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Fondazione

Perché una biblioteca delle donne?
Perché le donne hanno bisogno di vedersi di guardarsi, di riconoscersi, di identificarsi, di immaginarsi.
Per duemila anni sono state oggetto letterario, forse l’oggetto preferito della letteratura, e delle belle arti in genere.

Quante protagoniste di romanzi? Quante opere dedicate a una donna? Innumerabili, credo.
La donna taceva, si lasciava guardare, si lasciava cantare, si faceva dipingere. Si riconosceva?
Ci riconoscevamo in quelle donne? Alcuni momenti di questo essere oggetti sono divenuti mitici: la modella del pittore, la musa del poeta. L’uomo creava i modelli per le altre donne.
Modelli - simbolo negativi/positivi, che in un modo o nell’altro erano i punti di riferimento delle donne.
Altre scelte non c’erano. Tranne alcune scelte eroiche: si poteva scegliere di scrivere ma bisognava non scegliere la vita.
E sì, perché le donne hanno un campo prescritto per creare, sono natura e devono aderire alla natura, sciogliersi in essa, essere il tramite della natura. Per creare hanno la maternità, quella è la loro opera.
E così è sempre stata altrettanto scandalosa la donna che rifiutava la maternità, come la donna che sceglieva un altro modo di creare. L’aborto punito come delitto, il linguaggio simbolico punito col ridicolo, l’isolamento, l’esclusione dalla vita.
I conti non tornano più se la modella prende il pennello in mano, e la musa la penna.
Come ci siamo rassegnate a tutto ciò fino a poco fa?
Non cercherò di spiegarlo io ma ricorderò solo alcune che hanno cercato di farlo: Virginia Woolf “Una stanza tutta per sè”, Sylvia Plath nelle sue poesie.
E queste due non l’hanno spiegato solo con le loro opere, la loro vita e la loro morte sono la rappresentazione dell’impossibilità della scelta della creatività per le donne.
Qualcosa è però successo: le donne si sono riconosciute, si sono autodefinite, come individui e come gruppo, come un insieme. È stato un percorso politico, che ha visto nel separatismo e nella sua pratica lo scatto iniziale.
Le donne si sono trovate da parte, ed hanno guardato il mondo; hanno avuto il coraggio di guadare anche l’uomo, e l’hanno trovato a volte anche ridicolo; e hanno guardato anche se stesse e hanno capito che potevano indagarsi, descriversi, immaginarsi, cercare un loro linguaggio e un loro modo.
Hanno capito che se il silenzio è stato il loro grido di protesta, per duemila anni, adesso possono scrivere, parlare, raccontarsi. Possono darsi credito, affidarsi, dopo essersi messe per tanto tempo nelle mani dell’uomo, alle altre donne, perché le une danno voce alle altre.
Ecco noi siamo qui per dare voce alle donne, a donne intere che dopo tanto silenzio vogliono dire una parola non scissa, non sezionata fra corpo, anima, intelletto, a donne che vogliono entrare nel mondo, col loro corpo di donne, la loro ragione di donne, e starvi a loro agio.