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Alexander Langer

Virgilio Dastoli: Gli ideali di Alex e quelli di Altiero Spinelli
Io non parlerò qui tanto come rappresentante della Commissione europea, piuttosto come persona che in due diverse fasi della sua vita ha conosciuto e frequentato Alexander Langer.
Ho conosciuto Alex in una prima fase della mia vita quando nel ‘73-’74 rappresentavo la Gioventù socialista italiana nelle organizzazioni internazionali.
Come sapete Alex si occupava in Lotta Continua di questioni internazionali, così ci siamo visti per almeno un paio d’anni a Roma, quando, militando in due movimenti diversi, ci occupavamo ciascuno per le proprie responsabilità soprattutto dei movimenti di liberazione nel mondo. Poi ognuno ha preso strade diverse.
Io fui chiamato da Altiero Spinelli che in sostanza mi disse: è assolutamente inutile battersi per il potere a livello nazionale, l’unica cosa per cui vale la pena di battersi è andare al di là degli Stati nazionali, sopprimere le frontiere e lavorare per la Federazione europea. Compresi allora che se vale la pena occuparsi di politica l’unico modo è quello di occuparsene a livello europeo e di occuparsene in particolare per creare lo stato federale.
Ebbene, quando si diventa federalisti … è un po’ una disgrazia. Infatti quando ci si occupa di politica nazionale si possono sempre raggiungere certi obiettivi intermedi, quando invece si decide di diventare federalisti europei, è appunto una grande disgrazia, perché la Federazione europea non è obiettivo facile da raggiungere e non ci sono obiettivi intermedi, l’unico obiettivo che vale è quello di superare gli Stati nazionali e creare la Federazione europea. E oggi la realtà europea ci mostra che questo obiettivo è abbastanza difficile da realizzare, almeno per ora.
Poi ho rincontrato Alex nel 1989, quando è stato eletto al Parlamento europeo. Quindi ho potuto seguire la sua attività per sei anni, dal 1989 al 1995, tutti gli impegni, i tanti obiettivi, le speranze, che lui ha portato nel Parlamento europeo. Dai rapporti con i Paesi del Mediterraneo all’allargamento verso i Paesi dell’Est, al pluralismo nell’informazione, ai diritti fondamentali, a tante altre cose che sono state già dette in questi giorni. Ho avuto così la possibilità di frequentarlo negli ultimi anni della sua vita. Lavoravo allora nella Commissione cultura (presieduta da Luciana Castellina) e insieme a lui, o piuttosto in quanto “eurocrate” del Parlamento europeo, ho cercato di contribuire, almeno in parte, ad alcune sfide che lui aveva lanciato, in particolare nell’ultimo anno della seconda legislatura del Parlamento europeo.
Mi aveva profondamente colpito il modo in cui Alex affrontava le sfide della politica. E mi sono rimasti in particolare due ricordi: il primo è una confessione che devo fare, dopo dieci anni.
Dovete sapere che Il Parlamento europeo è un animale un po’ strano. In ogni sessione c’è una parte dedicata alle cosiddette “risoluzioni di urgenza”. Queste sono discusse nella conferenza dei capigruppo con una procedura un po’ burocratica. Ogni gruppo politico presenta nelle risoluzioni d’urgenza alcune tematiche e - soprattutto all’epoca, quando il mondo era diviso fra mondo comunista e mondo occidentale - i gruppi di destra portavano di solito risoluzioni che contestavano violazioni dei diritti fondamentali nei paesi comunisti, mentre i gruppi di sinistra portavano risoluzioni che contestavano violazioni dei diritti fondamentali nei regimi di destra. Ulteriormente, siccome capitano soprattutto a causa dell’uomo certe “disgrazie" dal punto di vista ambientale, in ogni discussione d’urgenza c’era sempre qualche catastrofe che il Parlamento europeo naturalmente condannava all’unanimità…
Quando nel giugno del 1995 si affrontarono tutta una serie di tematiche relative ai problemi della ex Jugoslavia, in particolare di Sarajevo, Alex presentò una risoluzione d’urgenza su un tema apparentemente marginale, che era quello del “pluralismo dell’informazione nell’ex Jugoslavia” e scrisse questa risoluzione e la sottopose alla procedura. La conferenza dei capigruppo, con approccio tipico, decise che questa risoluzione non era “urgente” e quindi fui io che, il venerdì primo luglio, dovetti comunicare ad Alex che la risoluzione non era stata accettata. Ricordo che ci ritrovammo alla fine dei lavori, in Commissione cultura, io gli detti questa notizia e Alex mi disse: “Non c’è più speranza.” E io non capii questa frase, l’attribuii semplicemente al fatto che la conferenza dei capigruppo non aveva accettato quella risoluzione. Invece la frase aveva un significato diverso che io in quel momento non afferrai. Lo compresi invece il lunedì dopo, quando apprendemmo che Alex aveva deciso di lasciarci. E quella frase - non c’è più speranza - mi è ritornata in tutti questi anni, in continuazione, vi ho riflettuto molto.
