pro dialog

Alexander Langer

Uso della forza militare internazionale nell'ex-Jugoslavia?
E' astratta la domanda "intervento militare nell'ex-Jugoslavia - sì o no?" Alcuni interventi militari sono già in atto: quello serbo e quello croato.

Nel Kosovo la situazione attuale si regge solo su una massiccia presenza militare (serba), nelle zone occupate della Croazia sono i militari dell'ONU che - parzialmente - bloccano altre attività militari, per ora latenti, e la diffusione ulteriore del conflitto in aree contigue (Macedonia, Vojvodina, Kosovo...) è sempre in agguato. Quindi di interventi militari ce ne sono sin troppi, e l'epurazione etnica in molte zone della ex-Jugoslavia avviene in forma atrocemente armata.

Sicuramente la comunità europea ed internazionale ha commesso molti errori, a cominciare dall'iniziale accondiscendenza verso alcuni focolai di repressione (Kosovo, p.es.), dall'irresponsabile istigazione - in nome dell'autodeterminazione nazionale - di alcune secessioni che si sapeva benissimo che non sarebbero potute avvenire di punto in bianco senza spargimento di sangue. Si è incoraggiata la formazione di "stati etnici", e poi un'ipotesi di cantonalizzazione etnica della Bosnia Herzegovina, che ha ulteriormente stimolato la guerra per accaparrarsi territori possibilmente estesi e contigui. Per non parlare del traffico delle armi, dell'embargo violato e del gravissimo errore politico di riconoscere nei signori della guerra le voci legittimate a parlare a nome dei loro popoli!

Quindi oggi non si è di fronte ad un idillio, ad una "tabula rasa" con tutte le opzioni teoricamente possibili, tra le quali qualcuna da preferire e qualcuna da escludere. Si è di fronte, invece, ad una esplosione di conflittualità bellica che vede le dirigenze di due popoli maggiori (i serbi ed i croati) puntare all'affermazione - anche militare - dei loro rispettivi stati nella massima estensione possibile, con una particolare aggressività della parte serba che - una volta distrutta la vecchia Jugoslavia pluri-etnica - mira esplicitamente ad una Grande Serbia che riunisca tutti i territori abitati (anche) da serbi (in Serbia, Croazia, Vojvodina, Montenegro, Kosovo, Bosnia...). Il terzo grande popolo della regione, quello albanese, disperso tra Albania, Kosovo, Macedonia, Montenegro e dintorni verrà spinto da questi eventi (oltre che dal suo proprio nazionalismo crescente) a tentare la stessa strada e forse giá tra breve sarà coinvolto in una ulteriore guerra a partire dal Kosovo. I popoli e gruppi etnici più piccoli (bosniaci, musulmani, macedoni, ungheresi, ruteni...) si vedono forzati a sottostare a questa forzata riaggregazione etnica dei Balcani, sino al limite della sottomissione totale, dell'espulsione di massa e persino del genocidio.

Ecco perché occorre una credibile autorità internazionale che sappia minacciare ed anche impiegare - accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell'incoraggiamento civile, dell'integrazione economica, dell'informazione veritiera... - la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli Stati. Se qualcuno spadroneggia con la forza delle armi nel suo quartiere o nella sua valle, e nessuno si muove per fermarlo, in poco tempo scoppia una generale guerra per bande, in cui tutti sono obbligati ad armarsi ed a cercare di farsi valere con la forza. I più forti sono i serbi - ma non è una colpa, altri sarebbero altrettanto atroci se ne avessero la forza!

E' dunque altamente tempo di allargare il mandato, la consistenza e l'armamento delle forze dell'ONU nella ex-Jugoslavia, includendovi l'ordine - per ora - di far arrivare effettivamente gli aiuti umanitari ai loro destinatari, anche aprendosi la strada con le armi; di far cessare gli assedi alle città, anche bombardando postazioni di armamenti pesanti o tagliando vie di rifornimento di armi e di materiali agli assedianti; di impedire bombardamenti aerei, facendo rispettare il divieto di sorvolo; di garantire zone di sicurezza e di rifugio, e di impedire campi di detenzione e di tortura.

Un intervento militare di questo tipo, immaginabile solo con un mandato ed una direzione ONU alle spalle, proprio per garantire la necessaria imparzialità e caratterizzazione di "operazione di polizia internazionale", potrebbe essere anche affidato a forze NATO, magari insieme ad altre forze. Forse sarebbe sufficiente la seria minaccia di usare la forza, per ottenere una svolta sul piano militare. A volte basta che la polizia si faccia vedere effettivamente determinata, per fermare le bande.

La minaccia o l'effettuazione reale di un intervento militare hanno senso solo se non resteranno l'unico tipo di impegno internazionale: ci sarà bisogno di un forte e molteplice impegno internazionale, a cominciare da un solido e generoso programma di ricostruzione del dialogo e della democrazia. Ma se si continuasse ad escludere, per le più svariate ragioni, il ricorso alla forza internazionale, si continuerebbe a lasciare libero il campo ai più forti e meglio armati, con il rischio di sterminare i gruppi più deboli (i musulmani bosniaci oggi, altri domani), di costituire un precedente pericolosissimo in Europa, di moltiplicare le guerre nell'area e di approfondire ancora di più il fossato tra Est e Ovest, tra mondo cristiano ed Islam, tra cristiani occidentali ed orientali. Questo non deve succedere.