pro dialog

Alexander Langer

Di fronte ai giovani massacrati a Tuzla
Venerdì 19 maggio 1995 Selim Beslagic, sindaco della città bosniaca di Tuzla, era in visita a Bolzano. Nella Sala di Giunta del Municipio diceva a Marcello Ferrari, suo collega ospitante: "speriamo che voi qui a Bolzano non dobbiate mai vivere quello che oggi succede alle nostre città miste, a Sarajevo, a Tuzla, a Zenica, a Gorazde, dove la pressione nazionalista e l'assedio esterno spaccano la convivenza interna..."

Esattamente sette giorni dopo, quando Beslagic dopo una tappa al Comune di Bologna era ormai tornato a casa, bombe serbe provocavano una strage nella sua città: decine e decine di giovani ammazzati e lacerati mentre si ritrovavano intorno ad un bar, sul corso. Da allora non è stato più possibile stabilire un contatto telefonico.

Cosa si può oggi ancora sensatamente proporre o fare, quando ogni ragionevole possibilità europea è stata, nei mesi e negli anni, buttata via, in nome del cedimento alla nefasta politica di ridisegnare la Jugoslavia ed in particolare la Bosnia Herzegovina secondo linee etniche, in stati e cantoni etnici, possibilmente epurati da coloro che non rientrano nella maggioranza etnica locale? Cosa dire, quando ormai i "poliziotti del mondo" - quali dovrebbero essere i caschi blu dell'ONU - servono da ostaggi dileggiati, invece che da tutori dell'ordine e del diritto internazionale? Cosa inventare, quando anche la generosa volontà di pace di decine di migliaia di volontari nonviolenti di tutta Europa si infrange di fronte al sopruso, al taglieggiamento sistematico, al cecchinaggio, alla propaganda dell'odio etnico instillata da televisioni e giornali?

Bisogna oggi che si prenda una decisione molto grave, figlia delle indecisioni precedenti e come tale senz'altro molto più costosa di ogni provvedimento che sarebbe stato possibile ieri, l'altro ieri, un anno fa, tre anni fa.

Si può decidere che il diritto internazionale deve semplicemente abdicare - in quel caso si potranno ancora fornire le armi ai più deboli, ai bosniaci, perché si difendano come meglio possono, da sè, e si darà corso al ritiro - organizzato e protetto - dei contingenti ONU, diventati non solo inutili, ma addirittura controproducenti, visto che la loro trasformazione in "scudi umani" sembra paralizzare ogni azione. Sarebbe una decisione pesante e vergognosa, perché vorrebbe dire che ognuno faccia per sè, e che il più forte sul campo detta legge, senza che nessuno possa o voglia contrastarlo. Costituirebbe un precedente gravissimo, in Europa e altrove: basti pensare alle convulsioni che già si intravvedono nella vastissima area dell'ex-Unione sovietica.

Oppure si può decidere che nel mondo un diritto deve esistere, che un ordine vincolante per tutti deve farsi rispettare. Allora si dovrà aumentare consistentemente il numero e il mandato delle forze internazionali in Bosnia e confidare loro il compito non più di osservare e testimoniare soltanto, ma di liberare effettivamente gli accessi alle "zone protette" e proteggere realmente le città e le regioni della convivenza; fermare effettivamente - con i mezzi necessari - le aggressioni, soprattutto quelle con armi pesanti, e rendere inoffensivi tali armamenti (confiscare non basta: lo si è visto). Sarebbe preferibile che ciò potesse essere fatto da quei corpi multinazionali di "soldati di pace" dell'ONU, che Boutros Boutros Ghali ormai da anni invoca, ma non riceve. Nelle condizioni attuali, tuttavia, l'ONU dovrà chiedere a chi può - alla NATO, in buona sostanza - di svolgere tale compito. E non c'è ragione perchè paesi come l'Italia o la Germania se ne sottraggano, se richieste dalle Nazioni Unite.

Certo, un'azione di forza per ristabilire un minimo di legalità internazionale può essere solo un primo passo, pre-condizione di ogni ulteriore soluzione politica. Ecco perchè insieme ad una efficace azione di polizia internazionale, occorre fin d'ora stabilire un secondo obiettivo: premiare (con aiuti, contributi alla ricostruzione, riconoscimenti...) chi favorisce il ritorno dei profughi ed il ristabilimento della convivenza, punire (con l'isolamento e la messa al bando) chi persiste nell'epurazione etnica. Solo con tale obiettivo politico, l'azione armata ha la necessaria chiarezza: vòlta, cioè, non a punire qualcuno "perchè serbo" (o croato, o musulmano), ma ad impedire che la conquista etnica con la forza delle armi torni ad essere legge in Europa.