Quindi anche nell’attuale fase dell’integrazione europea, di Europa in crisi, c’è questo ricordo che ritorna. In questi giorni, prima di venire qui, ho letto alcuni documenti molto interessanti nei ricchi archivi informatici della Fondazione Langer, in particolare quello che si intitola “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. Torniamo a porci questa domanda: se l’Europa muore a Sarajevo o se non è morta. Qualcuno proprio in questi giorni ha scritto appunto che l’Europa è morta, sta morendo… Che non ha più un’anima e che non ci sono più speranze. Allora la domanda è di nuovo se sia finito il tempo delle speranze…. Il fatto che Alex avesse deciso che non c’era più possibilità di portare speranze o se invece noi abbiamo ancora la possibilità di batterci per portare in Europa quegli ideali che erano di Alex e - per quanto mi riguarda - anche quelli di Altiero Spinelli.
C’è una seconda questione che mi pongo ed è legata a un altro ricordo, all’ultimo messaggio di Alex, quando ci scrisse: “continuate in quello che è giusto!” La domanda che mi sono posto, in tutti questi anni, è se io personalmente ho “continuato in quello che è giusto” o se invece ho fatto degli errori. Nella vita politica si possono fare sempre degli errori… Credo allora che ciascuno di noi, dal suo punto di vista, nell’attuale fase di integrazione europea, si deve chiedere, se quello che ha fatto è giusto. Oppure se è giusto cambiare. Oggi ci sono molti che dicono che bisogna cambiare.
Ad esempio il primo ministro inglese Blair ci dice che bisogna cambiare, che bisogna “modernizzare il sistema sociale”. Quando sento questa frase mi vengono un po’ i brividi, soprattutto avendo seguito tutto ciò che il Governo britannico ha fatto in questi anni per bloccare qualunque tentativo di andare avanti sulla strada del “modello sociale europeo” o quando ci si dice che per modernizzare bisogna abbandonare l’Europa dell’integrazione politica e dedicarsi piuttosto all’economia.
Allora mi chiedo, vi chiedo: forse è utile avviare una riflessione su questo punto di vista, se cioè noi abbiamo seguito quello che ci diceva Alex nel 1995 “continuate in quello che è giusto” o se c’è qualcosa che dobbiamo cambiare. Possiamo quindi riflettere insieme su questi cambiamenti per realizzare, come dicevo prima, quegli ideali che erano di Alex, di Spinelli.
Un ultima cosa, una proposta. Noi come federalisti ci incontriamo ogni anno a fine agosto a Ventotene, dove Spinelli scrisse il Manifesto di Ventotene. Mi piacerebbe se dall’anno prossimo si potesse creare una sorta di “bridge”, di ponte, di Brücke, fra Ventotene e Bolzano, e quindi che il seminario estivo di Bolzano desse la possibilità ai Giovani federalisti di discutere con voi e che il seminario di Ventotene fosse anche un luogo in cui voi venite a discutere dell’Europa, della pace, della democrazia e della convivenza. Grazie.

Il dott. Virgilio Dastoli è rappresentante in Italia della Commissione Europea