pro dialog

Alexander Langer

Un sionismo zingaro?
Cosa sta succedendo agli zingari stanziatisi in Germania? In Germania si sta vivendo una specie di doppia tragedia. Dalla Romania, e in generale dal sud-est europeo, è in atto un esodo di massa di zingari che non riescono più a vivere, o pensano di non riuscirci, nel contesto tradizionale in cui la loro forma di vita, almeno in epoca pre-moderna, era pienamente inserita. Anche in epoca comunista era compressa, pur godendo di ampi spazi: per quello che ne so, anche allora vivevano in una sorta di spazio franco, in cui nemmeno il regime penetrava. Oggi sono gli zingari stessi a non attribuire un valore alla loro forma di vita, che non potrebbero comunque praticare con soddisfazione, e a farsi risucchiare come tutti dal sogno di un benessere più facilmente garantito. Essendo poi, per tradizione storica, più mobili di altri popoli, gli zingari sono naturalmente più pronti ad andarsene. Così in Germania, oltre a quelle autoctone, comuni un po' a tutti i paesi, si sono stabilite comunità zingare con una notevole mobilità frontaliera, in particolare gli zingari dell'Europa centrale che si muovevano dall'Ungheria alla Polonia, dalla Germania alla Cecoslovacchia o all'Italia, ecc.Se in Germania (ma non di meno in generale), oggi gli zingari sono effettivamente diventati tanti, lo si deve anche ad una ragione facilmente comprensibile: nella memoria collettiva, come nella cattiva coscienza tedesca, l'olocausto degli ebrei è stato ormai canonizzato, è presente; e, seppure oggi si comincia a rimetterlo in discussione, fa comunque parte dei tabù storici. E' senz'altro divenuto una colpa riconosciuta dalla Germania, che sa che va in qualche modo ripagata, anche in termini di indennizzo. Per il destino capitato agli zingari, però -e di questo gli zingari si lamentano- non è stato lo stesso. Il loro olocausto, pur se in proporzioni quantitativamente diverse, è stato altrettanto terribile: anche il popolo degli zingari è stato dichiarato indegno di vivere, anch'esso è stato considerato come gramigna dell'umanità, come un'entità da sterminare. Negli ultimi anni, essi hanno cominciato a prendere maggiore coscienza di ciò, tanto che le organizzazioni zingare in Germania hanno cominciato a pretendere un riconoscimento, sia morale che politico che materiale, per il loro sterminio. Tutto ciò ha probabilmente incoraggiato gli zingari del sud-est europeo a dire: eventualmente andiamo in Germania, e non solo perché lì pensiamo di stare meglio, ma anche perché abbiamo buoni titoli per chiedere qualcosa. A questo proposito, bisogna considerare che la Germania fino al 1989 tendenzialmente aveva condotto la politica del riscatto pagato per le minoranze tedesche nell'Europa dell'Est. Cioè, la Germania pagava l'URSS, la Polonia, la Romania, ecc. per il rimpatrio -a volte dopo 300-400 anni- delle presenze tedesche là disseminate. Tanto che questa condizione è finita col diventatare un titolo. Come l'essere ebrei rappresentava un titolo per andare in Israele, in quelle situazioni essere di stirpe tedesca era un titolo per chiedere la cittadinanza tedesca, per un visto di ingresso, per una una condizione di vantaggio, in cui si è naturalmente insinuata la scaltrezza zingara Il problema degli zingari balcanici è così diventato per la Germania un problema, e del tutto nuovo. Tanto che, a differenza di altre popolazioni, il regime rumeno (ma la stessa cosa è avvenuta con la vecchia Jugoslavia, e in particolare con la Macedonia), ad un certo punto ha pensato di venire incontro al desiderio tedesco di disfarsi dei troppi zingari provenienti da quel paese trasformandolo in un affare, e sulle loro teste. Così, come la Germania pagava la Jugoslavia per riallocare in Macedonia gli zingari provenienti dalla Macedonia, altrettanto sta avvenendo oggi con la Romania. Si tratta dunque di un accordo concluso formalmente tra due stati democratici, che di fatto prevedono il rimpatrio forzato di loro cittadini che si trovano all'estero per decisione propria, quindi senza licenza di rispettività, ma che col loro ritorno farebbero scattare una sorta di commercio, uno scambio, non solo politico ma anche economico fra questi due stati. È questo che oggi la Germania sta facendo. Sul problema degli zingari, per altro, si sta in parte giocando la sorte della socialdemocrazia tedesca. Recentemente, al Parlamento Europeo c'è stato il tentativo di discutere e votare una risoluzione che condannasse il rimpatrio forzato degli zingari, e che quindi valorizzasse il diritto individuale