono le più esposte al pericolo dell'integralismo. Avere quindi delle radici - se esse non diventano delle barriere contro gli altri - può avere dei risvolti positivi per l'equilibrio e per la capacità di essere persone complete e non dei mutilati che si attaccano alla prima protesi che trovano.

5. C'è un movimento fortissimo di profughi in Europa e d'altra parte una legislazione molto restrittiva su questo problema. Tutto ciò fa vivere ai profughi una situazione di grande contraddizione, da una parte la necessità di muoversi, dall'altro il bisogno di riconoscersi in qualcosa. Quali sono le prospettive per i profughi in Europa?

L'attuale legislazione è molto restrittiva e si articola su due punti.

1. Si vuole differenziare tra profugo politico e profugo economico. Oggi ci sono persone che rischiano la vita per la loro religione o per le idee politiche o per la loro etnia. Le convenzioni internazionali riconoscono queste persone come "rifugiati politici" e permettono loro di usufruire del diritto di asilo politico, secondo cui i profughi possono essere accolti, senza però che continuino a svolgere le loro attività o ad immischiarsi negli affari dello stato ospitante. Oggi però vi sono persone che scappano dalla miseria, i cosiddetti profughi economici, che spesso si spacciano per "politici" per poter passare i confini. Ma la dura legislazione lo impedisce sempre di più. Per quanto riguarda la ex Jugoslavia si cerca che venga riconosciuto lo status di rifugiati a coloro che fuggono per sottrarsi alla guerra (disertori): questo sarebbe un grosso aiuto per la pace, in quanto si sottrarrebbero molte forze agli eserciti, ma questa proposta non è stata ancora attuata.

2. Le procedure per il riconoscimento come rifugiati sono molto complicate e tutti si tende a pensare che l'essere rifugiati capiti ad altri.Se un rifugiato ha un Paese a cui fare riferimento la situazione è migliore, cosí gli Ebrei dispersi vedono nello Stato d'Israele il loro paese di riferimento.

Quindi i profughi dovrebbero puntare ad ottenere l'appartenenza ad un paese, mentre noi dovremmo puntare a dare protezione e solidarietà a chi è in pericolo di vita.

6. Riguardo alla guerra nella ex Jugoslavia si sente parlare spesso dei forti interessi economici che vi sottostanno e in particolare di quelli legati al traffico d'armi. Cosa ne pensa?-

Nel caso della ex Jugoslavia gli interessi economici non sono la chiave di interpretazione. Si possono però individuare delle precise aree di influenza economica: c'è un forte interesse da parte della Germania, dell'Austria e del Nord-Est italiano, che hanno incoraggiato i loro partners economici sloveni e croati a disfarsi del Sud della Jugoslavia; d'altro canto la Serbia è considerata come partner principale della Russia, della Bulgaria e della Grecia, mentre l'area economica "mussulmana" del sud dei Balcani è collegata con la Turchia. Cosí accanto al rapporto economico, emerge il sostegno politico: la Germania con i Croati, la Francia e gli Inglesi con i Serbi. Ma in realtà poiché non ci sono precisi interessi economici, ma diversi interessi in conflitto tra loro, cosí non è facile distinguere, senza contare che in una guerra nascono di per sé ulteriori interessi. Il mercato delle armi c'è, naturalmente, ma questo problema viene troppo spesso sopravvalutato.