di scelta, ma non ha avuto seguito perché il partito democristiano, al quale appartiene il governo tedesco, e quello socialdemocratico, al quale appartiene la socialdemocrazia tedesca, erano assolutamente contrari. Entrambi i partiti hanno detto: se non si vuole ulteriormente incoraggiare il razzismo, questo accordo, che è stato concluso in modo formalmente ineccepibile, deve essere rispettato. Io penso che gli zingari non possano vivere bene la loro vita cercando di concentrarsi in questo o quel paese più ricco. Credo invece che, purtroppo, di condizioni che consentano una vita zingara oggi ce ne siano sempre meno; che ci siano sempre meno paesi in cui una vita zingara possa essere ancora vissuta. Una volta, la vita degli zingari era per buona parte indipendente dai soldi, era cioè indipendente dalle attività che sapevano svolgere. Mi ricordo ancora i calderai e gli allevatori di cavalli della mia infanzia: le loro attività erano riconosciute, il passare degli zingari era un passaggio come tanti altri; un passaggio che, come quello dei caldarrostai, faceva parte del ciclo stagionale; forse comportava un qualche allarme per i polli o le oche, ma non era mai visto come una piaga endemica della società. Oggi non è più così. Fondamentalmente, oggi gli zingari hanno maggiori difficoltà di altri nel decidere del proprio futuro, cioè nel preservare (quelli che lo vorranno, e credo che siano la stragrande maggioranza), una identità zingara in un mondo in cui, così come per gli indiani e per altri popoli tradizionali, il loro modo di vivere non può più esistere. D'altra parte, l'esempio degli ebrei, l'altra minoranza europea non compatta, ha mostrato come la soluzione adottata (cioè: per poter sopravvivere abbiamo bisogno di uno stato, altrimenti senza stato non si sopravvive) snaturi profondamente la loro storia.Di per sé, questo esempio potrebbe anche incoraggiare la formazione di uno stato zingaro. Potrebbe portare a dire: visto che nei nostri paesi non c'è più posto, né per voi né per il vostro modo di vivere, e che un paese vostro non lo avete, così come un tempo si discute del Madagascar, dell'Uganda o di altri posti dove piazzare gli ebrei, così come l'Unione Sovietica ha piazzato gli ebrei o i tedeschi nell'Asia dove c'era tanto posto, bisogna che da qualche parte vi si piazzi anche voi. In questo senso non mi meraviglierei, sebbene non lo consideri auspicabile, se oggi nascesse una sorta di sionismo degli zingari che pretendesse, come adeguamento alla loro possibilità di continuare a vivere, la formazione di un qualche stato, possibilmente laddove non si debba prima scacciare gli altri, o qualcosa del genere. In ogni caso, non butterei tutto addosso alla Germania o ad altri paesi. Perché il modo di vivere che rende impossibile la sopravvivenza degli zingari non è una colpa specifica della Germania, e nemmeno degli altri paesi capitalistici industrializzati. La discussione sugli zingari dovrà dunque approdare ad una soluzione. In Germania, per esempio, almeno cinque associazioni zingare, dopo un lungo dibattito, hanno approvato il programma di rimpatrio, ritenendo che preservi più di ogni altro progetto la loro identità, offrendo in più delle garanzie materiali. Il collega zingaro eletto al parlamento Europeo per la Spagna, che si è particolarmente occupato di tutto questo interpellando le tribù e capi tribù, dice che gli zingari, tutto sommato, si sentono rivalorizzati rispetto alla Romania, perché sono diventati in un certo senso preziosi, come quotati in borsa. Però, evidentemente, questa non può essere una soluzione. Io penso che la nuova Romania, anche se non si deve nemmeno riversare tutto sulla Romania, dovrà decidere quanto spazio lasciare alle diversità. Gli ultimi anni di Ceausescu, da questo punto di vista, sono stati particolarmente terribili, soprattutto col dispiegarsi del programma di omologazione nazionale industriale ed urbana, cioé con l'eliminazione dei villaggi, trasformati in Kombinat agro-industriali, con l'eliminazione delle minoranze tedesche, zingare e ungheresi e in generale con l'industrializzazione e urbanizzazione forzata. Oggi ritornare a tutto questo sarebbe molto difficileIn generale e in concreto, la gente non ha un rifiuto assoluto degli zingari, a condizione però di non vederseli sotto casa E' chiaro che questo atteggiamento deriva più da un clima diffuso che non da una paura vera e propria. Gli zingari, infatti, non sono più numerosi o più cattivi di quanto fossero venti anni fa, quando la paura era forse minore. Però, per esempio, oggi il consiglio comunale di Forlì, che è parte di una regione che si è data una apposita legge per l'ampliamento delle aree interessate, sta rendendo pian piano inagibili tutti i siti che gli zingari utilizzavanoIo penso semplicemente che il nostro modo di vita, cioè la civiltà predominante, non sia di per sé ospitale rispetto a modi di vita instabili e non produttivi. Pensiamo ai saccopelisti di Venezia, Rimini o più in generale ai barboni, non c'è dubbio che in una società meno rigorosamente strutturata, meno produttiva, meno industriale, ci siano interstizi molto più larghi per modi di vita fuori dalla media. Apparentemente le società che sono state meno tolleranti verso i modi di vita, lo sono state probabilmente più che non la nostra società, molto tollerante verso chi ha la carta di credito e quindi una chiave di accesso universale, ma molto poco tollerante verso chi è diverso e povero. Però io penso che solo da una presa di coscienza delle popolazioni e delle organizzazioni zingare potrà venire un inizio di risposta. La politica delle aree e dei campi attrezzati può fornire un pezzo di risposta, ma a condizione che intorno a questo non ci sia un gelo sempre più crescente, non ci sia sempre meno interscambio.Continuando nel paragone rispetto a venti anni fa, ricordo vagamente che quando gli zingari venivano al mio paese, erano conosciuti, magari non per nome, ma c'era una certa familiarità: anche loro sapevano da chi andare, sapevano cosa aspettarsi e da chi, sapevano chi poteva comprare un cavallo, chi poteva aver bisogno di riparare i paioli, ecc. Tutto questo non c'è più. Oggi il rapporto è di massima ostilità. Nessuno di loro sa dove c'è un bar nel quale trovare il gabinetto, anche perché spesso il padrone appena vede gli zingari mette fuori il cartello guasto. Oggi è guerra fin dalle piccole cose e quindi anche i campi sosta rappresentano in pratica una scelta di ghettizzazione, anche se di ghettizzazione apprezzata. Così, salvo appunto impegnarsi sulla tolleranza, io non ho risposte. Che devono venire da parte zingara. A Bolzano abbiamo avuto un'esperienza molto positiva e significativa, con alcuni bambini che fin dagli anni '60 hanno partecipato alla vita scolastica locale. Molti dei dirigenti di quella che oggi si chiama Opera Nomadi, così come la direttrice di Lacio drom, una interessante rivista bimensile di studi zingari, vengono appunto da Bolzano. In Germania ci sono dirigenti riconosciuti degli zingari. Al Parlamento Europeo c'è appunto un loro deputato spagnolo. Alcune risposte cominciano dunque a venire, ma in generale sono risposte che si fondano su una difficilissima ricerca tra ipotesi integrazioniste, cioè integrare tanto da non essere integrati, e ghettizzazione.Se guardiamo, per esempio, ad uno stile di vita per alcuni aspetti simile a quello degli zingari, cioé a quello dei Luna Park o dei Circhi, possiamo vedere come, pur conservando la stessa attività, quel mondo si è radicalmente modificato: sono riusciti a monetizzare le loro scelte di vita, e anche bene, ma riescono a svolgerle ancora in modo simile a un tempo, pur se in modo molto più meccanizzato, molto più attrezzato. Io credo allora che l'unica linea di fondo che si può seguire, come rispetto a tutte le cose, sia da un lato una ragionevole diluizione, affinché non si concentri in nessuna parte un ghetto, perché questo può solo portare al conflitto, e dall'altro una ragionevole proposta di integrazione, tipo la scuola e i servizi sanitari, che vada di pari passo con una ragionevole possibilità di non integrazione, che non si arrivi cioè a come funzioniamo noi, che siamo integrati o non integrati, e se sei non integrato ne paghi tutte le spese.Io mi sono chiesto molte volte se nascerà mai uno sionismo zingaro Ma non è una contraddizione uno stato zingaro?Lo era anche per gli ebrei. Ma per gli zingari non sarebbe del tutto inimmaginabile. Gli zingari hanno strutture rappresentative formali, hanno re e regine. Però, mentre nella storia degli ebrei c'erano i re della Bibbia, nella memoria degli zingari, che io sappia, non c'è l'idea di uno stato territoriale. Però Io non dico che l'idea potrebbe essere questa, ma ho l'impressione che si vada verso una situazione in cui sempre di più le minoranze non integrate finiscono col vedere nella scimmiottatura dell'integrazione l'unica soluzione, che si tratti del sionismo o che si faccia stato. Credo che si vada cioè nella direzione di conquistarsi comunque una rispettabilità, mettendosi una maschera simile a quella degli altri.